Ogni giorno giungono notizie preoccupanti dalla Siria: dagli attentati all’incapacità degli organi preposti di risolvere in qualche modo la questione. Per noi che siamo lontani la situazione può apparire difficile da capire. È per questo che ho trovato molto utile il testo di Antonella Appiano Clandestina a Damasco. Cronache da un Paese sull’orlo della guerra civile, pubblicato da Castelvecchi nella collana RX che si occupa delle inchieste, delle denunce, dei protagonisti, delle notizie e dei fatti più caldi del momento.
La giornalista Antonella Appiano – esperta di Medio Oriente e Islam – ci offre uno spaccato di prima mano della situazione, perché per quattro mesi è riuscita a vivere nella Siria vietata ai giornalisti e a raccontare quello che avveniva. Scrive Amedeo Ricucci nella prefazione che la Appiano
di un avvenimento complesso come la crisi siriana di oggi ci offre un resoconto straordinario, puntuale ed emozionante. Da inviata vera. Secondo me proprio perché ha mangiato polvere per quattro mesi, nei vicoli di Damasco e nei villaggi della Siria profonda, senza risparmiarci […] Antonella Appiano è riuscita a eludere con grande abilità il divieto [di ingresso in Siria di giornalisti stranieri, ndr]. Rischiando tutti i giorni, costringendosi a cambiare spesso identità e facendo poi i salti mortali pur di poter testimoniare quanto stava succedendo, davanti ai suoi occhi, senza mettere in pericolo quanti la stavano aiutando.
Continua a leggere: Clandestina a Damasco, di Antonella Appiano
Un libro che racconta una storia (non ufficiale). E una storia, singolare, del libro stesso. La macrostoria, se così vogliamo chiamarla, è quella dell’assassinio di Kennedy (Ancora il caso Kennedy? si chiede la curatrice, Stefania Limiti, nell’introduzione; sì, ancora il caso Kennedy); la microstoria è quella del libro che contiene il racconto. Andiamo con ordine.
Il complotto. La controinchiesta segreta dei Kennedy sull’omicidio di JFK è il libro di James Hepburn pubblicato da Nutrimenti con la cura di Stefania Limiti. Come si capisce bene dal titolo e dal sottotitolo il libro ricostruisce l’altra storia dell’omicidio di Kennedy, quella non ufficiale ma sicuramente più verosimile. Per capirci meglio, quella che Oliver Stone racconta nel celebre film JFK. Per farsi un’idea dello sconvolgente dossier che ha dato vita al libro è sufficiente guardare lo schema con la ricostruzione dell’omicidio di JFK (alle pagine 206 e 207 del libro) secondo le altre fonti, non quelle governative, per provare a immaginare cosa sia effettivamente successo.
Ma Il complotto è anche un mistero in sé. Basti pensare che è stato pubblicato nel 1968 in inglese da una casa editrice del Liechtenstein, editrice presto scomparsa. Nello stesso anno il libro viene pubblicato anche in Italia: un misterioso committente ne pagò le spese di traduzione (in contanti) e la stampa. Venne pubblicato in poche copie che sfuggirono alla maggioranza dei lettori. Tra quei pochi che lo ebbero tra le mani ci fu il giornalista Saverio Tutino che arrivò a ipotizzare che la pubblicazione sul suolo italiano fosse avvenuta per opera di Gianni Agnelli. Ma del libro si persero ben presto le tracce e cadde nell’oblio. Un po’ come sembra persa nell’oblio l’effettiva verità di quanto accaduto quel 22 novembre 1963 a Dallas, nel Texas. Cercare di sapere, poi, chi sia questo James Hepburn che risulta come autore è impresa ardua e, finora, impossibile (l’unico James Hepburn che risulta negli archivi è un floricoltore del tutto estraneo alla storia, tanto del libro quanto di JFK).
Continua a leggere: Il complotto, di James Hepburn (a cura di Stefania Limiti)
Leggere dovrebbe diventare per tutti un’attività di “igiene mentale”, regolare come quella di lavarsi i denti tutti i giorni. Lo dicono i tanti scrittori che con i loro saggi hanno firmato il pamphlet Smetti di fare quello che stai facendo e leggi questo! (Vintage Books ed.), segnalato dall’Independent. Fra loro, Mark Haddon, Jeannette Winterson, Zadie Smith, Tim Parks. Che raccontano come leggere sia una passione che inevitabilmente nasce (o muore lì) da piccoli.
