Libri sul sogno americano. E sulla fine delle sue illusioni

Esiste ancora l'American dream? O non è piuttosto il sogno dorato di un ideale di felicità irrealizzabile ormai, in tempi di “crisi” economica in cui le illusioni della corsa al benessere sembrano ormai svuotate di significato?

Primo interprete dell'American dream in versione politica – d'altronde il concetto si radica nella dichiarazione egualitaria del presidente Thomas Jefferson (“tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità”) – è proprio l'attuale presidente USA.

Obama ha dedicato al più classico sogno americano almeno due libri best seller in tutto il mondo, prima del drastico calo di popolarità che lo ha funestato specialmente in tempi recenti. Ricordiamo a titolo di cronaca il suo I sogni di mio padre (BEAT) epopea della sua storia (esemplare del "sogno", appunto) di ragazzo qualunque asceso alla posizione di potere più invidiata del mondo.

Piuttosto oggi il sentire comune sembra esaltare la “decrescita felice” con un ritorno ai valori essenziali come quelli della tradizione: la terra e la famiglia. Iniziamo dalla fine, quindi, segnalando un contro-sogno americano: il romanzo Si può fare, di Birgit Vanderbeke che suona come una interpretazione antiretorica del famigerato slogan di Barack Obama.

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Storia di un addetto meccanico compagno di una logopedista che da lui impara molto della vita vera: di come si possa campare con due figli e una casa senza neanche un balcone, non tirandosi indietro davanti a nulla: neanche all'impresa di coltivare un pezzo di terra e arredare casa con oggetti rimessi a nuovo direttamente dalla spazzatura (oggi lo chiamano riciclo creativo).

Abbiamo citato una “chicca”, ma impossibile non segnalare almeno un altro nome, anche questa volta una donna, sull'infrangersi del sogno americano: Joyce Carol Oates, ovvero la crisi dei rapporti in Una famiglia americana. E, come accade in Uccellino del paradiso, il degrado morale di cui spesso sono prime vittime le donne.

Il sogno americano è insomma ormai un mito che sembra appartenere al passato. E per chi volesse riviverne l'ideale, l'impresa riesce solo forse cullandosi nei grandi classici come i romanzi di Francis Scott Fitzgerald, allora: da Il grande Gatsby, a Tenera è la notte.

In cui c'è l'autentico American dream come futuro dorato che sembra stagliarsi senza ombre davanti agli occhi di un mondo spensierato a cavallo degli anni '30, lontano da una guerra Mondiale che ormai sembra alle spalle, e inconsapevole di quella, la seconda, che sarebbe presto venuta.

Stessa atmosfera, a mio parere personale, in alcuni dei più bei romanzi di Truman Capote, che pure scrive (negli anni '40) da una prospettiva più intimistica: vedi lo splendido Arpa d'erba, consigliatissimo e difficilmente definibile nell'ambito dei romanzi di formazione o l'impareggiabile ritratto di Marilyn Monroe contenuto in Musica per camaleonti, struggente nella sua disperata malinconia. Pur all'apice dei suoi successi.

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