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un libro al giorno

Genova 2001: Cosa cambia

pubblicato da Roberto in: un libro al giorno narrativa italiana

Cosa cambiaLe giornate del G8 di Genova nel 2001 rappresentano uno spartiacque: c’è un prima, e c’è un dopo. Ma in quanti ricordano davvero tutto quello che è successo? Quanti sono quelli che ancora non sanno? Queste sono alcune delle domande che si fa Teo Lorini nella recensione a Cosa cambia di Roberto Ferrucci (Marsilio) pubblicata sull’ultimo numero di Pulp e ripresa online da InformationGuerrilla.org.

C’è chi vuole dimenticare, c’è chi ha rimosso. Non sta certo tra queste persone l’autore di Cosa cambia, che racconta di un reporter quarantenne che dopo cinque anni torna a Genova, perché è necessario ricordare, indagare, capire. Biografia che si intreccia a indagine giornalistica, racconto di un privato che si squarcia in un pubblico fatto di botte, soprusi, fiamme, lacrimogeni.

In questi anni letteratura e cinema, in vari modi, hanno cercato di rivivere quei giorni, di farli arrivare a più persone. E intanto che si aspetta la commissione parlamentare d’inchiesta, il cammino dei ricordi - parallelo ma in qualche modo divergente da quello della giustizia - si arricchisce di nuove testimonianze. Non a caso Lorini parla di un percorso necessario che porti fuori dalle tenebre della rabbia e della paura per avere “la lucidità di ricordare ciò che è successo”. Perché senza memoria non c’è futuro possibile.

Storia di un maestro di Pietralata

pubblicato da simone in: un libro al giorno narrativa italiana

Ingiustamente poco noto al grande pubblico, Albino Bernardini è un prolifico scrittore sardo che vive da più di quarant’anni a Roma. Il suo testo più importante è “Un anno a Pietralata”, in cui racconta la propria esperienza come insegnante a contatto con la violenta e problematica realtà della scuola della periferia romana. Il libro, pubblicato nel 1968, raccolse un discreto successo, grazie anche al film che ne è stato tratto, “Diario di un maestro”, per la regia di Vittorio De Seta.

In un ambiente esattamente opposto al mondo incensato del “Cuore” di De Amicis, il professore prova a confrontarsi con i propri studenti, instaurando una forma di dialogo che i suoi colleghi negano a priori, ma che alla lunga si mostrerà una carta vincente nel suo rapporto con gli alunni.

E’ un libro forte, caratterizzato dai dialoghi in dialetto romano, che riesce a non porsi come un trattato pedagogico, ma come la narrazione di una concreta esperienza di vita, in cui, come nelle opere di Pasolini, i personaggi della periferia romana sono i veri protagonisti, con le loro inevitabili caratteristiche di violenza e di disagio sociale, ma anche con la loro fierezza e il loro orgoglio.

Albino Bernardini ha poi scritto numerosi libri per ragazzi, compreso “Disavventure di un povero soldato”, in cui prova a spiegare agli adolescenti la stupidità di ogni forma di guerra. Qualsiasi informazione su di lui è reperibile sul sito www.albinobernardini.it, mentre qui leggete un pezzo sull’Unione Sarda per il conferimento allo scrittore della Laurea honoris causa.

Emanuele Bevilacqua, Estate di Yul

pubblicato da rossano astremo in: scrittori libri recensioni un libro al giorno narrativa italiana