Che ami leggere te ne accorgi davanti alla stipatissima biblioteca dei tuoi, o nel tuo corpo a corpo con Grandi speranze di Dickens, nonostante spesso a scuola ti insegnino “a leggere Amleto prima che tu sia pronto per Amleto”, come nota Tim Parks.
Read a novel, they urge us, because it will enable you to travel in time and space, learn about falling in and out of love, growing up or growing old…Read, because it will transform your life and even alter the circuitry of your brain.
Un messaggio da farci una catena di sant’Antonio, o postarlo a raffica su Facebook, come in una sorta di pubblicità progresso fai da te.
Coltivare la memoria è un dovere. Non per una sorta di sterile nostalgia o per sfoggio di erudizione, ma perché noi oggi siamo quello che siamo (nel bene e nel male) anche grazie – o purtroppo, fate voi – a quello che siamo stati. Non parliamo di determinismo, ovviamente, ma della libertà di ogni essere umano che, volente o nolente, si colloca all’interno di una storia e di ben precise coordinate politico culturali che ci vengono da ieri, passano per l’oggi e arriveranno a domani. Il passato non è nelle nostre mani. Ma il presente e il futuro sì. Ed è in questo contesto che la memoria deve essere coltivata.
Un aiuto in questa coltura è il saggio di Aram Mattioli – docente di storia contemporanea all’Università di Lucerna - pubblicato da Garzanti con il titolo di “Viva Mussolini!”. La guerra della memoria nell’Italia di Berlusconi, Bossi e Fini.
Questo studio parte dalla convinzione che ci sono buoni motivi di ritenere che i casi di revisionismo degli ultimi anni siano chiari indicatori della sensibilità interna al Bel Paese; essi non vanno considerati semplicemente come scivoloni di singoli politici, ma sono piuttosto da analizzare come risultati e sintomi di una profonda trasformazione nella società, iniziata nella fase terminale della guerra fredda. Berlusconi non è diventato l’uomo più potente d’Italia solo perché il vecchio sistema partitico è crollato in seguito ai processi per corruzione, ma anche - e soprattutto – per quella che Alexander Sille ha definito “rivoluzione culturale silenziosa”.
Segnalo un originale “diario” di New York raccontata dagli occhi di personaggi famosi del mondo della letteratura, dell’arte, della scienza, strutturato come un “puzzle” dei loro diari ed epistolari, articoli di giornale.
Il libro si chiama New York Diaries 1609-2009, di Teresa Carpenter (Modern Library), ed è la struttura a meritare un plauso per originalità, visto che è ordinata cronologicamente come un vero diario, giorno dopo giorno. Ad esempio fu il 3 maggio del 1947 che Simone de Beauvoir ci racconta come decise di preferire il bourbon alla marjuana, e il capitolo del diario relativo appunto al 3 maggio del 1947 sarà lei a riempirlo con il suo racconto. E così via, autore dopo autore.
Così siamo testimoni di Henry Hudson che guarda il fiume che un giorno gli sarà dedicato, ci sono le riflessioni torve di Edgar Allan Poe su Brooklyn, che lo disgustava, e diamo uno sguardo alla processione di gente al funerale di Lincoln. C’è anche il resoconto di certe cene di Albert Camus a Chinatown o Anais Nin che definisce la città solo “una brutta prigione” mentre ci si accorge che Edison scriveva davvero bene, nota l’articolista del NyTimes.
Il tutto per la bellezza di 486 pagine (anche poche, in realtà, ma alcuni giorni, segnala il NyTimes, si riducono a poco più che uno stralcio di frase). Chissà se l’idea stuzzicherà anche qualche autore italiano che si imbarcherà nell’impresa di dedicare un’opera tale a una delle nostre città.
Ora, che i francesi (e le francesi, in particolare) abbiano una marcia in più, lo abbiamo sempre saputo, a partire dal best seller Le francesi non ingrassano di Mireille Guiliano (S&K), che rivelava già dal titolo una verità universalmente nota, per l’invidia di tutte noi.
Le francesi non ingrassano, semplicemente, perchè NON mangiano. Sono superiori alla fame. Hanno altro da fare. Il loro proverbiale savoir faire, naturalmente, lo applicano con successo anche nell’educazione dei figli (e ti pareva).
