Ecco, sempre sull’argomento cinema e libri, un interessante articolo dell’Independent, che ha chiesto a vari scrittori famosi, anche a distanza di anni, come valutassero l’esito della trasposizione cinematografica dei loro best seller e del rapporto fra cinema e libri.
Ad esempio Michael Ondaatje, autore del Paziente Inglese, tradotto nel linguaggio della luce da Antony Minghella, ha commentato che “il film è così differente dal libro in cosi tanti piccoli dettagli che si tratta di una creatura differente. Non è ne un miglioramento nè un peggioramento della mia opera. Minghella ha dovuto reinventare il modo di narrare la storia, ma è sempre la stessa storia. Ha lo stesso tono e lo stesso spirito, solo narrativamente è diversa. Una sceneggiatura non può lavorare solo come una illustrazione grafica di un libro”.
Tracy Chevalier (”La ragazza con l’orecchino di perla”) crede che gli scrittori debbano stare lontano dai copioni perchè “non è più la tua storia, e la tua conoscenza delle cose che hai narrato non serve a fare un film migliore. Il film non è il libro, io li vedo come delle sorelle. Ora che si appresta la trasposizione teatrale del mio libro, è come se le fosse nata un’altra sorella” . E cosa pensa Chuck Palahniuk di “Figh club”? che “nel momento in cui il tuo libro diventa un film, tu ti sei distanziato da lui e hai una pelle più spessa. Che ti serve perchè sai che le persone lo percepiranno male, lo interpreteranno per il verso sbagliato, lo attaccheranno”.
Via |Independent
Un altro dei diritti del lettore di cui parla Pennac nel suo Come un romanzo è quello di rileggere. Dice lui: “Rileggere quel che una prima volta ci aveva respinti, rileggere senza saltare nessun passaggio, rileggere da un’altra angolazione, rileggere per verificare, sì… ci accordiamo tutti questi diritti. Ma rileggiamo soprattutto in modo gratuito, per il piacere della ripetizione, la gioia di un nuovo incontro, la messa alla prova dell’intimità.”
Io sono un’accanita rilettrice, ho quei dieci testi che mi piace sfogliare di tanto in tanto per ritrovare un’atmosfera, dei personaggi, una certa familiarità. Di solito mi succede nei momenti di rifiuto, in cui dopo aver letto tre o quattro libri di seguito non riesco a leggere altro, così ripesco le mie vecchie conoscenze, quelle da cui so cosa aspettarmi, che non richiedono un grande impegno mentale.
Tra i miei preferiti ci sono quelli di Camilleri con Montalbano, che vado a rispolverare proprio per ritrovare il personaggio, per seguirlo nei ristoranti alla buona dove va a mangiare il pesce, o nelle sue riflessioni etiche, o quando è alle prese con un problema sentimentale. E poi i gialli di Alicìa Gimenez Bartlett, che cerco nei momenti in cui ho bisogno del conforto dell’ispettrice Petra Delicado, del suo cinismo e della sua visione smaliziata dell’esistenza.
Continua a leggere: Il diritto di rileggere: Come un romanzo di Daniel Pennac
A proposito di libri che non avete finito di leggere, ricordo qui uno dei diritti del lettore sanciti dallo stimolante saggio di Pennac, Come un romanzo (Feltrinelli, € 6,50, 1993). Non sentitevi in colpa quindi perché nella lista stilata dall’autore francese al terzo posto c’è proprio Il diritto di non finire un libro.
Lui confessa, con naturalezza, di non avere terminato Joyce e il suo Ulisse e di non essere ancora riuscito a raggiungere la vetta della Montagna incantata di Thomas Mann. Dice Pennac: “Fra lui (il libro) - per quanto grande sia - e noi - per quanto in grado di capirlo ci sentiamo - c’è una reazione chimica che non opera. Un giorno simpatizziamo con l’opera di Borges che fino a quel momento ci teneva a distanza, ma rimaniamo per tutta la vita estranei a quella di Musil…”
Mi capita spesso di riporre libri, di cui ho letto solo qualche pagina, e di dimenticarli per un tempo più o meno lungo. Poi all’improvviso, per una frase detta da un amico, o un articolo, o un altro accidente, mi ritrovo a cercare e a finire tutto d’un fiato proprio quel romanzo che prima non aveva suscitato in me alcun particolare interesse.
Continua a leggere: Il diritto di non finire un libro: Come un romanzo di Daniel Pennac

Parole straniere che non ci piacciono: il quesito è stato posto dal sito della società Dante Alighieri ai suoi visitatori (www.ladante.it) che si sono dichiarati per il70% italiani.
Ne è risultato che fra le parole che non ci piacciono nella lingua scritta e parlata, c’è al primo posto “week end”, seguito da “OK”, e, più distanti, welfare (8%), briefing (5%), mission (4%), location, bookshop e devolution (3%). Ma non ne possiamo più neanche di computer, know how, privacy e shopping, per non parlare di temi legati alla politica come question time, meeting, premier, election day, authority, leadership e bipartisan.
Il film ha vinto l’Oscar, ma nonostante il successo della trasposizione cinematografica del suo libro, l’autrice di “I segreti di Brokeback Mountain” si lamenta pubblicamente del fatto che questo film “è diventato fonte costante di irritazione nella mia vita privata”.
Lei, Annie Proul, 73 anni e premio Pulitzer, ha dichiarato infatti di essere perseguitata fin dall’uscita del film nel 2005 da migliaia di mail “pornografiche” di fan che offrono una loro rielaborazione della storia, arricchendola in particolari hard.
