Moccia, Moccia, Moccia...

Non solo in testa alle classifiche con il suo Scusa ma ti chiamo amore, ma anche nelle sale con l'adattamento cinematografico di Ho voglia di te, sequel dell'oramai supercitato Tre metri sopra il cielo. A ciò si aggiunge la sua presenza al recente Festival di Sanremo, come selezionatore dei giovani talenti musicali, e la sua presenza invasiva, in qualità di intervistato, nelle pagine dei quotidiani, per la questione dei lucchetti "scomparsi" sui lampioni di Ponte Milvio. Federico Moccia sta vivendo un periodo magico: è innegabile. Abile nell'intercettare i "bisogni" degli adolescenti contemporanei, Federico Moccia ha trasformato se stesso in una sorta di marchio vincente. Per questo è antipatico alla critica letteraria. Scrive come parlano i giovani. E molti sostengono che la letteratura è altra cosa. Ma, nell'epoca dei Grandi Fratelli, è il pubblico che stabilisce chi o cosa è degno di esistere. La critica è poca cosa. Le terze pagine dei quotidiani sono spazi appaltati dai fenomeni da baraccone. La critica non è più un mestiere serio. Purtroppo. Quindi Moccia può godersi il suo successo. Meritato?

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