Gary Shteyngart è uno scrittore nato a Leningrado nel 1972 da genitori russi ebrei e trasferitosi da bambino in America. Ha esordito nel 2003 con il romanzo Il manuale del debuttante russo. Il suo romanzo Absurdistan, edito in Italia da Guanda, è stato incluso nella lista dei dieci migliori libri del 2006 dal New York Times.
Quest’ultimo testo è un’opera satirica sull’ex Unione Sovietica, ma in generale sulla cultura moderna (mondiale) di seguire le sciagure di un popolo con criteri mediatici ed economici ben precisi, e non certo per puro spirito d’informazione; l’autore non risparmia frecciate alla società e al mondo politico russo, americano e internazionale in generale.
La trama vede il grassissimo protagonista, Misha, rapper dilettante, figlio del milleduecentotrentottesimo uomo più ricco di Russia, cercare di raggiungere a New York la propria amata Rouenna. Privato del passaporto per i loschi giri del padre, parte per l’Absurdsvani (immediatamente e appropriatamente ribattezzato Absurdistan), una repubblica sovietica in cui c’è una guerra civile fra due etnie, che lo coinvolgono, suo malgrado, nello scontro civile.
La prima volta che ho letto un libro di Arundhati Roy è stato quasi dieci anni fa quando ho avuto la fortuna di godermi Il dio delle piccole cose, un romanzo ben scritto e toccante, con una forza narrativa che lo rende indimenticabile per qualsiasi lettore.
Negli anni seguenti ho potuto leggere i saggi di Arundhati Roy, che nel frattempo (ahimè - non perché non sia brava a fare anche questo, ma perché un nuovo romanzo mi sarebbe stato particolarmente gradito) si era dedicata prevalentemente all’impegno politico più che alla produzione narrativa: Guida all’impero per gente comune, Guerra è pace, La fine delle illusioni e altri titoli di stampo saggistico rappresentano le sue opere più importanti dopo l’uscita del suo primo e unico romanzo.
Leggendo le opere saggistico-politiche della Roy mi sono trovato a pensare che persone come lei dovrebbero fare politica, non ai margini e sempre ai confini della legalità (ha anche passato un giorno in prigione per aver accusato la Corte Suprema di Delhi di provare a mettere a tacere le proteste sulla diga del Narmada), ma con un ruolo centrale, vista l’estrema lucidità, chiarezza d’intenti, coerenza e soprattutto nonviolenza con cui affronta le questioni più disparate della vita politica indiana e globale.
Combattuto fra il rammarico di non poter ancora (e forse mai) leggere un suo nuovo romanzo e la gioia di vederla ancora impegnata in campo politico in difesa dei diritti umani, segnalo l’uscita de La strana storia dell’assalto al Parlamento indiano, edito da Guanda, in cui l’autrice racconta dell’attacco fulmineo di un gruppo di uomini armati alla sede del Parlamento del suo Stato nel 2001, denunciando l’inadempienza delle forze di polizia e la successiva corruzione delle prove su questo evento. Lo spunto di questo fatto di cronaca permette poi all’autrice di toccare i temi più disparati sulla vita politica del mondo moderno: economia globalizzata, guerre volute dai poteri forti, comunicazione dei media, estrema miseria del suo e di altri popoli.
A questo link la scheda del libro sul sito della casa editrice Guanda, dove potete trovare anche un estratto del testo e le schede di diverse altre opere della stessa autrice.
Italian Babilonia è un testo a metà tra il saggio sociologico e la cronaca nera, che si vanno a mischiare con una sana quantità di gossip e di critica impietosa alla società dei media moderni.
Antonello Sarno, autore di questo volume edito da Mondadori nella collana Colorado Noir, è un giornalista e documentarista, che ha deciso di occuparsi di quei VIP che, per un fatto di cronaca, vengono gettati in pasto al pubblico e divorati per delle colpe che spesso non vengono nemmeno dimostrate. In questo libro l’autore si avvale dell’aiuto dei personaggi stessi o di figure a loro vicine per ricostruire il fatto di cronaca e il vissuto personale dei VIP coinvolti in scandali, arresti, denunce, querele e altri eventi che hanno irrimediabilmente condizionato le loro carriere e le loro vite.
Tra i casi presentati ci sono quelli di Chiari e Luttazzi, la Antonelli (11 giorni per incarcerarla, 11 anni per scagionarla, questo il commento dell’autore del libro alla vicenda), Gigi Sabani (cui è dedicato il libro), Sofia Loren (finita in prigione per evasione fiscale), Nadia Rinaldi, Riccardo Schicchi. Tutte figure le cui vicende sono state aggravate dal semplice fatto di essere dei personaggi in vista, che facevano facilmente vendere un giornale con un titolo su di loro quando venivano arrestati o erano coinvolti in un qualsiasi scandalo, ma che non hanno trovato lo stesso spazio sui media quando invece si trattava di doverli scagionare agli occhi della gente.
