Sui Genesis si è scritto molto, moltissimo e avviare un progetto editoriale imperniato sulla carriera del gruppo inglese potrebbe risultare rischioso. I Genesis, insieme agli Yes, ai King Krimson e ai Van Der Graaf Generator hanno inaugurato la stagione del prog rock che in questi ultimi tempi ha ripreso energia con artisti che pur ispirandosi ai “maestri” degli anni settanta, stanno sviluppando delle intuizioni musicali di pregio. Ai Genesis, appunto,musicisti geniali e mai banali è dedicato il libro Musical Box. Le canzoni dei Genesis dalla A alla Z di Mario Giammetti pubblicato da Arcana.
Come lascia intuire il titolo, ci troviamo di fronte ad un compendio ragionato che presenta l’intera produzione musicale del gruppo inglese, dal 1967 fino al 2007, corredata da interviste inedite, testi originali e informazioni sulla nascita e sullo sviluppo dei singoli brani catalogati in ordine alfabetico. La parte centrale dell’opera raccoglie delle foto che non potranno non colpire chi con la musica dei Genesis ha trascorso buona parte dell’adolescenza. Pose, colori, backstage d’altri tempi eppure vivi nella memoria e pronti a ispirare chi non ha del gruppo inglese che una pallida idea.
Senza soffermarci troppo sul valore musicale del prog rock e dei musicisti che ne hanno favorito lo sviluppo, diciamo subito che il libro, indipendentemente dalla mole, si lascia “divorare” grazie alla freschezza della prosa e all’originalità della struttura che si sposa felicemente alla ricchezza della documentazione. Nel libro non c’è posto per le posizioni partigiane “pro o contro Peter Gabriel”, “pro o contro Phil Collins” – chi scrive è un estimatore del periodo Gabriel –, ma si può seguire l’intero arco produttivo della band e dei singoli componenti. Un libro da tenere accanto ai dischi in vinile dalle copertine che ormai fanno parte del nostro vissuto e, come detto, da divorare, magari canticchiando.
Mario Giammetti
Musical Box. Le canzoni dei Genesis dalla A alla Z
Arcana, 2010
ISBN 978-88-6231-126-7
pp. 448, euro 29
Le edizioni Arcana – marchio storico per gli argomenti musicali – ha pubblicato in italiano l’autobiografia di Ricky Martin. Il titolo è lo stesso dell’originale spagnolo – Me – e anche l’immagine di copertina è la stessa dello spagnolo con uno sguardo intenso di Ricky Martin. La traduzione italiana è a cura di Claudio Mapelli. Dal punto di vista grafico si tratta di un’edizione molto curata, con la copertina cartonata e un’accoppiata font/carta che rende la lettura ancora più piacevole
Il rischio delle autobiografie è quello dell’autoincensamento, palese o sotterraneo che sia. In Me tale rischio è dribblato alla grande, e Ricky Martin si mette a nudo in maniera sincera e onesta (e, in questo senso, è significativa la foto di copertina che fa intuire un Ricky Martin nudo ma obbliga a guardarlo negli occhi). Certo, bisognerebbe sapere quanto è farina del suo sacco e quanto, invece, opera di revisione di abili editor e consulenti vari ma alla fine il prodotto è interessante ed è una lettura molto piacevole, sia per chi è fan di Ricky Martin, sia per gli amanti delle autobiografie, sia dei curiosi in genere.
“Con questo libro non ho intenzione di dispensare lezioni al prossimo. Volevo semplicemente parlare della mia esperienza e di tutto quello che ho imparato lungo il cammino. Se le lezioni che ho appreso possono servire a qualcun altro, per me sarà una grande gioia. Ma in fin dei conti la verità è che l’ho fatto per i miei figli e per me. Forse qualcuno potrà chiedersi perché ho deciso di scrivere un’autobiografia quando avevo soltanto trentotto anni. Normalmente uno scrive le sue memorie quando è giunto verso la fine della vita, e c’è da sperare che io abbia ancora molti anni davanti a me… in verità, sento che questo è soltanto l’inizio. Ho tutta una nuova vita davanti a me”.
Ricky Martin
Me
Arcana edizioni, 2011
ISBN 978-88-6231-200-4
pp. 252, euro 18
Se volete un assaggio della vera New York underground anni ‘70, procuratevi Just Kids (Feltrinelli), self portrait di Patti Smith in cui si narrano le vicende e il forte legame umano e artistico con Robert Mapplethorpe. Si tratta di un’autobiografia toccante e piena di spunti riguardo al sottofondo intellettuale e creativo che in quegli anni fermentava nel cuore grande mela. Si apprendono dettagli inconsueti della vita di questi due personaggi, Patti e Robert, che da subito si riconoscono esseri affini e prendendosi per mano, affrontano un duro cammino disseminato di sacrifici, alla ricerca dell’arte pura e dell’amore per la conoscenza a tutti i costi.
