Ha un bell’impatto sul cuore leggere la storia che Harold Cobert narra in Un inverno con Baudelaire in questi giorni in cui le cronache ci riportano, purtroppo, le morti per freddo nel popolo dei senzatetto.
Sì perchè in questo bel romanzo, Philippe si ritrova sbattuto fuori di casa dalla moglie, licenziato, senza una lira per pagarsi un tetto, proprio nel momento più freddo dell’anno. E noi ne seguiamo le orme, passo passo, in una trafila che, purtroppo, capita sempre più spesso anche a chi in teoria ha un posto di lavoro.
Come un suo casuale compagno di sventura: contratti a tempo determinato, niente genitori alle spalle nè partner, precario ai magazzini Lafayette, costretto ad approfittare dell’iniziativa (e ce ne sono tante di meritevoli, per fortuna) di una casa di accoglienza per evitare l’affitto.
Continua a leggere: Un inverno con Baudelaire, di Harold Cobert

Erano gli orfani e gli orfanotrofi, le strade costeggiate dai rivoli maleodoranti, i bassi nei quali la rivoluzione industriale non significava altro che sfruttamento, gli angoli marci di grida e di maltrattamenti. Era la Londra di Oliver Twist, la metropoli malfamata di Charles Dickens, che ritorna come un fantasma a due secoli dalla nascita del grande scrittore. Una ricorrenza strana, una specie di “ipotetico compleanno” del quale approfittare per “rispolverare” uno degli “scrittori sociali per eccellenza”, passato dalle atmosfere nostalgiche del Il circolo Pickwick alle oppressioni in fabbrica del forzato David Copperfield.
Dickens che ha svelato il vero volto dell’infanzia ottocentesca, sporca di solitudine e abbandonata a se stessa, una “stagione brevissima” fatta di malvagi apprendistati e di “aria avvelenata ” dal carbone, di povertà e di malattia, ma anche di improvvisi sprazzi di assistenzialismo. Il Dickens del vecchio e avaro Scrooge, dei fantasmi dei Natali passati, presenti e futuri, del fatalismo e del riscatto finale della piccola Dorrit. L’autore che ha saputo “scavarsi un solco” e raccogliere già in vita, i benefici del successo ottenuto dalle sue pubblicazioni a puntate, veri e propri “eventi letterari” attesi con impazienza.
I suoi libri hanno fatto parte del “corredo formativo” di parecchie generazioni, per “perdere leggermente di smalto” negli ultimi anni, pur restando innegabili crocevia di “Grandi Speranze”.
Poi guardai le stelle e pensai come doveva essere atroce per un uomo, mentre sta morendo di freddo, alzare gli occhi al cielo e non trovare in tutta quella miriade scintillante né aiuto né pietà.
Foto | angeltearsgroup6
«Rauno Rämekorpi avrebbe voluto festeggiare i suoi sessant’anni nella sua vecchia capanna di pesca a Sodankylä, in riva alle scure acque del lago Riipi, ma la sua posizione di amministratore delegato di una fiorente società non glielo consentiva».
Certo è che, se avesse saputo che dietro quella festa si nascondeva una nomina al cavalierato del lavoro e una biografia della sua vita, forse questo pensiero Rauno non lo avrebbe avuto. «Branco di furfanti!» dice agli invitati, «Sono Cavaliere del Lavoro e nessuno mi dice niente! Avrei potuto darmi un sacco di arie per tutta l’estate… anche se in fin dei conti mi domando cosa me ne faccio, a quel prezzo potevo comprarmi una bella macchina».
Insomma, sembra che non gli stia mai bene niente a Rauno, e con ogni probabilità sta qui la sua forza: se non fosse stato così egocentrico e ambizioso non sarebbe arrivato dove si trova. Ovvero: in possesso di una fabbrica di legname mastodontica, una villa altrettanto grande e una bellissima moglie che lo sopporta da una vita.
