La canzone del girarrosto, una poesia per la domenica di Giovanni Pascoli

La domenica è, tradizionalmente, il giorno in cui si mangiano le cose migliori. Ecco come vedeva Giovanni Pascoli una domenica festiva

È esperienza comune: la domenica siamo allegri la mattina e un po’ tristi al tramonto. Lo affermava anche Giovanni Pascoli (1855-1912) nella poesia La canzone del girarrosto (dai Canti di Castelvecchio, 1903), definendo la domenica “il dì che a mattina | sorride e sospira al tramonto”.

In questa poesia il Pascoli ci parla di una massaia che torna a casa dalla messa, con il vestito nuovo e profumato e, senza toglierselo di dosso, passa subito a cucinare: può farlo perché ha avuto un valido aiuto nel girarrosto!

E poi arriva mezzogiorno, con la padrona di casa che chiama a raccolta: In tavola! In tavola! E allora la domenica sarà una vera festa. Vogliamo celebrare così l’ultima domenica di questa particolare estate 2014.

La canzone del girarrosto


Pranzo della domenica

Domenica! il dì che a mattina
sorride e sospira al tramonto!…
Che ha quella teglia in cucina?
che brontola brontola brontola…
È fuori un frastuono di giuoco,
per casa è un sentore di spigo…
Che ha quella pentola al fuoco ?
che sfrigola sfrigola sfrigola…
E già la massaia ritorna
da messa;
così come trovasi adorna,
s'appressa:
la brage qua copre, là desta,
passando, frr, come in un volo,
spargendo un odore di festa,
di nuovo, di tela e giaggiolo.

La macchina è in punto; l'agnello
nel lungo schidione è già pronto;
la teglia è sul chiuso fornello,
che brontola brontola brontola…
Ed ecco la macchina parte da sè,
col suo trepido intrigo:
la pentola nera è da parte,
che sfrigola sfrigola sfrigola…
Ed ecco che scende, che sale,
che frulla,
che va con un dondolo eguale
di culla.
La legna scoppietta; ed un fioco
fragore all'orecchio risuona
di qualche invitato, che un poco
s'è fermo su l'uscio, e ragiona.

È l'ora, in cucina, che troppi
due sono, ed un solo non basta:
si cuoce, tra murmuri e scoppi,
la bionda matassa di pasta.
Qua, nella cucina, lo svolo
di piccole grida d'impero;
là, in sala, il ronzare, ormai solo,
d'un ospite molto ciarliero.
Avanti i suoi ciocchi, senz'ira
né pena,
la docile macchina gira
serena,
qual docile servo, una volta
ch'ha inteso, né altro bisogna:
lavora nel mentre che ascolta,
lavora nel mentre che sogna.

Va sempre, s'affretta, ch'è l'ora,
con una vertigine molle:
con qualche suo fremito incuora
la pentola grande che bolle.
È l'ora: s'affretta, né tace,
ché sgrida, rimprovera, accusa,
col suo ticchettìo pertinace,
la teglia che brontola chiusa.
Campana lontana si sente
sonare.
Un'altra con onde più lente,
più chiare,
risponde. Ed il piccolo schiavo
già stanco, girando bel bello,
già mormora, in tavola! in tavola! ,
e dondola il suo campanello.

Via | I poeti e la domenica

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