Come dire a mio figlio che Charlie l’ho ucciso io

ovvero le contraddizioni della realtà

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Ieri mi sarebbe piaciuto dire a mio figlio: guarda amore mio com’è bello lo spettacolo di tutte queste persone che scendono in strada per affermare il nostro diritto alla libertà di stampa, di critica, di satira.
Avevo intenzione di condividere con lui un momento storico in cui l’Europa unita marciava per diritti essenziali che sono costati lacrime e sangue a chi ci ha preceduti, l’Europa unita che diceva no al terrorismo e che sapeva fare la differenza tra chi porta il terrore e chi vuole condividere pacificamente la nostra vita, le nostre strade, le nostre crisi e le nostre incertezze.
Ecco tutto quello che avrei voluto raccontare.
Ma non ce l’ho fatta, non ho potuto.
La cattiva coscienza mi ha impedito qualsiasi moto di gioia e il senso di partecipazione si è trasformato in un immenso senso di colpa.
C’erano sì le migliaia di persone che, mosse dalle migliore intenzioni, erano scese in strada per protestare la loro voglia di libertà, e soprattutto di pace e serenità, ma c’erano anche una serie di capi di stato e di governo, ministri e dignitari che marciavano fieramente per diritti che nei loro paesi non hanno alcuna intenzione di riconoscere.
Per tutto il giorno i giornalisti hanno sottolineato la storicità del gesto, l’importanza del loro scendere in strada, la magnanimità con la quale si sono uniti alla gente comune. Ma come facevo io a ripetere le stesse cose a mio figlio quando so di quali crimini contro la stampa, contro i diritti dell’infanzia, contro il diritto all’istruzione e all’informazione hanno compiuto nei loro stati?
Come facevo a dire a mio figlio che, marciando con loro, eravamo nel giusto, quando non ne sono certa?
Sono certa del diritto acquisito faticosamente alla libertà di parola, di espressione, di stampa ma non sono certa che siano i governanti in sfilata a potersi dichiarare limpidi difensori di queste libertà.
Sono certa che la satira sia una cosa buona, ma non sono certa che il nostro paese si possa definire un paladino del genere satirico.
Sono certa che i bambini non vadano toccati, ma questo vale per tutti i bambini (e l’orrore deve essere uguale per tutti): per quelli degli asili di Parigi come per quelli nigeriani, per quelli di Gaza come per quelli uccisi poche settimane fa in una scuola pakistana.
Sono certa che i terroristi seminino il terrore, ma non sono certa che non abbiamo contribuito alla loro formazione gettandoli con la nostra indifferenza, se non con la nostra crudeltà, nelle braccia di chi li usa come feroci fantocci.
Sono certa che l’Europa debba potersi difendere dal terrore, ma non sono certa che la soluzione giusta sia quella di ulteriori limitazioni alla libertà di movimento o di più potere alle nuove destre.
Sono certa che vorrei un mondo pacifico e più sereno, ma non credo che certi signori in prima fila abbiano intenzione di garantirmelo (e neanche credo intendano provarci).
Allora cosa potevo dire a mio figlio? Come potevo spiegargli che marciando idealmente con quei signori, mi sentivo in colpa come se i redattori di Charlie li avessi ucciso io?
Sono rimasta in silenzio, l’ho lasciato giocare, gli ho solo detto che ero triste per la morte di brave persone.

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