Filippo Tuena (Premio Bagutta 2006 con Le variazioni di Reinach; Premio Viareggio 2007 con Ultimo parallelo) pubblica per Nutrimenti (casa editrice per la quale dirige la collana Tusitala che si occupa di “esplorazioni, misteri, resoconti di viaggi, biografie, narrativa di avventura”) un bel romanzo dal titolo Stranieri alla terra. Si tratta di un romanzo bipartito e autobiografico. Bipartito perché è diviso in due parti: la prima (Nomi e destini) è incentrata su alcuni personaggi vicini alla poetica di Tuena (Hemingway, Gericualt, il generale Jackson, il trombettista Bix Beiderbecke) e la seconda (Lo scrittore è un avventuriero innamorato) è più autobiografica, con la metafora del viaggio che la fa da padrone.
Di Stranieri alla terra – scritto con stili e registri diversi – dice lo stesso autore:
I brani riuniti in questo libro rappresentano il mio lavoro sulla scrittura in questi anni di apparente silenzio o di disinteresse per la sua condivisione. Se li pubblico è perché quel sentimento s’è attenuato sostituendosi a esso il desiderio di mettersi alla prova. Rappresentano altresì una privata riflessione sul mestiere del narrare e sulle infinite possibilità di svolgerlo.
“I papà parlano con i bambini, invece lui non ti guarda neanche. Non è vero, mio papà mi vuole bene. Tuo papà non sa nemmeno chi sei. Sei una bugiarda, ti odio!”
Miriam D. non è mai stata una che finge vulnerabilità e si schernisce davanti alle sfide, neanche da bambina. Sa riconoscere una vera donna solo annusandola, e – per i motivi più diversi – ad ogni suo compleanno, da anni, non riesce a non piangere. E’ lei la protagonista di Miriam e la geometria, di Luisa Grosso, convinta che
Così come la geometria si trova a ridisegnare una terra profondamente mutata a causa degli elementi atmosferici, così la scrittura ha a che fare con una realtà trasformata dal desiderio e dalla memoria in una storia diversa. Il Nilo straripa. La vigna è inondata (…)Le inondazioni, la nascita della geometria, geometrie narrative. Riconoscere le emozioni come fondamenta, sistemarle, costruirci le mura solide del racconto.
“La sposa Vermiglia” è la storia di quasi un secolo fa. In una Sicilia del “sud più profondo”, legato alla terra, al sangue e al profumo degli agrumi, vive una giovane donna di nome Vincenzina, condannata da una salute cagionevole e dal suo stato di ultima figlia, a non diventare madre. Una ragazza che invece andrà in sposa, ad un uomo orribile, ricco, sessantenne, mafioso e fascista (di che presagire un’esistenza da incubo), ma, ironia della sorte, il suo destino sembrerà compiersi proprio quanto incontrerà il vero amore, quella forza apparentemente sconosciuta che, si pensava, non dovesse mai sfiorarla.
Il romanzo della siciliana Tea Ranno affonda a piene mani in molti tratti autobiografici. Dalla trama del racconto, profondamente intrisa dei fatti di Melilli, in provincia di Siracusa, all’eco delle vicende familiari della stessa autrice, spinta a “questa scrittura” da un “risveglio” che l’ha portata a rasentare la morte. Il primo capitolo offre uno scorcio, tutt’altro che timido di tale realtà:
E subito la stanza è invasa dal sole e il suo corpo, nudo sul letto, ancora esibisce quella mostruosa cicatrice. Dalla quale, d’un tratto, spunta la punta metallica di una forbicina, subito seguita dalla gemella, e tutte e due, allegre allegre, lavorando dal di dentro, scuciono i punti, riaprono la ferita e lasciano che dalla carne aperta sbocci una figura di ragazza: precisamente quella che i due vecchi hanno tentato, con ago e filo, di ricacciare al posto suo.
Video da libri Mondadori
Via | librimondadori.it
Raffaele La Capria affida alla Mondadori, per la collana Libellule, il suo ultimo libro: Esercizi superficiali. Nuotando in superficie. Cominciamo con il dire che la superficie è solo il pretesto letterario per sottoporre a un’analisi minuziosa il quotidiano, le sollecitazioni del nostro vivere ingabbiati in una rete di convenzioni verbali e non verbali che rendono testimonianza di quanto la superficialità sia, appunto, un alibi per evitare esposizioni in prima persona, faticose e fuori dal coro.
Fuori dal coro perché, per una sorta di gioco di rifrangenze, la società italiana e i singoli italiani – noi – si condizionano relegandosi in un presente orfano del passato e senza prospettive. Facili prede della mistificazione, del narcisismo, del presenzialismo e dell’orribilismo di questi ultimi decenni gli italiani – noi – hanno perso il contatto con l’aspetto più originale della propria natura: la bellezza e la capacità di distrarsi dal contingente per mettere a frutto la prodigiosa creatività che pare essere il tratto distintivo delle itale genti.
