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poesia

Un addio in rima a Wislawa Szymborska

pubblicato da sara in: poesia

Wislawa Szymborska, La gioia di scrivereNon è la prima volta che vi parlo di una delle mie poetesse preferite, l’autrice polacca Wislawa Szymborska, premio Nobel nel 1996 e morta ieri a 88 anni nella sua casa di Cracovia. Ne ho parlato per l’incanto del suo Taccuino d’amore, sempre sul mio comodino, citando una sua splendida poesia dedicata alla domenica.

Vogliamo ricordarla con una sua poesia. Che non parla di addii, no, ma celebra quel che ha dato linfa alla sua vita – la “poesia” come “potere di perpetuare./La vendetta di una mano mortale”. Di seguito, la sua Gioia di scrivere, tratta dalla raccolta Adelphi di tutte le sue poesie (1945-2009).

La gioia di scrivere

Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi a un’acqua scritta
che riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forte qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola “bosco”.
Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.
In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta
di cacciatori con l’occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.
Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.
C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?
La gioia di scrivere.
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’una mano mortale.

"In un momento" di Dino Campana

pubblicato da Sara R. in: poesia

Dino e Sibilla (non Rina), Aleramo e Campana. Un amore di scatti e di ire, un sentimento di dolcezze e di grida, di nevrosi e di grandezze. La loro fu una relazione complessa, estrema, altalenante. Unione di corpi e delle due anime che li abitavano. Anime strane, antiche e modernissime allo stesso tempo. Anime erranti, soprattutto, destinate a fuggire le grettezze del mondo inseguendo un “ideale pellegrinaggio di libertà” e a fondersi inevitabilmente, nella violenza di un attimo incantevole.

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose

P.S. E così dimenticammo le rose.

Via | poesieracconti.it

Giornata della Memoria 2012: una poesia di Yehuda Amichai

pubblicato da Roberto Russo in: poesia

Giornata della Memoria 2012: una poesia di Yehuda Amichai

Sessantasette anni fa, il 27 gennaio 1945, venivano abbattuti i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz. Ricordare la “Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati” – come dice il testo della legge italiana che istituisce l’odierna giornata – è un dovere per tutti, perché quegli orrori non accadano più.

Noi di Booksblog facciamo memoria di questa giornata proponendovi una intensa poesia di Yehuda Amicai (1924-2000), considerato da molti il più grande poeta israeliano moderno.

Dopo Auschwitz non c’è teologia:
dai camini del Vaticano si leva fumo bianco,
segno che i cardinali hanno eletto il papa.
Dalle fornaci di Auschwitz si leva fumo nero,
segno che gli dei non hanno ancora deciso di eleggere
il popolo eletto.
Dopo Auschwitz non c’è teologia:
le cifre sugli avambracci dei prigionieri dello sterminio
sono i numeri telefonici di Dio
da cui non c’è risposta
e ora, a uno a uno, non sono più collegati.

Dopo Auschwitz c’è una nuova teologia:
gli ebrei morti nella Shoah
somigliano adesso al loro Dio
che non ha immagine corporea né corpo.
Essi non hanno immagine corporea né corpo.

Foto | Flickr

Alda Merini e il lavoro notturno dei poeti

pubblicato da Sara R. in: poesia curiosità

Forse li abbiamo incontrati qualche volta, i Poeti. Quelli con la lettera maiuscola. A volte non si rendono neanche conto di noi, ma c’è di che perdonarli, non hanno la stessa percezione del tempo e dello spazio che anima la maggior parte degli esseri viventi. Il loro è un “esistere teneramente diafano” anche nella più intensa delle passioni civili.

La “dittatura degli orologi e dei calendari” può costringerci ad una corsa continua, ma non toglie loro il piacere dell’osservazione oltre il disincanto, non sottrae, alle infaticabili mani, il diritto di “disegnare archi profondi di parole altre”, e, soprattutto si configura come una dimensione superata dalla stessa esistenza, come ci ricordano gli splendidi versi della Merini.

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere iddio
ma i poeti nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.

