Si è già parlato su booksblog dell’ultimo bestseller di Glenn Cooper, Il marchio del diavolo, appena uscito per i tipi di Nord editrice, sul quale vale la pena aggiungere alcune cose.
Il motore della storia è una bella e giovane ricercatrice e archeologa che ha dedicato la sua tesi alle catacombe di San Callisto – dov’erano sepolti numerosi martiri cristiani e 16 papi, che nei secoli a seguire vengono spostati in varie chiese –, che porta avanti uno studio sull’astrologia romana, e si chiama suor Elisabetta.
«Sono convinta» dice Elisabetta al professor De Stefano che in quel momento rappresenta la commissione vaticana che le respinge la possibilità di fare ulteriori ricerche, «[…] che il crollo abbia portato alla luce un colombario dell’Alto Impero. La simbologia è insolita, indica chiaramente l’esistenza di una setta finora sconosciuta».
… Leggiamo diversamente!
Si tratta di una riproposizione di un tema sempre caldo, a maggior ragione in tempi di acuta “riscoperta della lettura”. In momenti nei quali si amplia il divario tra chi legge abitualmente e chi non lo fa, ma soprattutto cresce il numero di opere “divorate” dai “lettori cronici” ( o almeno questa è la mia personalissima percezione, favorita dalla “democratizzazione” di tablettes e facilitata disponibilità di titoli conseguente), mi piace giocare a gettare il sassolino nel lago e aspettare le onde che produrrà, seguendo i dettami di un certo pensiero filosofico africano.
Lungi da ogni intento provocatorio, peraltro debole già in partenza, che molto probabilmente animava il pezzo di Luigi Mascheroni all’ora della sua uscita, nel lontano 28 ottobre 2008, devo ammettere che sono stata incuriosita dalla maniera di porre il problema. Sembra infatti che lo stesso Schopenhauer facesse “parte della setta” prediligendo una sorta di “lettura sottile”, capace di scongiurare i rischi nascosti dietro i libri inutili, la malaerba, gli ammassi insulsi di parole che troppo spesso popolano gli scaffali delle librerie e che, probabilmente, non sono un fenomeno solo contemporaneo, come si potrebbe credere.
[…] Schopenhauer è implacabile: dice che leggere paralizza la fantasia, che siamo circondati da «cattivi libri» («nove decimi della nostra attuale letteratura non ha altro scopo che spillare qualche tallero dalle tasche»), che occorre leggere solo i classici e semmai rileggerli due, tre, quattro volte. Perché la vera letteratura «produce in un secolo in Europa solo una dozzina di opere durature». E poi è anche questione di tempo: «Sarebbe una bella cosa comprare i libri se si potesse comperare il tempo per leggere, ma si scambia per lo più l’acquisto di libri con l’acquisto del loro contenuto» […].
Via | ilgiornale.it
François Bon lo abbiamo già incontrato qualche settimana fa, quando ci eravamo soffermati sull’inesauribile dibattito che circonda l’ormai assodato passaggio dal cartaceo al digitale. Un’occasione, fondata sul contraddittorio, che vedeva contrapporsi due voci rappresentative di entrambe le correnti di pensiero più evidenti, allora le avevamo definite con le parole di Umberto Eco, Apocalittici & Integrati, quella di Frédéric Begbeider, ostilissimo rappresentante della prima visione di pensiero, e quella del suddetto Bon, propositiva ed ottimistica.
Quel che mi preme approfondire in questo momento è proprio la posizione di Bon che, ben lungi da poter essere inquadrata come una “semplice e banale accettazione dell’inevitabile”, si presenta come una specie di ermeneutica del passaggio. In “Après le livre” un testo (pubblicato in Francia a fine settembre di quest’anno) che sembra essere nato per guidare naturalmente, come una mappa di stelle notturne, François Bon si spinge oltre, tracciandoci i sentieri del suo stesso percorso. Un cammino che procede per tentativi e non dimentica le basi essenziali della formazione “evidentemente cartacea” per rintracciare, all’interno di quegli stessi capolavori che sulle pagine hanno visto la luce, le ragioni di un passaggio che, forse, era già insito nello stesso svolgersi ed evolversi delle cose.
[…] Non ci sono libri dei Fiori del Male al di là del primo che ci ha permesso di leggerli e di questa relazione affettiva che assocerà ai nostri occhi, e forse per sempre, il libro e la lettura. Ma dal momento in cui siamo realmente entrati nella lettura attiva di Baudelaire, non c’è nient’altro che diffrazione e nuvola. L’opera principale di Baudelaire non è mai stata un libro. […]

Le parole sono importanti! Parto da questo diktat morettiano perchè vorrei condividere con voi una sensazione che spesso mi assale durante cene ed eventi sociali vari: che la maggior parte di noi usi sempre le stesse parole.
