Il cibo dell’erede

L’imperativo di ogni madre è nutrire il suo bambino. Ma la missione del bambino 2.0 è distruggere l’autostima della madre?

CUCINA

Sì sa che gli uomini italiani adorano la cucina delle loro mamme. Si sa che tutte le mogli italiane devono fare i conti con questo spettro. Quello che non si racconta spesso, però, è come si arrivi a questo amore tra il figlio e la cucina della madre. Tra il momento del concepimento e il giorno del matrimonio dell’erede, qual è il rapporto tra il bambino e il cibo che la madre gli offre? Ed è di questo lungo taciuto intermezzo che vorrei parlare.

Ancora prima della loro nascita, si sa, bisogna pensare alla salute e all’alimentazione dei bambini. Come ben sanno tutte le mamme, non appena nel quartiere si sparge la voce che sei una portatrice sana di bambino, tutti - a partire dal ginecologo fino ad arrivare al fruttivendolo sotto casa - si sentono in dovere di darti consigli, compenetrandosi nella tua disagiata condizione di donne incinta, peggio ancora se primipara e attempata.

Escludendo le ovvietà - via sigarette e alcool - tutto il resto diventa un percorso misterioso e accidentatissimo di indicazioni varie ed eventuali: meglio la carne rossa, meglio il pesce, per carità verdure sempre, non osare mangiare cibi che possano procurare malattie dai nomi disgustosi, non mangiare frutti di mare, roba cruda, roba strana, roba piccante, roba gialla, roba grassa, roba tropo magra. La lista è infinita e asfissiante.

Tuttavia, nella stragrande maggioranza dei casi, per almeno tre mesi questa sequela di suggerimenti serve veramente a poco. Il tuo organismo, caparbiamente e in maniera sistematica, restituisce al mittente tutto quello che provi ad ingurgitare per nutrire te e il pargolo (perché - “fallo per il suo bene” - qualcosa la devi mangiare). Dopo esserti ridotta uno zombi (e aver fatto grande amicizia con i cagnolini delle mattonelle del bagno con i quali ormai ti intrattieni più volte al giorno) ecco che l’appetito e la capacità di cibarti ritorna. A quel punto non è fame, noooo, è una specie di belva interiore che potrebbe divorare una mozzarella di Battipaglia da due chili ma anche la bufala che l’ha prodotta, durante lo stesso pasto e senza alcun problema. E per chiudere in bellezza c’è l’ultima parte della gravidanza, quella in cui divori sì la bufala, ma di notte quella si vendica, trasformandosi in un’acidità senza precedenti. Arrivi al parto stremata, rotolando ma con una certezza: quando il pargolo sarà nato, allatterai, consumerai tante calorie, ti rimetterai in sesto e ritornerai quella di prima (Ne conosco tante tornate come prima. Ma non vi faccio i loro nomi perché tutte le altre, le miriadi che si sono ritrovate diverse, potrebbero sempre decidere di andarle a picchiare per vendetta nei confronti di una natura bastarda).

Nato il pargolo, subito dopo aver detto che è bellissimo (anche quando non è vero affatto), tutti vi chiederanno “ma si è già attaccato al seno? Ma allatti?”. Tu che dopo il parto vorresti solo dormire indisturbata per un mesetto di fila, a quel punto pensi di centrare il naso dell’ospite con il bottiglione della flebo ma ti trattieni e menti spudoratamente se “l’attacco” non è ancora avvenuto o non è avvenuto con successo. Ovviamente, terminato l’orario di visita, chiedi alla prima infermiera che capita di prendere il pupo e aiutarti ad attaccarlo. Perché, parliamoci chiaro, non è possibile che dopo tanti anni di studio e lauree e master e colloqui di lavoro e viaggi e cinquanta chili di libri sull’argomento non si riesca ad allattare un bambino così caruccio (ma già così testardo e poco incline al dialogo)! Dopo svariati e ridicoli tentativi, il miracolo riesce. Tuttavia l’errore fatale è dietro l’angolo.

Quando a mezzanotte l’infermiera viene a prenderlo per portarlo nella nursery, trova il bambino urlante e scalciante. La seria professionista ti guarda con disprezzo malcelato. Ti chiede quante volte e per quanto tempo lo hai allattato. Tu rispondi, orgogliosa del tuo operato. E lei ti spiega che, nel tentativo di entrare nel guinness dei primati come miglior mamma del mondo, hai riempito tuo figlio come un otre rischiando di fartelo scoppiare tra le mani. A quel punto pensi: a) di darlo in adozione perché non sei all’altezza b) di non allattarlo mai più per salvarlo da una madre incapace c) di affittare una puericultrice che ti controlli a vista.

I primi mesi vanno via così tra l’ansia di nutrirlo e la disperazione di non vederlo mai perfettamente soddisfatto o mai per un tempo decente: tra fame, poppate e coliche, i giorni passano e tu, non solo non hai tempo di pensare a te e al rimetterti in forma, ma hai sempre la sensazione che il tuo latte sia Tavernello mentre l’erede meriterebbe uno Château Lafite. Con lo svezzamento senti che la svolta è arrivata. Tu non sei più una mucca, e questo e un passo avanti, ma lui è disposto a mutare il suo stato di gongolante vitellino? A rinunciare al pisolino sotto una tetta gigante? Davvero è pronto a scendere a patti con il cucchiaio? I casi a questo punto sono svariati ma tutti finiscono allo stesso modo: continue visite di madri isteriche da pediatri sempre più stanchi e sempre meno disposti alla comprensione.

