Il talento della malattia, di Alessandro Moscè

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Il tempo perduto, specie quello dell’infanzia e dell’adolescenza, non lo si vuole solo ricordare, lo si vuole possedere. Questo tempo pretende di essere abitato per sempre. L’epicità della memoria è un’ombra che ci segue, che si muove dentro di noi.

Cosa fareste voi se – con la testa dei vostri 13 anni – una sera scopriste di avere una grossa ciste, ovvero una specie di “bombolone”, ben piazzata appena sotto l’ombelico? Forse decidereste di tacere, per non perdere la nomea che vi siete fatta con gli amici e l’allenatore di educazione fisica a scuola.

Vi sforzereste di continuare a correre, ogni giorno, tenendovi stretta la pancia quando non ce la fate più e una volta a casa, decidereste di non spezzare l’abituale silenzio della vostra famiglia. Di non svegliare vostro padre che come al solito dorme in poltrona e di non mettere in allarme vostra madre che torna trafelata da scuola, esponendo il problema. Meglio lasciare semplicemente scorrere il tempo, così.

Si vede il mondo diversamente, a 13 anni, un’età “bianca”, come la definisce Alessandro Moscè nel suo Talento della malattia. Giorgio Chinaglia e la storia di un campione, dove racconta come i sogni possano far guarire. O meglio, come il talento nell’affrontare la malattia, per “guarire un male fisico e crudele” si quello, anche inconsapevole, “di ignorarlo, pensando a tutt’altro. La psicologia umana compie miracoli con la “follia sana” del pensiero. Per questo i bambini avrebbero una percentuale più alta di guarigione dai tumori”.

Potrebbe essere stato allora, si chiede Moscè, proprio Giorgio Chinaglia, a farlo guarire (miracolosamente, secondo i medici) dalla rarissima malattia che lo colpisce: Ewing ischio-pubico. Potrebbe essere diventato lui – compagno invisibile di tutta l’infanzia – il suo “altrove” miracoloso.

Che importa se il tifo di Alessandro consiste nell’appendere striscioni di cartigienica in casa dedicati a lui, o nel vederlo che girovaga nei locali dell’istituto di suore girandosi per fargli vedere il mitico numero 9 dello scudetto, mentre suo padre gli racconta che a Roma fanno ancora le tagliatelle biancocelesti, dietro piazza Navona, e le sue foto sono appese nei locali come fosse il presidente della Repubblica.

Alessandro sempre Lazio, anche se come dice il portinaio della scuola Settimio è una scelta in “controtendenza” perché la Juve vince sempre e la Lazio no, e così tu ti schieri dalla parte dei perdenti. E magari un giorno anche suor Esterina si deciderà a farglielo conoscere dal vivo, visto che ha il fratello dirigente della squadra dell’Ancona.

Chinaglia è Chinaglia. Tanto che il giorno della prima temuta operazione il vero “miracolo” che riaccende la vita negli occhi di Alessandro, come notano le zie in ospedale, lo compie proprio una notizia imprevedibile che riguarda Chinaglia. Che torna per vincere, contro tutto e tutti. Come farà Alessandro.

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