Il libro della vita e della morte, dell’americana Deborah Harkness - professoressa universitaria, di madre inglese, esperta in storia europea e in scienza e magia di XVI, XVII e XVIII secolo - è il primo volume, best-seller, della pianificata trilogia All Souls, in pubblicazione in 34 paesi del mondo e opzionata da Warner Bros per la trasposizione cinematografica.
Quando una professoressa universitaria esperta di certi argomenti decide di scrivere romanzi che quegli argomenti li trattano, tendo subito a tenerli in gran considerazione, perchè so che a una parte fictional saranno associati riferimenti storico-folcloristici di particolare valore e verosimiglianza. Da Il libro della vita e della morte, infatti, mi aspetto, certamente, letteratura di intrattenimento - peraltro anche romantica - ma anche pagine colte («A Discovery of Witches is that rare historical novel that manages to be as intelligent as it is romantic» *).
La storia è questa: Diana Bishop è una strega che, a causa della terribile sorte degli antenati, ha deciso di vivere solo ed esclusivamente come umana, rifuggendo integralmente l’identità stregonesca e radicando la sua mente nella logica e nella razionalità. Ricercatrice universitaria di Yale, attualmente in Inghilterra, s’imbatte, presso la Bodleian library di Oxford (l’autrice stessa vi studiò), in un libro che mai avrebbe dovuto trovare. Su di esso, infatti, grava una sorta di incantesimo che richiama in superficie la sua natura di strega. Ma non solo. Il particolare incantesimo risuona in tutto il mondo soprannaturale e, come nel peggiore degli incubi, streghe, vampiri e demoni entrano nella sua vita. Tra questi anche Matthew Clairmont, vampiro francese di 1500 anni, bello, intelligente, professore universitario di biochimica e genetista.

Ida Macheria è morta da meno di una settimana. Cinque lunghi giorni che le sue spoglie riposano nel cimitero ebraico del Verano, ma sua bara è stata fatta passare per il ghetto, per non dimenticare quella parte della sua vita che la segnò così profondamente da non abbandonarla mai. Aveva 82 anni, era nata a Trieste da una famiglia originaria di Corfù, sterminata in gran parte nei campi di concentramento. La sorella Stellina le rimase accanto anche nell’orrore e resta forse uno dei pochi spiragli di speranza nelle parole della Macheria, raccolte nel libro Non perdonerò mai che invitano ad un ricordo stritola d’amarezza per la precisione di particolari:
La Judenrampe! Il caos, il terrore, l’anticamera dell’inferno. Credo che non ci saranno mai parole sufficienti e tali da poterci fare capire, e da parte mia da rendere benché minimamente comprensibile, ciò che accadeva su quel binario. Si potrà mai capire cosa e con quale violenza scuotesse l’animo dei deportati al loro arrivo sulla Rampa degli Ebrei? No, non bastano tutte le parole che conosciamo, tutte le parole del mondo. Scese, anzi meglio, saltate dal carro bestiame, ci trovammo in un girone allucinante di suoni, di grida, di urla. In una lingua dura, feroce, incomprensibile. I tedeschi, le SS urlavano ordini che nessuno capiva, su tutti grandinavano botte e bastonate, i cani, tanti cani abbaiavano, latravano eccitati e infuriati. Digrignando i denti, cercando di aggredire noi poveretti in preda al panico. Un po’ le SS li trattenevano, un po’ li aizzavano. Tutti, e noi tra loro, cercavamo con occhi smarriti di trovare i nostri cari, il padre, la madre, i fratelli. Sempre tra urli e bastonate ci fecero lasciare sulla rampa i nostri fagotti, le nostre valigie. Guai cercare di tenere con sé qualcosa, anche la più piccola cosa. A botte e spintoni, senza alcun riguardo per niente e per nessuno, ci fecero disporre in due file. Ci prepararono per la selezione. In una colonna gli uomini, nell’altra le donne con i bambini. Stellina e io eravamo con la mamma. Lentamente le due file avanzavano verso un ufficiale tedesco, una SS glaciale nella sua indifferenza che, a volte quasi con aria annoiata, indicava con un frustino a ciascuno se andare alla sua destra o alla sua sinistra. Il suo sguardo non pareva nemmeno vederci. Era Mengele, il medico selezionatore, l’angelo della morte.
