Arriva da Mosca – e soprattutto dalla rete – uno strano e interessante fenomeno: Metro 2033 di Dmitry Glukhovsky, in cui i sopravvissuti all’ultima guerra (nella quale si usano missili nucleari e armi biologiche) trovano rifugio nella metropolitana di Mosca.
Il fenomeno nasce in rete, per l’appunto, cioè quando nel 2002 Dmitry pubblica il romanzo scaricabile gratis; solo nel 2005 arriva anche il cartaceo, ma il fenomeno continua perché il romanzo è un best seller. L’idea, però, non si ferma, perché Dmitry invita altri scrittori a replicare l’esperienza di Metro 2033, a immaginare cioè lo stesso contesto – l’Ultima Guerra – ma ambientato nelle loro città e non più a Mosca. Bene, all’universo di Metro 2033 hanno aderito in molti e in Italia ha aderito uno scrittore del calibro di Tullio Avoledo, che lo ambienta tra Roma e Venezia. E lo intitola: Le radici del cielo.
A Roma, che sopravvive alla guerra del 2012, il papa sembra sia morto ma non si hanno notizie certe, e il Vaticano si è spostato sotto le catacombe di San Callisto insieme a un manipolo di persone.
Italo Tramontana non ha ancora trent’anni e quando si lancia nella difficile impresa di raccontare il primo decennio del 2000. L’occasione che gli viene “offerta” dalla sua tesi di laurea in Storia Contemporanea, si rivelerà una miccia pronta a mettere in causa, non solo un periodo della storia italiana e mondiale ancora “troppo fresco” per poter essere analizzato a mente fredda, ma anche e soprattutto gli effetti devastanti che quello stesso arco di tempo ha avuto sulla sua stessa famiglia, marchiata a fuoco dalla tragedia che ha trasformato il padre, ex insegnante e neo-pensionato, in pirata della strada. Solo che il ragazzo investito non è uno studente che passava per caso, bensì il fidanzatino della figlia… e niente sarà più come prima.
Vorrei raccontarle di mio padre, di mia madre, di Anita e di Marangoni, di tutti, dov’erano e dove sono, di come le cose vanno e di come andavano, di quando ero un prestigiatore e di adesso che nessuna magia mi riesce. Mi piacerebbe dirle: se gli anni senza nome devo raccontarli a qualcuno, voglio raccontarli a te. Dove eravate tutti. Dov’erano i padri, soprattutto. Dentro il declino civile di un paese, così risuona l’essere giovani contro l’età adulta, contro l’assenza, contro il silenzio.
Il suo è un mondo segnato dal berlusconismo, affogato nella “parlantina brillantinata” di un leader che si è inoltrato in tutti gli ambiti della vita italiana, tanto da sembrare inscindibile persino dalla realtà più intima del nostro paese. E la domanda che si ripresenta sempre più prepotente al protagonista del libro di Paolo Di Paolo, pur avendo il suono amaro di un’affermazione, è la stessa che si ripercuote nel titolo, è la stessa che riecheggia nelle nostre menti ventenni, è la stessa che ci agita le notti e giorni senza alcun riposo apparente.
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Campani…Se la terra è anche la vostra affilate tastiere, penne e cervello e cominciate a scrivere e a riscrivere di questa Campania dolente e dimenticata. O semplicemente aprite quel caro cassetto (troppo spesso sepolto dietro muri di incomprensione) e “dategli aria” alle vostre parole. Sappiate infatti che c’è un’occasione che potrebbe trasformarle in pagine pubblicate, quelle stesse frasi che magari credevate destinate all’oblio, poiché il vostro lavoro potrebbe entrare a far parte di un’antologia grazie al primo torneo letterario indetto da Caracò editore e dall’associazione Architempo, in collaborazione con il Premio Falerno Primo Romanzo.