Continua a leggere: Le dieci donne del cavaliere, di Arto Paasilinna
Comunque, perché c’è questo casino? Eh? Perché mai c’è questo casino? Qual è la causa del casino? Eh. Gesù mio signore. Non puoi portartelo via questo casino? Così stavo parlando a questo modo fra me e me fino a casa. Mi sono messo a pensare a cosa farò se il casino arriva fino a Dukana…Comincio ad andare via di testa, come tutti.
Abbiamo appena finito di ricordare la Giornata della Memoria, e oggi mi trovo a parlare di questo libro, che mi ha fatto venire in mente Essere senza destino di Imre Kertesz.
Essere senza destino è secondo me un libro meraviglioso che riesce a raccontarci la tremenda realtà dei campi di concentramento, dal punto di vista di una “vittima” internata senza capire nulla di quello che gli stava succedendo, che ci racconta passo passo, respiro dopo respiro, tutto quel che ha passato.
Il villaggio, con le sue ampie villette, con i quieti giardini privati e il bellissimo parco pieno di fiori e di silenzio, era il luogo ideale per vivere, a patto di riuscire a dimenticare che tutt’intorno a quella specie di campus paradisiaco si ergeva un muro altissimo sormontato da una rete di filo spinato, e che guardie armate sorvegliavano il cancello d’ingresso.
Alicia Gimenez Bartlett è apprezzata scrittrice di gialli edita da Sellerio. Ho trovato una lettura molto piacevole e pulita, e contemporaneamente densa, questo suo Giorni d’amore e d’inganno. Nessun omicidio e nessuna indagine, qui. O forse sì. Una indagine ben elaborata di cosa significa la vita di coppia.
A confronto, l’esistenza di quattro donne. La (apparentemente) insignificante Victoria, la “bambolina” americana Susy, l’autodistruttiva Paula dalla lingua salace. E infine la più anziana, quella che sembra a prima vista la più realizzata, Manuela.
Continua a leggere: Giorni d'amore e inganno, di Alicia Gimenez-Bartlett
Ora, che i francesi (e le francesi, in particolare) abbiano una marcia in più, lo abbiamo sempre saputo, a partire dal best seller Le francesi non ingrassano di Mireille Guiliano (S&K), che rivelava già dal titolo una verità universalmente nota, per l’invidia di tutte noi.
Le francesi non ingrassano, semplicemente, perchè NON mangiano. Sono superiori alla fame. Hanno altro da fare. Il loro proverbiale savoir faire, naturalmente, lo applicano con successo anche nell’educazione dei figli (e ti pareva).
La questione, scrive Pamela Druckeman nel suo French children don’t throw food (ed. Doubleday), segnalato dal Guardian, è che i francesi sanno dosare “massima severità e massima libertà” nel loro rapporto con i bambini. Sanno far loro attendere quello che vogliono. Hanno la loro “semplice, calma autorità” nel farlo. Difficilmente imitabile a partire da una serie di regole teoriche, e infatti l’autrice descrive la sua esperienza sul campo, e non compone un rigido manuale.
Continua a leggere: I bambini francesi non buttano via il cibo, di Pamela Druckeman
Si è già parlato su booksblog dell’ultimo bestseller di Glenn Cooper, Il marchio del diavolo, appena uscito per i tipi di Nord editrice, sul quale vale la pena aggiungere alcune cose.
Il motore della storia è una bella e giovane ricercatrice e archeologa che ha dedicato la sua tesi alle catacombe di San Callisto – dov’erano sepolti numerosi martiri cristiani e 16 papi, che nei secoli a seguire vengono spostati in varie chiese –, che porta avanti uno studio sull’astrologia romana, e si chiama suor Elisabetta.
«Sono convinta» dice Elisabetta al professor De Stefano che in quel momento rappresenta la commissione vaticana che le respinge la possibilità di fare ulteriori ricerche, «[…] che il crollo abbia portato alla luce un colombario dell’Alto Impero. La simbologia è insolita, indica chiaramente l’esistenza di una setta finora sconosciuta».
