Ci voleva Giuseppe Montesano, il Montesano di quel Baudelaire “Ribelle in guanti rosa”, il Montesano della beauté éblouissante delle parole, per farmi scoprire Luigi Pingitore, e quest’ultimo per rimettermi sulla strada di Rimbaud. Il poeta che echeggia la “linea d’ombra” di Conrad, l’autore eterno i cui versi si intrecciano violentemente con le storie di Ezra e di Pier, protagonisti di “Tutta la bellezza deve morire” del suddetto Pingitore. Un libro nel quale i capitoli si susseguono senza nome, introdotti da un numero stranamente scritto per esteso. Un testo “a doppia direzione” per un unico senso, che insegue contemporaneamente le vicende di un gruppo di “post-adolescenti” e quelle di uno scultore francese sessantenne, sulle traccie dell’ultimo viaggio della figlia precocemente scomparsa, il cui nome mi è caro.
Lui e Loro. Ezra e poi Francesca, “Dario, Liv, Pier e Silvia. Hanno tra i diciassette e i vent’anni ed è l’estate del millenovecentonovantasei”, tra la roccia a picco e il mare e un reticolo di frasi scolpite nel tempo. “Rifiutare non è rinunciare”, si può decidere di farlo per “troppa meraviglia”, per la paura di dover accettare l’inevitabile fine di quel lacerante splendore. Un gruppo di amici ubriachi di bellezza, nella luce accecante dell’estate sulla Costiera Amalfitana, tra il profumo intenso dei limoni e lo stordimento della vertigine. E quando, lentamente ed inesorabilmente, le loro giornate prendono una piega inaudita, come passi scalzi sulla pietra bollente, arriva l’epilogo. Tra sfide e lutti, testimonianze chiarificatrici ed incontri sconvolgenti, la stagione della calura e della freschezza, consuma volti e incertezze, incurante di tutto e sfacciatamente incantevole.
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Se si lascia da parte la “consueta inimicizia” che sembra legare i “cittadini della Corona” e quelli “della République”, non si può fare a meno di mettere in evidenza alcuni “scambi fondamentali”. La testimonianza di uno di questi si chiama “Hugo riceve Dickens” ovvero un inglese a Parigi, ed è visitabile fino al 13 maggio, presso la Maison de Victor Hugo, situata nel quadrilatero di place des Vosges.
Si tratta di un esplorazione di alcuni nodi comuni, condotta attraverso materiali d’epoca. Caricature, manifesti e giornali, che permettono di farsi un’idea “delle peregrinazioni dickensiane” nella Ville Lumière, tra teatri, incontri mondani, prigioni e obitori, ma anche foto di Julia Margaret Cameron e Edmond Bacot sulla condizione dell’infanzia descritta da entrambe “le penne”.
La manifestazione, inserita nella cornice del bicentenario della nascita di Charles Dickens, parte proprio dagli incontri tra i due scrittori, tramandateci come avvenimenti quasi leggendari. E’ l’inglese a recarsi per primo da Hugo, in una fredda domenica parigina del gennaio 1847, ma le traduzioni e la fama dei suoi romanzi lo hanno preceduto. In una lettera poco posteriore, indirizzata alla Contessa di Blessington centellinerà un elogiativo commento nei confronti “dell’epigono d’oltremanica”:
Hugo mi ha colpito profondamente, ha l’aria di quel genio, che sicuramente è, ed è francamente interessante dalla testa ai piedi.
Le loro “comunicazioni intellettuali”, apparentemente, non si fermeranno lì. C’è chi afferma che tali scambi passino attraverso alcune somiglianze, riferite in particolare alle opere “Racconto di due città” (Dickens 1859) e “Novantatré” (Hugo 1874), corrispondenze corroborate dalla traduzione con la quale il primo testo è stato pubblicato in Francia che suona così: “Parigi e Londra nel 1793″.