Il libro (acquistabile qui su BOL) non è una difesa a spada tratta del mondo dei VIP, ma intende sottolineare l’ingiustizia del fatto che dei comportamenti (più o meno al confine della legalità) vengono quasi tollerati se tenuti da gente comune, e invece considerati inaccettabili se tenuti da personaggi del mondo dello spettacolo. Più in alto il pubblico ha innalzato la stella di turno, più in basso vorrà vederla sprofondare per i suoi errori.
Tim Burton è il regista di numerosi film di successo, come Ed Wood, Batman, Edward Mani di forbice, The Nightmare Before Christmas, Mars Attacks! e Charlie e la fabbrica di cioccolato ma ha scritto anche un libro di poesie del 1997, edito in Italia da Einaudi col titolo Morte malinconica del bambino ostrica e altre storie.
Nelle poesie, filastrocche e storie quasi per bambini (per la struttura, ma non per l’aria di orrore che spesso le pervade) si possono ritrovare le marche tipiche delle opere cinematografiche di Burton, cioè un senso costante di malinconia, comicità, ironia, con personaggi spesso afflitti da solitudine, senso di profonda sconfitta personale, inappagamento. Il tutto è inoltre condito da una vicinanza al mondo dei bambini (e degli adulti rimasti un po’ bambini) che hanno paura che le loro fantasie possano essere guastate dal crudo realismo del mondo dei grandi.
I personaggi dipinti da Tim Burton (con le parole e anche con le illustrazioni, che spesso ricordano le figure grottesche di Nightmare Before Christmas) sono struggenti, inseriti in un mondo fiabesco in cui il lieto fine non è di casa, circondati da irreali incantesimi che li lanciano per un istante in un mondo sognante per poi farli ricadere di peso nella depressione del mondo reale.
Continua a leggere: Tim Burton: Morte malinconica del bambino ostrica
La tecnologia di oggi ci aiuta a risolvere i dubbi di ogni giorno con estrema rapidità e facilità: una veloce ricerca su Google o un qualsiasi altro motore online ci toglie d’impaccio nella maggior parte delle circostanze. Nonostante ciò nella testa di molti di noi (o di tutti?) permangono alcune conoscenze errate, che sono ritenute sacre e che devono essere invece riviste.
Il libro dell’ignoranza parla proprio di queste credenze infondate, di queste certezze che, una volta inculcate nella testa della maggior parte delle persone, non vengono mai messe in discussione, e per questo assurgono a un livello di dignità globale tale da essere razionalmente prese per vere. Qual è la materia più diffusa al mondo? Cosa fanno i camaleonti? Chi era il primo Presidente degli Stati Uniti? Di che colore è l’universo? Quale gesto usavano gli imperatori romani per decretare la morte di un gladiatore?
A queste e altre domande danno una risposta i due autori, John Lloyd e John Mitchinson, tra l’altro conduttori di un programma divulgativo della BBC, QI - Quite Interesting (qui il sito della trasmissione, con i libri degli autori e il dvd della serie televisiva). Alla fine il libro risulta come un divertente elenco di panzane a cui siamo quotidianamente abituati che ci faranno sorridere, anche per la soddisfazione di sapere finalmente “la verità”, ma che ci faranno anche riflettere su quante informazioni ingoiamo e digeriamo troppo spesso senza alcun filtro.
L’edizione italiana ora disponibile in libreria è pubblicata da Einaudi (qui la scheda su BOL per acquistare il volume online).
Giuseppe Pontiggia è uno scrittore nato a Como nel 1934 e morto a Milano nel 2003, dopo una lunga carriera di autore di romanzi, racconti e saggi, a partire dalla sua opera prima del 1959, La morte in banca, fino al più celebre Nati due volte, premiato col Campiello nel 2000.
Il giocatore invisibile è un romanzo pubblicato nel 1978 da questo autore, dopo una lunga lavorazione che procedeva dal 1971. Il protagonista del libro è un professore che viene attaccato attraverso una lettera anonima su una rivista di filologia classica. L’attacco è sarcastico e pungente, e lo riprende per un’errata interpretazione di un’etimologia, che, non a caso, è quella della parola ipocrita. Dietro a questo attacco si nasconde però un mondo di gelosie, invidie, falsità, rivalità, vendette personali, che emergono piano piano a seguito delle ricerche sempre più ostinate e maniacali del professore, che arriva persino a entrare nottetempo nella sede della rivista su cui era stata pubblicata la lettera per indagare sull’autore misterioso, ma finisce solo con l’essere scambiato per un ladro.