Una sorta di fan fiction che non le va affatto giù, evidentemente. “C’è un numero innumerevole di persone che pensano che la storia sia un campo aperto per esplorare le loro fantasie…scrivono costantemente manoscritti, e riscrizioni porno della storia per me, aspettando forse che io risponda rigraziandoli e complimentandomi con loro…sta diventando una fonte costante di irritazione nella mia vita privata”.
Via | The Indipendent
Una settimana fa abbiamo chiesto ai nostri lettori quale lavoro gli sarebbe piaciuto svolgere nel mondo della letteratura, in un sondaggio che ha visto un’ampia partecipazione degli utenti: vediamo insieme i risultati.
In modo assolutamente non sorprendente, il mestiere che ha raccolto il maggior numero di preferenze è stato quello di scrittore, con più del 30% dei voti, seguito da quello di libraio, anche se parecchio distanziato. Credo che quest’ultimo dato dimostri ancora una volta come la passione per i libri porti a un vero e proprio attaccamento e quasi amore per l’oggetto libro, e al conseguente piacere che può derivare dal lavorare circondati dai libri.
Più dietro editor, grafico, redattore, editore e di seguito gli altri compiti. Mi scuso inoltre, ancora una volta, per non aver inserito nelle voci che si potevano votare altri lavori importanti e necessari nel complesso processo di pubblicazione di un libro, come il traduttore e il responsabile del marketing, a dimostrazione, ancora una volta, del fatto che per pubblicare seriamente un libro i ruoli professionali da prendere in considerazione sono moltissimi e tutti di grande importanza.
Tom Wolfe si è sottoposto, per il Times, a una intervista fatta interamente con le domande dei lettori: ne sono state selezionate 10 in tutto, per l’autore del “Falò delle vanità” e pionere del New Journalism (un giornalismo che racconta le notizie in forma letteraria). Wolfe inizia dichiarando il titolo del libro a cui sta lavorando: “Back to blood”, un “romanzo ambientato a Miami, sul tema dell’immigrazione”.
Secondo l’autore la fiction letteraria oggi è “patetica”, gli autori vengono da master che servono a poco, e farebbero meglio a imparare dalla nuda lettura di grandi autori come Faulkner, Hemingway, Steinbeck.
Ma Wolfe parla con autoironia anche della sua mania di vestire sempre di bianco (una casualità che avvenne durante la sua prima intervista come scrittore, e che continua a portare avanti) e del fatto di aver dichiarato pubblicamente di aver votato Bush (me ne sono pentito, dice in sintesi, date le reazioni sarebbe stato meglio se vi avessi detto “sono un pedofilo”).
Via | Time.com
Esce sul Sole24Ore una bella anticipazione del libro di Toni Servillo “Interpretazione e creatività nel mestiere dell’attore” (Laterza), una lunga intervista sul suo mestiere. Nel brano, fra l’altro, Servillo dichiara di non sentirsi un “creativo” ma un “interprete” e di lavorare per tentativi, e di non aver mai cercato un personaggio in particolare, per le sue interpretazioni.
Il più grande “peccato” di un attore è la vanità in quella che dovrebbe essere invece una comunicazione “intelligente ed emotiva” con lo spettatore.
“non credo affatto, come qualche volta sento dire, che il momento più esaltante di una avventura teatrale sia quello delle prove - dice ad esempio Servillo - Credo piuttosto che il momento più esaltante sia quello delle repliche: perché, pure essendo spesso una fatica tremenda stare in giro per anni o per mesi secondo la fortuna di uno spettacolo, le repliche permettono quel vero rapporto intimo che un attore coltiva nella propria quotidianità con un personaggio. A cui aggiunge o toglie ogni sera, in base al proprio temperamento o a quello che gli accade.
Via | Il Sole24Ore
Foto | Flickr
E’ uno di quegli argomenti su cui si può dibattere in eterno (un po’ come il preferire romanzi o racconti), senza arrivare a una soluzione: se sia meglio, cioè, evitare di andare al cinema a vedere la trasposizione in lungometraggio di libri che ci sono piaciuti.
Sintetizza il problema un editorialista del Guardian, ovvero con il fatto che no, meglio non andare al cinemaperchè
“Può esserci qualcosa di peggio che essere amorevolmente impegnato con una paio di decine di migliaia di parole di prosa per due o tre settimane, bevendosi i dialoghi e le descrizioni esposte dall’autore, creando la tua personale visione del libro nella privacy della tua testa, perchè poi…questa tua proprietà intellettuale del libro venga buttata a mare dopo 90 minuti di fronte a uno schermo cinematografico?”
Snob? Ovviamente, dice l’autore. Ma d’altronde
“l’amore per i libri non è forse uno sport minoritario? E’ necessario tempo, sforzo e determinazione per finire un libro con tutto il resto della spazzatura che il mondo moderno ci butta addosso”.
E abbiamo tutto il diritto alle nostre idiosincrasie.
Una adolescente di 15 anni, Nadia, che vive a Cleveland e passa 6 ore davanti al suo portatile. Sua madre è preoccupata perchè pensa non le piaccia leggere: Nadia rifiuta i libri della biblioteca, eppure leggere regolarmente i post di myyearbook.com, un sito di social network, frequenta YouTube, naturalmente, e Giaia Online, dove partecipa ai giochi di ruolo.
Senza contare che entra regolarmente su quizilla.com e fanfiction.net “leggendo e commentando storie scritte da altri e basate su libri, telefilm o film”, come sappiamo. La domanda è: Internet uccide la voglia di lettura di Nadia o, come dice la madre, “è comunque un bene che lei legga qualcosa, in ogni modo”.
Continua a leggere: Internet e la lettura: la storia di Nadia, 15 anni