L’automobile è, spesso, uno status symbol che, nelle intenzioni di chi la acquista, intende trasmettere quello che si è nel profondo. Ma la macchina può essere anche una metafora: lo vediamo spesso negli spot di questa o quell’auto che inneggiano alla libertà, alla seduzione, alla forza e via dicendo. È su questi due aspetti che Daniel Pearlman intesse la storia de La jeep del colonnello.
La narrazione è ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale: a bordo di una jeep americana il figlio di un generale tedesco è in fin di vita e il suo colonnello, Knett, vuol fare di tutto per salvarlo (anche perché l’ha promesso al generale…). Le condizioni sono disperate e si sa, nella disperazione, si prendono delle decisioni che in altre occasioni non si prenderebbero. Nel caso specifico la comitiva tedesca decide di fermarsi presso un villaggio abitato solo da ebrei e di chiedere a loro, in particolare al loro rabbino, di curare il moribondo. Ci troviamo ai limiti della storia e anche ai limiti del credo religioso, in quanto in quella comunità ebraica in cui si fermano si invocano gli spiriti superiori per ottenere la guarigione. Ovviamente le entità superne sono molto potenti e se da un lato potranno guarire il moribondo, dall’altro la loro discesa qui fra noi arrecherà non pochi danni, anche alla jeep.
È qui che scatta l’altro elemento della storia: la macchina come lasciapassare per la libertà (il colonnello voleva usarla per fuggire in Svizzera e necessitava proprio di una macchina americana per destare meno sospetti) ma vuole anche consegnare al generale il figlio vivo. In un crescendo di emozioni e assistiamo all’annientamento della (presunta) superiorità del colonnello e al disfacimento del suo sogno.
Continua a leggere: La jeep del colonnello, di Daniel Pearlman
Uno dei più bei racconti che abbia mai letto in vita mia si intitola Genesi e catastrofe e porta la firma di Roald Dahl, scrittore inglese capace, nel giro di poche pagine, di ribaltare qualsiasi situazione grazie a un senso spettacolare dei tempi di racconto e, soprattutto, a un humor nero che avrebbe affascinato persino André Breton e messo in fila tutti i surrealisti.
Ma Roald Dahl non è soltanto uno scrittore per adulti, anzi, direi che quasi tutti lo conoscono - e lo adorano - per le sue storie dedicate ai più piccoli, da quella Fabbrica del cioccolato che ha ingolosito e affascinato almeno due generazioni di bambini, fino alle Streghe, agli Sporcelli e alla geniale bambina Matilda.
In ogni caso, Roald Dahl resta uno dei più grandi narratori che il Novecento abbia avuto e ora, a più di vent’anni dalla morte, sempre più lettori glielo stanno riconoscendo. È notizia di oggi, per esempio, che a partire da martedì l’Inghilterra lancerà una serie di Royal Mail Stamps dedicata proprio a lui. In rete, dove la notizia gira da qualche ora, gli internauti italiani non riescono a non chiedersi il perché, qui da noi, nessuno abbia ancora pensato a dedicare una serie di francobolli commemorativi a Gianni Rodari. Beh, me lo chiedo anch’io.
Via | Guardian
Persino gli scettici, che si chiedono che se ne farà mai al mondo un posto come M** di una cinese, sono pieni di ammirazione: incredibile tutto quello che sa fare quella donna. Una figura così minuta e così tanta energia.
Se le parole scritte avessero un sapore, direi che questa ‘favola nera’ di Vanderbeke avrebbe il retrogusto amaro e misterioso di certe erbe orientali, accompagnate da una salsa agro(e non troppo)dolce.
Sì perchè la brillante ascesa professionale della protagonista coreana, descritta in questo La straordinaria carriera della signora Choi, rivela di avere, strato dopo strato, una faccia oscura e inquietante. Non entro troppo nel merito della trama, chiaramente, dico solo che il romanzo inizia come una delle migliori favole, in un tempo imprecisato, nella altrettanto fiabesca cittadina di M**:
Continua a leggere: La straordinaria carriera della signora Choi, di Birgit Vanderbeke