L’anonimato della lettera, vera causa della rabbia del professore, forse più ancora dell’attacco in sé, fa emergere la debolezza del sistema mentale del tipico accademico, basato sulla cultura come proprio baluardo, che però si mostra come un debole e fragile schermo di fronte al mondo reale. Proprio per questa sua forma mentis il professore non riesce a cogliere la soluzione più palese al suo dilemma, che non riesce a notare semplicemente perché non la vuole vedere. Così il professore cade vittima della propria stessa estrema razionalità e del proprio ordine mentale, che si mostrano nulli di fronte alla potenza della parola e della verità.
Qui si può trovare la scheda del libro su BOL, con una breve presentazione e la possibilità di acquistarlo nella versione riedita nel 2007 da Mondadori.
di Nunzio Festa
La poetica di Ivan Fedeli, con “Inventario della specie opaca”, con quest’inventario di versi fatti in delusioni e disincanti, voci e soggetti d’una storia personale che è persino collettiva – oltre che di comunità – raggiunge a questo punto quel traguardo (o quel cominciare) che tante e tanti attendevano dal poeta lombardo. Le terzine e i poemi (intermezzi) contenuti in quest’ultima opera, corposa addirittura, sanno di quel tratto di universalità che in passato si sentiva ma non si leggeva nelle creazioni di Fedeli.
Per esempio, tanto per citare, “Esercizi per la felicità” e/o “Canzoniere imperfetto”, dove arriva la quotidianità mischiata ai battiti dell’invenzione, ovvero il tema centrale di Ivan Fedeli, la poesia che sa di poesia sostenuta da ritmi e melodie; infine, da rime, e da rimandi a riferimenti letterari tutti presenti e presenti per tutto. Oggi si torna ad apprezzare, in Fedeli, la capacità di stupire e tenere in piedi con il contributo dell’assonanza e della consonanza, oltre che nuovamente della capacità di trovare quella rima tanto scoppiettante e dolce. E poi l’endecasillabo, ma pure “per dissimularlo frantumandolo”.
L’inventario di vite versificate adesso donato al mondo da I. Fedeli è strutturato in sezioni. Dove il correre, la lettura che non può essere interrotta, si pianta al centro di quelle persone contenute nelle poesie. In versi che tengono voci. Che sono vociare, di vite. Dunque, è da aggiungere, questa è proprio la novità più importante: il dialogo. Nel senso classico, leggero, per giunta moderno del termine.
Nelle poesie l’autore sceglie di ‘immettere’ direttamente virgolette che contengono e propongono sguardi e pensieri di parte dell’umanità incontrata da egli stesso. Ritorna, certamente, l’immagine di quel quotidiano tanto sentito e cantato dal poeta; ma con l’aggiornata sensazione di dover tirare in ballo – in maniera diretta – le donne e gli uomini esemplari (per l’autore ma, forse, non solamente per lui). Nei versi arrivano gesti politici e significati ricordati con nostalgia e distacco, con affetto. Tutti nutriti dalla condizione essenziale d’essere materia fondante la poetica stessa di Fedeli. In un intreccio simbolico e naturale le ricorrenze diventato persino ripetizioni, doveri di memoria e catalogo in versi di sentimenti e possibilità assegnate al passato e smussate verso l’improbabile futuro. Con Inventario della specie opaca, Ivan Fedeli sceglie di diventare poeta eccelso.
Inventario della specie opaca
Ivan Fedeli
LietoColle
pag. 142, euro 13.00
Secondo la cabala, si racconta che il mondo in cui viviamo sia il risultato del ventottesimo tentativo di Dio e che, contemplando l’ultima forma della sua creazione, l’Eterno abbia sospirato e mormorato sconfortato: “Halevaii she yaamod!” (Speriamo che tenga!).
Prendendo spunto da questa storia, Moni Ovadia traccia un percorso autobiografico a metà tra il riso e il pianto, come è tipico degli scrittori ebraici. Tra viaggi su pulmini malridotti in Paesi non sempre ospitali, e personaggi strampalati del mondo yiddish che l’autore ha già fatto conoscere ai suoi lettori/spettatori nelle numerose opere precedenti, Ovadia presenta un sé letterario che è tragicomico e ironico, “errante” come ci si aspetta che sia un ebreo viaggiatore del suo tipo.
