Dopo le polemiche seguite alla biografia di Coco Chanel in cui si sostiene che fosse una spia nazista, l’articolista dell’Independent si interroga su quali siano i criteri di una buona biografia, e sui confini leciti per invadere (“anche se retroattivamente”) la privacy di personaggi noti.
La prima domanda da porsi è però il “perchè” noi lettori continuiamo ad amare così tanto le biografie (in Italia sono il genere più venduto, oltre ai “gialli), e soprattutto quelle che rivelano materiale a “tinte forti” sui nostri autori preferiti, come i presunti problemi sessuali di Lewis Carroll, il vizio della pornografia di Kafka, le passioni erotiche insaziabili di Simenon (e sono solo degli esempi).
Il motivo, secondo l’autore, sta nel fatto che i cercatori di “sensazioni forti”, troppo rigidi per cercare “esplicito materiale sessuale negli scaffali della libreria”, possono trovare soddisfazione nelle biografie, “se non gli importa di essere intralciati da 500 pagine di materiale estraneo” al racconto di queste perversità.
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Il suggerimento viene da uno spiritoso articolo del Washington Post, in cui l’autore ha la pretesa interessante di spiegare “Perchè i testi teatrali sono le letture ideali per l’estate”. Il perchè è presto detto: pensate a voi, sdraiati sotto l’ombrellone, a spiare le chiacchiere di parenti e vicini di sdraio.
O fate come il giornalista, che ad esempio ricorda ad esempio quanto fosse biecamente interessato alle chiacchiere sentimentali della sorella più grande al telefono con il fidanzato, o a quello che diceva la madre quando litigava col padre in camera da letto.
“E che cos’è un testo teatrale se non un invito ad ascoltare le cose che le persone dicono le une alle altre in privato, a volte cose brutali, a volte ridicole, sempre cariche di mistero?..Sia che tu legga un testo teatrale o 100, cosa colpisce è la storia complessa e commovente che emerge dal mero dialogo”
Fra i consigli dell’autore, i classici Arthur Miller e Neil Simon. Io personalmente vi consiglio – oltre a inevitabili classici quali Aspettando Godot e Vita di Galileo – tutte le commedie di Dario Fo, o ad esempio (uno che mi è piaciuto molto) Libri da ardere della Nothomb. Altri suggerimenti?
Sul New York Times viene ricordata la storia del primo “pioniere” dell’autopubblicazione, un fenomeno che sta diventando molto di moda anche da noi. Si trattava - nel non tanto lontano 1995 - di un tecnico riparatore di televisioni ormai in pensione, Boris B. Gursky, immigrato inglese dall’Ucraina e afflitto da cancro alla prostata.
Un editore per un tot di dollari (a seguito di un suo annuncio sul Reader’s Digest) gli inviò un kit per autopubblicare la sua opera. Era la prima volta che un editore metteva a disposizione di uno sconosciuto i mezzi per diventare “editore di se stesso”.
E Gursky? Investì molto dei risparmi di una vita (circa diecimila dollari) per dare alle stampe “The perilous life of B.B.Gursky”, la sua autobiografia. D’altronde, l’autopubblicazione nasce per dare spazio - oltre che, in alcuni casi, alle proprie insulse velleità artistiche -all’espressione di sè, alle proprie memorie (ha fatto notizia l’autore che in edicola continua a vendere con successo le memorie di suo nonno soldato in Russia).
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Una proposta di copertina, scrive il New York Times per introdurre una simpatica gallery di copertine “scartate”, può essere affossata per una miriade di ragioni. “E’ troppo scura, è troppo chiara (le copertine bianche non rendono bene su Amazon), fa somigliare troppo il libro a un romanzo young adults, non piacerà al pubblico maschile”.
Come scrive la testata, per un libro di alto profilo le “prove di copertina” possono arrivare a una cinquantina (anche se in genere ci si ferma a non più di una dozzina). E così copertine molto belle come quelle pubblicate a corredo dell’articolo vanno ad essere scartate. Ce ne sono alcune che assomigliano al quaderno a righe delle elementari o a certe scritte con i pastelli a cera (L’uomo autografo di Zadie Smith), altre che somigliano a schizzi di pennarello su cartoni legati con lo spago.
In alcune le singole parole del titolo vengono scritte ognuna su un pennarello diverso oppure in cui titolo e autore sono inseriti sull’etichetta di una scatola di medicine (Presunto innocente, di Scott Turow). La mia preferita? Quella in cui le lettere sono formate, come in un poutpourry politically un-correct, da fili, semi, radici, farfalle in miniatura. Ricreatevi gli occhi con la photogallery, qui.
