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Intervista a Kamala Nair, autrice di "Una casa di petali rossi"

pubblicato da Sara Rania alias Kitsuné in: scrittori libri interviste allo specchio narrativa straniera

Kamala NairIl suo libro d’esordio “Una casa di petali rossi”, ve l’abbiamo presentato solo qualche giorno fa, e l’orizzonte profumato e colorato del paese d’origine della sua giovane autrice, ci è letteralmente “entrato nel sangue”. Ma non ci bastava. Abbiamo approfittato del tour italiano di presentazione per farle qualche domanda, eccovi le sue risposte e qualche curiosità, che non hanno assolutamente tradito l’immagine di freschezza che ci avevano già trasmesso le sue pagine.

L’India che descrivi trasuda di natura selvaggia e spiritualismo. Quali sono gli elementi del tuo paese d’origine che riescono maggiormente ad ispirarti anche quando sei lontana?
Nel mio libro io scrivo in particolare del Kerala, una regione dell’India che ha un paesaggio davvero speciale. I suoi boschi rigogliosi, la vegetazione lussureggiante, i fiori dai colori vivaci, gli uccelli esotici e i prati di un verde brillante, tutto questo è stato fonte di grandissima ispirazione per me. Oltre a questo ci sono le tradizioni e i costumi della popolazione locale, e quindi anche della mia famiglia, rituali che mi hanno sempre affascinato e mi hanno ispirato nella stesura del romanzo.

Il libro ha un’atmosfera quasi magica, incarnata dalla madre che si alterna con un forte bisogno di realismo rappresentato dal padre della protagonista. Sono due aspetti costantemente presenti in ugual modo o uno dei due prende il sopravvento nel tuo temperamento?
Sì, entrambi questi aspetti fanno parte di me: mi affido molto alla logica e alla ragione, ma c’è anche un’altra parte di me che trova molto intrigante la magia, la superstizione e gli aspetti del soprannaturale. Sicuramente volevo scrivere una storia che avesse degli elementi magici, quasi fiabeschi, ma allo stesso tempo volevo che questi elementi fossero radicati nella realtà. D’altra parte questo è un romanzo di formazione e il diventare adulti significa proprio imparare che ci sono delle spiegazioni per delle cose che da bambini si pensavano magiche, appunto.

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"Una casa di petali rossi" di Kamala Nair

pubblicato da Sara Rania alias Kitsuné in: scrittori libri narrativa straniera

“Una casa di petali rossi” è il romanzo d’esordio dell’americana Kamala Nair, un libro che fa la sua comparsa in Italia proprio oggi, per l’Editrice Nord. Nata a Londra da genitori indiani, cresciuta tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra, la giovane scrittrice non ha mai abbandonato i forti legami con la sua cultura d’origine, un radicamento profondo che ritorna costantemente nelle sue pagine e si fa materia misteriosa. Un nodo spesso ed affascinante di tradizioni e di enigmi che spingono ad addentrarsi velocemente nella storia di Rakhee. Promessa sposa desiderosa di svelare una parte importante di sé al suo futuro marito, una vicenda che comincia con un viaggio e si tinge di orizzonti lontani. Perchè gran parte dell’avventura è ambientata nel sud-ovest dell’India, e precisamente nella regione del Kerala, tra tempi Indù, tradizioni ancestrali, un ospedale ayurvedico e Ashoka, l’albero che presta il suo nome alla casa dell’antica e rispettata famiglia Varma. Il paese dove Rakhee, l’undicenne magrolina e occhialuta venuta dall’altra parte del mondo, fa il suo ingresso nell’età adulta, scoprendo l’affetto delle sue cugine, l’atmosfera calda e umida dell’estate indiana, ma anche una lunga serie di segreti inconfessabili.

I mesi trascorsi con la madre saranno un vero e proprio apprendistato sociale per la piccola Rakhee, e la porteranno ad un incontro fatale, quello con Taulasi, custode di una magnifica casa nascosta nella foresta e del suo lussureggiante giardino. Una ragazza gentile e premurosa, ma terribilmente solitaria, che dice di esser nata da una pianta ed ha come unico amico un pavone bianco di nome Puck. Una ragazza che le somiglia incredibilmente ed alla quale si sente molto legata, nonostante la sua partenza. Un’anima che la riporterà indietro tanti anni dopo quando, alle soglie della sua nuova vita, deciderà di ritornare sui suoi passi e di ricucire il filo doloroso del passato.

