“Punto Omega” (Einaudi, 118 pagine, 18,50 euro) si apre con un uomo che trascorre le sue giornate a guardare in un museo il film Psycho proiettato al rallentatore, così lentamente da durare un’intera giornata (è un’installazione di Douglas Gordon, come ci avverte una nota finale) e si chiude con il misterioso incontro di questa persona con una donna.
Tra queste cento pagine si dipana una storia che è soprattutto una riflessione sul tempo, sulle potenzialità e sulle capacità della parola, e che immerge il lettore in una scrittura tanto secca quanto evocativa, riflessiva. La trama è piuttosto semplice, anche se in un certo senso aperta. Jim Finley è un giovane regista che vorrebbe riprendere l’anziano Richard Elster, un teorico della Difesa durante la guerra in Iraq, davanti a una parete, in un lungometraggio-confessione (un’altra performance, dunque).
Jim raggiunge Elster nella sua casa, in mezzo al deserto, e tra i due si instaura un rapporto intellettuale densissimo. “Quando hai strappato via tutte le superfici, quando guardi sotto, ciò che resta è il terrore. È questo che la letteratura vuole curare. Il poema epico, la favola prima di andare a letto”, ed è forse questo svelamento che il vecchio vuole evitare.
Forse nessuno era più indicato di Giulio Borrelli, direttore del Tg1 tra il 1998 e il 2000 (ora corrispondente da New York), per cercare di mettere un po’ di chiarezza sul telegiornale più seguito d’Italia, e che negli ultimi tempi è andato incontro a non poche polemiche.
Nel suo “Le mani sul Tg1” (Coniglio editore, 207 pagine, 14,50 euro) il giornalista ripercorre la storia del Tg, dal 1989, quando il direttore era Bruno Vespa, all’era Minzolini, quella in cui il telegiornale di riferimento degli italiani è andato incontro agli ascolti più bassi della sua storia recente (intorno al 27%, di contro a una media del 30%, con punte, sotto la direzione di Rossella, intorno al 33%)
E lo scenario che ne viene fuori è inquietante: piccole e grandi sopraffazioni che in parte già conoscevamo, ma che vengono spiegate (e narrate) da una prospettiva interna: da quando nel 2003, nel servizio dedicato all’apertura del semestre italiano di presidenza dell’unione europea, l’inviata Susanna Petruni mette a punto un servizio in cui censura il famoso commento di Berlusconi a un eurodeputato tedesco (la famosa frase: “la proporrò per il ruolo di kapò), alle recenti dimissioni di Maria Luisa Busi, storica conduttrice del tg.
Si è fatto conoscere nel 2006 con i bei racconti di “Pugni”, che hanno vinto il Campiello Europa e, dopo il romanzo “L’acchito” (2007), Pietro Grossi torna ora in libreria con un racconto lungo (come altro definirlo?) dal titolo evocativo, “Martini” (Sellerio, pp. 64, 9 euro).
Lo fa con un racconto che inscena un giovane giornalista, narratore delle vicende, che ripercorre la sua amicizia con lo scrittore Thomas J. Martini, ponendo il lettore di fronte a una doppia storia: quella della perdita d’ispirazione e della caduta di un grande scrittore, e quella della maturità di un giovane giornalista, che dagli articoli su rivista passa alla scrittura romanzesca.
E lo fa tra alberghi di lusso, un’attrice bellissima (almeno quanto la sua descrizione) e, ovviamente, bicchieri di scotch con ghiaccio al bancone di un bar americano. Tutto nasce da un’intervista che il giovane Frank fa all’acclamato scrittore. Da qui nasce, spontaneamente, una di quelle amicizie fatte di lunghi silenzi e qualche lettera, incontri più o meno casuali e poche importanti parole, che trovano soluzione nel finale.
