Qui c’è una poesia e una polemica. Voglio parlare della prima, non solo perché credo sia la più importante, la più vera e allo stesso tempo la più amabile delle poesie, ma soprattutto perché viene da lei. Da Alda Merini. Da colei che avrei tanto potuto ascoltare dal vivo. Da colei che inneggiava ai Navigli e che è stata emarginata proprio a causa di quella follia che forse, ci renderebbe tutti un po’ più sani.
La polemica è quella di Fabio Volo. E’ una specie di stoccata, verso tutti coloro che hanno un bel da fare a riempirlo di mail cariche di rabbia. Non si tratta di qualcosa di nuovo, anzi. E’ forse uno dei lamenti allo stesso tempo più antichi e più attuali, e in fondo anche uno di quelli più inascoltati. Ma ho voglia di lasciare che si perda tutto il resto, che si dissipi come l’odio gratuito, in quella dimensione globale di tolleranza creata voce della Merini.
Video da animofelice
Il 7 gennaio del 1912, a Livorno, nacque Giorgio Caproni, uno dei poeti più rappresentativi dell’intero Novecento italiano, uno di quelli che insieme a Montale, Sereni, Luzi, Loi, Sanguineti, Zanzotto e pochi altri, va a riempire le poche caselle di un’ideale parnaso tricolore del secondo Novecento.
Come molti dei nati in quella decade (molti ma non tutti), anche Caproni partecipò alla resistenza contro il nazifascismo e, come altri, proseguì le battaglie, cominciate nelle valli, nelle barricate scolastiche delle scuole elementari di provincia. Eh già, era un maestro elementare Caproni, e non stupisce, proprio per questo, che le sue poesie somiglino spesso a filastrocche, rimate e breviversi.
Caproni però, è sempre stato ai margini. Ai margini delle etichette critiche - che non riuscivano a raccapezzarsi del suo vagare incategorizzabile, né ermetico né narrativo, ma anche ai margini dell’attenzione della società civile e della classe dirigente di questo paese. Il giorno dei suoi funerali, Andrea Barbato - conduttore di cui qualcuno spero si ricordi - gli dedicò una delle sue cartoline. Disse che si sentiva stupito e indignato dal fatto che l’Italia non fosse andata a riconoscere il proprio debito al poeta, che a parte pochi intimi e sodali, non ci fosse nessun gonfalone, nessuna presenza istituzionale a dargli l’ultimo saluto.
Continua a leggere: Un secolo dalla nascita di Caproni, e più di vent'anni senza

L’Epifania, tutte le feste porta via (finalmente, direbbe qualcuno). Quest’anno il proverbio è un po’ meno vero per via del fatto che all’Epifania segue il week end e quindi altri due giorni di riposo, bene o male. Come per le altre festività, vi auguriamo buona Epifania (e buone fine delle feste, se volete) con una poesia classica di questo periodo: La stella di Natale di Boris Pasternak (1890-1960).
Era pieno inverno.
Soffiava il vento della steppa.
E aveva freddo il neonato nella grotta
Sul pendio della collina.L’alito del bue lo riscaldava.
Animali domestici
stavano nella grotta,
sulla culla vagava un tiepido vapore.Scossi dalle pelli le paglie del giaciglio
e i grani di miglio,
dalle rupi guardavano
assonnati i pastori gli spazi della mezzanotte.Lontano, la pianura sotto la neve, e il cimitero
e recinti e pietre tombali
e stanghe di carri confitte nella neve,
e sul cimitero il cielo tutto stellato.E lì accanto, mai vista sino allora,
più modesta d’un lucignolo
alla finestrella d’un capanno,
traluceva una stella sulla strada di Betlemme.Per quella stessa via, per le stesse contrade
degli angeli andavano, mescolati alla folla.
L’incorporeità li rendeva invisibili,
ma a ogni passo lasciavano l’impronta d’un piede.Una folla di popolo si accalcava presso la rupe.
Albeggiava. Apparivano i tronchi dei cedri.
E a loro: “Chi siete? ” domandò Maria.
“Noi, stirpe di pastori e inviati del cielo,
siamo venuti a cantare lodi a voi due”.
“Non si può, tutti insieme. Aspettate alla soglia”.Nella foschia di cenere, che precede il mattino,
battevano i piedi mulattieri e allevatori.
Gli appiedati imprecavano contro quelli a cavallo;
e accanto al tronco cavo dell’abbeverata
mugliavano i cammelli, scalciavano gli asini.Albeggiava. Dalla volta celeste l’alba spazzava,
come granelli di cenere, le ultime stelle.
E della innumerevole folla solo i Magi
Maria lasciò entrare nell’apertura rocciosa.Lui dormiva, splendente, in una mangiatoia di quercia,
come un raggio di luna dentro un albero cavo.
Invece di calde pelli di pecora,
le labbra d’un asino e le nari d’un bue.I Magi, nell’ombra, in quel buio di stalla
Sussurravano, trovando a stento le parole.
A un tratto qualcuno, nell’oscurità,
con una mano scostò un poco a sinistra
dalla mangiatoia uno dei tre Magi;
e quello si voltò: dalla soglia, come in visita,
alla Vergine guardava la stella di Natale.
Foto | Flickr