Nella sua memoria le umiliazioni subite erano stampate indelebili e quella fame che si attaccava addosso, talmente forte da spingerla a sognare cibi insieme ai suoi compagni di prigionia, quasi a parlarne per sopravvivere. Ida pensava spesso alla cioccolata ed è proprio una cioccolateria ad essere diventata la sua attività professionale. Stasera alle 23.30, l’omaggio di Speciale TG1 attraverso il documentario di Roberto Olla sulla drammatica vicenda, che sarà introdotto da un filmato (realizzato nel settembre di quest’anno) alla Judenrampe di Birkenau e dedicato all’ultimo desiderio espresso da Ida Macheria.
Angel, di Anne Rice, è il primo volume della serie soprannaturale Songs of the Seraphim, a tema angelico.
Difficile trovare chi non conosca Anne Rice, probabilmente la più grande scrittrice di narrativa gotica contemporanea. Ritengo che ogni amante del fantastico sappia, almeno per sentito dire, chi sia il vampiro Lestat, sia che appartenga ai milioni di lettori delle quasi trentennali Cronache dei Vampiri, qui, (o magari delle Streghe Mayfair, altro caposaldo della narrativa della Rice), sia che faccia parte del gruppo che ha solamente visto le trasposizioni cinematografiche. (Anche se è passato qualche tempo dall’uscita di Intervista col vampiro di Neil Jordan - era il 1994 - dubito che un cast composto da Tom Cruise, Brad Bitt, Antonio Banderas e Christian Slater possa essere dimenticato tanto facilmente…).
Come molti sanno, dopo una serie di drammatiche esperienze, Anne Rice, atea di lungo corso («pessimistic atheist lost in a world I didn’t understand» *), si era infine avvicinata al Cristianesimo; durante quel periodo, il primo decennio del nuovo millennio (1998-2011), la scrittrice aveva prodotto una serie su Gesù, The Life of Christ, ancora non ultimata, un memoriale, Called Out of Darkness: A Spiritual Confession, e una serie su angeli, assassini e redenzione, Songs of the Seraphim.
Ciò che forse alcuni non sanno, però, è che il 29 luglio di quest’anno l’autrice ha pubblicamente dichiarato, sulla sua Pagina Facebook, il suo abbandono del Cristianesimo («Today I quit being a Christian» *), troppo restrittivo su temi quali il controllo delle nascite, l’omosessualità, la scienza e quant’altro («In the name of Christ, I refuse to be anti-gay. I refuse to be anti-feminist. I refuse to be anti-artificial birth control. I refuse to be anti-Democrat. I refuse to be anti-secular humanism. I refuse to be anti-science. I refuse to be anti-life» *). Pur rimanendo intatta la fede in Cristo («My faith in Christ is central to my life») Anne Rice ha, quindi, preso formalmente le distanze dalla Sua Chiesa («…following Christ does not mean following His followers […] It’s simply impossible for me to ‘belong’ to this quarrelsome, hostile, disputatious, and deservedly infamous group. For ten years, I’ve tried. I’ve failed. I’m an outsider. My conscience will allow nothing else» *). Ma torniamo al libro in uscita, Angel, partorito, appunto, durante il decennio cristiano…
Continua a leggere: Angel, di Anne Rice. Primo volume della serie Songs of the Seraphim

Si è conclusa l’esistenza di una grande scrittrice. Si chiamava Hella Haasse ed era olandese, come Amsterdam, la città sul fiume Amstel nella quale è morta. Eppure nel cuore dell’Europa non c’era nata, perché è stato a Batavia, nel cuore delle Indie Orientali Olandesi, che ha visto per la prima volta quel mondo che si è portata negli occhi e nelle parole tutta la vita. Era figlia di un funzionario del governo e di una pianista, aveva due grandi passioni: l’arte drammatica e i romanzi storici. Si dilettò di poesia e di scrittura teatrale, ma fu in prosa che scrisse capolavori del calibro di La pianista e i lupi e Il profumo di mandorle amare.
Visse quasi dieci anni in Francia (dal 1981 al 1990 a Saint-Witz 30 km a nord di Parigi) con il marito e la nazione la ricompensò con il più alto riconoscimento conferendole la Legion d’Onore, che si è sommata nel tempo a una lunga serie di premi ricevuti soprattutto da quell’Olanda che rendeva celebre in tutto il mondo. Le è stato dedicato anche un Museo, il cui sito ha come sfondo una foto di Hella bambina.