“Tutti gli uomini sono bugiardi” (Feltrinelli, pagine 174, euro 14) è innanzitutto un gioco di specchi: nel libro si immagina che un giornalista francese, Jean-Luc Terradillos, indaghi sulla morte violenta di Alejandro Bevilacqua, esule argentino rifugiatosi a Madrid. E per scoprire come mai il corpo di Bevilacqua sia stato trovato sulla strada, proprio sotto un certo balcone, si affida a cinque persone che hanno avuto rapporti con lui, lasciando loro la parola.
E così ognuno di loro ci racconta il proprio Bevilacqua: c’è lo stesso autore, Alberto Manguel (altro gioco di specchi), Andrea, un’amante dell’esule, “Chancho”, un compagno che è stato compagno di cella di Bevilacqua a Buenos Aires; Tito Gorostiza, un collaboratore della polizia argentina che dall’aldilà ci racconta il suo Alejandro, e infine Torradillos, che tenta di tirare le file delle numerose personalità che emergono del suo “ricercato”.
Credo che “Tutti gli uomini sono bugiardi” possa essere considerato, tecnicamente, una spy story: c’è un morto, e bisogna capire se è stato un suicidio o un omicidio e, in quest’ultimo caso, chi sia l’autore del delitto. Ma è molto di più: è un gioco stilistico-letterario (nel quale Manguel, indubbiamente, si diverte); è un romanzo storico che ci apre uno spaccato sulla dittatura argentina; e infine è un romanzo gnoseologico, che si interroga sulla possibilità di arrivare a cogliere la verità.
Continua a leggere: Tutti gli uomini sono bugiardi di Alberto Manguel
E’ difficile scrivere di “Tempo d’estate” (Einaudi, pagine 160, euro 20), ultima uscita del premio nobel sudafricano J.M. Coetzee, tanto le pagine di questo libro tendono a una verità sviando il lettore nei meandri della finzione. “Tempo d’estate” è infatti una finta autobiografia: Coetzee immagina che un biografo intervisti alcune sue vecchie conoscenze per cercare di carpire i segreti della sua vita.
E’ dunque un falso postumo l’opera di Coetzee, ambientata (se così si può dire) nei primi anni ‘70, quando lo scrittore era appena tornato dagli Stati Uniti e viveva con il padre in una modesta villetta. E le interviste del fantomatico accademico che vuole stendere una biografia del premio nobel ci restituiscono un ritratto molto particolare di Coetzee: uomo impacciato, eternamente chiuso nella sua figura di figlio, amante deludente con vaghe aspettative dalla vita.
E non sapremo mai quanto la biografia che emerge in “Tempo d’estate” (che dopo “Infanzia” e “Gioventù” rappresenta l’ultima delle “Scene di vita di provincia”, questo è il sottotitolo del libro) corrisponda alla verità: biografia e finzione restano indissolubilmente legate in quel gioco di fiction e non fiction che tanta parte ha nella letteratura degli ultimi anni.
Sono passati diciotto anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio, in cui, è bene ricordarlo, nella prima, persero la vita Giovanni Falcone – sua moglie e parte della scorta – e, nella seconda, Paolo Borsellino – e la sua scorta –, e proprio in questi giorni si discute una legge sulle intercettazioni.
È appena uscito un libro che racconta quel periodo, il più buio della nostra storia recente: quell’arco temporale a cavallo delle due stragi, e, per usare un eufemismo, il dialogo che si era innescato tra Stato e Cosa Nostra. Il libro è: Il patto, di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci, appena uscito per i tipi di Chiarelettere.
In quel periodo, si sa, era iniziata una lotta alla mafia, proprio grazie al lavoro di magistrati come Falcone e Borsellino, fatta entrando nella logica della sua struttura organizzativa. Tra gli strumenti utilizzati c’erano, appunto, le intercettazioni, ma soprattutto il pentitismo.
Continua a leggere: Il patto, di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci
Non c’è niente da fare: quando si inizia un libro Andrea Vitali, bisogna arrivare fino in fondo, e l’ultimo La mamma del sole, uscito da poco per Garzanti, non è certo da meno.