Via | paris.fr
Parigi è sempre la Ville Lumière, ma i suoi fasti non raggiungono le periferie, o almeno non tutte e sicuramente non quelle Nord-Est, che confinano con il dipartimento della Senna-Saint-Denis, tristemente noto agli onori della cronaca criminale e conosciuto in Francia semplicemente con l’identificativo: 93, un numero da brivido che solo a nominarlo la “gente d’oltralpe” stringe gli occhi, un po’ come fanno gli italiani quando si parla di Scampia. Se l’esistenza di queste banlieue disagiate ci è entrata direttamente in casa con i servizi televisivi dedicati alle rivolte del 2005, ciò non significa che la situazione sia migliorata in seguito e soprattutto, come si cresce in un posto così?
La risposta sta tutta nel romanzo di Mabrouck Rachedi. Perché lo scrittore ci è nato in banlieue e l’ha respirata tutta la sua aria, per poi “addensarla nelle parole amare di “Malik”, “battezzato” a soli sei anni da un inizio scolastico aromatizzato al baklava. Tra piccoli imbrogli, “partite di calcio multietniche”, tre amici incomparabili e molti destini segnati, il giovane banlieusard riuscirà a “diventare grande” e dovrà fare i conti con una realtà ben più dura del previsto. Perché le illusioni dell’infanzia svaniscono ancora prima all’ombra degli immensi palazzoni annegati nel cemento.
E se questa storia non vi suona nuova è perché in fondo, quattro ragazzi “venuti su” in un ambiente simile, ve li avevamo presentati qualche tempo fa, ma se loro immaginavano un futuro da camorristi, i nostri protagonisti d’oltralpe hanno un solo desiderio: diventare calciatori professionisti, un sogno che ci riporta ancora a Napoli e rafforza il parallelo. Il libro è “una potenza”, se poi ci aggiungete anche le illustrazioni di Jaekeldiablo, “graffitaro coi fiocchi”, sembra proprio di sentirla addosso, quest’atmosfera di periferia.
Al processo Bruno ha spiegato che aveva scelto proprio quella banca perché lo aveva rovinato. Il signor Soulier si è messo a piangere. Tutta la città ha testimoniato la buona fede del signor Le Guerrec, compresi quelli che erano stati rapinati.
Il signor Le Guerrec era Bruno, ma nessuno sapeva il suo cognome. Per noi Bruno era Bruno. Proprio come nei Vangeli Marco, Luca, Giovanni e Matteo sono semplicemente Marco, Luca, Giovanni e Matteo. Perché era un santo, Bruno, ve l’assicuro. Un santo che si è beccato cinque anni di prigione per rapina a mano armata con una pistola ad acqua.
Un nuovo presidente della Repubblica aveva deciso che un crimine era pur sempre un crimine. Delle circostanze attenuanti, se ne infischiava.
Via | leoneeditore.it
La prima volta di Massimiliano Varrese come scrittore è insieme a Francesco Serino in un romanzo di formazione edito per i tipi di Sonda dal titolo L’estate è già finita. Un romanzo ambientato nella Grosseto degli anni Ottanta, con un’Italia che non c’è più, con la lira al posto dell’euro e, soprattutto, con i problemi di una quotidianità che viene affrontata insieme all’amicizia. Il romanzo trova il suo inizio in una serie di domande del primo capitolo:
Ma io, per me? Chi sono davvero? Dove sto andando? Cosa voglio dalla mia vita? Vorrei addirittura cambiare nome! Così sarebbe più facile ricominciare… Mi sento a un bivio e non so decidere. Mi sento come quel giorno, davanti a quel campo di girasoli, noi due fermi, l’uno di fianco all’altro, e una sola domanda in testa: - Checco, ma la mia vita è così com’è, nel senso che è già scritta, o siamo noi che la disegniamo? Che decidiamo il nostro destino?
Così in una narrazione che ha molto del flusso di coscienza, leggiamo della crescita di Massa e Checco, del loro modo di affrontare la vita, gli amori, le delusioni, per giungere, alla fine, dentro se stessi. E non è un caso che l’ultimo capitolo sia costituito da un apologo che narra di Brahma, Signore degli Dei, che nasconde la divinità dell’uomo nell’uomo stesso e solo se si compie un percorso dentro di sé si potrà trovare tale scintilla.
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Attesissimo e non a caso. Ancora un romanzo di formazione, (come Tu, Mio e Montedidio) un libro su un’estate ad Ischia di mezzo secolo fa che arriva alla fine di una stagione della vita. Un scrittore, il napoletano Erri De Luca, che non rientra nella categoria, a dire il vero “non è categorizzabile in assoluto” poiché le sue parole crescono in una specie di coscienza autonoma, come se fossero episodi di un essere che cammina su gambe d’inchiostro.