La sua stella continuerà a brillare letteralmente grazie al corpo celeste 10.250, che porta il suo nome dal 29 luglio 2007, in occasione della pubblicazione di Sterrenjacht (La caccia alle stelle) un suo testo inedito che era apparso in un giornale sotto lo pseudonimo di C.J. van der Sevensterre (che significa non a caso sette stelle) nel lontano 1950, ma era stato quasi dimenticato per essere ritrovato dalla scrittrice, più di cinquant’anni dopo.
Via | lexpress.fr

Corinna. La regina dei mari, di Kathleen McGregor, in ripubblicazione, e Fiore di Scozia, di Stefania Auci, sono due libri in uscita che, pur non appartenendo al genere fantastico, ma al romance storico, m’incuriosiscono molto. E non solo perchè, relativamente al primo, amo le storie di pirati ambientate nei Caraibi (rara eccezione, per quanto riguarda il mio pieno gradimento, alla seconda metà dell’800 inglese/americano/australiano/indiano), ma perchè mi aspetto da entrambe le scrittrici italiane una ricostruzione, un’ambientazione storica ben fatta, attenta, senza i penosi anacronismi di cui ho recentemente dovuto leggere in tanta narrativa historical paranormal romance, in Karen Marie Moning, ad esempio (chiedendomi come fosse possibile essere costretta a sospendere l’incredulità NON per gli elementi fantasy, ma per quelli “realistici” e perchè certe autrici scegliessero il passato per ambientare i propri romanzi senza essere in grado di rispettare criteri almeno minimi di verosimiglianza).
Ebbene, questo rispetto - il rispetto per la Storia - sono certa che McGregor e Auci ce l’abbiano e che derivi da studi non superficiali su fatti, usi e costumi dei luoghi e dei periodi considerati. Ma non credano le lettrici romantiche di Booksblog che solo di storia si tratti. No. E’ l’amore il protagonista principale, un amore grande e appassionato a cui entrambe le autrici pare abbiano saputo dare vita (faccio riferimento alle lettrici della prima “versione” di Corinna, Mondolibri, e a quelle che, in anteprima, hanno già letto il romanzo della Auci; anche se, conoscendo personalmente certe caratteristiche letterarie e umane e la serietà di quest’ultima, francamente, non mi aspettavo di meno per il suo esordio nella narrativa lunga - in quella breve ricordiamo Hidden in the Dark, racconti a tema vampirico, legati alla saga, ancora inedita, Moray Place 12, Edimburgo). Ma entriamo nel dettaglio dei due libri in uscita…
Corinna. La regina dei mari è il primo volume - riveduto e corretto - della saga Mar dei Caraibi, per ora composta da quattro romanzi e un racconto, ognuno incentrato su una coppia romance e ambientato tra i Caraibi dei pirati e dei corsari, l’Inghilterra e la Spagna della seconda metà del ‘600, ai tempi d’oro della Filibusta e durante la lotta tra le due nazioni europee per il controllo del Mar dei Caraibi. La ripubblicazione della serie - che coniuga efficemente romance, storia e grande avventura - è stata richiesta a gran voce dalle lettrici, che hanno per la McGregor giudizi davvero ottimi.

La Mappa del Tempo è un romanzo, noto e apprezzato, dello scrittore e giornalista spagnolo Felix J. Palma, già autore di moltissimi racconti, vincitori di oltre cento premi, grazie ai quali Palma viene considerato uno dei migliori autori di narrativa breve dei nostri tempi. La Mappa del Tempo, invece, fa parte della sua produzione di “narrativa lunga”, dei romanzi, ed è il primo volume, autoconclusivo, della Trilogia Vittoriana.
Uscito nel 2008 in Spagna, vincitore del Premio Ateneo de Sevilla, in poco tempo il libro è diventato un bestseller; il successo in patria ha convinto editori di tutto il mondo a importarlo nei loro Paesi, più di 30, Germania, USA, Australia, Giappone… In Italia è arrivato qualche mese fa grazie a Castelvecchi.