Non è di certo casuale che uno dei tre protagonisti dell’ Estate di Yul, romanzo d’esordio di Emanuele Bevilacqua, si chiami Leo, come il protagonista de “I sotterranei” e un altro Sal, come il celebre Sal Paradise, personaggio del mitico “Sulla strada” di Jack Kerouac. Anche in questo caso ci troviamo, infatti, “sulla strada”: una macchina a noleggio, pochi soldi in tasca e una manciata di ore per attraversare l`America dalla California fino a New York. Ma prima di giungere a questa attraversata finale del continente americano, nella storia dei tre amici Leo, Sal e Walter, emergono altre costanti della letteratura beat: vita sregolata, sesso facile con donne stupende, alcool e droghe di ogni tipo.
La storia è ambientata nel 1975, un periodo nel quale la controcultura americana è in un momento di radicale trasformazione. Lo stesso movimento dei figli dei fiori è in profonda crisi, poiché l’idea di una mondo migliore, dominato da pace, non violenza e amore, è stata soppiantata da una visione della vita scandita dall’incubo della guerra del Vietnam e del potere distruttivo delle droghe, che ha falcidiato un’intera generazione. Invece del be bop di Charlie Parker, che tanto ha influenzato la scrittura sperimentale di Jack Kerouac, assistiamo, nel romanzo, ad un concerto a San Francisco dei Jefferson Airplane e Grateful Dead. “E addio a quel tornare a casa scivolando fra le corsie come in un sogno di culla, in sorpasso, freccia e via, a destra come a sinistra, via, scorrendo nel fiume di panzoni, delinquenti, miliardari, attori falliti, avvocati, meccanici, stelline, via con l’auto di Agnese o con la Mustang di Sal, in perfetta sintonia con il nulla, con questo scorrere verso nessun luogo, tutti insieme, ma noi più veloci”.Una storia che è un omaggio alla beat generation (Bevilacqua è uno dei principali studiosi in Italia, assieme a Fernanda Pivano e Matteo Guarnaccia del movimento beat), ma anche una rielaborazione del mito americano, un aggiornamento di quel sentimento irrequieto e furibondo che negli anni Cinquanta e Sessanta percorse gli Stati Uniti come una scossa di adrenalina prima di sbarcare in Europa, come surrogato estetico, così come i tre protagonisti del romanzo sbarcano nel vecchio continente alla fine della loro breve epopea.

Alessandra Nicita, Sono stata molto delusa dai mirtilli

pubblicato da rossano astremo in: scrittori libri poesia recensioni un libro al giorno narrativa italiana

“Sono stata molto delusa dai mirtilli”, questo è il titolo bizzarro scelto dalla salentina Alessandra Nicita per il suo libro d’esordio, una raccolta di versi da poco pubblicata dalla Besa. La prefazione del testo è firmata da Mauro Marino che, tra le altre cose, scrive: “La poesia abita nel disincanto, questa oggi la dimora scelta: sbigottimento e stupore, continuo domandarsi, in un non sapere che reclama innocenza. Da qui l’ascolto del poeta, tutto d’occhi, che sbircia e sa farlo sino al fondo, al raschio dell’animo, per trovare parole all’inspiegato, a ciò che non trova quiete e disarma. Procurarsi la ferita è nell’ogni giorno, oscilla tra intimo e sociale, tra mancanze amorose e il limite civico del mondo che non sa l’uscita, la via di fuga, l’oltre da tentare”.
Nella lettura dei testi della Nicita ciò che emerge è la centralità della tematica amorosa , il suo è un poetare che abbandona l’armamentario svecchiante di certa produzione in versi molto attenta all’aspetto formale, prediligendo uno svolgersi colloquiale della stessa, una semplicità del dire, un rifiuto di arrovellamenti lessicali, una predilezione per una parola che non lascia adito a travisamenti semantici: “L’amore mio /è una scheggia impazzita /mentre mi penetra /il cuore e mi graffia la carne./L’amore mio /è labile fretta omicida /quando apre gli occhi /e mi sveglia,/quando il confine /tra dolore e pace /si perde /nella maestosità /dell’attimo che sfugge /e poi muore”.O ancora: “Scolpirò il tuo volto /nell’incavo delle dita /affinché nessuno possa vederlo;/ogni amore che avrò dovrà assomigliarti, /perché io possa continuare ad amare,/sempre”.
Un canzoniere amoroso tenero, disincantato, docile, ironico, a tratti dolente, con i difetti propri di un esordio, alcuni versi che riecheggiano il già sentito, ma con soluzioni originali, prive di orpelli retorici che ne obnubilano il senso, nella ricerca di una forma sempre schietta, diretta, comunicativa. È l’io lirico a dominare i versi della Nicita, corpo poetico rivolto verso l’interno, anima di donna alla ricerca dei frammenti di vita perduti negli anni.