Ieri ad esempio, mi sono ascoltata pronunciare dopo non so quanto tempo il termine “irriverente”. Da quant’è che non la sentivo in giro? Senza scomodare lo Zanichelli, volevo semplicemente descrivere l’atteggiamento di una persona che con fare giocoso mette un po’ alla berlina gli altri (va bene, avete capito, la persona in questione sono io). Avrei potuto usare la parola “criticona” ma irriverente era più esatto, perchè il “punzecchiamento” avviene non alle spalle della persona in questione ma in sua presenza.
Irriverente è, infatti, anche l’atteggiamento di chi in pubblico si “profonde” regolarmente in rivelazioni importune di beghe altrui di cui sia a conoscenza, per strappare una risata all’uditorio (“importune” specialmente se la persona in questione è il tuo fidanzato - che hai appena presentato ai tuoi amici - ma questa è un’altra storia).
Potrebbe essere quasi inutile pubblicare questo video, se non fosse che Maddalena è un piccolo caso del web. I suoi post su Youtube vengono cliccati in media da 2mila persone, che non sono niente male, per un esperimento nato per caso. Circa un anno fa infatti Maddalena Balsamo (”Maddalena61“) decide di filmarsi e mettere i propri interventi su Intenet: commenti riguardanti l’attualità, la politica, la società, e conquista da subito un pubblico fedele (circa 60mila persone hanno visto la puntata dedicata ai giudizi di Berlusconi su Rosy Bindi).
Oggi sono incappato su un filmato riguardante uno dei più grandi longseller del mondo, “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry. Beh, che dire… diciamo che Maddalena, attrice con un passato da illustratrice, non ha peli sulla lingua. Il piccolo principe? “Una favola sulla purezza e l’infanzia che piace agli adulti borghesi”. E il protagonista? E’ un “falso”, “un’ipocrita”, “un piccolo stronzetto saggio che viene a insegnare agli altri che cos’è la purezza”.
Il giudizio più leggero sul libro è che “c’è troppa melassa”, per il resto Maddalena non potrebbe essere più severa. Cosa ne pensate voi di questo libro?

Oggi, sul sito di Affari Italiani, è stata pubblicata una interessante intervista a Ginevra Bompiani, figlia di Valentino e fondatrice della casa editrice Nottetempo, nella quale la scrittrice-editrice riprende il discorso, sempre attuale, degli sconti nel campo editoriale.
Qualche mese fa ne avevamo già parlato, discutendo della campagna Perchè un buon libro non è mai scontato, promossa da una serie di piccole case editrici (tra le quali anche la Nottetempo) che si sono unite nel gruppo I mulini a vento o, riprendendo alcune segnalazioni pervenuteci (qui e qui) sulla bizzarra politica degli sconti di Einaudi.
Il problema, ad ogni modo, non si è ancora risolto e, se non ci saranno interventi legislativi seri e concreti, sicuramente le cose non miglioreranno da sole. Intanto il mondo editoriale si sta spaccando, da una parte il fronte di chi vuole intervenire a difesa della piccola e media editoria, per salvare la piccola distribuzione (Nottetempo, Minimum Fax, Iperborea, Marcos y Marcos, ma anche Laterza e la galassia Mauri Spagnol) e dall’altra il potente fronte formato dalle grandi majors, in primis naturalmente la Mondadori, che ha tutto il vantaggio che le cose rimangano così.
Via | Affaritaliani.it
Foto | Flickr

Nel corso del Festival della letteratura di Mantova è stato chiesto ad alcuni autori di contribuire al Vocabolario europeo, regalando una parola con annessa spiegazione, che riassumesse in qualche modo una visione del mondo. Il progetto, curato dal linguista Giuseppe Antonelli, è partito nel 2008 e mira a raccogliere diverse “voci” (scrittori e parole) che animano le lingue e la cultura europea.
Quest’anno si sono aggiunti altri quattordici lemmi, tra i quali quello della “Camilleri spagnola” Alicia Giménez Bartlett che ha scelto il termine Perro, cane, e ha spiegato che i migliori amici dell’uomo sono ben più civili dei loro padroni, “un cane non eredita i peccati dei padri, le colpe delle generazioni passate, non ha fatto l’Olocausto.”