Via | aldamerini.it

Il segreto della poesia secondo Ungaretti

pubblicato da Sara R. in: poesia curiosità

Ammettetelo pure, se l’aveste saputo prima che c’era una testimonianza così autorevole a comprovare le vostre tesi, non avreste esitato ad usarla come prova, contro l’ennesima parafrasi libresca che vi sembrava fin troppo azzardata. Avreste avuto tutto il mio sostegno. E invece no, ai tempi della scuola ben pochi hanno osato “mettere ufficialmente in dubbio” le tonnellate di interpretazioni, (naturalmente molto spesso contrastanti) che accompagnavano qualsiasi testo poetico, per farsi più ardite proprio quando i in questione si rivelavano più apparentemente oscuri.

Ma ci voleva un grande poeta per dirlo, un “innamorato e precoce difensore dell’oscuro Mallarmé“. Solo una mente allenata a riconoscere gli aloni di mistero del reale, poteva scagliare efficacemente una lancia a favore del “segreto della poesia”. Perché in fondo certi versi non chiedono altro che essere ascoltati, nel tono della declamazione o più semplicemente nell’intimità del pensiero, per fondersi con le corde più profonde dell’anima.

[…] Sentivo che in quella poesia intensa c’era un segreto. Perché la poesia è poesia quando porta in sé un segreto.

Video da Rai.tv cultura

"Sarajevo Nigredo" di Federico Tinelli

pubblicato da Sara R. in: blog&web poesia

Quando si arriva su una terra di guerra, l’ultima cosa che ci si aspetta di trovare è la gioia. Constatazione più che ovvia sicuramente, ma qual che è strano è che non ci si trova neanche un abisso di dolore, come si potrebbe credere. O almeno non solo quello. Il sentimento predominante è un misto di tristezza e abbandono che prelude (ma non sempre) allo sforzo di ricostruzione. Un po’ come quell’abbandono al riposo che precede una spinta energica.

Federico Tinelli la conosce bene questa sensazione, perché ce l’hanno impressa nelle rughe della fronte e nelle numerose pieghe delle mani, le persone che ha incontrato a Sarajevo. Lui la chiama semplicemente Nigredo, dalla “fascinosa denominazione” del primo stadio del complicato processo alchemico per la realizzazione della pietra filosofale (quella che avrebbe il mitico potere di risanare la corruzione della materia, ma che è conosciuta soprattutto per la declinazione che le permetterebbe di trasformare qualsiasi metallo in oro, tanto per intenderci), e la imprime nelle parole dei suoi filmati.

Pezzetti talmente poetici da lasciare il segno, come Crisalidi (2007) e Aspettando Madonna (2010), ancoraggi che hanno permesso, ad un diplomato in regia, di vincere, proprio con Sarajevo Nigredo, il primo premio del concorso La parola Immaginata alla IV Edizione del festival `Trevigliopoesia`.

[…] C’era qualcosa di chimico nell’incontro della telecamera con le macerie di Sarajevo. Luna e le altre mostravano di sigillare al proprio interno frammenti di presenze ogni giorno più prossime al remoto. Tutto lì diceva. La guerra non è inumana perché solo gli umani fanno la guerra.[…]

Video da il viaggio delle nuvole

Medioevo romantico, di Paolo Golinelli

pubblicato da Roberto Russo in: poesia saggi narrativa italiana

Paolo Golinelli, Medioevo romanticoA voler ben guardare, cos’è che unisce noi italiani in un’unica identità? Di primo acchito verrebbe da dire: poco o nulla. Poi magari ci si pensa e iniziamo a trovare varie motivazioni. Dalla geografia particolare che definisce bene i confini all’unità religiosa (il cattolicesimo, con tutti i suoi pro e i suoi contro): in mezzo, una marea di di motivazioni, più o meno condivisibili. Ma c’è qualcosa di più profondo? Paolo Golinelli, ordinario di storia medievale e didattica della storia all’università di Venezia, individua il collante dell’identità nazionale nel Medioevo. Così lontano nel tempo? Secondo Golinelli sì e gli argomenti che porta a sostegno della sua tesi sono affascinanti e condivisibili.

Golinelli, rifacendosi a Ludovico Antonio Muratori, vede nel Medioevo “le origini delle nostre tradizioni, dei nostri costumi, delle nostre leggi, della nostra letteratura”. Ed è proprio nella letteratura la chiave di volta dell’unità nazionale italiana:

La presenza di una letteratura nazionale, con la sua capacità di veicolare narrazioni, esempi eroici, interpretazioni e ideali attraverso i mezzi più diversi – dalla scrittura alla trasmissione orale; dal teatro alle immagini, alla musica – nei qual gran parte del popolo si identificava, costituì il cemento unificatore della nostra nazione. C’è quindi un forte nesso tra Medioevo e Ottocento italiano, testimoni di un duplice “risorgimento della nazione” […]: il primo di carattere linguistico e culturale, il secondo approdato all’indipendenza e all’unità nazionale.

