Falso movimento è il quarto romanzo di Riccardo D’Anna, saggista e scrittore romano. Un romanzo breve ma molto intenso. La trama è presto detta: il protagonista, un italiano, resta bloccato in Florida, dove si era recato per un congresso, a seguito degli attentati dell’11 settembre alle Torri Gemelle. Non sapendo come impegnare il tempo decide di andare a Disneyworld, che è lì nei pressi, e di andare a trovare un parente di sua moglie, personaggio misterioso di cui nemmeno i parenti più stretti sanno molto.
Ma la narrazione va ben al di là della trama. D’Anna racconta, in una serie di sapienti flashback e squarci su varie vicende della storia italiana – quello che vive nell’intimo il protagonista. E lo fa costruendo un romanzo, per usare le sue stesse parole, “a ragnatela, a mosaico. L’artificio su cui si regge è la sovrapposizione spaesante fra una prima e terza persona“
Una sorta di dialogo filmico, potremo dire, che narra – tanto in soggettiva quanto da un punto di vista esterno – le vicende esterne che accadono e che, per forza di cosa, si ripercuotono nel protagonista.
Questo libro arriva dalla libreria del mondo offeso di Milano, da un caso a dir poco provvidenziale e dal prezioso consiglio di Laura. E’ la storia di un viaggio che ho letto durante un viaggio. Proprio così, solo che il mio “traslarmi” si è sviluppato molto più a nord delle latitudini indicate nel magico miscuglio agrodolce di parole, che Consolo ha saputo impastare come la migliore delle paste martorane, talmente ben fatta da sembrar quasi più bella e invitante dell’originale.
È la vicenda di due uomini, il nobile pittore lombardo Fabrizio Clerici e dell’umile fraticello Isidoro. Due facce della vita e due concezioni dell’amore, il primo epurato nelle maglie della distanza e della ragione, il secondo smisurato, irrequieto e passionale fin sul limitare della follia, che si intrecciano con il destino della bella e sfortunata Rosalia. Il tutto accade in Sicilia, un’isola attraversata in maniera irregolare, che offre ospitalità e saccheggi, grandi onestà d’animo, banchetti e meschinerie a profusione. Una terra d’arte e di storia che giace sul mare come dimentica di sé stessa.
La narrazione si sviluppa sotto forma di diario indirizzato a Donna Teresita, colei che fa palpitare graziosamente il cuore del nostro artista, che intende regalarle un “quadro” in onore delle sue origini sicule per parte di madre. Un’occasione che permetterà al narratore-Fabrizio di immedesimarsi con i personaggi incontrati e di continuare il suo racconto nonostante le innumerevoli peripezie e l’inserto dedicato alla “Confessione di Rosalia”. Il finale arriva in fretta, come una specie di cesura-fisica che ci risulta difficile immaginare più fatalista.
[…] Mai sempre tuttavia il viaggio, come distacco, come lontananza dalla realtà che ci appartiene, è un sognare. E sognare è vieppiù lo scrivere, lo scriver mormorando del passato come sospensione del presente, del viver quotidiano. E un sognare infine, in suprema forma, è lo scriver d’un viaggio, e d’un viaggio nella terra del passato. […]
Video da cirosca3
Da qualche giorno è di nuovo nelle librerie, grazie a Marcos y Marcos, Si chiama Francesca questo romanzo, uno dei più quotati di Paolo Nori, scrittore parmense che ha fatto del proprio stile aderente al parlato, anacolutico e ripetitivo una vera e propria bandiera. Se avete mai avuto occasione di sentire Paolo Nori leggere i suoi scritti vi sarete senz’altro chiesti, da tanto quell’operazione di lettura risulti naturale, come mai non ne producano direttamente degli audiobooks (su ilpost.it trovate degli estratti letti dall’autore).