Si tratta di un’iniziativa accattivante che si chiama “La mia Terra” e che si svolgerà sotto forma di sfide (tra quattro racconti alla vota) che si terranno tra marzo e maggio 2012, nella cornice del palazzo Lanza di Capua. Il nome non potrebbe essere più indicativo, e fin qui non ci voleva un genio a capirlo, ciò non toglie che un’iniezione di “sano apprezzamento”, in un “non luogo” che, oltre a partorire continuamente talenti letterari ne zittisce tanti altri, è una specie di vento di novità che ci fa proprio piacere spargere. Perché in fondo il regionalismo è uno stato d’animo e gli abitanti di questo pezzetto di Sud sono lontani anni luce dalle chiusure, e vicini allo spirito di mescolanza che sembra quasi averli creati “scrittori congeniti”!
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Non è che essere genitore sia una cosa facile, in nessun caso e a prescindere, se poi ci aggiungi che il tuo pargoletto ha i brufoli, indossa sistematicamente tutto quello che tu trovi ridicolo, ha dei capelli impossibili, odia tutto e tutti, si chiude in camera ed alterna stati di rumorosa euforia e momenti di vera e propria guerra con se stesso. In una “inquietante parola” è un un adolescente. Il risultato è una strana polarità inversa di madre “seria e matura” e padre in fuga, per un figlio dal nome prestigioso e la “vita incasinata”.
Meno male che ci sono gli amici, in fondo chi non lo ha pensato dopo l’ennesima litigata, e conseguente sbattuta di porta? Bé questo è sicuro, ma anche dall’altro lato non si tratta di una passeggiata. Ed è proprio nel dialogo tra una madre e suo figlio che si esplorano i “meandri nascosti” di una relazione che sfiora l’archetipo, lasciando, allo stesso tempo, ampi spazi di identificazione personale.
“L’età indecente” di Marida Lombardo Pijola (già autrice per Bompiani di “Ho 12 anni faccio la cubista mi chiamano principessa. Storie di bulli, lolite e altri bimbi”) è proprio questo, una specie di taccuino di appunti, lontano dalle “istruzioni per l’uso” troppo teoriche e terribilmente vicino all’adolescenza, (al mondo degli emo e all’autoironia) visti attraverso due sguardi che, forse, non potrebbero essere più diversi.
Mi chiamo Caterina, ho cinquantatré anni e un figlio scompigliato dall’adolescenza, Niccolò. Il fatto è che questi qui c’hanno i neuroni che gli viaggiano tipo nella direzione opposta a quella in cui gli dovevano viaggiare. Praticamente gli vanno contromano.
Che il mondo non sia dritto, è un evidenza, ma anche una di quelle realtà di fatto che spesso non vediamo nemmeno più. Il libro di Mauro Corona (che ha vinto il Premio Bancarella 2011) ce lo ricorda e lo fa nella maniera più diretta possibile. La sua è un apocalisse dura, un risveglio the day after quando l’energia che conosciamo è scomparsa e le fonti alle quali facciamo riferimento sono ormai estinte.
Mettiamo che un giorno il mondo si sveglia e scopre che sono finiti petrolio, carbone e corrente elettrica. Non occorre immaginarlo, prima o dopo capiterà. Ma facciamo finta che sia già qui. Ha un brutto muso quel giorno. Tempo duro, infame, che scortica il mondo a coltellate. Lo spoglia di tutto. Di quel che serve e di quel che non serve. La gente all’improvviso non sa che fare per riacciuffare il necessario: sta dentro la natura, ma, per averlo, occorre tirarlo fuori, cavarlo con le mani. E la gente, le mani, non le sa più usare.
Ma come si farà a vivere senza elettricità? La risposta non sembra evidente, anche se lo è. Perché in fondo, come si faceva prima? Eh già, basta fermarsi un attimo per rendersi conto che l’uomo ha sempre lottato contro la natura, strappandole, poco a poco, le risorse necessarie alla sua sopravvivenza. E allora non resta che ricominciare a saper fare, o almeno a provarci, bisogna tirare a campare aspettando la primavera che verrà. In gioco c’è la vita stessa e la sua continuazione che, se non è scontata, si ripropone costantemente oltre ogni apparente ragione.