Diciassette capitoli per raccontare, in modo a-sistematico, come è stata la vita guardandosi indietro, a settantanni. E’ uscito ieri ‘Non so che viso avesse’, una sorta di autobiografia del cantante Francesco Guccini, corredata da una corposa appendice critica dell’italianista e poeta Andrea Bertoni.
E così, fra le chicche, i ricordi delle osterie più amate, della passione per la lettura e delle biblioteche preferite, della generazione dei suoi antenati mugnai, e della giovinezza, in cui è stato giornalista, e studenti universitario, fino alla passione precoce per la musica.
E delle canzoni, anticipa Repubblica, Guccini non parla. Fa solo un’eccezione, per ‘La locomotiva’, da una cui strofa è appunto tratto il titolo del libro.
Francesco Guccini
Non so che viso avesse
Mondadori
18 euro
Via | Repubblica

La conta delle catene di librerie e mediateche che stanno chiudendo si aggiorna con un’altra vittima eccellente. Dopo infatti la disfatta di Borders UK è arrivata la volta di Fnac.
Il 27 dicembre ha già chiuso il megastore degli Champs Elisee a Parigi, ma sembra che entro fine anno saranno licenziati oltre 400 dipendenti della catena, che sul suolo francese sta già cercando un compratore ufficiale, come scrive il Sole 24 ore.
La chiusura viene a pochi mesi dalla scomparsa di uno dei fondatori Max Therete, (il primo socio, Andrè Essel, era scomparso nel 2005). Infine, una curiosità: i due erano trotskisti, il primo fotografo, il secondo agente di commercio.
E avevano fondato il marchio con questa idea: “Noi vogliamo aumentare il potere d’acquisto attraverso una crescita dei salari. Se otteniamo per loro una riduzione dei prezzi non arriviamo forse allo stesso risultato?”.
Via | Sole24ore

Yoko Ono, vedova di John Lennon, ha annunciato l’uscita della propria autobiografia per il 2015, con la quale, promette, farà luce su misteri e leggende metropolitane che avvolgono la mitica rockstar.
«Devo solo trovare il tempo per scrivere le mie memorie», ha spiegato l’Ono: secondo lei le serviranno cinque anni. La rivista «Rolling Stone» sostiene che la biografia proporrà, tra l’altro, le verità della donna sullo scioglimento dei Beatles, sul famigerato “lost weekend” di Lennon - il suo periodo di separazione da Yoko, caratterizzato da intemperanze pubbliche, apparizioni di UFO e tanto altro - e sugli ultimi momenti di John Lennon. Con una punta di malignità, «The Guardian» fa notare che i racconti di Yoko Ono potrebbero rivelarsi non particolarmente interessanti per i fan dei Beatles. A questo proposito, cita una risposta della Ono a una domanda di un fan riguardante le «stranezze» di Lennon:
La Ono ha impiegato più di 150 parole per spiegare come prendeva il tè: «John aveva un modo particolare di preparare il tè inglese. Mi diceva che bisognava mettere prima la bustina e poi versarci sopra l’acqua calda, di modo che il tè non si raffreddasse. Pensavo fosse una cosa molto logica, e ho fatto così per qualche anno. Una volta ho sbagliato, prima ho versato l’acqua e poi ci ho messo la bustina, e lui se n’è accorto. Poi, all’inizio del 1980, mi disse che quello non era assolutamente il modo di fare il tè! Mimi al telefono gli aveva appena detto che la bustina andava messa nell’acqua calda. Ci mettemmo a ridere. Tutto questo per dirvi quanto fosse meticoloso riguardo a ogni cosa, e quanto pochi scrupoli si facesse ad ammettere che aveva torto, e quanto ridevamo insieme». Che suspance!
Via | «The Guardian»
Foto | Flickr
Più che un libro, un’esperienza stereofonica, nel senso etimologico del termine. La Bompiani ha da poco pubblicato un cofanetto su Giuni Russo con libro, cd e dvd. Il libro è scritto da Bianca Pitzorno, nel cd ci sono cinque canzoni (tracce di demo originali) cantate da Giuni e nel dvd un docufilm sulla cantante, introdotto da Franco Battiato. Il titolo è Giuni Russo. Da Un’estate al mare al Carmelo. La Pitzorno, con la collaborazione di Maria Antonietta Sisini, amica da sempre di Giuni Russo, presenta la biografia della cantante, mettendo in luce la sua vita da artista e non soffermandosi sulla vita privata, come dichiara esplicitamente nella prefazione:
Qui della vita privata di Giuni non si racconterà se non quello che avrà ripercussioni sulla sua carriera di cantante, sulle sue scelte, sui suoi rifiuti, sui suoi successi e insuccessi, delusioni e trionfi.