Protagonista di questo libro vorticoso - sia nello stile, come al solito a pioggia, sia nella costruzione avvolgente, è ancora una volta Leandro Ferrari. Per molti versi Leandro e Paolo si assomigliano, come spesso capita nella letteratura che si nutre della linfa vitale e delle ossessioni dell’autore che la mette in pagina. Ma a differenza di altri grandi narratori dell’ossessione, Paolo Nori sembra divertirsi a mettere sul palcoscenico della sua finzione il suo Leandro, personaggio un po’ impacciato un po’ pazzo, assillato dalle voci che sente nella testa e innamorato di Francesca.
Qualcuno potrebbe pensare che lo stile di Nori sia istintivo, raggiunto con facilità dall’autore perché aderente al parlato, quasi grossolanamente. Io non credo che sia così, credo che dietro alla voce di Leandro ci sia un lavoro mica da ridere di Paolo, che spesso dimostra nelle sue pagine di amare le circonvoluzioni logico-linguistiche. È questo il caso della pagina più bella del libro (pp. 110-111), quando Leandro si fa travolgere dalla confusione e dall’emozione mentre parla con una fotografa al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Pagina che mi permetto di citare per intero dopo il salto.
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Erano quasi tre anni fa e la libreria del mondo offeso aveva aperto da poco quando ne “registravamo l’avvento” tra le nostre righe. Da allora ne è “passata di carta sotto i ponti” e mi ci sono ritrovata anch’io, e per la prima volta, tra questi muri coperti di libri. Era una domenica per caso in Corso Garibaldi a Milano, era ieri. Ventunogennaioduemiladodici. Il giorno dopo la morte di Vincenzo Consolo.
Un tardo pomeriggio piacevole a Brera, con la gente lanciata nei bar per riscaldarsi e i cani in libera uscita. Poi l’insegna sulla strada, la freccia nera sottile, il cortile e l’ingresso. Tutto il resto è storia. Scritta con l’inchiostro in una vecchia agenda, scarabocchiata col gessetto nelle lavagne disseminate un po’ ovunque, la stessa che ti aspetti che esca dalla vecchia radio appoggiata in un angolo per prendere vita sugli scaffali, quella che - puoi giurarci - si raccontano ogni notte le marionette i pupi appesi qua e là, per poi ripeterla alle orecchie dei visitatori solo qualche ora dopo.
È storia di passanti, di abitué, di “lettori congeniti” e di avventure immaginarie. È la storia dell’Italia tutta intera, dei bar dell’Accademia e degli studenti, degli “autoctoni” e dei “meridionali”. Non so se me la ricordo bene, forse in parte l’ho persino immaginata - in fondo non è proprio questo il vero motivo per il quale mettiamo i piedi in una libreria? - Ho buttato gli occhio in giro, mi sono fatta tentare dall’ottimo consiglio di Laura e, solo dopo, ho chiuso la porta dietro le mie spalle. Poi il freddo… tutto d’un botto!
Se hai dodici anni e qualcuno ti porta via da tutto, non ci metti molto a capire che la cosa puzza di losco. Se ci aggiungi che tutto ciò accade a Napoli, che l’attività di famiglia è un night club pieno di escort e che il tuo patrigno non ha proprio l’aria completamente pulita, il resto viene quasi da sé. E’ un po’ così che si sviluppa la trama dell’ultimo libro di Ugo Mazzotta per Todaro Editore. La “Merce di scambio” in questione si chiama Federico Sodano e si troverà, suo malgrado, al centro di un bieco ricatto volto a far pressione proprio sul patrigno Marco, invischiato in affari con gente che non scherza.