Speriamo che tenga è edito dalla Mondadori e si può trovare in offerta su BOL (qui la scheda). Moni Ovadia, attore, scrittore, cantante, musicista e molto altro ancora, ha un proprio sito ufficiale, su cui si possono trovare moltissime informazioni su questo eclettico personaggio. Sul sito di cultura ebraica Beth Shlomo si può invece leggere un’intervista all’autore e alcune barzellette ebraiche da lui raccontate.
Apparentemente non c’è nulla di originale in un romanzo scritto da uno scozzese e che parla di un uomo di mezza età affetto da problemi di alcolismo e di insoddisfazione per il proprio lavoro e per il proprio ruolo sociale. Se la pensassimo così faremmo un colossale errore: Il suono della mia voce di Ron Butlin è invece un romanzo vivo, coraggioso e appassionante, che forse è stato addirittura troppo avanti rispetto alla sua epoca, e che ha fatto una critica sferzante e implacabile nei confronti della Gran Bretagna del suo tempo.
Uno degli elementi di grande originalità di questo testo è che è scritto interamente in seconda persona, artificio letterario non solo difficile (e magistralmente utilizzato dall’autore), ma anche molto efficace per dare vita a una sorta di sdoppiamento del protagonista e a un dialogo continuo con sé stesso, che mostra un’introspezione e un’analisi psicologica approfondita nel corso di tutto il romanzo.
Morris Magellan, il protagonista, è il brillante dirigente di un’azienda di biscotti in Scozia, è sposato, ha due figli, vive in un bel quartiere residenziale, risponde insomma ai requisiti dello yuppie anni Ottanta. Nonostante il suo apparente successo, Morris ha però un bisogno quotidiano di attaccarsi alla bottiglia di whisky (o di qualsiasi altro superalcolico) per coprire la propria insoddisfazione e l’incapacità di trovare la propria vera identità. Il tutto cercando di far credere ai figli e alla moglie che stia andando tutto bene.
Irvine Welsh, grande estimatore di Butlin e della sua opera, ha scritto una prefazione al romanzo, edito in Italia dalla Socrates (che gli dedica qui una pagina di presentazione), nella quale si può leggere quanto segue:
Ogni epoca esercita la propria egemonia culturale, e la Gran Bretagna thatcheriana lo ha fatto più rigorosamente che mai. L’opera di Butlin era forse troppo avanti per l’epoca; la sua critica incessante, anche se implicita, di un periodo spiritualmente vuoto e socialmente conformista è di gran lunga più destabilizzante rispetto a molte opere di narrativa più celebrate e apertamente polemiche che la Scozia abbia prodotto in quel periodo.
Ho pensato molte cose leggendo “L’inverno che non dimenticheremo” di Stefano Bernazzani (Mobydick ed.):
1) Incipit bellissimo: “Volevo essere…/Volevo essere…/ …/ Volevo essere il nuovo campione del mondo con la Ferrari, tanto per cominciare. Poi subito un cowboy a cavallo, con gli speroni d’argento e la pistola più veloce del west. Un calciatore certi giorni no, perchè lo volevano essere tutti, e altri giorni invece si, ma il migliore”.
2)Ma chi è Bernazzani? Avrà fatto una scuola di scrittura ( in realtà ha già scritto una raccolta di racconti, finalista al premio “Assisi”)
3)Se perdessi 3 volte questo libro, penso che lo ricomprerei 3 volte su tre, solo per poterlo avere sempre nella mia libreria
E poi ho provato tanta rabbia, perchè un romanzo così bello magari corre il rischio di non emergere mai all’attenzione del “grande pubblico” come dovrebbe essere (e come spero che sia). E poi ho pensato che la scrittura è una cosa strana: fai tutt’altro nella vita (Bernazzani si occupa di telecomunicazioni) e poi ti accorgi di saper scrivere, e sai di dover proteggere questa parte di te da tutto e tutti.
Si tratta della storia di Marco e Teo, due fratelli che “non ci credeva nessuno” che sono gemelli, “e…per convincere gli amici bisognava ripeterlo cento volte, fare le facce cattive, giurare con le dita incrociate sulla bocca, e infine minacciare che li avremmo pestati se non ci avessero creduto”. Inizia per loro un inverno come tanti altri, che però si rivela “un’apocalisse” nelle loro vite, per le strane visite di un venditore porta a porta, le litigate improvvise di mamma e papà, e addirittura il ritrovamento di una bomba (colpa dei brigatisti, sicuro, anche se nessuno dei due è ancora riuscito a capire chi siano dai commenti dei genitori di fronte al tg che parla del rapimento Moro).
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