Riccardo, l'Ipad e l'operazione Furby

Ovvero un bambino italiano e le sue avventure in Qatar

Doha

La prima volta che ho incontrato Riccardo aveva 5 anni. Un soldo di cacio, come si diceva nei romanzi dell'800, con una zazzera di capelli castani sugli occhi e una voce sicura: "Ciao. Io sono Riccardo e sono italiano ma vivo qui a Doha. Tu chi sei? Parli italiano? Io parlo italiano ma anche inglese e arabo. E tu?"
Il primo pensiero è stato: adesso scappo prima che possa scoprire la mia profonda ignoranza. Il secondo: però potrei rapirlo e portarmelo a casa perché è trooopppoo belloooo. Perché in quello che diceva non c'era nessuna infantile saccenza, solo l'abitudine di chi frequenta una scuola con studenti provenienti da tante diverse nazioni: dire che lingua parli è solo il primo e necessario passo per scegliere insieme lo strumento linguistico della successiva comunicazione.
Ma c'era anche un semplice e limpido orgoglio per le proprie origini. E così, tutte le volte che io e i miei amici ci chiediamo se non sia il caso di fingersi muti - e di incollarsi le maniche alle tasche - piuttosto che ammettere di essere italiani, mi viene in mente Riccardo.
Riccardo è figlio di un nuovo tipo di migranti, quei professionisti che hanno deciso di lasciare il nostro paese perché la loro professionalità viene apprezzata all'estero più di quanto non lo sia in patria. E in questi paesi di adozione hanno messo su famiglia.
Dopo un anno dal nostro primo incontro, ho deciso di intervistare Riccardo perché volevo conoscere meglio la sua vita e il suo rapporto con la scuola e con i compagni.
Lo ritrovo così con il suo taglio inconfondibile da scugnizzo fuori sede e, come tutti i seienni che si rispettino, sempre attentissimo al mondo anche quando apparentemente distratto. Ovviamente non si ricorda di me, un'adulta come tante, capirai… Per esigenza, o per testarmi, mi chiede se per caso ho un telefono con dei giochi. Io non mi faccio pregare e fortunatamente, grazie alla dotazione fornitami dai miei figli, me la cavo sul primo punto: ho qualche gioco interessante che aumenta le mie quotazioni. Devo dire che lui, rispetto ai miei pargoli, si pone dei limiti: educatamente, dopo aver giocato con grande concentrazione e qualche commento, mi lascia un 3% di batteria, dichiaratamente per le chiamate di emergenza.
Esaurite le batterie, decide di partecipare alla conversazione che io e la sua mamma abbiamo avviato sulla sua scuola, un istituto americano dove bambini di tutto il mondo si ritrovano a condividere le stesse tragedie: la matematica tutti i giorni, la disperazione di dover leggere la stessa lettera in dieci modi diversi, la minaccia che - nel caso in cui tu decida di non studiare per niente - mamma e papà saranno chiamati dalle maestre! Ora partendo dal presupposto che mamma e papà si svenano per permetterti di studiare in quella scuola, il rischio che non amino molto l'idea di ricevere una telefonata diventa un fatto concreto con cui fare i conti. Perché se la scuola chiama mamma non diranno che la maestra è scema e non capisce niente. Perché se una maestra la paghi quanto un rolex, forse ci pensi due volte prima di chiamarla scema.
Cosa fa Riccardo a scuola e cosa preferisce? Un cosa che gli piace assolutamente è arrampicarsi sulle corde durante la ricreazione, gli piace un compito in cui si descrive e si disegna, gli piace il suo compagno di banco giapponese Hu (mi fa lo spelling per sicurezza), gli piace soprattutto una tra le sue maestre, semplicemente perché è bella. Gli piace il corso di scienze perché non solo si va in laboratorio ma si canta tutti insieme una canzone. E gli è piaciuta tantissimo la giornata in cui hanno fatto la pizza, anche perché lui è stato uno dei pizzaioli migliori perché il sangue e i geni, non sono acqua!
