Cartoline dalla Bosnia - La biblioteca di Sarajevo

Il reportage sulla Bosnia di Simona Silvestri con foto di Sandro Capatti per Blogo.it [prima puntata: le elezioni; seconda puntata: dopo l'alluvione] e la suggestiva biblioteca di Sarajevo, ricostruita. La guerra fa le sue vittime ovunque, anche nel mondo dei libri

SARAJEVO BOSNIA, BIBLIOTECA INTERNAZIONALE - Foto di Sandro Capatti

Il trionfo della civiltà e della cultura contro la barbarie. Non si può che pensare a questo mentre si varca la soglia della Viječnica, la Biblioteca di Sarajevo. Un tripudio di affreschi e colori tornati a risplendere al termine di lungo e complicato, dal punto di vista burocratico e finanziario, restauro durato ben 18 anni. Una ferita dolorosa, richiusa in parte lo scorso 9 maggio quando l'edificio, custode di storia e memoria collettiva, è stato restituito ai sarajevesi, simbolo di quella Bosnia che non è stata piegata dall'odio dei nazionalisti.

Sono trascorsi vent'anni da quella notte tra il 25 e il 26 agosto 1992, all'inizio della guerra, quando la Biblioteca fu presa di mira dall'esercito serbo-bosniaco. Una pioggia di granate che provocò un incendio dalle dimensioni devastanti, durante le quali furono distrutte migliaia di libri e manoscritti nonostante l’impegno per salvarli di tanti semplici cittadini, incuranti dei cecchini che sparavano persino sui vigili del fuoco.

Una di loro, Aida Buturović, una giovane bibliotecaria poco più che trentenne, perse la vita colpita da una scheggia mentre cercava di mettere in salvo i testi [un pezzo del 1998 del New York Times la ricorda così]. In circa 30 ore, tanto durò l’incendio prima di essere domato, le fiamme distrussero il 90% dei circa 2 milioni di volumi custoditi, tra cui libri rari, manoscritti antichi e incunaboli del XV e XVI secolo, lettere, riviste e materiali risalenti al Medioevo. Un danno inestimabile e irrecuperabile per quella che era considerata un pezzo fondamentale dell’identità di Sarajevo.

La biblioteca di Sarajevo

La nuova Viječnica riproduce fedelmente la bellezza del progetto ideato dall'architetto boemo Karel Pařík a fine Ottocento e costruito per volontà delle autorità austroungariche.

La facciata, rossa e ocra, è tornata agli antichi colori, così come gli interni e i soffitti affrescati e decorati a mano. A completare il progetto, i pavimenti in parquet, le finestre in legno, gli arabeschi e i ricchi mosaici del soffitto, tutti realizzati da maestranze bosniache. Anche la scalinata centrale in marmo ha recuperato la sua maestosità e si staglia in tutta la sua imponenza ai numerosi visitatori.

Un restauro impegnativo, costato circa 16 milioni di euro e finanziato per una buona metà dall’Unione Europea. All’interno dell’edificio, infatti, oltre alla Biblioteca troverà posto anche il Museo della Città di Sarajevo: una sala di rappresentanza e alcuni uffici, invece, sono già stati destinati all’Amministrazione comunale. Per il momento non è ancora possibile consultare i libri, in parte scampati al disastro, in parte donati da tutte le parti del mondo. Dopo la guerra, infatti, molti Paesi hanno contribuito alla ricostruzione del patrimonio librario della Biblioteca nazionale e del palazzo simbolo di una città martoriata e violentata.

Certo, si tratta di ben poca cosa rispetto al patrimonio custodito in precedenza, molto di più in termini di significato per la città, che ritrova nell’edificio rinato quel simbolo di multiculturalità e convivenza civile e pacifica tra serbi, croati e bosniaci musulmani.

[Il sito bmip.info, realizzato grazie al contributo di Amila Buturović, la sorella della bibliotecaria uccisa, e su iniziativa di Andras Riedlmayer, dal 1985 direttore del Documentation Center for Harvard's Aga Khan Program in Islamic Architecture presso il Fogg Art Museum, raccoglie una serie di microfilm di pagine di manoscritti bosniaci, nel tentativo di ricostruire almeno in parte l'immenso patrimonio andato perduto]

Gli autori del reportage


    Simona Silvestri

    Simona Silvestri - Giornalista pubblicista, nomade per necessità, curiosa per natura. Laureata in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Perugia, ha collaborato con Articolo 21, La Sera di Parma, Piazza Grande e altre testate nel settore del turismo, della cultura e del sociale. Ama i viaggi e la Bosnia, paese con cui è stato amore a prima vista e dove sta lavorando da circa un anno insieme al fotografo Sandro Capatti a un progetto incentrato sui cambiamenti socio-economici e politici degli ultimi vent’anni. Un'analisi dei cambiamenti prodotti in seguito al crollo dell’ex Jugoslavia di Tito e dopo la sanguinosa guerra che ha sconvolto la Bosnia dal 1992 al 1995. Zaino in spalla, nell'ultimo anno ha percorso il paese in autobus, furgone, nave per raccontare le mille sfaccettature di una realtà vicinissima eppure ignorata. Tuzla, Sarajevo, Srebrenica, Mostar sono state solo alcune delle tappe di un viaggio attraverso le tante ferite ancora aperte, le aspettative per il futuro e le contraddizioni di una nazione in continuo cambiamento.

    Sandro Capatti

    Sandro Capatti – Fotografo professionista dal 1992, dopo aver frequentato la scuola di fotografia di Milano. Specializzato in fotogiornalismo, ha collaborato con varie testate giornalistiche italiane e straniere, tra cui “La Repubblica”, “Il Messaggero”, “L’Avvenire”, “Il Resto del Carlino”; e riviste specializzate come “Musica Jazz”, “Oggi”, “Novella 2000”, “Panorama”, “Famiglia Cristiana” e altre. Per cinque anni vive e lavora in Canada collaborando con varie agenzie e con “Il Corriere Canadese di Toronto”. Attualmente collabora con una testata locale di Parma, la città in cui vive, e con alcune agenzie di stampa nazionali che si occupano di fotogiornalismo.

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