Aggrappati ai libri che ti ho suggerito, e vedrai che ti porteranno ad altri libri, come è successo a me. Ma ricordati che leggere è indispensabile comunque e in qualsiasi condizione, non solo perché terrà allenata la tua mente, ma perché ti lega a una tradizione che non tarderai a riconoscere, e dunque a un’identità. Ricordati che la letteratura è la nostra memoria, e leggere significa stabilire un legame con l’umanità.
Continua a leggere: Esercizi superficiali, di Raffaele La Capria

Un’ulteriore prova che “l’epopea” è ancora possibile, sta tutta nelle pagine di “Nessuno vede il mio pianto”, il libro che “canta” di Castellammare di Stabia e di Sorrento, soffermandosi su buona parte degli avvenimenti che hanno attraversato la penisola italiana dalla sua unità alle soglie del ventunesimo secolo. Passando per ben due guerre mondiali, con le rispettive ricostruzioni, e attraversando peripezie di ogni genere e grado, i numerosi protagonisti di questo romanzo a mille voci, tratteggiano un quadro fedelissimo e colorato della complessità dell’esistenza umana, sottraendo al loro autore varie e intense scintille di ispirazione, che molto hanno a che fare con i contrasti cobalto di quel mare imperioso che non esita ad insinuarsi, dritto nel seno di una terra costiera generosa, pur nel suo strapiombo di roccia.
Si tratta del romanzo d’esordio del giurista cinquantenne Maurizio Sorrentino, pubblicato alla fine dell’inverno e dedicato a quelle donne che “nessuno vede piangere”, perché le loro lacrime sono ormai invisibili. Proprio il pianto sembra quasi aver abbandonato per sempre, con tutto il suo portato di disperazione e consolazione, gli occhi di Luisa-Zenobia, matriarca di una “larga prole” e ancora più estesa “nipotanza”, nascondendosi al pari del sorriso, che si cela nel brillio profondo delle pupille e della voce, sottratta da un voto ad un santo “nordico” di nome Casimiro e da quell’attesissimo figlio maschio che ne porta il nome.
Continua a leggere: "Nessuno vede il mio pianto" di Maurizio Sorrentino
Ma sì, le dico che alla sua età non ha ancora capito cosa vuole dalla vita. Sì, sì, proprio lei, la prof. di italiano. Pensi che l’altro giorno ha assegnato un tema, in classe di Patrizia, dove l’ho messo…ecco qui: “Perchè la vita ha un senso e perchè non ce l’ha, secondo te?”. E ora pensi che si è messa di nuovo a tormentare quel povero Tommaso. E mail, sms, qualche voglia gli telefona pure.
Ma come “Tommaso chi”? Il suo ex fidanzato. Quello che aveva lasciato all’improvviso, tre giorni prima di partire per Pechino. Sì, sì, avevano i biglietti prenotati. Giuro. La sera prima erano anche stati insieme, non mi chieda come lo so. E lei niente, lo ha mollato. Senta qui:
…lei mi lascia. Così. (…)
“Perché Amanda?” le ripeto.
E lei: “Perché è finita”.
“Quando?”, io.
“Mentre non te ne accorgevi, ma io sì. Fidati”, lei.
Continua a leggere: L'amore quando c'era, di Chiara Gamberale
Certo che se nasci sotto il nome di Vincenzo Malinconico, e per di più succede a Napoli, non hai molte possibilità di riuscire a cavartela nella maniera più semplice. E se per di più, uno scrittore come Diego De Silva ti accolla il ruolo di protagonista del suo romanzo, “Non avevo capito niente” per Einaudi Editore, non ti resta che “guadagnarti la pagnotta”. Ma il nostro antieroe non ci mette molto a mostrare le sue doti da “filosofo della strada”, sgusciando magistralmente tra responsabilità ed avvenimenti con una nonchalance che ha un che di proverbiale. Le sue avventure non potrebbero che incuriosire, ed effettivamente è proprio la curiosità morbosa, la molla per seguire questo avvocato sfaccendato, che si dà un gran daffare per rimettere insieme i pezzi della sua vita. Solo che il risultato sembra un puzzle sbagliato, con le tesserine che non coincidono e che sembrano quasi rifiutare di attaccarsi.