Via | Sole24 Ore
Esce anche in Italia (edita da Rizzoli) Granta, storica rivista letteraria ideata in Inghilterra nel 1889 (la distribuivano gli studenti di Cambridge in fogli volanti ai passanti) che alla fine degli anni ‘70 ha visto l’inizio di una nuova ascesa, portando all’attenzione del grande pubblico i racconti di eclatanti esordienti come Bukowski o Carver (precedentemente aveva “lanciato” la splendida esordiente Sylvia Plath).
La pubblicazione italiana (il primo numero è uscito questo mese, il secondo è atteso per settembre) arriva dopo quella spagnola (2004) e portoghese (2007) e mi sembra un ottimo segnale di fiducia nei lettori italiani. L’impostazione della rivista è quella di raccogliere contributi narrrativi, saggistici, poetici, dei più grandi scrittori internazionali chiamati a scrivere su un determinato tema.
Per il primo numero italiano è stato scelto il lavoro, a cui si sono ispirati fra gli altri Michela Murgia, Giorgio Vasta, Francesco Piccolo ma anche Colum McCann, e Doris Lessing (i cui contributi sono anche pubblicati on line, come nel caso di Murgia). Detto per inciso, fa piacere citare nomi di scrittori italiani mediamente giovani che già si sono fatti apprezzare (penso all’ottimo Vasta della scuderia minimum fax, ad esempio): segno dell’emergere di una “nuova generazione” di ex esordienti italiani che sta riuscendo a consolidare - nella maggior parte dei casi meritatamente - il proprio nome?

Questa settimana, tra il 17 e il 21 maggio, a Bologna le riviste indipendenti si ritrovano al Bartleby per la nuova edizione del BIRRA, la bagarre internazionale di riviste alternative, un’iniziativa nata nel 2007 come un luogo di incontro e di confronto tra le realtà letterarie indipendenti di tutta Italia.
Ad oggi il marchio BIRRA raggruppa quasi 40 riviste, dalle più grandi, come Il primo amore, Terre di Mezzo e Pulp, fino a quelle più piccole, come per esempio il Traghetto Mangiamerda, Banlieue, Follelfo, El Aleph, Progetto Babele, Inutile e moltissime altre, testate che a parecchi di voi suoneranno sconosciute o quasi, ma che da anni producono cultura.
Tutte queste realtà appartengono a un livello del discorso culturale che per molti lettori, in questo paese, è invisibile, ed è invisibile per due motivi. Da una parte perché il campo di gioco dell’editoria è molto simile a una giungla, sia per struttura che per modus operandi, vale a dire che premia e tutela soltanto i grandi le realtà editoriali aziendali, quasi solo le grosse, tra l’altro. Dall’altra perché c’è un campo da gioco più grande, quello della Cultura, che in Italia, per ragione politiche, economiche e sociali, è in agonia da anni.

I nostri lettori più attenti sanno bene che non amiamo particolarmente parlare di concorsi letterari o similia, come sanno però altrettanto bene che amiamo fare delle eccezioni quando il concorso in questione sia degno dio nota, curioso e, ovviamente, gratuito. In questo caso il concorso che ha solleticato la nostra curiosità è quello lanciato dalla storica rivista L’Indice dei libri del mese che.
Intitolato “Schedatore per un numero”, il concorso lanciato dalla redazione del mensile torinese dalla storia quasi trentennale invita tutti i suoi fedeli lettori a passare, per un numero, dall’altra parte della scrivania, a togliere i comodi panni del lettore e vestire gli spesso disagevoli e faticosi panni del critico, del recensore. Tra tutte le recensioni pervenute entro la fine di giugno, poi, la stessa redazione sceglierà le due che riterrà più meritevoli e brillanti e premierà i rispettivi autori di un abbonamento annuale alla rivista.
Insomma, anche mettendo da parte il premio finale, per la cui assegnazione la battaglia sarà certamente molto aspra, la forza di questo concorso è il fatto che, anche solo per una volta, dà la possibilità ai lettori di mettersi alla prova e dire la propria sul libro che più si è amato, o più si è detestato dell’ultimo anno solare – i libri devono essere obbligatoriamente stati pubblicati tra il 2010 e il 2011 – confrontandosi con le difficoltà che fanno del critico un lavoro sicuramente non facile, ma decisamente appassionante.

Tra le tante pessime notizie che arrivano sia dal mondo intero che dall’Italia, ce n’è una che, almeno nel piccolo campo del giornalismo culturale, fa di questo venerdì una giornata importante. Sto parlando del varo del nuovo settimanale culturale del Fatto Quotidiano, intitolato Saturno, diretto – e questa è una seconda buona notizia – da Riccardo Chiaberge che torna a ricoprire un ruolo di primo piano nel giornalismo culturale italiano dopo quasi due anni.
