Ella e John, a ottant’anni suonati e con i loro gravi problemi di salute, montano sul loro amato camper e piantano tutto; partono da Detroit, lungo la Route 66, destinazione: Disneyland. Sembra una follia, almeno è questo il giudizio dei figli, «non so nemmeno se dovrei dirglielo, ma lo faccio comunque. “Andiamo a Disneyland”», come si evince non è così folle, invece, per questa coppia che sta insieme da mezzo secolo.
«Noi due insieme, come siamo sempre stati, senza parlare, senza fare niente di speciale, semplicemente in vacanza. Lo so che niente dura, ma anche quando ti rendi conto che qualcosa sta per finire, puoi sempre voltarti indietro e prendertene ancora un po’ senza che nessuno se ne accorga». Qui sta l’essenza del viaggio che Ella e John hanno intrapreso.
In realtà, non sarà un viaggio così tranquillo. Dovranno vedersela con un bel po’ di gente strana e camerieri scorbutici, addirittura con un coppia di rapinatori messi in fuga da Ella con la pistola del marito. Naturalmente, incontreranno anche brava gente, su tutti spicca un nutrito gruppo di rallisti, con tanto di tatuaggi e strane capigliature.
Continua a leggere: In viaggio contromano, di Michael Zadoorian
Non è facile parlare di Stelle cadenti di Bambino delle stelle pubblicato dalla Arduino Sacco. Rientra in quei libri che non ammettono vie di mezzo: piacciono o non piacciono. A me è piaciuto, anche se qualche difficoltà l’ho trovata.
La prima è nello pseudonimo usato dall’autore che occhieggia ai tanto famosi bambini indaco che, se vogliamo, sono a metà strada tra sciamanesimo e autismo. Uno pseudonimo che esprime al contempo candore ed alienazione, sentimenti, questi, che ricorrono per tutto il testo, visto che il protagonista principale - che è anche l’io narrante - è proprio il bambino delle stelle. Ma proprio questo candore e questo senso di alienazione, questo desiderio di vivere in un mondo altro è anche uno dei principali pregi del testo.
La seconda difficoltà - e al contempo grande pregio, a mio punto di vista - è che non si tratta di un libro. Ed è l’autore stesso a dirlo, sia fra le righe che in una lettera indirizzata al lettore che troviamo a metà libro e che non è presente nell’indice: un messaggio che l’autore vuole mandare solo al lettore che effettivamente si avventura tra le pagine del testo:
Continua a leggere: Stelle cadenti, un romanzo tra candore ed alienazione
Bjorn Larsson, da non confondere con l’omonimo Stieg Larsson, è un uomo e uno scrittore molto particolare. Laureato in filosofia e professore di francese all’università di Lund, in Svezia, unisce il lavoro accademico all’amore sfrenato per la navigazione, passando 6 mesi all’anno nelle aule dell’università e gli altri 6 sulla sua barca a vela, il Rustica, nei cui spazi angusti ha scritto alcuni dei suoi libri di maggior successo, dall’appassionante Cerchio Celtico (che ho appena finito di leggere in 48 ore di passione) a La vera storia del pirata Long John Silver, imperdibile per tutti gli appassionati di pirati e gli amanti dell’Isola del Tesoro di Robert Louis Stevenson.
Per tornare al libro in questione, libro che vi consiglio per iniziare con il piglio letterario giusto questa calda estate: Il cerchio celtico è la storia di un’indagine, ambientata negli anni novanta, su una misteriosa setta di indipendentisti celtici, indagine i cui protagonisti sono Ulf, uno skipper svedese, palese controfigura narrativa di Larsson, il suo amico Torben e, naturalmente, il Rustica, compagno di viaggio dei due e vero protagonista di alcune delle scene più affascinanti del libro, quando si destreggia tra i rigori dell’inverno nel terrificante e gelido mare del Nord che fa da cornice a tutta questa meravigliosa avventura.
Non voglio svelarvi nulla dell’intreccio, tranne anticiparvi che ne rimarrete con ogni probabilità ammaliati e che difficilmente riuscirete a staccare gli occhi dalle pagine. Con questo libro, pubblicato per la prima volta nel 1990 e tradotto nel 2000 in italiano dalla Iperborea, splendida casa editrice specializzata negli autori del nord europa, Bjorn Larsson ha vinto il premio Boccaccio Europa nel 2000. Negli ultimi giorni Larsson è stato tra i protagonisti del festival delle letterature di Massenzio.
Bjorn Larsson
Il cerchio celtico
Iperborea
euro 18,50
La vita meravigliosa dei laureati in lettere è un racconto breve di Alessandro Carrera edito da Sellerio nel 2002 che non può mancare nella biblioteca dei laureati in lettere (sia vecchio che nuovo ordinamento). Carrera racconta in chiave paradossale e ironica la vita movimentata di due laureati in lettere: Renato, docente di ruolo “tendente all’inquietudine e alla depressione”, e il compagno d’avventure, Rino, laureato disoccupato, “persona lieve innocente e poco complicata”.
