Un’esistenza, una vita dannata e perduta, vissuta, quella che si prende dal romanzo autobiografico Il bosco della bella addormentata.
L’opera di Patrizia AZ mette a nudo il dolore e le vicissitudini di una donna che nasce donna sin da quando è bambina o che è bambina fino a quando deve diventare sorella e madre di sua figlia, infermiera e padre persino. L’amore incondizionato rivolto e passato alla nonna, il dolore ancora una volta che lede il tessuto d’un rapporto di sangue e di mente accompagnano il romanzo in una zona della letteratura che è quella riservata alle vite fuori gioco, quelle dove chi scrive sente e molto spesso, praticamente in questo caso, si trova nei tasselli di ciò che sta scritto.
E’ l’universo dei drogati del Cantico e dei Dannati della Terra, le riserve spaziose e piccole piccole di donne e uomini che fin dalla tenera età vengono a contatto o scelgono non casualmente d’incontrare i sentieri della droga – droga, e arrivano a perforarsi tutte le vene che hanno in corpo, finendo magari a non averne più disponibili per buchi e buchi a venire. Dunque, in realtà, non siamo davanti “solo” a una vita, ma a tante di quelle vite che fanno la fila presso i SerT e che a volte sono state rinchiuse nelle tristi celle dei collegi per l’infanzia, certe volte abbandonati o cose del genere. La storia di questa Patrizia, in fondo, è esemplare.
L’autrice, che è anche l’io narrante del volume, è costretta a ricordarsi dei suoi genitori grazie a residui di memorie e a pizzichi di fotografie fratturate. Con un fratello che per tanto tempo è quasi un peso. E l’esperienza che cresce nei viaggi, brevi, all’estero. Gli amori e le congiunzioni amorose fanno da filo rosso che riesce a tenere legata una storia detta e rivolta a tale Antonio, nonché a quel fumo di Merit che troviamo alla fine e all’inizio del crudele romanzo. Vero. Crudo, appunto. Un romanzo fatto delle ossa spezzate in incidenti regalati alla fattanza o a botte ricevute da maschi sin troppo gentili e disponibili. Si parte dall’età della prima infanzia, per giungere nel terreno della maturità pienamente acquisita. Al di là di quello che ne vorrà dire l’anagrafe troppo esigente.
La scrittura del testo è emozionata quanto meticolosa, ma non per questo ampollosa. Neppure un tantino barocca, che è poi quel pizzico di tocco mischiato all’ironia che passa fra gli intestini delle pagine. C’è la redenzione, ed è come se non ci fosse. Ci sono vite finite. Ci stano morti attese e lente agonie. Cose che fanno apprezzare un’opera prima in grado di provocare luccicori nelle pupille di chi legge. Perché, va detto, lo vuoi proprio sapere poi che fine fanno e che faranno tutti i protagonisti di ‘ste vicende piene di marcio e passioni.
Il bosco della bella addormentata di Patrizia AZ
ArpaNet (Milano, 2006)
pag. 231, euro 10.00.
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