Era da un po’ di tempo, infatti, decisamente troppo, che non si sentiva il ronzio benefico delle sarcastiche vespe di Riccardo Chiaberge. Più precisamente era dal 3 luglio 2009, da quando il giornalista torinese era stato silurato dal Sole24ore, dopo 10 anni di direzione e oltre 500 punture brucianti agli esponenti dell’élite letteraria italiana, con l’accusa di aver “punto” uno che alle punture di vespa pare fosse allergico, ovvero Carlo Rossella.
Al di là del ritorno di Chiaberge – che in questo primo numero pubblica la vespa che gli costò il posto al Sole –, questo primo numero di Saturno pone delle promettenti basi per il futuro: a partire da pezzi su libri interessanti – L’Arabo di Audouard, Vizio di forma di Pynchon, Nemesi di Roth – fino allo spazio dato a voci importanti della letteratura contemporanea italiana, da Tiziano Scarpa a Michele Murgia. E tante sono anche le personalità che Saturno ha saputo coinvolgere per il lancio di questa nuova iniziativa, dal premio nobel Dario Fo a Philippe Daverio, da Fiorella Mannoia a Salvatore Settis.
Per ora, almeno a giudicare dalle 8 pagine di oggi, questo progetto ha tutte le carte in regola per occupare un posto di rilievo nel panorama italiano. Vedremo nelle prossime settimane se gli ottimi presupposti verranno confermati.
Da qualche anno a questa parte, le riviste letterarie indipendenti italiane si sono organizzate, hanno fatto rete, creando per esempio il BIRRA, il festival delle riviste indipendenti che durante l’ultima edizione, questa estate, ha coinvolto decine di realtà indipendenti riuscendo a ritagliarsi sempre più spazio e coinvolgendo sempre più lettori e autori.
Tra le tante realtà che compongono il mondo eterogeneo delle riviste letterarie, ce n’è una che negli ultimi mesi si è dimostrata più vitale delle altre. Si tratta di Atti Impuri, una rivista a cura del collettivo letterario torinese sparajurj, che, dopo la decisione, controcorrente rispetto alle tendenze contemporanee, di espandersi dalla rete alla carta, sta avendo in questi mesi un grande successo.
Da un paio di settimane Atti Impuri è tornato nelle librerie con il numero 2, un numero che – come il numero 1 d’altronde – vanta collaborazioni di grande spessore, dalla contemporaneità delle lettere italiane, rappresentate da Giorgio Vasta, Stefano Raspini e Andrea Scarabelli, fino alle voci dei classici dimenticati, in questo caso quella di François Rabelais, di cui potrete trovare tra le pagine di questo numero un carteggio inedito in Italia.
Ma la pubblicazione di questo nuovo numero di Atti Impuri non è una ottima notizia solo per chi ha creduto e lavorato con passione e convinzione in questo ambizioso progetto, ma è anche un segnale incoraggiante per il piccolo esercito di collettivi e scrittori indipendenti che lotta con coraggio per continuare ad esistere e a veleggiare contro vento.
Atti Impuri - Luogo di scritture
a cura di Sparajurj
No Reply Edizioni
euro 12
L’unica free press letteraria della penisola, Satisfiction, creata e portata avanti coraggiosamente da Gian Paolo Serino con il sostegno di Mattioli1885 e dell’editore spericolato Vasco Rossi, continua a dimostrare di essere una delle realtà più dinamiche del panorama italiano, per il resto decisamente stantio e ammuffito, e si appresta a lanciare una nuova piattaforma web.
L’obiettivo è ambizioso: vale a dire diventare un punto di riferimento culturale imprescindibile, prendendo ispirazione nientemeno che dal New Yorker, sia come aspetto grafico sia come ampiezza dei contenuti, che, oltre a riguardare come al solito il mondo letterario nella sua complessità – dai preziosi inediti alle recensioni – si aprirà anche al giornalismo di inchiesta.
Vista la qualità che ha sempre contraddistinto l’operato di Serino e della sua banda, le aspettative per questo nuovo debutto, se così si può dire, sono senz’altro molto alte. Anche perché, francamente, in Italia si sente molto la mancanza di qualche punto di riferimento indipendente e dotato di una linea editoriale precisa. E se Satisfiction sarà in grado di cominciare a riempire questa voragine, l’intero panorama culturale italiano ne trarrà parecchio giovamento.
Via | Panorama