"8 Km", la storia di Zaher Rezai e il dramma dell'emigrazione

Zaher Rezai era un ragazzino scappato dall'Afghanistan in Italia alla ricerca del diritto d'asilo. Ucciso dal Tir sotto il quale si era nascosto

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Settecento, anzi no, novecento. Il numero di vittime del naufragio nel canale di Sicilia rimbalza drammaticamente da una parte all'altra, dai media alle istituzioni. La corsa ad affermare che è necessario fare qualcosa, senza specificare cosa, è stata fatta. La parte polemica, razzista, emergenziale, è emersa. I commenti sui social network sono arrivati. Insomma, l'indignazione che segue una tragedia del genere è stata alfine completata. A restare drammaticamente insoluto è il problema della migrazione, fenomeno che non avrà mai fine e che pertanto necessita di essere affrontato non più dal punto di vista emergenziale, ma umanitario. Perchè è di esseri umani che stiamo parlando.

Di umanità, purtroppo, se ne vede sempre meno. Ieri, però, girando su Facebook, tra un commento, una foto, un video, ho letto questa frase:

Sono talmente tante volte approdato alla barca del tuo amore
che o raggiungerò il tuo amore o morirò annegato”.

La firma era di Zaher Rezai, ragazzino afghano di soli 13 anni che nel 2008 è morto sotto le ruote di un tir, alla periferia di Mestre, mentre fuggiva dal suo paese in guerra.
Migliaia chilometri trascorsi legato al cassone di un tir dopo essere sceso clandestinamente da una nave arrivata dalla Grecia fino a Venezia. Un viaggio della speranza, o della disperazione al quale non è riuscito a sopravvivere, schiacciato dallo stesso mezzo al quale si era affidato per salvarsi.

Di Zaher rimase solo un taccuino con delle frasi appuntate. Pensieri, poesie, parole sparse su fogli di carta rimaste a testimoniare la sua vita. Parole troppo grandi per quello che in fondo era soltanto un bambino

"Questo corpo così assetato e stanco forse non arriverà fino all’acqua del mare".

Pochi risparmi e un sogno, quello di vivere in pace, sono i mezzi che portarono Zaher in Italia, passando per un viaggio pericolosissimo, fatto di posti di blocco, di gente cattiva, di stenti e patimenti. Un viaggio che parte dall'Iran e arriva in Italia, passando per la Turchia, la Grecia, il Mediterraneo, che Zaher ha appuntato in semplici frasi, diventate poi un taccuino tradotto in Italiano e illustrato da Gianluca Costantini, dal titolo "8Km".
La condizione di clandestino, la paura del respingimento, il senso di vuoto di fronte ad un futuro troppo buio per la sua età. Questo si legge nei versi di Zaher:

"Giardiniere, apri la porta del giardino; io non sono un ladro di fiori, io stesso sono diventato fiore, non vado in cerca di un fiore qualsiasi”.

E ancora, la paura del viaggio, il sogno del diritto d'asilo, perso drammaticamente quando mancavano soltanto 8 chilometri:

"Io che sono così assetato e stanco forse non arriverò fino all’acqua del mare. Non so ancora quale sogno mi riserverà il destino, ma promettimi, Dio, che non lascerai passare la primavera”.

Il taccuino è stato pubblicato grazie al lavoro del Servizio di Pronto Intervento Sociale del Comune di Venezia, che ha raccolto e tradotto i suoi pensieri dal persiano all'italiano da Hamed Mohamad Karim e Francesca Grisot:

"Se un giorno in esilio la morte deciderà di prendesi il mio corpo
Chi si occuperà della mia sepoltura, chi cucirà il mio sudario?
In un luogo alto sia deposta la mia bara
Così che il vento restituisca alla mia Patria il mio profumo"

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