Il bambino mangia con gusto? Dottore ma non finirà per essere una adulto obeso? Signora se il nonno la smette di passargli sotto banco i fusilli con il ragù possiamo salvarlo.

Il bambino non mangia molto? Dottore ma non mi morirà di fame? Signora quanti vasetti al giorno ha detto che mangia?

Il bambino mangia il giusto? Dottore però è meno alto e grosso di quello del piano di sopra. Signora quello del piano di sopra lo conosco: ha due anni, il suo sei mesi.

Per fortuna, non sappiamo come, i nostri bambini arrivano vispi e sani alla fatidica soglia dei 3 anni e della scuola dell’infanzia che, nella maggior parte dei casi, è quella pubblica, ovvero quella in cui tutto è possibile, soprattutto che - per noi madri italiane - il cibo non sia come deve essere. Allora li lasciamo sulla soglia e già li immaginiamo, poveri Gian Burrasca degli anni 2000 che sognano la pasta al sugo di mammà. E dopo il primo giorno di mensa li attendiamo trepidanti e già armate di panino al prosciutto. E loro ci corrono incontro. Alla domanda:”Allora come è andata?”, rispondono con un enorme sorriso:”Mamma la cuoca è bravissima! Ho mangiato i bastoncini più buoni del mondo, peccato che tu non li sai fare così…”. A quel punto siete molto combattute: picchiate lui o la cuoca?

Ma infondo a questo tipo di umiliazioni siete già abituate. Non è la prima volta. Non sarà l’ultima. Perché prima della cuoca dell’asilo c’è il vostro incubo, il vostro tormento: la nonna. Perché mentre voi vi affannate inutilmente con i vostri libri di cucina, frullatori e planetarie di ultima generazione, prodotti biologici e spezie africane, verdure impiattate in forma di Minny e Topolino e dolci americani, la nonna li conquista con cotolette e patatine fritte rigorosamente tagliate a mano, gnocchi fatti in casa e fagiolini dell’orto ma con mezzo dito d’olio d’oliva e senza risparmio di sale. E non provate a cimentarvi con gli stessi piatti, per carità. Il pargolo con il volto deluso vi seppellirà con una breve dichiarazione: “e però, mamma, sai, la cotoletta della nonna è diversa, è proprio milanese [ndr vostra madre è di Potenza] insomma è molto più buona. Forse è meglio se domani mangio da lei”.

Tanto per cambiare, per consolarvi di questa lotta impari tra voi, il pupo e il cibo, leggete altri 50 chili di libri, trovandone anche qualcuno molto divertente come You Have to Fucking Eat di Adam Mansbach o interessante come Il Tuo Bambino e…il Cibo di T.Berry Brazelton, Joshua D. Sparrow e W la Pappa! Dall’introduzione dei cibi solidi all’alimentazione adulta di Paola Negri.

Nel caso in cui neanche la scienza torni utile, alzate bandiera bianca e i pranzi in famiglia diventano una lunga sequela di menù basilari, ripetitivi e noiosi: prosciutto cotto a fette o a forma di hamburger, bastoncini di pesce, hamburger, pasta con il sugo, pasta con la panna (per i più avventurosi), patatine, carote sporadiche, tre foglie di lattuga, pomodori piccoli e, se sei proprio fortunata, minestrone passato (ma la nonna potrebbe passarlo meglio di te, più liscio, senza che neanche un mezzo fagiolo sia più avvertibile).

E si può andare avanti così per anni, almeno fino a quando l’appetito vorace dell’adolescenza potrebbe farlo diventare più coraggioso o la nonna di qualche amico potrebbe aiutarvi, si fa per dire, facendogli scoprire, che so, la parmigiana di melanzane. Un piatto del quale esistono quelle due/tremila varianti “familiari” per cui potrai provare a cucinarla tutti i giorni per due mesi e non riuscire neanche ad avvicinarti alla sublime parmigiana della nonna dell’amico. Perché mai lo hai mandato a pranzo lì? Ma la mamma del suddetto amico, santa donna, non poteva avvertirti che c’aveva la suocera in casa? Che si tengono nascoste così certe disgrazie?

Poi un giorno lontano vedi all’orizzonte una via di salvezza. L’erede si fidanza e decide di sposarsi. Alé, ce l’hai fatta, lo hai condotto sazio al matrimonio. Ora tocca a lei. Alla moglie. Ora è lei la donna della sua vita. Il che vuol dire che hai ceduto a lei il ruolo di vittima preferita delle sue angherie gastronomiche. La ama, la ama tanto, la ama come ama te e per questo motivo neanche a lei dirà mai che le piacciono le sue cotolette. A lei dirà certamente che sono più buone le tue e, finalmente, ti darà il giusto valore e tutti i tuoi sacrifici saranno serviti a qualcosa.

Ma tu hai cresciuto un pargolo diverso dagli altri. Lo hai voluto indipendente, non attaccato alle tue gonne, non volevi che fosse come i maschi della tua generazione. E lui è diverso. Così alla moglie non dirà mai che le cotolette le fa meglio la mamma. Noooo. Lui non glielo dice. Lui la guarda innocente e soave e le dice: “Amore sono buonissime, giuro, più buone di quelle di mia mamma…però quelle di mia nonna sono tutta un’altra cosa”.

Vota l'articolo:
4.05 su 5.00 basato su 60 voti.  

© Foto Getty Images - Tutti i diritti riservati

  • shares
  • +1
  • Mail

I VIDEO DEL CANALE DONNA DI BLOGO