Renato e Rinaldo, per tutti Rino, erano due laureati in lettere. Uguale era la stella che avevano seguito, profondo il precipizio che li divideva: Renato era professore di ruolo in una scuola media della più grande penisola del Mediterraneo; Rino invece era disoccupato, perché aveva passato troppo tempo a occuparsi di cose che non erano importanti e da quando aveva smesso non c’erano più stati concorsi a cattedra.
E, descrivendo situazioni che tutti i laureati in lettere – e non solo! – conoscono, continua Carrera:
Clemente Mastella si vanta di essere uno degli ultimi baluardi cattolici in politica e, così, ho ritenuto giusto avvicinarmi alla sua autobiografia – Non sarò Clemente, scritta con Marco Demarco e pubblicata da Rizzoli – cum animo magno come consiglia di agire sant’Ignazio di Loyola.
Si tratta di un testo in cui Mastella racconta e si racconta, ma c’è un problema di fondo, secondo me: a chi si rivolge questo libro? Mi pare che non sia stato soddisfatto uno dei primi criteri ai quali si guarda nel pubblicare un libro: chi lo leggerà? A chi è destinato? Chi sarà il lettore ideale? È una sensazione che ricorre lungo tutto il libro: forse Clemente Mastella sentiva l’urgenza di dire qualcosa – anche qui: cosa? Accusare? Difendersi? Illustrare? Pura riflessione su quel che ha fatto? – e, spinto da tale urgenza, ha licenziato per le stampe un libro che, tolti alcuni aneddoti di vita politica che possono essere simpatici – per il resto sembra un libro inutile.
Anche il sottotitolo – Memorie dell’ultimo democristiano – rimanda quasi ad un puro esercizio di stile di chi si guarda l’ombelico e nulla più. Incluse anche le (prevedibili) dichiarazioni di amore verso sua moglie Sandra e verso la politica.
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Il romanzo I giardini di Ceylon di Shyam Selvadurai – scrittore cingalese trapiantato in Canada – è un romanzo che potrebbe a pieno titolo entrare a far parte della letteratura coloniale del secolo scorso. Si legge un giovane autore (Selvadurai è nato nel 1965) e, pur con le differenziazioni dovute al diverso panorama culturale, si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un classico.
Nell’opera, ambientata nel 1920 in buona parte nel più esclusivo quartiere di Colombo, Cinnamom Gradens (che poi è il titolo originale del libro) si incrociano le vicende di personaggi che cercano di conservare lo status quo o di sovvertirlo, sempre, però, nell’intento di perseguire una verità. Una donna, Annalukshmi, e un uomo, Balendran, cercano soprattutto di imporre, in una società chiusa e governata da regole apparentemente immutabili, un proprio stile di vita, schietto e degno di rispetto.
Nella narrazione, la libertà dell’isola di Ceylon è cifra del faticoso cammino di liberazione di Annalukshmi e Balendran. Il personaggio maschile, in particolare, riveste un ruolo importantissimo, non tanto e non solo nell’intreccio narrativo, quanto, piuttosto, nella vita dell’autore. Balendran, figlio di un ricco latifondista, percorrendo una via resa dolorosa dalle regole sociali e dalla tradizione, riesce a rivalutare l’intensa relazione avuta con un inglese, Richard, con il quale si rappacifica solo dopo aver riconosciuto la propria autenticità. Splendida, in questa prospettiva, la lettera che Balendran scrive a Richard a conclusione del libro.
Continua a leggere: I giardini di Ceylon: tra amore e desiderio di libertà
Mi piace leggere le biografie e ho sempre trovato quelle dei papi molto edulcorate e agiografiche, tanto da farmi abbandonare la lettura dopo poche pagine. Così invece non è successo con il libro Paolo VI. Il coraggio della coerenza scritto da Gabriele Della Balda e pubblicato dalle Edizioni Messaggero Padova in occasione del trentesimo anniversario della morte del papa. Il testo fa parte della collana I testimoni che ha una struttura ben precisa: una parte in cui viene narrata la vita del personaggio, un’altra in cui ci sono testi del personaggio presentato e una terza parte che è una sorta di glossario.
I maligni definivano Montini come Paolo mesto e la memoria storica ce lo ha tramandato un po’ in tono minore, compresso com’è tra il papa buono Giovanni XXIII e l’iper mediatico Giovanni Paolo II. Lo studio di Della Balda dona il giusto posto a questo grande papa che non fu né conservatore né progressista, ma un pontefice che seppe interpretare la modernità. Corroborato dai testi montiniani, l’autore mette in luce l’importanza di Paolo VI, dei suoi gesti sia come vescovo e cardinale di Milano prima, che come pontefice dopo: la grande missione di Milano, l’attività conciliare prima da cardinale e poi come papa, i viaggi (oggi è normale che un papa viaggi, allora no), i gesti di apertura ecumenica, le encicliche - forti e sofferte.