Nel libro, corredato da molte foto in bianco e nero che riproducono anche dei testi autografi di Giuni Russo, troviamo anche una nota di Franco Battiato e da Appunti sulla vocalità di Giuni Russo del maestro Michele Fedrigotti, oltre alla discografia della cantante. Il libro forse risente un po’ troppo dell’afflato amicale che legava l’autrice alla cantante, ma questo potrebbe essere (e senza dubbio lo è) un valore aggiunto da non sottovalutare. A mio vedere forse l’autrice si sarebbe potuta dedicare un po’ di più alla presentazione della voce di Giuni Russo, che, come osserva Franco Battiato, sembrava senza limiti.
Continua a leggere: Bianca Pitzorno ci parla di Giuni Russo e della sua vita
Le edizioni Montag hanno da poco pubblicato Rue des Bardes, un’opera in versi di Roberto Cilia che partendo e traendo energia dalla musica poderosa dei Litfiba ripercorre un cammino che potremmo definire classico. Rue des Bardes, infatti, ci ripropone in forma di distici in rima baciata l’eterno viaggio dell’uomo che spesso viene espresso in poesia. Lo stesso autore ci spiega il perché di quest’omaggio:
Questo libro è un sentito omaggio alla musica dei Litfiba, la quale mi ha accompagnato durante la mia infanzia, che segna ancora, inevitabilmente, molti momenti della mia vita ed è quindi la colonna sonora di tante mie esperienze. Ringrazio i Litfiba, che con le loro musiche ed i loro testi mi hanno spinto a trovare la mia (pag. 137).
È interessante il legame tra musica, immagini – l’opera è illustrata da Luisella Brenda – e viaggio. Il viaggio è uno dei temi della poesia intesa nella sua versione più classica. Si viaggia alla ricerca di immagini (nel libro ricorrono spesso icone eroiche come il sogno, il serpente, i cristialli, il suono delle lire…), di sensazioni, sicuramente di esperienza, ma si viaggia per raggiungere la propria essenza. È quanto affiora nell’opera di Roberto Cilia che in alcuni passaggi ha delle espressioni di grande potenza immaginifica.
Continua a leggere: Quando i Litfiba ispirano poesia: Rue Des Bardes di Roberto Cilia

Il successo di operazioni come Pride and prejudice and zombies e Lincoln cacciatore di zombie ha suggerito all’editore Pocket Books di mettere in cantiere anche la zombizzazione dei fab four di Liverpool. Paul is Undead: The British Zombie Invasion di Alan Goldsher, storia dei Beatles in versione zombie, uscirà nelle librerie americane a giugno 2010.
Secondo le prime indiscrezioni, il romanzo di Goldsher iniziarà in una clinica ostetrica di Liverpool nel 1940. John Lennon, appena uscito dall’utero materno, viene morso da uno zombie e dopo diciassette anni, incontrando per la prima volta Paul McCartney, gli trasmette la maledizione.
[John] stacca un orecchio a Paul e succhia la materia grigia del suo amico, sputandone poi un buon pezzo dentro la sua stessa carotide. Nasce così il più grande duo di cantautori della storia del rock.

Il primo instant book post mortem su Michael Jackson è stato realizzato in Cina, come raccontavamo tempo fa. Ora però ne è uscito un altro tutto italiano, e anche d’autore: Michael Jackson, L’uomo nello specchio, di Tommaso Labranca, che con molto piacere ho intervistato per BooksBlog.
Anche se L’uomo nello specchio è un classico instant-book, ho letto che nasce da riflessioni antiche perché lei si è molto interessato a Michael Jackson dal 1979 al 1983. Per curiosità, dal 1984 in poi che è successo?
Si è sempre soggetti ai cambiamenti e lo si è ancora di più quando si è molto giovani. Nel 1983 mi imbattei in un doppio disco con la copertina dalle tinte spente e strane foto grigiastre. Lo acquistai e mi trovai di fronte una musica senza eco, con delle percussioni e delle sonorità diverse da quelle che avevo ascoltato fino ad allora. Era Oil on Canvas dei Japan. In quel momento abbandonai il pop e mi persi in una deriva new wave e postpunk.
Michael Jackson secondo lei ha avuto un’influenza diretta sulla musica italiana?
No, perché nei primi anni Ottanta la musica italiana era contraddistinta da produttori più vicini allo spirito Schlager tedesco. Venivano fuori tempi di marcia mescolati alla melodia italiana, come dimostrano i dischi di Al Bano e Romina, Viola Valentino, Rettore. Ma anche l’Italo Disco (tutte le produzioni di Enrico Ruggeri, per esempio, da Diana Est a Den Harrow) avevano un suono molto distante da quello di Jackson. Battisti e Baglioni si dividevano gli stessi produttori inglesi un po’ troppo roboanti. Forse non avevamo i mezzi per riprodurre in Italia i suoni raggiunti da Quincy Jones. Oggi è diverso e i dischi della Pausini o Ramazzotti suonano esattamente come quelli di Céline Dion.
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