Lingua italiana, dubbi ed errori: l'uso della i nel plurale

Si pronunciano allo stesso modo, apparentemente: ma bisognerà scriverle con la "i" o senza? Ecco uno dei dubbi più comuni che ci attanagliano usando alcuni termini della nostra lingua. I consigli per non sbagliare.

ciliegie

Ho sempre amato le ciliegie, certe scorpacciate sporcandomi innumerevoli camicie, che dopo lavate riponevo nelle mie valigie o davo in beneficenza...Scusandomi per la banalità della frase, ho voluto inserire in apertura di post un modo per introdurre il post di oggi della nostra rubrica grammaticale.

Affrontiamo brevemente infatti uno dei dubbi più incresciosi per molti di noi: l'uso della “i” in alcuni termini.
Uso che in qualche caso cambia il significato stesso della parola.

Come accade appunto con le “camicie” (plurale di camicia) ben distinte dal “càmice” (il camice del dottore ad esempio o anche – non lo sapevo – la veste indossata dai sacerdoti sotto i paramenti).

In alcuni casi invece, l'uso della “i” o meno è opzionale (come in “ciliegie”, che si può scrivere anche “ciliege”, oppure in “valigie” che si può scrivere anche “valige”).

In altri, inserire o meno questa vocale nella parola invece ci fa incorrere in errore. Parliamo ad esempio di beneficenza (senza i!). Ma qual è la regola generale (anche se come abbiamo visto in alcuni casi si può scrivere in tutti e due i modi) da applicare per non sbagliare?

Basta guardare la lettera che precede: la "i" in cia, gia, scia, si conserva la i quando la c e la g sono precedute da vocale (acacia-acacie, ciliegia-ciliegie) invece si elimina la i quando c e g sono precedute da consonante.

Nel caso in cui la i dei gruppi -cia, -gia, -scia è accentata, al plurale si conserva sempre.

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