Se non altro, l’avevo trovata. Dovevo essere forte anche per lei. Dovevo resistere. Ma più a lungo restavo in quella stanza, osservando il sole che danzava sulle lenzuola bianche del letto su cui Muthashi aveva esalato l’ultimo respiro, più restare calma mi costava fatica. Continuavo a pensare all’ultima volta che ero stata lì, e i ricordi fendevano il mio coraggio con la precisione di un bisturi. Il buio. Quel corpo consumato che giaceva sul letto. La mano che si allungava ad afferrare la mia, in cerca di un conforto che non ero in grado di darle. E l’odore… l’odore… Non riuscivo a respirare. Mi lasciai cadere su un fianco, allungai le gambe, e chiusi gli occhi. E mi abbandonai a una cosa che non era sonno… ma piuttosto un’ombra scura e protettiva. La stanza intera divenne prima una macchia confusa, poi si dissolse.

Via | unacasadipetalirossi.it

"Due racconti italiani" di Edgar Allan Poe

pubblicato da Sara Rania alias Kitsuné in: scrittori giallo e noir classici narrativa straniera

Due racconti italianiNon c’è Poe sul quale non valga la pena di gettarsi a capofitto, che si tratti di grandi classici osannati, o di piccoli racconti quasi sconosciuti ai più. E’ questo l’unico parametro che seguo quando entrano in gioco le scure atmosfere dello scrittore bostoniano, e, obbedendo ad una tale indicazione, non potevo che cadere nella “splendida trappola” tesa dalla pubblicazione di “Due racconti italiani”, ritornata attuale grazie alla versione della Giulio Perrone Editore. Non vedo come sarebbe potuto essere altrimenti, visto che i due “piccoli tesori noir” racchiusi nel libretto dalla sobria copertina arancione, sono ambientati in Italia. Un particolare che non fa altro che accrescere l’aspettativa, visto che, per di più, non sono a conoscenza di visite dirette di Poe nel nostro paese, informazione peraltro confermata dalla nota introduttiva di Pierluigi Vaglioni, e che i testi in questione sono quindi frutto di una fascinazione alimentata per anni, ma priva di contatto diretto.

Ma qual’è il titolo di queste misteriose opere? Incontro a Venezia e Il barile di Ammontillado, due racconti scritti a poco più di un decennio di distanza l’uno dall’altro, che dimostrano una forte coerenza stilistica, pur presentando volti della realtà Italiana molti diversi. Mentre il primo, come indica già la sua denominazione, si svolge sullo sfondo di una città affascinante e decadente, fatta di tende e drappeggi oro e cremisi, nella quale entra in scena un enigmatico personaggio che ricorda il poeta romantico Lord Byron, nel secondo è il carnevale a farla da padrone, in uno scenario nel quale il vendicatore dalla maschera scura, assapora la lenta agonia della sua vittima murata, in un omaggio alle grandi storie shakespeariane.

La traduzione del testo nasce da uno dei corsi di “Traduttore in casa editrice”, organizzati periodicamente dalla Giulio Perrone Editore, in collaborazione con alcune Università italiane, si tratta in particolare della “classe” composta e animata dall’energia di Elisa Cianca, Antonella Giudice, Simona Ledda, Eugenia Maldarelli, Roberto Martone e Annalisa Milanese, che ha lavorato sotto la supervisione di Pierluigi Vaglioni.

