Sul margine del vuoto: intervista a Luigi Pingitore

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Luigi PingitorePrimo giorno d’estate in compagnia di uno scrittore napoletano. Ci ho messo quasi un mese a “tirar fuori” questa intervista. Lunghe settimane nelle quali il “ritorno al Sud” si è lentamente sfocato e le parole di Luigi Pingitore, incontrato in un caffè di Piazza Bellini, durante una sonnacchiosa mattina di un sabato partenopeo di metà maggio, hanno macerato a lungo nel mio stomaco. Il loro sorgere è stato lungo e violento, sordido ed accecato, come la bellezza dalla quale provengono, come l’eccesso di incanto che attanaglia la gola dei protagonisti del suo romanzo, che mi hanno inesorabilmente condotto al loro autore, ben oltre i caratteri stampati. È nel dialogo che certi nodi si sono chiariti, nell’ombra che i graffiti sull’asfalto hanno assunto nuova forma. Ciò che segue non ha la tradizionale struttura del “botta e risposta”, è una riproduzione imperfetta, che procede per temi, e forse proprio per questo motivo, più fedele alle suggestioni che son venute fuori nel corso dell’incontro.

Un violento apprendistato in “tenera età”.
Credo che i veri anni formativi siano quelli che vanno dai venti ai venticinque, un periodo fatto di autentica creazione, nel quale esiste come una specie di interna comunicazione diretta con i sogni. Poi ci si plasma sempre meno perché è la nostra capacità di stupirci che si offusca. Sì, vengono altre cose, quelle celebrate da molti, vengono saggezza, maturità e ponderazione. Ma lo stupore… è un’eco che resta sempre più debole nelle orecchie…

Qualche punto di riferimento.
Io sono nato con la poesia. Non mi piaceva la prosa, se non Gadda. Ho amato anche il Tondelli di “Altri libertini”, che fa parte dei miei fondamentali. L’ho letto in macchina, una sera di pioggia, è stato lì che ho capito cos’era il linguaggio. In fondo la letteratura non è che un racconto di sé offerto agli altri, e dovrebbe coincidere con il massimo territorio di esercizio della libertà.

La trilogia.
“Tutta la bellezza deve morire” fa parte di una trilogia che descrive tre stati differenti. Prima era stato “In the mood”, epifania della giovinezza ambientata nel 1999 e pubblicata nel 2005, ora “Tutta la bellezza deve morire”, cresciuto nell’atmosfera dell’estate del 1996 e pubblicato l’anno scorso.

“Tutta la bellezza deve morire”. Una tragedia contemporanea.
Ho pubblicato solo la quinta versione, dopo un lungo lavorio. All’inizio avevo deciso di scrivere una tragedia, per questo prediligo l’uso del presente, e c’è impresso l’alone di una terribile ed affascinante attrazione per il vuoto. Canto e controcanto. Si tratta di una sfida necessaria e inalienabile nella quale, secondo il filo della tragedia classica, tutti avanzano verso la morte, lui (l’unico, il solo e ormai anziano Ezra) per salvarsi, loro (il gruppo di giovanissimi amici) per immergercisi.

L’origine del canto, il rimpianto…
La storia è nata quando avevo sedici anni. In origine era stata pensata come il soggetto di un film, poi, in un momento di crisi produttiva ho ritrovato lo spunto e ho deciso di lavorarci su. Gli adulti del libro hanno tutti un rimpianto, per il ricco collezionista d’arte ad esempio, è la consapevolezza di non possedere un autentico senso della bellezza. Ma il rimpianto si abbina alla vita, solo coloro che non ce l’hanno, i ragazzi del branco, aspirano davvero alla morte. Un ulteriore conferma, pallida reminiscenza di Camus, che tutto quello che ho scritto ha a che fare con la rivolta, e la rivolta è applicabile solo nel piacere.

Lo scenario di “Tutta la bellezza deve morire”.
Ho scelto la Costiera Amalfitana perché è un mondo marino primitivo e arcaico, di una bellezza inevitabilmente violenta.

L’affezione per il lavoro mattutino.
Comporre questo libro è coinciso con l’avventura di svegliarsi ogni mattina e riprendere a scrivere dalle 6 alle 10, con una routine ben prefissata. Mi sono dato una disciplina ferrea che mi è servita da guida.

Rimproveri.
Se dovessi trovare qualcosa di cui rimproverarmi, farei riferimento alla densità. Volevo una narrazione che fosse secca e precisa, mentre scrivevo leggevo “Vergogna” di J. M. Coetzee

Il senso della letteratura. Una metafora.
La letteratura ti deve mettere in pericolo, perché con lei non si sa mai dove si sta andando. E’ un doppio fiume, che scorre allo stesso tempo fuori e dentro.

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