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La strana scomparsa dell’oca Tilde, lo sbarco di un extraterrestre a Milano, un misterioso omicidio che coinvolge un operaio e la sua famiglia, una scuola invasa dai folletti: queste sono soltanto alcune delle forme imprevedibili e fantastiche che prendono questi incredibili 6 racconti. Tanto incredibili che sembra impossibile immaginare che dietro a ci siano le penne e le fantasie di alcuni ragazzini delle elementari e delle medie - vale a dire dai 9 ai 13 anni.
Eppure è così. E soltanto chi conosce la splendida realtà della Casa del Sole, o Trotter, una scuola milanese molto speciale, immersa nel verde di un parco che separa via Padova da viale Monza, può spiegarsi l’arcano. Il consiglio per tutti gli altri è semplicemente quello di immaginarsi una scuola le cui classi sono disperse in un immenso parco, una scuola dotata di una Fattoria, un Museo, un Teatro e di moltissimi altri spazi di interazione e di sperimentazione entro i cui confini i bambini coltivano un rapporto con la realtà assolutamente privilegiato.
Mi rendo conto, non deve essere facile immaginarsi una realtà del genere a Milano, soprattutto al tempo dei tagli indiscriminati all’istruzione. Eppure questa scuola esiste (è stata anche la mia scuola, quindi credetemi), esattamente come esistono questi racconti, prova incontrastabile della potenza formativa di un modello che, purtroppo, per l’Italia di oggi sembra ancora troppo avanti.

“Lo scurnuso” di Benedetta Cibrario è tutto tranne “un libro per tutte le stagioni” (e perdonatemi la tautologia). L’autrice di “RossoVermiglio”, vincitore del Premio Campiello 2007, e del magistrale “Sotto cieli noncuranti” non ha molto a che fare con la città che descrive. Napoli non le scorre nelle vene insomma, ma ciò non toglie che la metropoli partenopea si sia ricavata un posto di tutto rispetto nei suoi pensieri e, di conseguenza, nelle sue parole. E forse è proprio per questo che la sua è una città “davvero milionaria”, che alterna, in maniera ancora più vivida del reale, glorie e miserie di una storia incredibile e ricchissima.
Tre tappe tra fine settecento, metà novecento e ai giorni nostri, per seguire lo sviluppo di una statuina che incarna un’antichissima tradizione plastica, simbolo dell’inadeguatezza e dell’immensa grandezza. Un’autrice torinese che si è “letteralmente innamorata” dell’arte del presepe, e che la descrive attraverso una “storia trasversale”, che tra accademie e pastori confluiva in collezioni celebri come la mitica di Ferdinando I di Borbone, e meno conosciute come quella di un parroco di provincia.
Un “teatro continuo e magnifico” che fa da sfondo partecipante alla storia dello scurnusu, un vergognosissimo Sebastiano, orfano venduto per pagare un debito di lavoro, che riscatta il suo triste destino con l’abilità delle sue mani. Mani sotto le quali la bellezza rinasce potente e si “eternizza”, come gloria al padre adottivo “artista dei pastori”, e grido d’amore, in un pezzetto di presepe destinato a vivere una vicenda a sua volta straordinaria.
Via | feltrinellieditore.it
Di questo parliamo quando parliamo d’amore: di lacrime. Chissà se quelle dell’amore ferito raccolte tutte insieme formano un oceano più vasto di quelle scaturite dall’amore corrisposto. Chissà se sono in equilibrio come le salite e le discese. Sono cose che nessuno sa.