Le immagini dell’Italia che Edgar Allan Poe ci rimanda attraverso questi due racconti sono caratterizzate da uno sfondo estetico ed estetizzante molto forte, dove la ricerca del bello è inseparabile dal pulsare dei sentimenti, dove l’arte, per utilizzare un’immagine consolidata, è simbioticamente fusa con la vita. Il muoversi quasi impercettibile di personaggi ed eventi di Incontro a Venezia avviene in un sottofondo di bellezza estrema ed estremo sfarzo, in cui l’iperbole mantiene una costanza che quasi ne smussa le estremità. L’altra faccia della medaglia immaginaria che raffigura l’Italia poeiana, che troviamo ne Il barile di Ammontillado è fatta di ambiguità, menzogna, trame in cui il racconto stesso è generato da un narratore che non dice la verità o che la dice distorta, parziale, mutevole. È quanto meno curioso come queste due differenti visioni che costituivano una parte consistente dell’immaginario italico di Edgar Allan Poe corrispondano tutt’oggi a quella che è la percezione che molti americani hanno del nostro Paese, e che di certo le vicende politiche che coinvolgono una delle cariche più importanti dello Stato e talune vicende giudiziarie che hanno coinvolto dei cittadini americani sicuramente non contribuiscono a confutare.

Via | giulioperroneditore.it

Giornata Mondiale del Libro: 13 citazioni celebri!

pubblicato da Sara Rania alias Kitsuné in: blog&web scrittori curiosità

ImmaginazioneArrendiamoci ad un dato di fatto, oggi è la Giornata Mondiale del Libro, e ne sentiremo parlare “in tutte le salse”. Per rendere onore a questi amati “ammassi di fogli e di vita”, che ci consentono di varcare i limiti cronologici e fisici delle nostre esistenze, abbiamo già “scomodato” una poesia del grande Saramago, ma non è finita lì. Eccovi quindi una serie di frasi celebri, brevi e incisive, di quelle da baci Perugina, giusto per capirci, semplici da ricordare e facili da riutilizzare, un po’ come i luoghi comuni, che quando coinvolgono i cari libri, mantengono il nostro sdegno dentro limiti più stretti, e si lasciano persino ripetere. Vi troverete proverbi e citazioni, aforismi e detti, ricordi e riflessioni di scrittori, filosofi, scienziati, uomini politici e personaggi storici, insomma pezzetti diversi di vita, che rendono giustizia ai loro protagonisti.

La lettura di un buon libro è un dialogo incessante nel quale il libro parla e l’anima risponde

(André Maurois)

I libri sono amici che non deludono mai

(Thomas Carlyle)

Un libro è come un giardino da portare in tasca

(proverbio arabo)

C’è un libro che è sempre aperto per tutti gli sguardi: la natura

(Jean Jacques Rousseau)

I miei libri sono sempre a mia disposizione, non sono mai occupati

(Marco Tullio Cicerone)

Il ricordo lasciato da un libro a volte è più importante del libro in sé

(Adolfo Bioy Casares)

Un libro aperto è un cervello che parla, chiuso un amico che aspetta, dimenticato un anima che perdona, distrutto un cuore che piange

(proverbio indú)

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"Il momento è delicato" di Niccolò Ammaniti

pubblicato da Sara Rania alias Kitsuné in: scrittori libri narrativa italiana

Il momento è delicatoIl 27 aprile arriverà “la nuova fatica” di Niccolò Ammaniti, la raccolta di racconti “Il momento è delicato”, apparirà sugli scaffali delle librerie in un venerdì di primavera, a poca distanza da una Festa della Liberazione quasi dimenticata. Alle porte dell’ultimo week-end di aprile, e sotto il segno di Einaudi Stile libero, proviamo ad immaginare le pagine di questa “nuova prodezza ammanitiana”, tra l’odore di un’anteprima troppo scarna e l’eco potente degli scritti precedenti, si forma come una bolla, che assomiglia a quelle piccole sacche d’aria che fuoriescono quando ci si trova sott’acqua. Ho sempre immaginato che il ritmo dell’attesa avesse la ripetitività delle onde, ad ascoltarle da vicino si potrebbe quasi immaginare che siano radiocomandate, nella loro incrollabile precisione, e invece, a fissar bene l’orecchio, ci si si rende conto che hanno una somiglianza incredibile con la respirazione di chi cerca di calmare il proprio spirito a contatto con la loro rassicurante ritmicità.

E siamo di nuovo da capo. Alcune “inquietanti” voci di corridoio, lasciano trapelare particolari raccapriccianti. Sembra addirittura che la raccolta annoveri tra i suoi personaggi un alieno celato nelle seducenti sembianze di Alba Parietti, oltre che l’abituale marito infedele, e un ladro di galline alle prese con una casa stregata. Di che attendere con palpitazione insomma, alla luce delle ultime “precedenti prodezze” dello scrittore romano, come “Io e te” e “Che la festa cominci”, che avevamo già portato tra le nostre pagine.