I pesci non chiudono gli occhi è l’ennesima declinazione della sua storia, l’ultimo flashback che arriva dritto da un isola di fronte le coste napoletane, in quell’attimo di “solarità inselvatichita” che solo le vacanze dei ragazzini sul limitare della preadolescenza possono davvero comprendere. In quel momento incredibile in cui l’amore cambia il corpo e lo spirito, è la lotta contro un tempo che sembra non voler mai essere all’altezza del sentimento di sé che si fa prepotente, ma che resta confinata in un angolo di Mediterraneo. L’autore stesso riallaccia dei fili vecchi mezzo secolo:
Questo ricordo a distanza di un giubileo di cinquant’anni mi ha riportato all’età in cui ne avevo dieci ad Ischia, ed è l’età in cui si scrive per la prima volta il primo numero di anni a due cifre. […] E’ questa cifra doppia che inaugura l’età dell’adolescenza mentre una testa che sta correndo avanti rimane compressa dentro un corpo chiuso, ancora infantile.
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Jeffrey Eugenides è un nome che non dovrebbe suonarci nuovo. E’ lui l’autore del Le Vergini suicide il romanzo dal quale Sofia Coppola ha tratto il film-capolavoro del 1999, e anche di Middlesex, che gli è valso il premio Pulitzer per la narrativa nel 2003. E’ suo anche La trama del matrimonio, ancora una volta incentrato sulla storia di una giovane donna: Madeleine Hanna, studentessa della Brown University (stessa università dell’autore) senza ombre che vedrà la sua vita cambiare in una folata di vento.
L’amore letto e riletto nei classici della letteratura romantica busserà alla sua porta ricoperto da una veste tutt’altro che chiara. Sono gli anni ‘80 e “infuria la moda dello strutturalismo e del decostruttivismo”. Intere trame si distruggono in nome dell’idolo Barthes, ricoagulandosi attorno ai termini del suo celebre glossario Frammenti di un discorso amoroso, e i capisaldi stessi della giovane, che decide infine di iscriversi al corso di semiotica, sono sottoposti ad “aspre ristrutturazioni di senso”.
Ma l’esistenza è pronta ad irrompere nelle pagine e Madeleine si ritroverà divisa tra il fascino carismatico e solfureo di Leonard Bankhead, e la strenua convinzione di Mitchell Grammaticus, amico appassionato di religioni, ricomparso dal passato per far di lei la “donna della sua vita”. Un triangolo degno delle più articolate pagine amorose, che non mancherà di accendere gelosie e passioni infuocate.
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Andrà a finir male, lo so. Ho questo presentimento ogni volta che la osservo senza che lei se ne accorga (…) A volte la guardo e dico: Ahinoi! Questo qui è il nostro angelo della morte.
Personalmente credo che il mio amore per certi autori israeliani sia letterariamente contigua alla passione che da sempre ho per i romanzi di formazione e l’umorismo di certa letteratura irlandese e la innata vocazione alla narrazione della sofferenza umana presente in quest’ultima.
Magari è una tesi ardita, ma ho avuto davvero l’impressione di ritrovare lo stesso retrogusto di certi libri che amo tanto – irlandesi e di formazione in particolare, come dicevo - anche in questi bei racconti di Yehoshua Kenaz. Appropriata la scelta del titolo della raccolta, Appartamento con ingresso nel cortile (che poi è anche il titolo di uno dei racconti) perchè riassume in pieno il fil rouge che lega tutti i “quadri” narrati.
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I diari della falena, di Rachel Klein, è il romanzo d’esordio dell’autrice americana, contraddistinto da «atmosfere intense, allucinate», oscure e gotiche. Dal libro è stato tratto un film, presentato fuori concorso al Festival del Cinema di Venezia 2011.