La questione, scrive Pamela Druckeman nel suo French children don’t throw food (ed. Doubleday), segnalato dal Guardian, è che i francesi sanno dosare “massima severità e massima libertà” nel loro rapporto con i bambini. Sanno far loro attendere quello che vogliono. Hanno la loro “semplice, calma autorità” nel farlo. Difficilmente imitabile a partire da una serie di regole teoriche, e infatti l’autrice descrive la sua esperienza sul campo, e non compone un rigido manuale.
Continua a leggere: I bambini francesi non buttano via il cibo, di Pamela Druckeman
Vari sono gli aspetti che possono essere messi in evidenza del libro-intervista Conversazioni sull’educazione di Zygmunt Bauman in collaborazione con Riccardo Mazzeo, edito recentemente da Erickson. Mi soffermo su due che mi hanno coinvolto di più.
Il primo aspetto riguarda la speranza. Nel dialogo che si intesse tra Riccardo Mazzeo e Zygmunt Bauman si respira la speranza per un futuro migliore. Difficile da attuare, certo, ma non impossibile. Questo è uno dei ruoli dell’educazione: formare alla speranza. Dice il celebre sociologo e filosofo polacco:
La convinzione che mi spinge a cercare, pensare e scrivere nel corso degli anni è che per fare un uso appropriato della libertà di scelta […], abbiamo bisogno di essere consapevoli di quella gamma di azioni insite nel “fato” (il momento storico non scelto in cui dobbiamo agire) e della gamma di azioni alternative […] fra cui possiamo scegliere […] C’è […] molto spazio per la preoccupazione ma non ce n’è affatto per la disperazione. Quanto alla tua domanda se, date le pressioni, le mode e le eccentricità che sembrano oggi prevalere in modo soverchiante, ci sia ancora permesso sperare o attenderci che i nostri figli e studenti si comportino in modo differente da quello che mettono in atto nella maggior parte dei casi, la mia risposta è “sì”. Se è vero (e lo è) che ciascuna gamma di circostanze contiene alcune opportunità accanto ai pericoli, è anche vero che ciascuna di essere è pregna sia di ribellione sia di conformismo. Non dimentichiamo che ogni maggioranza all’inizio era una minuscola, invisibile e impercettibile minoranza. E che perfino le querce centenarie provengono da ghiande ridicolmente minuscole.
Continua a leggere: Conversazioni sull'educazione, di Zygmunt Bauman
C’è un periodo storico della nostra storia patria che è poco analizzato: quello che va dal 1861 al 1922. Non sono due date a caso, ma due momenti importanti per lo Stivale: l’unità d’Italia, la prima data, e l’ascesa del fascismo, la seconda. Si tratta di un periodo che potremmo definire mitico, in quanto in questi anni si costituisce il (fragile) assetto politico alla ricerca di una cultura per l’Italia unita. Sono proprio questi anni che Suzanne Stewart-Steinberg – docente di letteratura comparata (con particolare interesse per la politica e la letteratura italiane e tedesche nel XIX e XX secolo) presso la Brown University (Providence, Rhode Island, USA) – scandaglia nel suo poderoso saggio L’effetto Pinocchio. Italia 1861-1922. La costruzione di una complessa modernità, tradotto in italiano da Anna Maria Paci e pubblicata per i tipi di Elliot.
È un periodo praticamente sconosciuto – scrive l’autrice – vittima di una sorta di inerzia metodologica da parte della critica, tradizionalmente concentrata sul precedente periodo risorgimentale o sul successivo periodo fascista (con qualche eccezione, dovuta in particolare alle storiche del femminismo e di alcuni sociologici della cultura).
La studiosa, quindi, presenta nel suo saggio alcuni aspetti peculiari di quel sessantennio e li analizza in maniera approfondita, facendo ricordo acne a diverse immagini d’epoca. La simbologia intorno al quale si impernia lo studio è quella di Pinocchio, le cui avventure furono pubblicate da Carlo Collodi per la prima volta, a puntate, su Il Giornale per i bambini tra il luglio del 1881 e il gennaio 1883 e poi ripubblicate in volume a Firenze nel 1883.