Ma per fortuna che dall’altro lato c’è anche chi potrebbe aiutarlo. Si tratta del sovrintendente Giorgia Colucci, un’amica della madre che Federico ha sempre chiamato Zia, ed è proprio a lei che perverrà un’inquietante richiesta di aiuto via sms. Poi c’è il Commissario Alice Caturano, che si getta talmente a fondo nelle indagini, da rischiare di farsi togliere il caso… ma è inutile dirvi che non finisce così.
booktrailer da KobalFilm
Via | ugomazzotta.com
A voler ben guardare, cos’è che unisce noi italiani in un’unica identità? Di primo acchito verrebbe da dire: poco o nulla. Poi magari ci si pensa e iniziamo a trovare varie motivazioni. Dalla geografia particolare che definisce bene i confini all’unità religiosa (il cattolicesimo, con tutti i suoi pro e i suoi contro): in mezzo, una marea di di motivazioni, più o meno condivisibili. Ma c’è qualcosa di più profondo? Paolo Golinelli, ordinario di storia medievale e didattica della storia all’università di Venezia, individua il collante dell’identità nazionale nel Medioevo. Così lontano nel tempo? Secondo Golinelli sì e gli argomenti che porta a sostegno della sua tesi sono affascinanti e condivisibili.
Golinelli, rifacendosi a Ludovico Antonio Muratori, vede nel Medioevo “le origini delle nostre tradizioni, dei nostri costumi, delle nostre leggi, della nostra letteratura”. Ed è proprio nella letteratura la chiave di volta dell’unità nazionale italiana:
La presenza di una letteratura nazionale, con la sua capacità di veicolare narrazioni, esempi eroici, interpretazioni e ideali attraverso i mezzi più diversi – dalla scrittura alla trasmissione orale; dal teatro alle immagini, alla musica – nei qual gran parte del popolo si identificava, costituì il cemento unificatore della nostra nazione. C’è quindi un forte nesso tra Medioevo e Ottocento italiano, testimoni di un duplice “risorgimento della nazione” […]: il primo di carattere linguistico e culturale, il secondo approdato all’indipendenza e all’unità nazionale.
A dicembre lo avevo messo in cima alla mia top3 dei libri più belli dell’anno, ma mi sono accorto che ancora non ve ne avevo parlato direttamente. Ora, a distanza di più di un mese, ho deciso quel momento è arrivato. Il libro in questione si intitola Il demone a Beslan, è di Andrea Tarabbia - bravo e giovane scrittore di Saronno - ed è edito Mondadori nella collana SIS.
Come un altro bel libro uscito l’anno scorso - Elizabeth di Paolo Sortino - anche questo di Tarabbia prende abbrivo da un fatto di cronaca. Si tratta della strage avvenuta per l’appunto a Beslan, nell’Ossezia del Nord che, nel settembre 2004, scosse l’opinione pubblica di tutto il mondo. Sono sicuro che tutti avete qualche ricordo di quei giorni: 334 morti di cui la metà bambini non vengono dimenticati in fretta, nemmeno dalla smemorata società dello spettacolo in cui viviamo.
Voce narrante e coprotagonista del libro è Marat Bazarev, unico sopravvissuto del commando che ha organizzato l’assalto alla scuola numero 1 di Beslan, che dalla cella senza finestre del carcere di Mosca in cui è rinchiuso, scrive la sua versione della storia sui fogli bianchi che gli vengono passati da sotto la porta. Qualcosa che assomiglia a una confessione, ma meno catartica e con nessuno effetto salvifico di redenzione.
Continua a leggere: Libri da leggere: Il demone a Beslan, di Andrea Tarabbia
Ho sempre pensato che ci fosse un senso intimamente profondo nel procedere “In direzione ostinata e contraria”, che non a caso è il titolo della prima “summa postuma” di De André (uno che sulle contro-direzioni di questo tipo ci ha costruito la sua intera esistenza). E anche per il mio incontro con i libri di Vichi è andata proprio così. Prima “La forza del destino”, e solo dopo “Morte a Firenze”, in un ordine che è esattamente il contrario, sia cronologicamente che per data di pubblicazione, di quello reale. Comincio quasi a credere che gli sconvolgimenti di questo tipo siano una specie di portafortuna (e se non fossi stata imbevuta nel cartesianesimo, potrei cascarci sul serio).