Siamo ancora una volta in quel microcosmo che è Bellano, in grado, fortunatamente per noi lettori, com’è evidente anche dalla produzione di Vitali, di contenere un numero incredibile di storie.
Siamo in piena epoca fascista, nel 1933, per l’esattezza, l’anno in cui i trasvolatori italiani sono alle prese con la Seconda Crociera Atlantica (organizzate da Italo Balbo, l’allora ministro dell’Aeronautica, sin dal 1928) che da Orbetello, passando per Rejkiavik, faceva scalo prima a Chicago, poi a New York e faceva così ritorno a Roma.
Dopo la breve parentesi dei “Quaderni” (Bollati Boringhieri) José Saramago torna in libreria con il suo primo editore italiano, Feltrinelli. E lo fa riprendendo una delle sue vene narrative migliori, quella biblica, narrandoci le vicende legate a una delle figure più note della Bibbia, Caino (15 euro). Lo fa a modo suo, certamente, mescolando storia biblica e fiction, intento dissacrante e spirito di osservazione della società.
La dose di inventiva, in questo romanzo, è molto più forte rispetto al testo sacro: viene narrato (ovviamente) l’omicidio di Abele, ma Saramago attribuisce al protagonista la facoltà, in un certo senso, di viaggiare nel tempo: ogni tanto Caino avverte una strana sonnolenza, e improvvisamente si ritrova a Sodoma e Gomorra, alle spalle di Isacco (proprio quando sta per uccidere Giacobbe) o sull’arca di Noé.
E’ un espediente narrativo a metà tra la fantascienza (che rimane pur lontanissima dai caratteri di questo romanzo) e il romanzo picaresco: insomma, Caino assomiglia più a un Don Chisciotte che si aggira tra i sentieri biblici che al protagonista di un romanzo di Philip K. Dick. Ma di certo la bellezza dei libri di Saramago non risiede nella trama, ma nello sguardo che l’autore impone sui personaggi.
Continua a leggere: "Caino", l'ultimo libro di José Saramago
L’amore del bandito, di Massimo Carlotto, uscito qualche mese fa per edizioni e/o, è uno di quei libri che, banalmente, quando lo inizi a leggere poi devi andare fino in fondo, all’ultima pagina. E i motivi sono più di uno.
Innanzitutto l’Alligatore, alias Marco Buratti, personaggio unico nel suo genere: scontroso e dolente, innamorato del Calvados e del blues, refrattario all’uso delle armi. Insomma, umanissimo.
L’Alligatore questa volta ha a che fare con una storia assurda, imprevedibile (o forse no) eppure verosimile, il cui punto nodale è la scomparsa, nel 2004, di quarantaquattro chili di droga dall’Istituto di medicina legale di Padova; si interessano all’evento un po’ tutti: dalle forze dell’ordine alle varie criminalità organizzate.
Continua a leggere: L'amore del bandito, di Massimo Carlotto
Via della Trincea di Kari Hotakainen, uscito pochissimi mesi fa per i tipi di Iperborea, è un bel libro, divertente e drammatico insieme, che ti cattura dal primo rigo, e innervato su un’idea di fondo molto accattivante.
Matti Virtanen è un patito del jogging e della musica rock degli anni Settanta, ma soprattutto è un casalingo a tutti gli effetti: cucina, stira, bada alla casa e alla bambina; fenomeno antropologico tipicamente nordeuropeo, in cui si è diffuso e affermato da qualche decennio; si sta affacciando timidamente anche nel nostro Paese, ma che tuttavia, forse, nemmeno i nordeuropei hanno accettato fino in fondo.
Matti, di fatto, un giorno non ce la fa più e pone fine all’idillio familiare sferrando un pugno a sua moglie Helena, donna in carriera, colei cioè che in casa, tanto per intenderci, porta in pantaloni. Helena prende la bambina e le sue cose e si trasferisce da sua sorella.