Romanzo d’intrattenimento per eccellenza (non vi si cerchi il significato della vita e dell’universo), La Mappa del Tempo, offre una trama intrigante, a base di viaggi nel tempo, ricca di avvventure appassionanti e dal ritmo incalzante, colpi di scena, scoperte, rivelazioni inaspettate, azione, sci-fi, misteri, morti e amore. Pare, inoltre, che il libro sia scritto molto bene - se amate lo stile un po’ prolisso e manierato pseudo-ottocentesco - con intelligenza (*) e senso dell’intreccio.
Cosa accadrebbe se - grazie a una macchina del tempo - si potesse cambiare il passato? E se il passato in questione fosse quello - amato da molti - della Londra Vittoriana?
Un cuore nelle tenebre, di Roberta Ciuffi, è il primo volume di una serie paranormal romance storica tutta italiana.
Vi fu un periodo, nella mia vita, in cui presi a leggere romance storici. Durò circa un anno, forse due, non ricordo bene. Ne lessi e ne accumulai talmente tanti, tra acquisti in libreria e in edicola (Mondadori, con le sue linee di romance storici, farebbe la gioia di ogni amante del genere), che ancora oggi il loro volume crea problemi di spazio nelle librerie e sulle mensole che punteggiano ogni angolo della mia casa; ogni angolo in cui sia fisicamente possibile posizionarne una senza rischiare crolli. Le mie letture di allora riguardavano, soprattutto, autrici straniere, con le loro storie fatte di spazi infiniti e mille possibili futuri, ambientate nell’America dell’800, ma anche in Australia o nell’India coloniale. Amavo perdermi in questi “luoghi” immensi (e ancora adesso se sogno dev’essere, che sia di freeways, pianure e deserti americani) e ovviamente i modi più rapidi ed economici per farlo erano proprio i romance storici da edicola (e non; Woodiwiss, Rogers e Wilde le compravo in libreria). Ma nonostante la predilezione per le scrittrici americane “e dintorni” e i loro mondi sterminati, ricordo anche tre autrici nostrane che - non me ne vogliano -, pur occludendo i miei orizzonti e narrando di storie tutte italiane, in ambiti, giocoforza, dai confini “più ristretti”, riuscirono comunque a colpirmi. Poco dopo la loro scoperta, però, la mia passione-mania per il romance storico da edicola finì e non lessi più nulla, nè di loro, nè di altre autrici simili. So però che Mariangela Camocardi, Roberta Ciuffi e Ornella Albanese di strada ne hanno fatta tanta e che i loro romanzi, nel corso degli anni, sono diventati dei veri e propri fiori all’occhiello della narrativa storico-romantica italiana.
E’ con grande soddisfazione, quindi, che ho accolto la notizia che tutte e tre le autrici sono entrate a far parte della scuderia Leggereditore, casa editrice che seguo per i romanzi in “area fantastico” (la “rubrica”, se così vogliamo chiamarla, di cui mi occupo io, qui su Booksblog). In questo modo potrò parlare sia di Roberta Ciuffi che, con il nuovo libro Un cuore nelle tenebre, avvia una serie che utilizza elementi e temi soprannaturali, sia accennare - tra le righe - anche alle altre due scrittrici che, pur non avendo nulla a che fare con il fantasy, richiamano alla mente una fase letteraria a cui ripenso con piacere.
Continua a leggere: Un cuore nelle tenebre, di Roberta Ciuffi. Paranormal romance storico italiano
Delirio di una notte di mezza estate, di David Safier, è l’ultimo romanzo dello scrittore-sceneggiatore tedesco.
Parafrasando Shakespeare e sorprendendoci con una copertina terrificante eppur geniale, Sperling & Kupfer porta in Italia questo nuovo libro a base fantastica - arricchito da elementi storici “sui generis”, sentimentali e da tanta ironia - dopo aver già importato i bestseller L’orribile karma della formica, 2009 (Mieses Karma, 2007) - da conduttrice televisiva a kafkiana formica - e L’orribile attesa del giudizio universale, 2010 (Jesus liebt mich, 2008) - come uscire con un Gesù reincarnato che moltiplica pani e pesci, cammina sulle acque e aspetta il Giudizio Universale, previsto per martedì.
In Delirio di una notte di mezza estate, Safier racconta le vicissitudini di un’insoddisfatta Bridget Jones contemporanea, la trentenne Rosa che, a un certo punto, dopo una disavventura amorosa e grazie all’opera di un sedicente mago, si ritrova catapultata nel corpo e nella mente (in complicatissima, “dialogante” e divertente condivisione) niente meno che di William Shakespeare, bloccata lì - in un arretrato, ma affascinante 16esimo secolo - finchè non avrà capito cos’è il vero amore.
