La memoria di classe

il tentativo fallito di spiegare l’Olocausto ai miei studenti anarchici

Boy reading

I miei studenti sono così. Selvaggi. Ma selvaggi come quei cavalli delle praterie americane. Bellissimi e con l'istinto della libertà. Una libertà così libera da somigliare pericolosamente all'anarchia. Non si fidano delle istituzioni e tra insegnanti e forze dell'ordine per loro non c'è alcuna differenza. Non si fidano degli adulti e ti ignorano a prescindere, anche quando provi ad offrirgli una dritta su una nuova app o un filtro per foto eccezionali.
Lavorare con loro significa combattere quotidianamente per ottenere pochi minuti di attenzione, il tempo di un esercizio di grammatica, di un testo di una colonna scarsa, di dieci righe lette senza grande curiosità anche quando gli autori si chiamano Rowling o Troisi o Tolkien. Perché, diciamoci la verità, sempre adulti sono, sempre di libri si tratta e sempre tu sei il nemico pubblico numero uno che insiste con questa cosa assurda del leggere e scrivere.
Senza i professori, e le loro incredibili pretese, la scuola sarebbe un posto bellissimo dove incontrarsi con i propri compagni lontano dagli occhi indiscreti di genitori, parenti, vicini, fratelli maggiori. La scuola sarebbe solo il luogo magnifico in cui possono essere quello che scelgono di essere: la vamp, il giovane boss, la timida misteriosa, il grande calciatore capace di compiere scarti perfetti, anche in corridoio, anche con una bottiglia di plastica vuota.
La realtà - con i suoi sfratti, le visite ai genitori detenuti, le urla delle madri in guerra con il mondo, le sorelle e i fratelli piccoli da gestire, l'armadio vuoto, le case da tirare a lucido, le pretese e le pressioni per i bei voti - è tagliata fuori per qualche ora, è oltre il cancello dell'istituto. Dalle 8 alle 14 loro sono dentro, al sicuro: la scuola è un posto tranquillo dove, in molti casi, si va con ostinazione, anche con una tosse che ti spacca in due e la febbre che ti si legge negli occhi. La scuola è ancora un territorio in cui di fronte all'analisi logica o al teorema di Pitagora siamo tutti disperatamente uguali e i ferormoni regnano sovrani.
Rimane tuttavia il problema professori. Ovvero rimango io, problema vivente,
con le mie scarpe poco femminili che raccolgono opinioni discordi (So' belle! Macché, so brutte! Ma statti zitto che so' belle! Ma che capisci tu, che so' brutte assai!), le mie borse di libri che nessuno intende leggere (ma dico io, prussuré, che le portate a fa'?) e che insisto nel raccontare fatti avvenuti in tempi lontanissimi che nulla hanno a che fare con la loro vita e le loro priorità (ma che ce ne importava prussurééééééé?).
Arriviamo così alla Giornata della Memoria. Niente di meno una giornata per ricordare fatti accaduti in un passato imprecisato e gente morta che loro non hanno mai conosciuto? Perché si può ragionevolmente piangere un ragazzo morto in motorino (e farne un eroe cantando a squarciagola il rap scritto per ricordarlo) "ma questi ebrei o ebraici o ebraichi chi li conosce prussuré? E niente di meno tutta sta storia per 6 morti? E vabbè prussuré sono 6 milioni, avevo visto il 6 mica che dopo c'era scritto milioni? Ma è tale e quale, sempre morti sono!"
E allora insisti e cerchi di spiegare cosa fosse un lager e come ci si vivesse in condizioni disumane divorati dalla fame, dalle malattie, dai parassiti. E forse questi era meglio non citarli perché tra i parassiti del passato e i parassiti (immaginari) del presente il passo è breve:"Uh i parassiti? E che so' prussuré? I pidocchi prussuré? Uuuuh i pidocchi…come quelli che tieni tuuuuu!"
Il tu in questione non ha accettato di buon grado l'accusa e mi sono ritrovata a sedare una rissa che ha suscitato, finalmente, grandissima attenzione e dato vita ad un nuovo perfetto aneddoto per le generazioni a venire (nonché svariati video che prima o poi finiranno in rete).
Recuperata un minimo di calma ho ripreso faticosamente il discorso e siamo arrivati, con sintesi estrema, alla fine della guerra e, passando per le Quattro Giornate di Napoli, all'arrivo degli alleati a Berlino e al suicidio di Hitler e della famiglia Goebbels.
All'omicidio dei piccoli Goebbels mi aspettavo un qualche moto di orrore. Invece, con uno scarto improvviso, immedesimandosi nelle vittime, il commento alla foto di gruppo dei bambini (vivi) è stato lapidario: "E quanto so' brutti 'sti ariani prussuré".
Dopo di che i più vivaci, "doppo tutti 'sti muorti accisi", all'unanimità hanno optato per una gita in bagno proprio mentre raccontavo del trasferimento di molti ebrei in Palestina.
Allora, a sorpresa, e favorita dalla relativa calma, è arrivata una domanda da una delle più piccole della classe: "In Palestina prussuré? Il paese di Gesù? E quando sono andati in Palestina gli Ebrei lo hanno trovato a Gesù?" E allora, senza addentrarmi in questioni teologiche complesse, ho disegnato una linea del tempo dove Gesù era lontano lontano dalla fine della II Guerra Mondiale e dalla nascita di Israele.
La mia studentessa curiosa ha guardato la linea e ha sospirato:
"Meno male prussuré, 'a nonna è furtunata, si è salvata".
Io l'ho guardata angosciata (non avrò detto cose troppo semplicistiche, irrispettose, non adeguate alla sensibilità di una bambina con nonna sopravvissuta?) e le ho chiesto:
"Perché tua nonna è stata deportata?".
La risposta ha chiuso definitivamente la lezione:
"Noooo prussuré, è nata 'o 46, accussì s'è sparagnata tutte cose, pure 'u casino 'e Napoli che hai detto tu. Se nasceva prima sempre era pericoloso prussuré!"

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