Le cose che “nessuno sa” sono quelle che un adolescente scopre dal passaparola degli altri nei bagni del liceo. Perchè le stelle sono fatte di luce, ad esempio. O perchè è impossibile leccarsi i gomiti, ad esempio, come dice Marta a Margherita. Cosa voglia dire davvero “intelligente”.
Cose che nessuno sa – come da omonimo titolo di D’Avenia – riguardano però soprattutto il funzionamento dei meccanismi che regolano l’amore in una coppia. Il perchè, come dice la nonna di Margherita, ogni dolore porta una benedizione, secondo il detto popolare, e perchè la bellezza venga proprio dalla elaborazione della sofferenza, a volte. Come succede nella silenziosa lotta dell’ostrica contro il corpo estraneo ed intruso che lei trasformerà in perla.
Continua a leggere: Cose che nessuno sa, di Alessandro D'Avenia
E’ passato più di un anno e mezzo dalla sua uscita, in un 10 marzo 2010 che sembra trascorso da un eternità, e più di un anno dall’ultimo articolo nel quale lo abbiamo citato (anche se solo trasversalmente per via delle fascetta di Antonio d’Orrico). Eppure eccolo ritornarmi fra le mani. “Hanno tutti ragione” di Paolo Sorrentino, edito da Feltrinelli, era lì su uno scaffale, bianco e pulito, con quel suo bell’insetto nero sulla copertina talmente opaca che quest’esserino ripugnante dalle antenne sottili sembra, per contrasto, ancora più lucido, come se gli avessero passato sopra la brillantina… forse la stessa che si spalma accuratamente in testa Tony Pagoda, cantante napoletano dall’aria kitsch, che dispensa droga e filosofia allo stesso tempo, e spesso e volentieri, in ordine inverso.
Se ti sembra di conoscerlo questo strano cocainomane partenopeo dall’aria affascinante e logora, che ha girato il globo e “sposato” le terre brasiliane per ragioni di “vile denaro”, è perché in fondo concentra un po’ tutti i vizi contemporanei, portandoli ad una specie di quintessenza. E’ un archetipo “dell’uomo del Sud del mondo” (naturalmente quello talmente estremo da non poter esistere sul serio), che non ti farebbe piacere avere come compagno di treno. In fondo non è detto che ti capiti, ma quel che è certo è che se dovessi davvero incontrarlo difficilmente gli passeresti accanto indifferente, e se dovessi malauguratamente farlo, sappi che hai rinunciato ad una delle più grandi avventure della tua vita.
[…] Solo la mia città ha ancora un minimo di senso con quell’apertura alata sul mare, sterminata. Ti da la sensazione che se vuoi puoi fuggire. Poi non fuggi mai. Però potresti farlo, l’Africa di qua, la Grecia di là, Gibilterra dall’altra parte col suo infinito mercanteggio di armi, droga e puttane. Gibilterra è un paradiso. Pochi lo sanno. Io ci sono stato per i cazzi miei e me ne sono visti bene.[…]
E’ un mondo fatto d’erba, di calzoncini macchiati di fango o di verde, di righe tracciate con la polvere bianca, di olio per massaggi, di calzini bagnati, di ferite e infortuni…Questa è la serie B…Sono passati trentatre anni, giorno più giorno meno. E anche per me, oggi, è arrivata una croce.
E’ un invisibile, Silvano detto ‘Silver’, protagonista del nuovo romanzo di Faletti, Tre atti e due tempi. Da trentatre anni, “senza rompere mai” come aveva promesso al suo capo - l’unico a parte sua moglie Elena, che gli aveva dato fiducia dopo il carcere – è magazziniere di una squadra di calcio di serie B.
Silvano detto Silver, con la sua vita abitudinaria, colorita ogni tanto – dopo la morte di Elena – dal gran cuore della coetanea cameriera Rosa, è abituato a vedere dietro le quinte le squadre giocare in serie B.
Continua a leggere: Tre atti e due tempi, di Giorgio Faletti