La coinvolgente storia è ambientata negli anni ‘60, in un esclusivo collegio femminile, Brangwyn Hall - popolato da ragazze in piena, complessa, attratta dalle sperimentazioni e talvolta ansiosa, nevrotica, dolorosa o deviante adolescenza - situato su un’isola del New England, Stati Uniti. Essa è raccontata, attraverso l’espediente del diario, da una protagonista sedicenne, di cui non conosciamo il nome, che è stata inviata lì dopo il suicidio del padre e l’impossibilità, da parte della madre, di superare il dolore e occuparsi di lei.
Sola e disorientata, la giovane narratrice riesce, però, a fare amicizia con la compagna di stanza, Lucy. Fino al giorno in cui, alcuni mesi dopo, arriva al collegio una ragazza nuova, Ermessa, pallida, lunare, strana. Da quel momento le cose cambiano. In brevissimo tempo Lucy si lega a questa ragazza, disorientando la gelosa protagonista (nel romanzo sono presenti sfumati elementi saffici) che, giorno dopo giorno, vede l’amica farsi più distante, cambiare e avvicinarsi “inarrestabilmente” a Ermessa. Fino al momento in cui la narratrice realizza definitivamente che la misteriosa ragazza… è un vampiro.
Chissà, pensa, se qualcuno ha mai parlato a Lena delle cose femminili di cui lei parlerebbe a sua figlia, se ce l’avesse…Si chiede se Lena sente la mancanza di una madre e poi si rende conto della sciocchezza. E’ naturale che la senta. E’ difficile collocare Lena mentalmente: è difficile sapere cosa fare di tanta compassione.
Non so se capita anche a voi (ma penso sia piuttosto normale) di fantasticare sulla vita degli autori di un romanzo, su come la loro esistenza abbia influenzato la storia che ci hanno raccontato. A me è capitato così con Cose da salvare in caso di incendio, opera prima di Haley Tanner, esordiente prodigio i cui diritti sono stati acquistati in 20 Paesi ancor prima della sua pubblicazione negli Stati Uniti, essendo il titolo in odore di best seller annunciato.
Il titolo scelto per l’edizione italiana è secondo me molto bello (l’originale era semplicemente Vaclav e Lena, i nomi dei due protagonisti) e stando alle anticipazioni della trama avevo pregustato una lettura di quelle che piacciono a me. Ovvero voce narrante affidata a due bambini “marginali”, immigrati entrambi dalla Russia (ed entrambi molto soli), un segreto che li divide, e un amore nato sui banchi di scuola che non muore, grazie alla potenza di fantasia e purezza di cuore.
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17 Settembre 1985. Ricordo quella sera come se fosse ieri. Eravamo lì: io, Franco e Tore. Solita panchina, solita serata ad atteggiarci a grandi, a fingerci di essere i padroni di quella piazza e di tutto ciò che passava da li. Cristiani e animali.
- Uagliò, che cazze tiene ‘a guardà. Saje chi comanda quà!?
E bastava che il ragazzo facesse vedere la sua paura che diventava un pupazzo nelle mani di una comitiva di scimmie arrabbiate.
Alessandro Gallo lo conosce veramente quel Rione Traiano tristemente famoso che fa da sfondo alla sua storia, ne ha respirato la polvere fino al fondo dei polmoni. Il suo Scimmie è un romanzo di formazione, i protagonisti sono “picari un po’ cresciutelli”, ragazzini “piccoli ma cazzuti” venuti su a confetti, merendine (rigorosamente made in Caivano) e provola, quando “a zupp è latte” non era più di moda. Mezz uommen che tra riti di passaggio e degrado, costeggiano il confine cruciale con l’età adulta. Solo che la loro iniziazione è particolare come il luogo nel quale sono cresciuti.
Non ne parlo adesso solo perché credo valga la pena di leggerlo (cosa che evidentemente penso per chi non lo avesse ancora capito), ne perché a Napoli ho vissuto l’adolescenza come i ragazzi descritti da Gallo o perché sento sempre di avere una sorta di debito, verso quell’insieme incoerente e vulcanico che, nel mio immaginario, coincide con il capoluogo partenopeo e che mi si riaccende dentro come una febbre residua, anche adesso che sono lontana. Scimmie è tra queste righe perché ha ottenuto il riconoscimento del Concorso Letterario Giri di Parole 2011, sezione romanzi, indetto da Navarra Editore punto e a capo. Non resta che aspettare che sia pubblicato.
Via | NavarraEditore.it