Più che l’orologio è la clessidra che incarna l’idea del tempo che passa: i granelli di sabbia che passano da un vaso all’altro, lentamente, e rendono visibile lo scorrere del tempo, il suo fluire e il suo finire. Ed è proprio una clessidra che dà il titolo al romanzo scritto a quattro mani Davide Cassia e Stefano Sampietro, La clessidra d’avorio, pubblicato da Edizioni XII.
In un continuo camminare – tanto geografico (Salisburgo, Parigi, Bologna, Firenze, Roma), quando cronologico (il romanzo inizia nel 1592 e termina nel 2008) si narra della ricerca di un’antica clessidra dai presunti poteri alchemici. Gli autori riescono a tenere desta l’attenzione per tutto il romanzo, cosa non particolarmente facile vista l’enorme divario temporale che c’è tra l’inizio e la fine e considerato che si tratta di un libro scritto a quattro mani, con tutto il lavoro che c’è dietro a una pubblicazione del genere.
Trattandosi di un romanzo che in un certo qual modo ha il tempo e il suo scorrere al suo centro, la costruzione circolare è quella che gli si addice meglio. Non è un caso, infatti, che il libro inizi a Salisburgo nel 1592 e termini sempre lì, sempre nel 1592. Inizia con una partita a scacchi e termina con lo scacco matto.
Continua a leggere: La clessidra d'avorio, di Davide Cassia e Stefano Sampietro
The Land of Painted Caves, di Jean M. Auel, attesissimo sesto volume della spettacolare saga preistorica I Figli della Terra, iniziata nel lontano 1980, è appena uscito in contemporanea mondiale in molti Paesi (come aveva anticipato la scrittrice americana stessa). Ma in Italia no.
Nonostante la Auel avesse incluso anche noi, nelle pagine del suo sito, tra le nazioni che avrebbero finalmente avuto il libro tra le mani nella primavera del 2011, Longanesi, adducendo motivazioni, senz’altro credibili, ma poco accettabili, come tempi di acquisizione, traduzione e questioni tecniche di varia natura, ha posticipato l’uscita al… 2012. Mentre Germania, Spagna, Francia (per citare le nostre vicine di casa) che, come noi, hanno dovuto acquisire e tradurre, sono, invece, riuscite a rispettare - pare senza problemi - i tempi sui quali Jean M. Auel aveva fatto sognare i suoi 45 milioni di lettori.
Sulla pagina Facebook della casa editrice c’è una discussione sulla vicenda. Alcuni lettori hanno espresso, anche duramente, il loro pensiero. Ma l’unico risultato ottenuto, finora, è un generico «accelereremo il più possibile i tempi di lavorazione, come era già nelle nostre intenzioni». Chissà che non si riesca a leggere il romanzo entro l’anno… Certo è, in tutta onestà, che quello di Longanesi sembra, a tutti gli effetti, un errore di valutazione o quantomeno una sottovalutazione di alcuni aspetti: «il romanzo è molto lungo e la versione definitiva ci è stata consegnata recentemente», dicono dalla pagina FB. Ma dalla stessa pagina si legge anche un meno accettabile: «ciascun libro ha una sua storia ma si inserisce all’interno di un programma editoriale che ne coinvolge molti altri e che per forza di cose implica delle scelte nella calendarizzazione delle uscite, scontentando a volte qualcuno». Meno accettabile perchè, visto che si sta parlando di un capolavoro e di un volume atteso in tutto il mondo da 10 anni, con tutto il rispetto, se uno dei molti libri del pur ottimo Clive Cussler fosse stato posticipato un po’ (anche solo per non inflazionare il mercato…) e al suo posto avessero acquisito e tradotto la Auel, forse questa “calendarizzazione” avrebbe scontentato meno persone.
Ma così, per ora, stanno le cose. Nell’attesa del giorno in cui il libro - che concluderà la saga - uscirà nelle nostre librerie, vi lascio il booktrailer e, per chi conosce l’inglese, anche un estratto offerto dall’autrice dal suo sito. Enjoy & then… wait!
Continua a leggere: The Land of Painted Caves, di Jean M. Auel. Pessime notizie per l'Italia!