Sperando che uno degli “autori più amati dagli italiani” non ci lasci con l’amaro in bocca, e in trepidante apprensione di ulteriori particolari, vi lasciamo il suo personale augurio di apertura.

C’era una parte poco frequentata delle edicole della stazione, quasi abbandonata, quella dei tascabili. Tra i libri accatastati, nascosti dietro un vetro, avvolti nella plastica e ricoperti di polvere cercavo le raccolte di racconti. Era un momento tutto mio, un piacere solitario e veloce perché il treno stava partendo. Studiavo un po’ i disegni della copertina, pagavo e infilavo il libro in tasca. Appena mi sedevo al mio posto, gli strappavo la plastica che non lo faceva respirare. Aprivo una pagina a caso, trovavo l’inizio del racconto e attaccavo a leggere. Altre volte, invece, guardavo l’indice e sceglievo il titolo che mi ispirava di piú. E mentre il treno mi portava via finivo su pianeti in cui c’è sempre la notte, su scale mobili che non finiscono mai e tra mogli che uccidono i mariti a colpi di cosciotti di agnello congelati.
Quella era vera goduria. E spero che la stessa goduria la possa provare anche tu, caro lettore, leggendo questa raccolta di racconti che ho scritto durante gli ultimi vent’anni. C’è un po’ di tutto. Non devi per forza leggerla in treno. Leggila dove ti pare e parti dall’inizio o aprendo a caso.

Via | einaudi.it

Come scrivere un grande romanzo: undici consigli di Jim Behrle

pubblicato da Roberto Russo in: riviste e webzine scrittori libri scuole&concorsi

Come scrivere un grande romanzo: undici consigli di Jim Behrle

Jim Behrle su The Awl ha stilato un endecalogo con alcuni suggerimenti su come scrivere un libro che potrebbe diventare un vero capolavoro, diventare un colossal cinematografico e rendere l’autore una persona molto felice (nonché ricca!). I suoi consigli vertono sul come scrivere il grande romanzo americano, ma possiamo renderli più generici e prenderli come buone dritte per come scrivere un grande romanzo. Ve li proponiamo in una nostra traduzione, adattata al contesto italiano.