L'arte di leggere - Aforismi sulla lettura

pubblicato da rossano astremo in: scrittori libri recensioni un libro al giorno

Un libro curioso, carino, per gli amanti della lettura, questo L’arte di leggere - Aforismi sulla lettura, edito da Einaudi, curato da Paolo Mauri, con prefazione di Giuliano Soria, nato con l’intento di festeggiare i primi 25 anni di impegno del Premio Grinzane Cavour nella diffusione e promozione della lettura e del libro nel mondo dei giovani. Il libro è diviso in cinque sezioni, cinque scansioni temporali che contengono alcuni punti di vista sulla lettura pronunciati nel corso dei secoli, da Sant’Agostino a Montaigne, da Darwin a Dickens, sino ad arrivare a Barthes, Eco e Malerba. Un’operazione non esaustiva, ma ben fatta. Riporto qui uno degli aforismi che più ho condiviso, rinviandovi alla lettura completa del testo:

Nei libri ho incontrato l’universo: assimilato, classificato, etichettato, pensato, temibile anche; e ho confuso il disordine delle mie esperienze libresche con il corso casuale degli avvenimenti reali.
Jean-Paul Sartre, Le parole

Elena Stancanelli, A immaginare una vita ce ne vuole un'altra

pubblicato da rossano astremo in: scrittori libri recensioni un libro al giorno narrativa italiana

È un libro davvero delizioso questo “A immaginare una vita ce ne vuole un’altra” di Elena Stancanelli, edito di recente dalla minimum fax. Potremmo considerare questo libro una sorta di dilatazione del lavoro svolto dalla Stancanelli per “Repubblica-Cronaca di Roma” e “Accattone”, un incrocio perfettamente riuscito di cronaca e narrazione. Riferendosi alle riunioni redazionali di “Accattone”, alle quali prendevano parte scrittori come Nicola Lagioia, Christian Raimo, Emanuele Trevi e Carola Susani, la Stancanelli scrive: “Cercavamo accanitamente un modo di raccontare la cronaca che non fosse il giornalismo”. E il libro in questione è la summa di questo accanimento fattosi scrittura. Non più considerare la scrittura come un “dimettersi dalla vita”, svolgimento solipsistico da compiere nella propria stanza, ma come pratica attiva che si snoda e concretizza tra le vie cittadine, nell’incontro e nell’ascolto continuo di luoghi e persone: “Andare in giro per Roma mi piacque moltissimo. E ancora di più parlare con le persone. Loro raccontavano e io scrivevo. La mia scrittura, in questa nuova incarnazione, si ammorbidiva, ritrovava l’umiltà delle origini. Forse pubblicare mi aveva reso arrogante, forse era per questo che la storia della stanza non funzionava, pensavo”. Protagonista assoluta di questo viaggio in vespetta da cronista atipica è una Roma multiforme, onnivora, complessa, indecifrabile, affascinante, morbosa.
La Stancanelli ci guida nella Roma dei non-luoghi, spazi che, secondo la definizione cara a Marc Augé, “non hanno nè passato, né presente, né nostalgia né speranza”, tra cui non poteva mancare l’Ikea: “I non luoghi ci piacciono perché si ha la sensazione che la vita, lì dentro, sia ferma. Il tempo immobile, i giorni identici. Dai non-luoghi la morte è stata espulsa, insieme a qualsiasi accadimento “verticale”. Niente catene di eventi, ma singoli episodi”. Effettuando un’operazione trash rispetto al pensiero di Augé, la Stancanelli individua anche alcuni ipo-luoghi (“dove la città si posa”), tra cui il Verano e il quartiere nel quale dimorano tutti i calciatori della Roma, con villette e piscine annesse, e gli iper-luoghi, spazi resi indecifrabili “dall’accumulo di segni, che crea un palinsesto mostruoso”. E poi c’è la Roma degli stranieri, dai casi limite di povertà al mistero cinese, sino ad arrivare all’esperienza straordinaria di integrazione e multiculturalismo della Piccola Orchestra di Piazza Vittorio.
A conclusione di questo suo viaggio, la Stancanelli dedica alcune pagine al sesso, con due sue incursioni, una in un sexy shop (“Viva la pornografia, diceva Carmelo Bene, perché non appartiene all’io. Perché è il finale osservarsi da oggetto e oggetto) e l’altra tra le vie notturne alla ricerca dei trans da osservare: “I trans, come l’androide, sono zone di decompressione della battaglia tra maschile e femminile, sono l’androgino platonico ricomposto, dentro il quale riposare per poche decine di euro”. Si ha come l’impressione, a libro terminato, che la differenza tra la cronaca che leggiamo sui giornali e il libro della Stancanelli sia la stessa che intercorre tra una finestra e uno specchio. La Stancanelli non solo osserva, ma il riflesso di ciò che osserva trapassa il suo sguardo, rendendola una donna ed una scrittrice diversa.