La morte qui c’è davvero, anche se non si tratta dell’oggetto principale del romanzo che, visto così, “a primo acchito”, potrebbe sembrare una specie di “guida notturna della città di Firenze”. Il che ci sta fin troppo bene, vista quella specie di aria silenziosa e misteriosa, che il capoluogo fiorentino emana al di là delle folle che la inondano ancora oggi. Se poi ci si aggiunge che la storia si dipana durante l’alluvione del novembre 1966, i connotati si tingono non solo di giallo, ma acquisiscono anche l’alone scuro e disfattista della catastrofe naturale.
Ma il Commissario Bordelli sembra che ci si muova bene in mezzo al fango, anche se rallenta inevitabilmente le sue indagini e riporta alla mente dolorosi ricordi di guerra. E’ alla ricerca di un ragazzino scomparso, e poi ritrovato cadavere. Un brutto affare che “puzza di sevizie lontano un miglio” e che è ben lontano dall’essere risolto. Ma naturalmente c’è di più, l’acqua stagnante che avvolge la città e i dintorni è peggio di una betoniera che divora la terra al suo passaggio. Non restano che pochi indizi sconnessi e annacquati, che Bordelli dovrà far coincidere mettendo in gioco tutta la sua intuizione. Poi l’incontro della fortuna con Bruno Arcieri, il colonnello protagonista de “L’angelo del fango” di Leonardo Gori, che spingerà verso una pista ormai abbandonata e la svolta verso una verità che puzza di fradicio, come il muschio sui muri.
Imparavo ogni giorno piccoli accorgimenti. Un filo d’olio era prezioso in ogni frangente: rinfrescava i resti e le verdure cotte in anticipo, ancora tiepide, esaltandone gli odori; faceva “rinvenire” lo sfincione da riscaldare; trasformava in squisite pizzette le fette di pane raffermo bagnate in acqua e latte, coperte di pomodoro pelato, pezzetti di tuma e con un nonnulla di sale e origano, e passate velocemente nel forno.
Simonetta Agnello Hornby sfodera in Un filo d’olio i “gioielli di famiglia”: le preziose ricette passate dalle mani di parenti e collaboratori in quel di Mosè, dove c’era la tenuta di campagna in cui ci si trasferiva tutte le estati per passare le ferie.
Non ci sono solo ricette (in ogni caso le trovate superati i tre quarti del libro, a cura della sorella Chiara Agnello) ma la narrazione di tutto il mondo che ruotava intorno a sapori, odori, gesti di preparazione tramandati per lo più senza scriverne una riga, all’interno delle cucine.
Continua a leggere: Un filo d'olio, di Simonetta Agnello Hornby
Arriva da Mosca – e soprattutto dalla rete – uno strano e interessante fenomeno: Metro 2033 di Dmitry Glukhovsky, in cui i sopravvissuti all’ultima guerra (nella quale si usano missili nucleari e armi biologiche) trovano rifugio nella metropolitana di Mosca.
Il fenomeno nasce in rete, per l’appunto, cioè quando nel 2002 Dmitry pubblica il romanzo scaricabile gratis; solo nel 2005 arriva anche il cartaceo, ma il fenomeno continua perché il romanzo è un best seller. L’idea, però, non si ferma, perché Dmitry invita altri scrittori a replicare l’esperienza di Metro 2033, a immaginare cioè lo stesso contesto – l’Ultima Guerra – ma ambientato nelle loro città e non più a Mosca. Bene, all’universo di Metro 2033 hanno aderito in molti e in Italia ha aderito uno scrittore del calibro di Tullio Avoledo, che lo ambienta tra Roma e Venezia. E lo intitola: Le radici del cielo.
A Roma, che sopravvive alla guerra del 2012, il papa sembra sia morto ma non si hanno notizie certe, e il Vaticano si è spostato sotto le catacombe di San Callisto insieme a un manipolo di persone.