Festa del Papà: come si dice “padre” nei dialetti d'Italia

Papà è un termine che viene dal francese e che oggi appartiene all'italiano corrente. Ma come si dice "papà" nei dialetti d'Italia?

Oggi è San Giuseppe, più comunemente conosciuta come la Festa del Papà. Eppure papà è una parola possiamo dire "moderna" che appartiene alla lingua italiana. Sì, perchè ogni regione d'Italia ha il proprio dialetto - anche più d'uno - e ogni dialetto ha il proprio termine da utilizzare per chiamare il proprio genitore.

In Toscana, ad esempio, abbiamo "babbo", termine che compare addirittura nella Divina Commedia di Dante Alighieri:

"Ché non è impresa da pigliare a gabbo / discriver fondo a tutto l’universo, / né da lingua che chiami mamma o babbo".

Questo passo, presente nel XXXII canto dell'Inferno, dimostra in realtà come il poeta fiorentino non apprezzasse questa terminologia, defindendola vezzeggiativa e puerile. Eppure "babbo" é rimasto in Toscana e non solo: lo si può trovare anche in Emilia Romagna, in Umbria, nelle Marche, nel Lazio settentrionale e in Sardegna e oggi compare anche sul vocabolario della lingua italiana assieme a "papà" (termine francese), definendole "forme tipiche del primissimo linguaggio infantile, costituite dalla ripetizione di una sillaba, perlopiù formata dalla vocale a e da una consonante bilabiale (p, b, m), i suoni più facili da produrre per i bambini”, scrive l’Accademia della Crusca.

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In passato, in realtà, era "papà" che non era molto benvisto, perché vista come una "leziosaggine francese che suona nelle bocche di quegli sciocchi, i quali si pensano di mostrarsi più compiti scimmiottando gli stranieri”.

Se "babbo" è d'uso comune, meno sentiti sono gli altri termini che si utilizzano per indicare il proprio genitore, da nord a sud. Ne abbiamo individuati alcuni: c'è "tatà" per gli abruzzesi, che si trasforma in  "tatta" in Basilicata e "tàta" in Campania. I calabresi usano "pàpu" o "pàtri", come in Sicilia, mentre i sardi chiamano "babbu", così come "bab" per gli emiliani che però utilizzano anche "pàdar" o "pär".

In Friuli Venezia Giulia padre si dice "pare", nel Lazio invece "bàbo", "pàrte", "pàt" o "puótre". I liguri utilizzano "pàire" - nella zona di Ventimiglia - ma anche "pòe", "puê".

A Milano e in Lombardia si è soliti usare "bubà", o "", mentre nel pavese qualche dialetto utilizza anche "rigiù".

Il babbo toscano nelle Marche diventa "vabbu", mentre il Molise ha un termine tutto suo: "attàna", che ritroviamo anche in Puglia, nella variante "atténe" "tata" o il classico "patre". In Piemonte si usa "papà", o al massimo "paire"; in Umbria c'è "bàbbo" e infine in Veneto e Valle d'Aosta il termine più usato nel dialetto è "pare".

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