Ancora un momento poetico che si svolge nel metrò parigino. Non più sulla linea 4, (quando avevamo “incontrato distrattamente” il breve ritratto di Giorgio de Chirico tracciato da Louis Aragon) ma sulla 5, precisamente tra le stazioni di Stalingrad e Gare de l’Est. Un tabellone chiaro sponsorizzato Gallimard, dai bordi colorati, seminascosto sul fondo del vagone, il solito sguardo che ci cade per caso, e ancora un “incontro fulminante”, come sempre. Stavolta si tratta dei versi di Henri Pichette, quattro linee striminzite dal titolo evocativo: la tomba di Gérard Philippe (“Tombeau de Gérard Philippe”), in cui riposa uno dei più grandi attori del teatro francese di tutti i tempi.
Effimera e indimenticabile
mi ballava nel petto una rosa.
Nel mattino in cui il fulmine è caduto sul cuore,
la pioggia assomigliava alle lacrime del sole.

Auguri per un sereno 2012 da parte di tutta la redazione di Booksblog. Ci affidiamo alle parole di Luigi Bartolini (1892-1963) per formularvi i nostri migliori auguri in piena sintonia con la Natura… e con i libri!
Placida, oziosa, inerte,
come a braccia conserteD’inverno è la Natura
(ma non in sepoltura).A luna di gennaio
già si risveglia: l’ajoDi casa ecco che porta
il merlo; ecco che ruotaDi ghiaccio, tutta bianca,
per il Passirio, mancaDi fondo e si disgela
al nuovo sole; svelaL’acqua di sotto. Corre,
intanto, per forreDorate, un nuovo grido
d’uccelli ed io sorridoSegnando sul quaderno
che oggi non è infernoAnzi, con te, d’accordo,
a nulla sono sordoSe amore è per amore.
Foto | Flickr
Ma ci può entrare una Poesia, con la P maiuscola, in un solo tweet? L’interrogativo si pone prepotente e viene quasi automatico guardare al passato. Salvatore Quasimodo per esempio sarebbe stato d’accordo, forse. In fondo la sua celebre “perla ermeneutica” che va sotto il titolo di Ed è subito sera ci sarebbe stata nei 140 caratteri.
Seguendo la britannica Carol Ann Duffy, laureata poetessa ufficiale del Regno Unito, secondo la quale “la forma di una poesia è sms,” il quotidiano Guardian ha addirittura invitato gli stessi utenti a cimentarsi nell’impresa.
La risposta al nostro interrogativo sembra proprio essere un sì insomma. Perché non approfittarne per rileggere quei due versetti sui quali sono stati scritti fiumi di commenti:
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole…
Immagine da lostvoyager.wordpress.com
Via | guardian.co.uk

Ci sono 23 dicembre dal grande spessore poetico, uno di quelli è quello di quest’anno, quando ti trovi con piacere davanti ad un’antivigilia che ha il sapore dell’articolo di Alessandro Carrera sulla situazione della poesia contemporanea. Una riflessione che si concentra in particolare su una caratteristica unica: la mancanza di progettualità. Un’assenza che si fa sentire sotto forma di “carenza immaginativa”, intesa come scadimento metaforico-utopico.
Perché senza il progetto si sviluppano ben altre “deficienze” a livello strettamente immaginifico, e avviene ciò che non si sarebbe mai potuto credere, l’esistenza:

“Che è oggi?” gridò Scrooge a un ragazzetto che passava con indosso gli abiti della festa e che forse s’era fermato per guardarlo.
“Eh?” fece il ragazzo spalancando la bocca dalla meraviglia.
“Che è oggi, bambino mio?” ripeté Scrooge.
“Oggi!” rispose il ragazzo. “È Natale, oggi”.
La sorpresa di Scrooge che scopre di essere ancora in tempo per vivere lo “spirito” del Natale è, forse, uno degli auguri più belli che si possano fare: nonostante il consumismo, le preoccupazioni, la noia e via dicendo riuscire a stupirsi del Natale, in qualunque modo lo concepiate, è una bella sfida per tutti. Magari leggere (o rileggere) il Canto di Natale di Charles Dickens potrebbe essere un buon esercizio per allenarsi.
Vi auguriamo un sereno Natale anche con le parole della poesia Natale di David Maria Turoldo.
Ma quando facevo il pastore
allora ero certo del tuo Natale.
I campi bianchi di brina,
i campi rotti dal gracidio dei corvi
nel mio Friuli sotto la montagna,
erano il giusto spazio alla calata
delle genti favolose.
I tronchi degli alberi parevano
creature piene di ferite;
mia madre era parente
della Vergine,
tutta in faccende,
finalmente serena.
Io portavo le pecore fino al sagrato
e sapevo d’essere uomo vero
del tuo regale presepio.
Foto | Flickr

Oggi tradizionalmente inizia l’inverno (anche se, in realtà, quest’anno il solstizio d’inverno ci sarà il 22 dicembre alle 5,30). La stagione più fredda, tanto da sembrare ben più lunga degli effettivi suoi tre mesi di durata (e diceva Marco Porcio Catone: “Pensa sempre a quanto è lungo l’inverno”). Ma in inverno c’è anche il sole, pallido a volte, ma molto gradevole. Di questo sole d’inverno scrive Antonio Machado (1875-1969) in una sua poesia che vi lasciamo come augurio per un sereno inverno.
È mezzogiorno. Un parco.
Inverno. Bianchi viottoli;
monticelli simmetrici
e scheletrici rami.Dentro la serra
aranci nei vasi,
e nella botte, dipinta
di verde, la palma.Dice un vecchietto
fra il suo vecchio se stesso:
“Il sole, questa bellezza
di sole!…” I bimbi giocano.L’acqua della fontana
scivola, scorre e sogna
lambendo, quasi muta,
la verdognola pietra.
Foto | Flickr

Václav Havel, scrittore e drammaturgo, ultimo presidente della Cecoslovacchia e primo della Repubblica Ceca, è morto a Praga – città in cui era nato nel 1936 – dopo una lunga malattia. Di Havel tutti conosciamo l’impegno politico e quello di scrittore di testi teatrali: le sue opere sono state rappresentate su moltissimi palcoscenici e sono sempre stati letti in chiave politica e ideologica. In Italia è edito principalmente da Garzanti, anche se non mancano suoi titoli nei cataloghi di altre case editrici.
Oltre che drammaturgo, Václav Havel era anche poeta: da giovane, negli anni Cinquanta, faceva parte del gruppo letterario “Classe del ‘36”, gruppo che poi si è sciolto quasi subito. Nei testi poetici del giovane Havel si può notare già il tema del dissenso che poi caratterizzerà le opere della sua maturità. Vi proponiamo due di queste poesie – molto narrative, a dire il vero – per ricordare Václav Havel.
Ho letto in biblioteca
molti libri arguti sul socialismo.
Ma mentre poi rincasavo in tram
con la testa piena di concetti,
mi son reso conto
che tutti quei grandi concetti
sull’ordine più perfetto che
esista al mondo,
sono solo ridicole costruzioni di carta
se per i loro araldi non è naturale
cedere il posto in tram
a una signora anziana
o aiutare una vecchina a raccogliere
le mele cadute lungo il marciapiede.
***
Era una splendida domenica
di settembre nel parco, io e un amico
notammo uno sconosciuto, a terra,
che lottava tra la vita e la morte.
Lo portammo dal medico più vicino,
un vecchio austero.
Lo visitò per un’ora
gli fece varie iniezioni
lo rifocillò e gli diede da bere
(l’ultimo caffè che aveva in casa).
Io e il mio amico cominciammo
a temere
di dover sborsare una bella somma
e ci chiedevamo dove avremmo trovato
i soldi per pagare.
E quando poi ci diede la ricetta
per farlo ricoverare in ospedale
ci infilò un biglietto da 25 corone:
per il taxi… borbottò
e arrossì persino:
Dopo alcuni mesi leggemmo
che quel medico
era stato condannato a morte
per tradimento e attività sovversiva.
Allora penso di aver capito
per la prima volta vagamente
cosa sia pena di morte.
Foto | User:Martin Kozák [Attribution], via Wikimedia Commons