La figura di Paolo VI è imprescindibile dalla conoscenza non solo del cammino della chiesa cattolica ma anche dell’Italia degli anni di piombo. E il libro di Gabriele Della Balda è un valido sussidio per tutti (sebbene inserito in una collana i cui testi sono soprattutto per ragazzi) per avere uno sguardo d’insieme senza dubbio arricchente.
Gabriele Della Balda
Paolo VI. Il coraggio della coerenza
Edizioni Messaggero Padova, 2008
185 pp, euro 9,80
Quando ero piccolo mi capitava di trovare tanti oggetti smarriti per strada. Ora ne trovo di meno o forse sono più distratto. Il romanzo Oggetti smarriti di Andrea Tosti (Paoletti D’Isidori Capponi Editori, 2009) racconta dove vadano a finire gli oggetti dispersi. Nello specifico Andrea Tosti descrive la vita all’interno di un grande deposito di oggetti smarriti che raccoglie tutto quello che viene perduto sulla terra. A parlare è un dirigente di settore che spiega come funziona il tutto e gode nell’illustrare i metodi di classificazione e la vita degli impiegati in questo centro – impiegati il cui unico scopo di vita pare essere quello di catalogare e sistemare gli oggetti smarriti. Finché un giorno tra gli oggetti persi si trova un bambino.
“Una volta arrivò […] anche un bambino. Non ho dubbi che fosse stato dimenticato perché qui non può arrivare nient’altro che oggetti smarriti. Fosse stato abbandonato sarebbe stato trovato morto, o magari tremante, sui gradini di una chiesa in una fredda giornata d’inverno, o anche in qualche cassonetto, come spesso si legge sui giornali che qui arrivano in gran quantità; ma se ci fu consegnato può voler dire solo che qualcuno lo dimenticò da qualche parte, e presto ne perse memoria, come un qualcosa di mai esistito.
Non chiedetemi come si possa dimenticare un bambino; non saprei rispondervi, e infatti non ho notizia di altri casi simili avvenuta dall’apertura di questi magazzini. Del resto non riesco ugualmente a immaginare come si possano smarrire degli oggetti pur ingombranti come dei carri armati, delle barche da diporto o delle intere collezioni di dischi in vinile lasciate in una qualche casa dove ormai non si abita più” (pagine 9-10)
Continua a leggere: Che fine fanno gli oggetti smarriti? Una risposta nel romanzo di Andrea Tosti
L’Italia spensierata è un libro di Francesco Piccolo che racconta alcuni aspetti della vita italiana. È una sorta di viaggio in cinque tappe, o meglio in quattro tappe e un epilogo. La tappe della spensieratezza italiana sono una puntata di domenica in, una sosta in autogrill nei giorni di maggior esodo, la visione di un cinepanettone e una giornata a Mirabilandia. L’epilogo è riguarda la notte bianca romana.
Cinque tappe del divertimento italiano con i suoi riti e luoghi che ci offrono lo spunto per distaccarsi un pochino dalla realtà quotidiana e guardare la situazione che ci circonda (permettendoci anche qualche sorriso – non per la situazione italiana attuale, ma per il libro si intende).
Francesco Piccolo, autore di svariati titoli come anche di sceneggiature per Virzì, De Maria, Placido, Soldini, Nanni Moretti, usa una scrittura semplice e diretta, intercalando alla narrazione delle considerazioni che rendono piacevole la lettura, anche se forse in qualche passaggio si sarebbe desiderata un po’ più di sintesi.
Continua a leggere: L'Italia spensierata di Francesco Piccolo
In un’epoca in cui internet non era nemmeno lontanamente pensabile, la cosiddetta società letteraria era addirittura costretta a incontrarsi di persona e parlare, sentire la voce della discordia, e dare lo spazio necessario al contraddittorio.
Ci si poteva vedere a casa di un romanziere, per esempio, di un poeta o di un attore di teatro, dove l’ospite ti offriva sempre un tè, del vino, oppure qualcosa di più forte, e discutere di questo o quel libro uscito in Francia o, mettiamo, in Inghilterra. Magari, chi può dirlo?, il libro era uscito mesi prima e soltanto adesso cominciava a circolare nel nostro paese. Più che altro, però, ci si incontrava (e, spesso, scontrava) nei caffè.
E per l’appunto due caffè sono, diciamo così, protagonisti di un libro ripubblicato dopo anni da Avagliano, autore: Arnaldo Frateili, titolo: Dall’Aragno al Rosati, con un sottotitolo molto esplicito: Ricordi di vita letterari.
Continua a leggere: Dall'Aragno al Rosati, di Arnaldo Frateili