Ecco un libro che consiglio a chi come me ha amato la scrittura e le storie di Frank McCourt, Hugo Hamilton o Harry Bernstein. Si tratta infatti, anche nel caso di Niente che mi riguardi, di Janice Galloway, di uno splendido romanzo di formazione ambientato nella Scozia a cavallo fra gli anni ‘50 e ‘60.
E’ qui che nasce - del tutto inaspettata per la sua madre ultraquarantenne - Janice. Prima di lei c’era stata Cora, sposata poco più che adolescente e tornata a casa senza battere ciglio, dopo aver abbandonato figlio e marito (”Non vuole prendersi cura di niente, diceva mia madre. Vuole tutte le attenzioni per sè (…) la troveranno morta in un androne con le calze attorno al collo uno di questi giorni, diceva mia madre. E’ troppo sfacciata accidenti”). Cora che ama truccarsi e si dice ‘che schianto’ allo specchio, Cora che porta in casa i clienti americani del bar dove fa la cameriera, Cora che non poteva essere più diversa da lei.
“Ero timida, introversa e avevo quasi cinque anni: al sera a letto respiravo appena. Cristo Santo, diceva lei. Se morisse di colpo non te ne accorgeresti nemmeno.
Ed eravamo sorelle. Pensaci. Io ci provavo, ma non ci riuscivo proprio”
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Siamo in Romania, all’inizio degli anni ‘90, in questo Quei giorni a Bucarest, di Stefan B. Rusu, e i ragazzi della ‘Generazione chiave’ - quelli che durante l’era Ceausescu “mentre i genitori erano al lavoro o impegnati nelle interminabili file per acquistare il cibo, loro, le chiavi perennemente appese al collo, dovevano occuparsi dei fratelli più piccoli e dell’organizzazione della casa” - sono ormai degli adolescenti con già troppi ricordi sulle spalle.
Fra loro c’è anche Gabriel, un diciassettenne che non sa ancora come si bacia, con due occhi verdi così belli da sembrare finti, “due pietre preziose premute a forza in una maschera di gesso”. Di lui si innamora Nicu, il redattore di un giornale universitario che va a vederlo recitare in uno spettacolo teatrale al suo liceo, la riproposizione del dramma Dichiarazione d’amore,un cult per i ragazzi romeni degli anni ‘80. Nicu che “come tanti ragazzi romeni ha ancora l’aspetto di un attore da realismo socialista, come se la storia procedesse a velocità sostenuta…mentre il colore della pelle, le fronti, le linee del viso indugiassero”.
Nicu che si sente come “pacificato, come se una sostanza leggera gli fosse entrata nel corpo” insieme all’immagine del “sorriso di Gabriel con la macchina fotografica al collo, le labbra gonfie, la pelle bianca, i capezzoli color ruggine”.
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Non masticare la caramella di gomma – dicono le mamme ai figli – Sputala. Sputala adesso, ecco così, lì per terra. Oh, che meraviglia questo nuovo paese, dove i bambini temono di morire perchè hanno ingoiato una cicca Wrigley alla menta e non per aver camminato su un barattolo di latte condensato pieno di esplosivo!
Gemma impura, di Alice Pung, è schizzato subito in alto, nella top ten dei libri di formazione più belli che ho letto nella mia breve vita (e non fate ironia sulla ‘breve’, non vi dirò MAI la mia età). Mentre leggevo mi domandavo: ma possibile che un editore di piccolo-medie dimensioni come Mobydick sia riuscito ad accaparrarsi un libro così bello, ‘degno’ delle scuderie di un qualsiasi Mondadori, Newton Compton etc?
Sì è possibile, mi sono risposta subito, conoscendo il catalogo di qualità di Mobydick (di cui avevo già letto Un inverno che non dimenticheremo di Stefano Bernazzani). Ora, uscendo dalle mie considerazioni personali (e dai miei applausi interiori ai piccoli editori), passiamo alla storia, che riguarda la vita e la crescita, in Australia, di una bimba cino-cambogiana, Alice-Agheare.