  1. Allontanarsi da Brooklyn: basta con i libri ambientati a Brooklyn o nelle grandi città americane. C’è bisogno di romanzi ambientati a Kodiak Island, in Alaska. E per le strade di Topeka. O in un paesino umbro e tra le strade di Ancona, per esempio. Possono esserci storie interessanti anche agli angoli dei posti meno altisonanti.
  2. Lasciate perdere le scuole di scrittura: se volete scrivere un grande romanzo, abbandonate le scuole specializzate in scrittura (o sedicenti tali), arruolatevi nell’esercito, andate in Afghanistan e raccontateci quello che vedete e vivete in prima persona. Oppure trasferitevi a Lampedusa e narrate quello che vedete. Andare a scuola di scrittura per scrivere Harry Potter? A che serve? È già stato scritto!
  3. Non mettetevi a scrivere più nei luoghi ritenuti classici dello scrittore: di notte, mentre piove, con tazzina di caffè fumante sul tavolo. Il bungalow in cui Mark Twain scrisse Le avventure di Huckleberry Finn è piccolo e accogliente. Magari si potrebbe rubare questo bungalow, portarlo in un bosco di sequoie e poi mettersi a scrivere. In alternativa, evitando il furto…, cercate il vostro posto per scrivere, che può essere anche in mezzo a un prato. Insomma: niente “luoghi comuni”, in senso fisico e figurato.
  4. L’adulterio è noioso: questo punto è dedicato più agli scrittori che alle scrittrici. Ma a chi volete che interessi che vostra moglie, la vostra compagna, la vostra fidanzata vi tradisce? E tantomeno non interessa a nessuno, se voi tradite vostra moglie. Succede normalmente e quotidianamente e non possiamo certo scrivere un romanzo ogni volta che c’è una storia di corna. Scrivere è un sogno: c’è molto più da raccontare che le avventure del vostro pene.
  5. Basta scrivere libri raccontati dal punto di vista dei bambini: perché qualcuno dovrebbe trovare che il vostro bambino, o il bambino di cui scrivete nel vostro romanzo, sia avvincente? Ci sono circa cento milioni di bambini in America… Sarebbe più interessante e affascinante leggere un libro su un bambino di dodici anni scritto da un bambino di dodici anni. Uno scrittore o una scrittrice di trent’anni, con tutta la buona volontà, non può certo sapere cosa succede oggi nella vita di un bambino o una bambina di dieci anni.
  6. Smettete di sprecare tempo in rete: volete sapere cos’è che vi impedisce veramente di scrivere? Tutti questi twitter, e blogger e foto di gattini. E anche quest’elenco che state leggendo. Smettetela di distrarvi! Non c’è nulla di così importante in internet che non possiate poi trovarlo anche la settimana prossima.
  7. Abbiamo bisogno di più romanzi scritti dal punto di vista dei gatti: quanti sono i libri con protagonisti cani? Tanti! Basti pensare, per esempio, a Il richiamo della foresta di Jack London. Bellissimo, per carità. Ma i gatti dove sono? A dispetto del fatto che sono diventati un gigante dell’industria on-line (secondo Google Zeitgeist una delle parole più cercate nel 2011 è stata “gattini”) nel settore delle arti e delle lettere i gatti sono sottorappresentati. E quando lo sono vengono personificati. Ma possono essere degli ottimi narratori. E sarebbe interessante leggere di storie raccontate dal punto di vista di balene, castori, folletti, mostri vari…
  8. Non ascoltate le opinioni altrui: uno dei guai di internet è che tutti possono dire tutto su tutto. Se da un lato internet ci ha insegnato ad accettare le critiche, dall’altro è pur vero che non tutte le critiche presenti in rete sono franche. I grandi romanzieri non stanno certo a preoccuparsi di cosa scrive X o Y: si preoccupano, invece, di contare i soldoni che guadagnano con i loro libri!
  9. Smettete di bere e farvi di coca: drogarsi e bere non ha mai reso nessuno uno scrittore migliore. Anzi, spesso l’ha distrutto. Se ti droghi o bevi non diventi interessante. Ti senti interessante, ma questo è un altro discorso. Ogni persona che incontriamo può essere interessante.
  10. Basta con gli antieroi. Siamo così attenti nel descrivere i cattivi che non riusciamo ad accettare quello che sono veramente: cattivi. In generale criminali e psicopatici non scrivono romanzi perché sono troppo occupati a fare le cose che per loro contano, come, per esempio, uccidere le persone. Magari poi i libri che avrebbero potuto scrivere sarebbero stati anche interessanti… D’altro canto non tutte le narrazioni devono raccontare solo il buono delle persone. La cosa fondamentale è quella di scrivere delle persone così come sono. È complicato, certo. Potrebbe essere una doccia fredda. Ma anche una bella doccia rilassante.
  11. Non smettete mai di scrivere: molti sono i motivi per non scrivere. Ma pochi sono migliori di smettere per scrivere per fare sesso. Questa sì che è una buona ragione per non scrivere. Le altre sono solo distrazioni prive di senso. Gli amici ti tradiranno spesso; il tuo partito politico ti deluderà ancora: ogni cosa ti può distrarre dalla scrittura e sopraffarti. Non devi permetterlo. Tu continua a scrivere.

Foto | Flickr

Bram Stoker nel centenario della morte

pubblicato da Roberto Russo in: scrittori

Bram Stoker nel centenario della morte

Il 20 aprile 1912 moriva a Londra lo scrittore Bram Stroker. Abraham – chiamato familiarmente Bram – era nato sessantacinque anni prima, terzo di sette figli, nella famiglia di un impiegato statale nell’ufficio della segreteria del castello di Dublino. La sua formazione non fu umanistica ma scientifica: si laureò a pieni voti in matematica presso il Trinity College di Dublino.