Il libro ufficiale del Live Earth

pubblicato da rossano astremo in: news libri un libro al giorno

Mentre vi scrivo il Live Earth è in pieno svolgimento. A Londra in questo momento suonano i Genesis. Il numero di artisti è davvero spropositato. Per ogni curiosità visitate il sito ufficiale dell’evento. Noi di booksblog segnaliamo libro ufficiale dell’iniziativa Live Earth, “The Live Earth Global Warming Survival Handbook. 77 Essential Skills To Stop Climate Change” , scritto da David de Rothschild. Il libro in questione presenta 77 suggerimenti essenziali per frenare il cambiamento del clima e trovare il giusto equilibrio con l’ambiente nei comportamenti di tutti i giorni.
La struttura del libro riecheggia le classiche e divertenti guide di sopravvivenza illustrate, con all’interno informazioni, idee, consigli pratici, tutti tendenti a ridurre le emissioni nocive e a mostrare come si può vivere in armonia con l’ambiente.
Ogni consiglio è presentato con illustrazioni a colori divertenti, una breve introduzione, le opportune istruzioni, la spiegazione dell’idea, ulteriori dritte e informazioni ambientali.

Elio Coriano, H - Letture pubbliche

pubblicato da rossano astremo in: scrittori libri poesia un libro al giorno

L’haiku è stato inventato e si è sviluppato per centinaia di anni in Giappone così da essere una poesia completa in diciassette sillabe e da racchiudere un’intera visione della vita in tre versi. L’haiku occidentale non ha da badare alle diciassette sillabe poiché le lingue occidentali non possono adattarsi alla scansione sillabica giapponese.
Tra i grandi poeti contemporanei che hanno composto haiku c’è Jack Kerouac, il padre della Beat Generation, il quale ha scritto in proposito: “Un haiku deve essere molto semplice e libero da tutti i trucchi poetici e creare una piccola immagine e tuttavia essere aereo e aggraziato come una Pastorella di Vivaldi”.
Necessaria questa premessa per addentrarsi nel mondo poetico di Elio Coriano.
All’origine della scrittura del poeta di Martignano c’erano normali poesie. Successiva è stata la volontà di sperimentare la forma degli haiku giapponesi.
In seguito, con naturalezza, la forma dell’haiku è divenuta stretta, Coriano ha cominciato a creare versi liberi: una sorta di forma esplosa dell’haiku che conservava di quest’ultimo la H del titolo. La numerazione si è resa necessaria per imporre una regola, l’unica possibile sulla produzione quotidiana e magmatica di testi.
Oggi Coriano ha composto quasi cinquantamila poesia. Un numero sterminato, gran parte del quale inedito.
“Letture pubbliche” è un altro piccolo tassello che raccoglie testi scritti tra il 1996 e il 2001. In questo corpus lirico emergono le costanti della poesia di Coriano: eliminazione della punteggiatura, della rima, di ogni forma di possibile classicismo. I suoi versi sono liberi da tutto questo. In essi entra la natura con il suo fiato e respiro. Esiste un ritmo inconscio, il ritmo del battito cardiaco, il ritmo che regola la circolazione sanguigna. Questo è il ritmo dei suoi versi.