Ex-marito, ma non troppo, padre part-time di due figli in piena crisi adolescenziale e professionista, senza file di clienti naturalmente, Malinconico trascorre un’esistenza caotica, infantile e terribilmente varia, che ha come sfondo una Napoli coloratissima e il suo quartier generale arredato affettuosamente con mobili ikea e popolato da coinquilini che condividono casa e incertezze. Ma la vita ha in serbo più di una sorpresa e di quelle di un certo peso. E se l’amore bussa alla sua porta inaspettatamente, sotto le splendide spoglie di Alessandra Persiano, il lavoro ha il volto meno affascinante di Mimmo ‘o Burzone, camorrista sui generis, il cui caso, assegnatogli d’ufficio, diventerà una “questione di vita o di morte”, ma anche la grande occasione per rimettersi davvero in gioco.
Via | einaudi.it

Il nostro palazzo non è progettato perché non ci si incontri…
La frase che segna il destino degli abitanti del condominio immaginario di Milena Agus. “Sottosopra” è una storia corale, una specie di romanzo che racconta i segreti trapelati e racchiusi “nella tromba delle scale”. Perché nel palazzo in questione, ognuno porta avanti la sua esistenza nutrendo a fondo piccole e grandi manie. Gli inquilini ed anche i proprietari hanno vite e storie diverse, ognuna in linea con il “livello di luce e di aria” del quale gode il rispettivo appartamento, una specie di “microsocietà per classi” che si distinguono a seconda dell’altezza, per poi incontrarsi ed intrecciarsi in punti diversi.
C’è un’amante della letteratura dal triste passato, alla quale si rivolge Mr. Johnson, “il signore di sopra”, violinista sulle navi da crociera, incapace di provvedere ai numerosi bisogni pratici della vita quotidiana da quando la moglie l’ha abbandonato bruscamente e Anna, “la signora di sotto”, che, nonostante la sua debolezza cardiaca, prende quattro autobus per andare a lavorare nelle case degli altri e nella sua e non ha neanche il riscaldamento. In mezzo a loro la voce narrante che conduce un’esistenza tra i libri e proprio per questo ispira fiducia. E poi Giovannino, bambino giudiziosissimo, Alice ossessionata dal sesso e dalla solitudine e Natascia, “malata di un’atroce gelosia”.
Dopo il successo di 999 L’ultimo custode, uscito per Castelvecchi nel 2009 (del quale abbiamo già parlato su booksblog), Carlo Martigli torna in libreria con un altro thriller storico: L’Eretico, appena uscito per Longanesi.
Rimaniamo nei paraggi dello stesso periodo storico, ci spostiamo solo di qualche anno. Nella Firenze del 1497 è arrivata la peste; con la scomparsa – nel 1492 – di Lorenzo il Magnifico, la città è caduta nel caos più totale e il peggio è che è finita nelle mani di un monaco domenicano oscurantista come Savonarola.
Tra i fari culturali della Firenze medicea, colui che più manca è quel Giovanni Pico della Mirandola che avrebbe voluto riunire tutte le religioni monoteiste sotto lo stesso tetto; è morto infatti nel 1494. A Roma, invece, i Borgia – responsabili della cacciata dei Medici da Firenze e dell’avvento di Savonarola – tramano le file per costituire un impero economico e politico che in qualche modo appaghi le loro smodate ambizioni. E il Valentino – il cardinale Cesare Borgia – affila le sue armi peggiori.
“Gli altri passeggeri sono come lui, ma diversi da lui. Perché loro, tutti i giorni, vanno alla stessa ora nello stesso posto, non devono conquistare nulla, non devono sperare nulla per l’anno prossimo, i loro diritti sono garantiti, nessuno li smuove più di lì, e allora i loro pensieri vanno al lunedì, che è il giorno più brutto, e al venerdì che è il più bello.”
Adàm, protagonista di questo Bar Atlantic (Marcos y Marcos) di Bruno Osimo (che mi era già piaciuto in Dizionario affettivo della lingua ebraica) insegna letteratura ebraica, presso il corso di laurea “Culture e definizioni per la società avanzata civile (CULDESAC)”, ha trentacinque anni, in Italia da sette”, vive con la moglie, commercialista, Ada (che lui chiama Hahva, e la corrispondenza Adamo-Eva salta chiaramente all’occhio).
In realtà lui si definisce piuttosto “un casalingo peripatetico, che passa in casa in realtà un
numero di ore non particolarmente cospicuo e, per il resto, viaggia parecchio. Un casalingo inquieto, che quando viaggia lo fa per tenersi in allenamento a spostarsi, a trasferirsi, e quando sta in casa, in cucina, lo fa per darsi l’illusione di avere una casa, di avere una patria, e quando cucina la fesa trifolata lo fa per illudersi di avere dei genitori, anche se raccogliticci, d’accatto, di seconda mano, che gli trasmettono una tradizione di famiglia che lui, nato in un kibùtz, non ha”.
Continua a leggere: Anteprima Booksblog. Bar Atlantic, di Bruno Osimo