Continua a leggere: L'effetto Pinocchio, di Suzanne Stewart-Steinberg
A voler ben guardare, cos’è che unisce noi italiani in un’unica identità? Di primo acchito verrebbe da dire: poco o nulla. Poi magari ci si pensa e iniziamo a trovare varie motivazioni. Dalla geografia particolare che definisce bene i confini all’unità religiosa (il cattolicesimo, con tutti i suoi pro e i suoi contro): in mezzo, una marea di di motivazioni, più o meno condivisibili. Ma c’è qualcosa di più profondo? Paolo Golinelli, ordinario di storia medievale e didattica della storia all’università di Venezia, individua il collante dell’identità nazionale nel Medioevo. Così lontano nel tempo? Secondo Golinelli sì e gli argomenti che porta a sostegno della sua tesi sono affascinanti e condivisibili.
Golinelli, rifacendosi a Ludovico Antonio Muratori, vede nel Medioevo “le origini delle nostre tradizioni, dei nostri costumi, delle nostre leggi, della nostra letteratura”. Ed è proprio nella letteratura la chiave di volta dell’unità nazionale italiana:
La presenza di una letteratura nazionale, con la sua capacità di veicolare narrazioni, esempi eroici, interpretazioni e ideali attraverso i mezzi più diversi – dalla scrittura alla trasmissione orale; dal teatro alle immagini, alla musica – nei qual gran parte del popolo si identificava, costituì il cemento unificatore della nostra nazione. C’è quindi un forte nesso tra Medioevo e Ottocento italiano, testimoni di un duplice “risorgimento della nazione” […]: il primo di carattere linguistico e culturale, il secondo approdato all’indipendenza e all’unità nazionale.
Cosa ti dice il cervello? È questo il titolo di una serie di documentari andati in onda non molto tempo fa sulla piattaforma Sky. I documentari - attraverso mille esempi e giochini da fare anche da casa – mostravano la bellezza e la complessità del nostro cervello e fornivano spiegazioni su questo o quell’aspetto del suo funzionamento. Se il mondo del cervello vi affascina e volete approfondire alcuni aspetti, senza tuttavia perdervi nei meandri di spiegazioni troppo scientifiche, allora il libro di Dick Swab fa per voi.
Noi siamo il nostro cervello. Come pensiamo, soffriamo e amiamo è un volume di poco meno di cinquecento pagine, pubblicato in Italia per i tipi di Elliot che “svela tutte le scoperte sul cervello degli ultimi quarant’anni”, come leggiamo nella fascetta promozionale allegata al libro stesso. Il percorso del libro è, ovviamente, molto ampio e segue le varie fasi del nostro cervello dallo “sviluppo, nascita e cure parentali” fino alla morte e oltre, con un capitolo finale – il ventunesimo – sull’evoluzione. Disck Swaab, da luminare quale è, ci presenta vari aspetti del “come” funziona il cervello, del “perché” fa alcune cose e del “percome” non ne fa altre. Affronta questioni che tutti, bene o male, ci siamo chiesti più di una volta (il feto prova dolore? Perché ci sono così tante persone religiose?) ma anche illustra, con serietà e competenza, le varie “malattie”: dalla BIID (Body Integrity Identity Disorder) che porta le persone a considerare estranea a sé una parte del proprio corpo (un braccio, una gamba), alla sindrome di Prader-Willi (malattia rara che porta i ragazzi a uccidersi letteralmente di cibo), all’autismo, alla schizofrenia; ma anche questioni riguardanti il cervello e lo sport, il cervello e il sesso e così via.
Veniamo al mondo con un cervello reso unico dalla combinazione del patrimonio genetico e della programmazione che avviene durante lo sviluppo all’interno dell’utero e nel quale sono già fissati in misura rilevante i nostri tratti caratteriali, i nostri talenti e i nostri limiti. Ciò non vale solo per il QI, per il fatto di essere mattinieri o nottambuli, per il grado di spiritualità, il comportamento nevrotico, psicotico, aggressivo, antisociale e non conformista, ma anche per la probabilità di essere colpiti da malattie nervose come schizofrenia, autismo, depressione e tendenza a sviluppare dipendenze. Una volta adulti, vi sono molti limiti alle possibilità di modificare il nostro cervello, e le nostre caratteristiche sono ormai fissate. La funzione del cervello è determinata dal processo di formazione che si è svolto in questo modo, noi siamo il nostro cervello.
Dick Swaab
Noi siamo il nostro cervello.
Come pensiamo, soffriamo e amiamo
traduzione di David Santoro
Elliot edizioni, 2011
ISBN 978-88-6192-227-3
pp. 480, euro 22