Un ritmo che poco ha da spartire con l’idea profilata da Kerouac di un haiku in grado di produrre un’immagine aerea che ricordi una Pastorella del Vivaldi.
Qui non c’è spazio per Vivaldi.
Coriano ricorda, più che Kerouac, il Ginsberg che legge ad alta voce i suoi versi-mantra.
Il superamento della forma chiusa dell’haiku nasce da questa sua incapacità di galleggiare nelle costrizioni.
Coriano è un poeta che nutre sospetto verso la mercificazione della letteratura imposta dalle logiche editoriali. Alla pubblicazione di un testo preferisce la lettura pubblica dei suo versi. Le sue performance, nei reading diffusi che hanno animato il Salento in questi ultimi anni, sono impronte graffianti che hanno lasciato un segno.
Ritornano nelle sue liriche alcune immagini-simbolo ossessive: carne, sangue, corpo, deserto, parole, silenzio, guerra, dolore.
Attorno a questi refrain si costruiscono i tasselli della sua denuncia stridente, del suo j’accuse disperato.
“Sul bancone del macellaio succulenti pezzi di carne / solo la carne / il sangue e l’orrore spariti / sul bancone degli occidenti lacerti gustosi / il sangue e l’orrore spariti”. O ancora: “Proiettile vero proiettile di gomma / armi da guerra armi da difesa / fatemi capire la differenza / bombe stupide bombe intelligenti / fatemele sganciare che ho l’arrosto sul fuoco”.
Ha scritto Antonio Errico: “Vorrebbe trasformare il mondo con le parole, Elio Coriano. Come ogni poeta che si acceca per rimanere nel sogno di poter riuscire a trasformare il mondo. Ma possono trasformare il mondo le preghiere? Possono trasformarlo le bestemmie? Può trasformare il mondo una poesia, e qualsiasi cosa fatta dal vapore di parole che abbiano natura diversa da quella dell’imperativo di un potente che comanda avanzate o ritirate? È mai accaduto? Potrà accadere mai?”.
Ciò che in questa sede importa è non tanto dare risposta ai legittimi interrogativi di Errico, ma considerare il titanico tentativo del poeta di tendere verso la risoluzione di tali questioni, di gettare luce sugli enigmi che il mondo pone tramite la parola poetica. Può trasformare il mondo una poesia? Forse no, ma il poeta deve crederci. Ne va di mezzo l’autenticità della sua scrittura. E Coriano è un poeta autentico, un poeta d’azione, non uno di quei poeti dell’ultima ora che intessono diligentemente versi, li racchiudono in una plaquette con prefazione dalla firma altisonante e impettiti si credono arrivati.
Coriano è il poeta dell’Aut Aut, è il poeta senza maestri, è il poeta della scrittura intesa come terremoto viscerale, è il poeta che odia le accademie e urla ad un pubblico stordito i mali della nostra terra.
“Non c’è più tempo / non c’è tempo / ora è tempo masticatore / mentre il futuro affila le cesoie”.

questo mio testo è la prefazione al nuovo libro di Elio Coriano, H - Letture pubbliche, appena edito da Icaro