E voi? Qual è la vostra parola? Quella che da sola racchiude il mondo dal vostro punto di vista? Io mi sto ancora lambiccando il cervello, ma prima o poi la troverò…
Via | Corriere della sera
Foto | Flickr

Forse la fine del mese di luglio non è il periodo migliore per proporre una discussione, un confronto, ma in molte delle mie attività, compreso ultimamente anche Booksblog, mi sono ritrovato a riflettere sul ruolo degli editor e delle agenzie letterarie nella produzione letteraria contemporanea, vale a dire tutta quella sovrastruttura di mediazione che negli ultimi anni si è inserita tra l’autore e il mondo editoriale.
Che sia chiaro, questa sovrastruttura esiste da sempre nel mondo editoriale, ma negli ultimi anni il suo ruolo e il suo peso sembrano essere aumentati, con il rischio (tutto da valutare) di appiattire i linguaggi e le forme sui canoni dettati dal mercato e del successo.
Su questo argomento volevo segnalarvi gli interventi che si sono susseguiti sul blog letterario Il primo amore nell’ultimo periodo, interventi di Carla Benedetti, Dario Voltolini, Benedetta Centovalli e Vincenzo Latronico, che ragionano sul ruolo dell’editing nella letteratura contemporanea, soprattutto a partire dal caso Carver, i cui racconti, ripubblicati recentemente per la prima volta nella versione senza editing in “Principiante” (versione originale di Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore), hanno sollevato un gran polverone.
Ma cosa ne pensate voi? Voi, lettori di booksblog, tra le cui fila si nascondono sicuramente sia editor, agenti e redattori editoriali, sia autori emergenti o già affermati, critici e, soprattutto avidi lettori; qual è la vostra opinione in proposito? Siete convinti che la mediazione editoriale di editor e affini sia una parte necessaria e arricchente del percorso di genesi e di nascita di un libro o, al contrario, pensate che sia un pericoloso atto di sottomissione dell’autore al mercato e di appiattimento qualitativo dei prodotti?
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Einaudi non pubblicherà l’ultimo libro di Saramago perché diffama Silvio Berlusconi. Il libro di Saramago – premio Nobel per la letteratura nel 1998 – si intitola Il quaderno, e raccoglie testi letterari e politici scritti sul blog dallo scrittore portoghese. Di questa scelta ne dà notizia L’Espresso: “La nuova opera contiene giudizi a dir poco trancianti su Silvio Berlusconi, che di Einaudi è il proprietario”.
Josè Saramago è presente nel catalogo dell’Einaudi con ben venti titoli. Il quaderno invece sarà pubblicato da Bollati Boringhieri. Al di là delle considerazioni politiche su Silvio Berlusconi e sui giudizi che Saramago esprime – volenti o nolenti Berlusconi è il nostro presidente del consiglio – è triste pensare che un autore come Saramago venga rifiutato perché “sgradito ad un uomo di potere”. Ho sempre amato i libri dell’Einaudi: d’ora in poi dovrò fare attenzione, perché, se la linea editoriale di una grande casa editrice è quella di ricorrere all’indice, la cosa mi sembra foriera di pessimo futuro.
Per dirla con Mario Portanova su L’Espresso:
Certo, nessun editore al mondo manderebbe in libreria testi che parlano male, e così male, del padrone di casa. Nessun editore al mondo, però, ha un padrone di casa così ingombrante.
Allora, non so voi, ma a me capita sempre. Mi capita di guardarmi intorno per la mia stanza, e di capire a colpo d’occhio che è ora di ‘mettere a posto’ la libreria. ‘Mettere a posto’ la libreria - che non c’entra nulla con la sua pulizia periodica - è in realtà un’azione che in linea di principio non ha alcun senso: i libri sono sempre lì, immobili, e non è che da soli creino un gran disordine, una volta che li hai collocati nei loro spazietti.
Però ovviamente mettere a posto la libreria ha tutto un altro senso: ovvero, consiste nel voler dare un diverso ordine ai libri: perchè alcuni non dovrebbero stare vicini ad altri. O perchè nei mesi - non te ne sei accorta? - ti sei appassionata di reportage dall’estero. Ormai il numero dei volumi è abbastanza consistente dal richiedere una mensola a sè stante.
Ma soprattutto ti accorgi che sostanzialmente ‘mettere a posto’ la libreria significa una sola cosa: creare nuovi ’spazi’ vuoti fra i libri che hai. Spazi che giustifichino la tua voglia di acquistarne altri dello stesso argomento (o della stessa casa editrice o dello stesso colore di copertina: dipende dal criterio che usate per metterli in ordine). Questo è esattamente il momento in cui scoprire le proprie ‘lacune’, ovvero stupirsi di non aver mai incluso fra i propri libri alcune letture importanti.