Famoso come autore di Dracula – che è uno dei romanzi gotici del terrore più conosciuti, anche se dal punto di vista storico il creatore letterario del vampiro è stato John Polidori – era l’assistente personale dell’attore Henry Irving (noto all’epoca per l’interpretazione di Frankenstein, il personaggio di Mary Shelley) nonché direttore economico del Lyceum Theatre di Londra, che apparteneva a Irving stesso.

Stoker non scrisse solo di Dracula ma si occupò anche di letteratura per l’infanzia, pubblicando una serie di storie per bambini dal titolo Sotto il tramonto. Noi di Booksblog oggi lo vogliamo ricordare proponendovi un brano di un suo romanzo finora inedito in Italia: si tratta de Il Mistero del Mare che, grazie alla cura di Mirko Zilahi de’ Gyurgyokai, arriva nelle nostre librerie per i tipi di Nutrimenti edizioni.

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"Bastardo posto" di Remo Bassini

pubblicato da Sara Rania alias Kitsuné in: scrittori libri giallo e noir narrativa italiana


Remo Bassini affonda le sue parole nel ventre molle della provincia nostrana. “Bastardo posto” prende corpo proprio lì, durante le “cinque notti fatali” di una cittadina italiana come ce ne sono tante, né piccola né grande, né troppo al centro, né troppo isolata, un luogo di quelli che riescono, allo stesso tempo, ad essere attivi e sonnolenti, vitali di giorno, e abbattuti di notte, quando, allo scadere del “coprifuoco commerciale”, le strade diventano “terra di nessuno” e chi le solca ha sicuramente qualche conto in sospeso con la propria coscienza. In questo scenario apparentemente così comune, va in scena la vicenda di Paolo Limara, vicedirettore (in odore di promozione) de “La Civetta”, quotidiano locale dalla vocazione illuminata, porto sicuro per il “figlio d’arte” di uno dei fondatori, destinato a far carriera nel mondo della cronaca. Ma la linea si logora progressivamente quando il protagonista inciampa in un incontro.

C’è la vita di prima, moglie, lavoro di responsabilità, ammirazione e rispetto dei colleghi, luminoso futuro professionale e poi la rottura. Una crepa che ha il volto di Marina Castori. Marina che ha perso il figlio, Marina che dorme in macchina e “fa parlare la gente”, Marina, dottoressa trasformata dalla disperazione in badante. Di lei si dice ogni genere di cattiveria, e soprattutto, pare che sia stata l’amante del defunto commissario Villani, “uno dei poliziotti più corrotti della città”.

Chiude gli occhi, Limara, vorrebbe il buio assoluto, lui. Ma è stato maldestro, non doveva chiuderli, i colori sono più vividi, ora, come illuminati da un potente riflettore: dietro le sue spalle ricurve, dall’altra parte della strada, Limara adesso immagina la vetrina con l’insegna rossa del Piccolobar; la serranda è abbassata, l’interno è buio; ma fuori, davanti all’ingresso, Limara, con gli occhi chiusi, è come se vedesse, anzi no, vede un fantasma, e per non vedere, li riapre subito, gli occhi, spalancandoli come chi è spaventato.
Meglio guardare il manichino, così il fantasma va via, si dissolve, scompare.
Vattene Marina.

Continua con un estratto al link.

Via | gruppoperdisaeditore.it

Trisch Vickers e il romanzo salvato dall'oblio

pubblicato da Sara Rania alias Kitsuné in: scrittori libri curiosità

Trisch Vickers e il romanzo salvato
Trish Vicker è un’attiva cinquantanovenne inglese residente nel sud del paese. Dopo aver deciso di darsi alla scrittura, non ha perso tempo ed ha cominciato a riempire con le sue idee fogli e fogli, fino all’imprevedibile e disarmante constatazione. Simon, il figlio della donna, diventata cieca sette anni fa a causa del diabete, si è reso conto, durante una delle sue visite, che le ventisei delle pagine sulle quali la madre lavorava già da un po’, “a forza di olio di gomito”, erano in realtà completamente bianche. La penna utilizzata da Trish aveva infatti esaurito l’inchiostro e “l’apprendista scrittrice”, rischiava di perdere buona parte dell’inizio del romanzo che stava scrivendo per hobby.