Non ha mai sezionato una rana, però, e quando gli chiedo se abbiamo mai fatto esplodere niente, vedo la commiserazione nei suoi occhi. La sua compagna di classe preferita è una bambina italiana, con lei si può parlare la lingua segreta che gli altri non capiscono. Anche con Hu le cose non vanno male, ma per ora in giapponese Riccardo sa dire solo cosa vuol dire konnichiwa (e sa salutare in almeno un'altra decina di lingue, perché ognuno porta in classe un po' del suo paese).
Come nelle scuole italiane nelle quali è stato inserito il registro elettronico, i genitori vengono costantemente aggiornati su tutto. Gli stessi genitori, mi spiega la mamma, fanno parte di consigli che si riuniscono settimanalmente e hanno voce in capitolo anche in materia didattica. Ora l'idea come genitore può anche non dispiacere, ma mettendosi nei panni delle insegnanti non auguro neanche al mio peggior nemico di avere a che fare con mamme che hanno studiato in 60 diversi paesi con 60 diversi sistemi scolastici (credo che sia per queste riunioni che si guadagnano il rolex, il resto è una passeggiata di piacere).
Altre cose in comune con le nostre scuole primarie e dell'infanzia? Imparare a raccontare agli altri cosa si è imparato o cosa si è scoperto e raccogliere tutti i lavori in un portfolio che viene consegnato ai genitori a fine anno, il cui funzionamento Riccardo mi spiega volentieri: "Antonia è semplice, dai il disegno alla maestra, lei ci fa su due buchi e ci infiliamo gli anelli".
Una cosa impegnativa è comprendere lo story line quando si legge una storia. Ma il libro di letture non c'è. Riccardo e i suoi compagni usano l'Ipad. Il che complica le cose per mamma e papà: "Lascia perdere l'Ipad" può diventare una frase pericolosa e allora devi stare lì a precisare che se è per leggere va bene, se è per giocare "desisti".
Qual è la cosa che assolutamente non viene tollerata? I compagni non si toccano. Per una gesto che somiglia lontanamente ad uno spintone si finisce dal preside e i genitori vengono sottoposti ad un colloquio che punta a comprendere i motivi reconditi che hanno scatenato la bruta violenza del loro pargolo. Insomma se hai appena la sufficienza non vieni definito né asino, né sufficiente, ma ready to learn, pronto ad imparare, ma se alzi le mani vieni additato come violento senza mezzi termini.
Come si muove Riccardo in questo mondo? Con una scioltezza che i suoi genitori neanche si aspettavano e lì è scattata l'operazione Furby. Perché Riccardo voleva il Furby, lo voleva moltissimo. La mamma allora ha giocato la carta della scuola ponendo come condizione il raggiungimento del massimo obiettivo, pensando che ci sarebbe magari andato vicino ma sapendo di avere, in qualche modo, esagerato. Ma il mio eroe ce l'ha fatta! Del tutto, completamente, lasciando tutti orgogliosi sì ma, diciamoci la verità, con un palmo di naso. E con grandissimo orgoglio mi spiega le caratteristiche del Furby in questione e mi fa anche notare che ho sul cellulare un gioco dedicato proprio al suo pupazzo.
Dopo aver parlato di scuola e pupazzi non resisto e chiedo a Riccardo se gli manca qualcosa dell'Italia. Le persone che gli mancano di più sono la sorella (che frequenta l'università sul suolo patrio) e la cugina (che con inspiegabile accento toscano chiama la figliola della zia), il piatto che gli manca di più è la cotoletta, il posto che gli è piaciuto tantissimo è un castello, soprattutto per la presenza di un grosso gatto che somigliava al Lucifero di Cenerentola.
Cosa vuole fare da grande? è indeciso tra il lottatore di wrestling e il rocker. Ma è sul finale che mi affonda definitivamente. Quando gli chiedo come si immagina da grande e dove abiterà non ci pensa neanche un secondo e ha il tono di chi pensa che la mia domanda preveda una risposta alquanto scontata: "Abiterò in Italia, mi sposerò e avrò due figli: un maschio e una femmina". Pausa. "Mamma mi fai vedere la mia foto di come sarò da grande?". Intanto in auto parte la sua canzone preferita: Paradiso Beach di Alan Sorrenti e io decido che, se avessi 5 anni, sarei perdutamente innamorata di lui.

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