Simone Sarasso, Confine di Stato: intervista

pubblicato da rossano astremo in: scrittori libri un libro al giorno narrativa italiana

di Flavia Piccinni

“Attenzione. Siamo di fronte ad un libro importante e a un esordio strepitoso. Non perdetevi questo romanzo”. Sono le parole di Valerio Evangelisti, che non si è mai sbilanciato tanto per un autore, a incorniciare lo splendido romanzo di Simone Sarasso, classe 1978, maestro di sostegno in un asilo.
Potrebbe apparire scontato - e condizionato - avvallare la quarta di copertina d’Evangelisti ma non si può fare altro. Il libro di Sarasso è un esordio sconvolgente, che fa provare inadeguatezza e lascia totalmente sbigottiti. È un romanzo urgente, rivoluzionario, pignolo. Un romanzo che è specchio ricercato di un’Italia, quella dal 1954 al 1972, e di quegli eventi mai chiariti che sono Piazza Fontana, il delitto Mattei e la fine di Feltrinelli. Sarasso racconta gli eventi tramite un dossier che mette in mano al lettore e che il lettore mangia, mastica, sputa. E gli eventi sono lame nelle gengive che si conficcano. Sono guerre fredde rivolte verso il pericolo della sovversione rossa in Italia, campi di addestramento, bordelli di lusso. La necessità didascalica, che fortunatamente Sarasso elimina, è solo intuizione del lettore che si tramuta ora in sospetto, ora in ansia, ora in orrore. Le descrizioni, pure violenze psicologiche e sessuali, sono ritratti feroci della realtà e di chi, troppo vicino al potere, si appresta a superare il confine di stato. E Sarasso, con questo esordio che non ha pari, merita piena fiducia per le due future opere che completeranno la trilogia di questa storia d’Italia noir.
Sono tanti i dettagli, politici e non, gli sfondi psico-sociologici e i personaggi enigmatici e pieni di fascino, particolarmente differenti fra loro. Come ha fatto a ricostruire ambienti così diversi? Quanto è stato complesso documentarsi?
Nelle varie riletture del romanzo (bozze, correzioni, miglioramenti per la nuova edizione) mi sono reso conto di quanto il lavoro documentario sia la vera spina dorsale del romanzo. Ti ringrazio per le belle parole riguardo ai personaggi, ma ti giuro che ho fatto poco o nulla per caratterizzarli. È la Storia (manipolata, storiograficamente maltratta, a volte) che parla attraverso di loro rendendoli tridimensionali. La documentazione è stata una parte affascinante del lavoro, anche se faticosa. È durata circa un anno, in cui ho ammonticchiato informazioni e dati sufficienti a scrivere tre libri. Sono passato dalla rete alle biblioteche e alla rete sono ritornato. Posso affermare senza timore alcuno che la mia acribia storica deve tutto a internet. Dieci anni fa non avrei potuto scrivere lo stesso libro.
Tra il 1954 e il 1972 in Italia c’è stata la guerra. Una guerra non convenzionale tra lo Stato e una rete, complessa e articolata, di corruzione e affarismo che per un tratto della storia del Novecento ha tenuto salde le redini del nostro Paese. Perché ha voluto raccontare quest’Italia?
Perché a pensar male si fa sempre bene. Io ho ipotizzato uno scenario assurdo, con una parte di Stato che complotta contro l’altra, che la spia e la ricatta, che è disposta a sopraffarla militarmente. E magari non ho poi sbagliato di molto. Quello che mi interessava era sopire una antica rabbia politica. Dopo trentasei anni di processi, nessuno è colpevole per la strage fascista di Piazza Fontana. Anzi, i parenti delle vittime hanno dovuto persino pagarsi le spese processuali. Allo stesso modo nessuno è colpevole per la morte di Enrico Mattei o per quella di Wilma Montesi.
Mentre studiavo le carte, più e più volte ho avvertito un’acuta sensazione di dolore e impotenza. Nei tre episodi di cui parlo nel libro, persone come me, come voi, hanno perso un padre, una madre, una figlia o un fratello. E dopo quasi quarant’anni non sanno ancora perché. È il genere di cose che fa male. E che fa incazzare di brutto. Ecco perché ho creato Sterling e i suoi. Per avere finalmente qualcuno con cui prendermela. E devo dire che un po’ l’incazzatura se n’è andata.