Fino a che sono entrati in gioco gli esperti della polizia scientifica nazionale. I professionisti, sollecitati dalla stessa Vickers, sono stati ben lieti di offrire le loro capacità ed hanno lavorato gratuitamente nel loro tempo libero. Ci sono voluti cinque mesi per decifrare le tracce impresse sulle fibre della carta, ma il racconto è tornato alla luce, e coloro che lo hanno “riesumato” si sono anche complimentati con l’autrice, auspicandone una prossima pubblicazione. La scrittrice, visto l’esito positivo della vicenda, ha deciso che presenterà la storia, intitolata “Grannifer’s Legacy”, e dedicata alle vicende di una donna che ha perduto il lavoro, l’amore e l’amatissima guida della nonna, ad un editore. Non ci resta che attendere…

Via | bridportnews.co.uk

Trisch Vickers e il romanzo salvato
Trisch Vickers e il romanzo salvatoTrisch Vickers e il romanzo salvatoTrisch Vickers e il romanzo salvato

"Piccolo Testamento" di Gabriele Dadati

pubblicato da Sara Rania alias Kitsuné in: scrittori libri narrativa italiana

Piccolo TestamentoGabriele Dadati è apparso “qui da noi” qualche giorno fa, tra le nostre righe sono arrivate le sue parole, uno sfogo in forma di lettera che abbiamo scovato, raccolto e ospitato con piacere. Ecco che invece oggi, the day after la pubblicazione, da parte del Comitato direttivo del Premio Strega della lista dei dodici romanzi finalisti, nei quali figurano parecchi volti noti del panorama letterario nostrano e molti testi di valore, constatata l’esclusione del libro di Dadati, ci affrettiamo a presentarvelo.

“Piccolo Testamento”, per Laurana Editore, è la storia di una scomparsa importante, di una morte crudele che spezza violentemente un’amicizia profonda e di una vita strana. Si tratta dell’esistenza di un giovane scrittore, di un uomo che consuma le sue giornate tra letture, pagine scritte, ispirazioni e donne di passaggio. Da Paola a Camilla, passando per Aniela e chissà quante altre. Corpi dai paesaggi differenti, luoghi di un mondo da esplorare ed assaporare, senza mettere il naso fuori dalla porta e soprattutto, senza sviluppare quell’attenzione struggente che solo l’amore si porta dietro. Un amore malinconico e intenso, già provato per quella Marta, il cui ricordo sembra non poter lasciare i pensieri del protagonista. Una viva, morta prima del tempo, il simbolo di una ferita ancora drammaticamente aperta, come Vittorio, il suo personalissimo “Virgilio”. Guida spirituale, consigliere, maestro, strappato improvvisamente da una malattia e rimasto, tra le mura di una casa che è sempre la stessa, ma si anima di spiriti ogni volta diversi.

Come sempre quando l’afa ristagna di notte nell’appartamento in cui abito succede che tutto – il sonno stesso, la veglia, gli indeterminati stadi intermedi – finisce per confondersi e per ridursi a un fatto soltanto, fatto che riguarda più il corpo che non la testa. È per via di questa confusione che non so quantificare il tempo in cui m’è sembrato che Vittorio fosse davvero in piedi nella stanza, tra armadio e muro, di fronte alla stretta libreria in legno di noce che sta in quell’angolo; non so per quanto tempo ho tenuto gli
occhi socchiusi aspettando di vedergli fare una cosa qualsiasi, dallo sfogliare uno dei libri sui ripiani al gettarmisi addosso per strangolarmi fino al semplice varcare la porta per passare in corridoio e poi andarsene. Se avesse deciso di sfogliare qualche pagina avrebbe avuto a disposizione la Bibbia, Omero, Sterne, Bulgakov o qualcos’altro sullo stesso tenore. Li chiamo i miei classici, si tratta di libri fortemente immaginifici che ho trasportato qui dove dormo. Quelli degli autori viventi invece li ho messi sugli scaffali dello studio perché possano urlarmi addosso con forza mentre lavoro. Ma in verità è dall’urlo dei morti che uno scrittore dovrebbe soprattutto guardarsi…

Continua nell’estratto del primo capitolo, disponibile al link.

Via | laurana.it