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"La madre" di Giuseppe Ungaretti

pubblicato da Sara R. in: scrittori poesia

Madre e figlio di KlimtUn attimo poetico che risale a qualche decennio fa. Sicuramente il testo ha un’area d’antan, con tutti quei riferimenti fin troppo religiosi, ma ciò non toglie che l’adorazione verso una figura tanto amata, come quella materna, non ha proprio niente di scontato, passato o banale. E’ anzi un segno imperituro di trasmissione generazionale, iscritto più che nel sangue, nella memoria stessa della specie umana.

Ma c’è una cosa con la quale non concordo con Ungaretti, lasciatemelo dire. Nessuna madre resisterebbe immobile, seppur fremente, ad aspettare la propria creatura sottoposta al giudizio divino, per accoglierla tra le sue braccia solo dopo che questo si sia pronunciato favorevolmente. L’immagine potrebbe a prima vista trasmettere un un senso della maternità moralizzato, che non si concilia troppo con una dimensione d’amore immenso e trascendente, ma con una specie di innato fatalismo, che però si dissolve immediatamente nell’enorme desiderio di ritrovarsi degli ultimi indimenticabili versi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.

Via | club.it

Pasolini legge Ezra Pound

pubblicato da Sara R. in: scrittori poesia

Esperimento poetico numero 360. Mettere insieme in un “attimo di contingenza storica” due poeti, possibilmente diversi per cultura e formazione, ma mi raccomando che si tratti di “materia di prima qualità”, di quelli fatti di una stoffa simile a quella dei sogni - tanto per capirci - altrimenti non funziona a dovere. Lasciarli decantare senza fretta, qualche minuto generalmente è sufficiente, ma potrebbero rivelarsi necessari persino degli anni - non si può pretendere di prevedere esattamente l’evoluzione dei pensieri in fondo - poi ascoltare e annotare con dovizia di particolari l’accaduto, sapendo in anticipo, che in questo specifico caso, la “pedissequa ripetizione dell’esperienza”, si rivela certamente impossibile.

I nostri “ingredienti principali si chiamano Ezra Pound e Pier Paolo Pasolini. Il secondo legge uno dei “Canti pisani” scritto dal primo. Ma anche il nome dello “scienziato” che li ha messi insieme nel film montaggio del 1999 di “In cerca della poesia”, “un certo Giuseppe Bertolucci“, dovrebbe dirci qualcosa. Insomma con tali premesse non poteva venirne fuori niente di meno che una versione inaspettata del Canto 81.

[…]Nutriti di falsità.
Strappa da te la vanità,
Avido di distruggere, avaro di carità,
Strappa da te la vanità,
Ti dico strappala.
Ma avere fatto in luogo di non avere fatto
questa non è vanità. Avere, con discrezione, bussato
Perché un Blunt aprisse
Aver raccolto dal vento una tradizione viva
o da un bell’occhio antico la fiamma inviolata
Questa non è vanità.
Qui l’errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare.

Video da Rai.tv/cultura

Una polemica & una poesia

pubblicato da Sara R. in: blog&web scrittori poesia

Qui c’è una poesia e una polemica. Voglio parlare della prima, non solo perché credo sia la più importante, la più vera e allo stesso tempo la più amabile delle poesie, ma soprattutto perché viene da lei. Da Alda Merini. Da colei che avrei tanto potuto ascoltare dal vivo. Da colei che inneggiava ai Navigli e che è stata emarginata proprio a causa di quella follia che forse, ci renderebbe tutti un po’ più sani.

La polemica è quella di Fabio Volo. E’ una specie di stoccata, verso tutti coloro che hanno un bel da fare a riempirlo di mail cariche di rabbia. Non si tratta di qualcosa di nuovo, anzi. E’ forse uno dei lamenti allo stesso tempo più antichi e più attuali, e in fondo anche uno di quelli più inascoltati. Ma ho voglia di lasciare che si perda tutto il resto, che si dissipi come l’odio gratuito, in quella dimensione globale di tolleranza creata voce della Merini.

Video da animofelice