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Claudio Menni, Gardo Mongardo

pubblicato da rossano astremo in: news scrittori libri recensioni un libro al giorno narrativa italiana

Il suo nome è Vinicio Mongardo, ma tutti lo chiamano Gardo Mongardo. Il suo nome dà il titolo al romanzo d’esordio di Claudio Menni, appena pubblicato da Manni nella nuova collana Punto G, interamente dedicata alle scritture contemporanee. “Gardo Mongardo” può essere definito un romanzo picaresco, nel quale, come vuole la definizione comune, il protagonista, in genere di bassa estrazione sociale, racconta in prima persona le proprie avventure, un susseguirsi di azioni, alcune riprovevoli, altre meno, che non contaminano la bontà del personaggio. Mongardo è un picaro contemporaneo, quindi, un ragazzo di provincia, le cui giornate, almeno all’inizio della storia, trascorrono tranquillamente, tra lavoro, birre con gli amici e abbordaggi continui a ragazze della più variegata specie. Sarà proprio l’amore nei confronti di una ragazza e la conseguente gelosia di Mongardo, dovuta all’atteggiamento ambiguo della stessa, a far precipitare la situazione. Mongardo si mette nei guai. Devo un sacco dei soldi a dei balordi. L’unica alternativa è lasciare Bologna, la sua città, e partire col primo aereo: destinazione Parigi. Qui comincia il vagabondaggio del nostro protagonista, scandito da cambiamenti spaziali siderali, dalla continua ricerca di alcol e sesso, piccole ancore di salvezza di una vita che lentamente sembra sfuggirgli di mano: “Il mondo rotola, il tempo è l’imbuto che ci inghiotte, e l’oblio è l’eco della perduta fermezza”.
Da Parigi fugge in Brasile,e più precisamente a Rio de Janeiro, dove si accompagna ad una combriccola sfasata di italiani in cerca di donne aitanti, poi è la volta di Bahia, dove la vita costa meno, visto il lento diminuire del credito in suo possesso, poi il ritorno, in uno stato pietoso in Europa, nuovamente a Parigi: “Mi sono diretto deciso all’Air France. Ho mostrato il mio biglietto e ho detto: ‘Devo tornare a casa adesso oppure muoio’”. Da Parigi a Cannes, grazie all’invito di una sua vecchia fiamma, Susanne, nella settimana del Festival del Cinema. Mongardo trova lavoro presso un ricco produttore cinematografico, dove partecipa a party in compagnia di Uma Thurman, Nick Nolte ed un numero di star davvero spropositato. Le pagine più brillanti del libro sono quelle in cui Mongardo scorazza con Nolte per la città alla ricerca di rum e donne con cui intrattenersi.
Gli incontri, però, non finiscono qui. Mongardo conosce Theo, un commerciante di quadri e gioielli di origine greca. Insieme si recano a Barcellona, poi New York, poi accade l’imprevisto e Mongardo resta solo, è costretto nuovamente a fuggire, in compagnia di un grosso diamante che conserva nel più sacro dei buchi, destinazione Città del Messico, dove viene a sapere della morte della madre, per poi giungere a L’Avana. Meno di duecento pagine ricche di colpi di scena, di spostamenti nello spazio, nei quali Mongardo viene travolto dagli eventi, frequenta la gente più disparata, dalle prostitute ai divi di Hollywood, dai poveri disperati delle periferie cubane ai ricchi faccendieri europei.
A questa tribolazione di contenuti corrisponde una parallela effervescenza linguistica. Non c’è spazio in questo libro per artifici letterari, espressionismi ricercati o quant’altro. A tessere il mondo di Mongardo è una lingua viva, calda e necessaria, senza fronzoli, priva di orpelli, che olezza di vita vissuta. Alla fine del viaggio, come è giusto che sia, ci troviamo dinanzi ad un Mongardo diverso, cambiato, perché no, cresciuto. “Sono orfano e uomo”, scrive Mongardo a conclusione delle sue peripezie. Sintesi perfetta dell’avvenuto mutamento.