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  <title>booksblog</title>
  <link>http://www.booksblog.it</link>
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  <pubDate>Wed, 23 May 2012 12:27:44 GMT</pubDate>
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  <copyright>2004-2011 Blogo.it</copyright>
  <language>it-it</language>


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    <title>Una conversazione con Enrico Deaglio. Seconda parte.</title>
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    <pubDate>Wed, 28 Sep 2011 09:00:57 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Andrea Coccia</dc:creator>
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    </p>
<p><img src="http://static.blogo.it/booksblog/EnricoDeaglio.png" class="post" border="0" width="586" height="388" alt="editoria, enrico deaglio, il saggiatore, intervista, letteratura" /><br clear="all" /> Ecco a voi il seguito dell&#8217;intervista che abbiamo pubblicato su queste pagine lunedì. Dopo aver parlato con Enrico Deaglio del suo romanzo d&#8217;esordio, Zita, il discorso è proseguito - ed era quasi un obbligo - sul futuro del giornalismo all&#8217;epoca dei supporti digitali, ma anche sul presente e, soprattutto, sul futuro del nostro paese e dell&#8217;Europa. Continua a leggere dopo il salto&#8230;</p>


<p>
<strong>A proposito della grave crisi che sta attraversando l&#8217;Europa e che ne deciderà il futuro, vorrei sottoporre alla sua attenzione una frase che ho letto sul Guardian settimana scorsa: </strong></p>
<blockquote><p>I pacchetti di austerity imposti oggi ricordano in modo lugubre i risarcimenti imposti alla Germania alla fine della Prima guerra mondiale. Potrebbero anche essere tutti “giusti”, ma l’impoverimento forzoso di greci, portoghesi e italiani per onorare il valore cartaceo dei debiti tedeschi e francesi equivale a un’istigazione alla rivolta.</p></blockquote>
<p><strong>Cosa ne pensa?</strong></p>
<p>Il parallelo con i risarcimenti tedeschi dopo la prima guerra mondiale non li condivido. Però sono d&#8217;accordo che il vivere sull&#8217;impoverimento di Grecia, Spagna, Italia, Portogallo e altri, significa di certo aumentare le tensioni. </p>
<p><strong>Nel futuro del giornalismo cosa vede?</strong></p>
<p>Noi vecchietti siamo affezionati a questa cosa che chiamiamo Giornalismo di qualità - le inchieste, per esempio - spero che tutto questo continui, anche perché la gente abbia piacere di leggere cose di questo tipo, informate, colte. Dall&#8217;altra parte però è fantastico il ruolo che sta avendo la Rete nella realtà. Penso alle rivoluzioni arabe, per esempio, nelle quali i social network hanno avuto un ruolo importante. Se pensiamo solo alla frase che c&#8217;era scritta su un muro di tunisi: merci peuple, merci facebook… penso che questo sia fantastico. </p>
<p><strong>Beh, la grande questione del giornalismo online è il finanziamento…</strong></p>
<p>Credo che prima o poi i lettori dovranno capire che toccherà loro pagare qualcosa, se no non si va avanti. Però qualche investimento ci potrà essere sicuramente anche da parte degli editori per così dire &#8220;classici&#8221;. Ci sono sicuramente delle esperienze positive che bisognerà seguire con attenzione, penso a esperienze come il Post, per esempio, che mi piace molto.</p>
<p><strong>Come vede il futuro del nostro paese?</strong></p>
<p>Non è un di certo bel futuro, a meno che non succedano delle cose che a oggi però non riesco a immaginare. Già dal punto di vista demografico, l&#8217;Italia è un paese vecchio, che non ha energie, che vive molto di rendita. C&#8217;è un invecchiamento notevole della popolazione. Ci sono tradizionali meccanismi di ascesa sociale interrotti. Tutto questo spezzetterà l&#8217;Italia sempre di più in vari parti. Ci sarà, come c&#8217;è già, una parte di popolazione che farà riferimento a un&#8217;economia mafiosa, un modo aggressivo e violento di comportarsi. Contemporaneamente ci sarà una diminuzione dello stato sociale. Ma non vedo cosa possa succedere di così rivoluzionario. A meno che non ci sia afflusso di forze giovani che possa cambiare qualcosa.</p>
<p><strong>E gli indignados?</strong></p>
<p>Certo, prima o poi ci dovrà esserci qualcosa del genere anche in Italia, anche perché la condizione dei giovani in Italia è terribile. Non c&#8217;è nessuno spazio di progettualità e questa è una dinamica che prima o poi troverà il suo sfogo, anche se non possiamo prevedere esattamente quale. In Inghilterra per esempio è stata la maniera più facile. In Italia in realtà esiste una reattività giovanile, ma purtroppo non vedo nessuna forza politica che la possa rappresentare e le possa dare voce.</p>

<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/8131/una-conversazione-con-enrico-deaglio-seconda-parte">Una conversazione con Enrico Deaglio. Seconda parte.</a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 11:00 di mercoledì 28 settembre 2011.</p>
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  </item>

  <item>
    <title>Una conversazione con Enrico Deaglio. Prima parte.</title>
    <link>http://www.booksblog.it/post/8127/una-conversazione-con-enrico-deaglio-prima-parte</link>
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    <pubDate>Mon, 26 Sep 2011 08:00:48 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Andrea Coccia</dc:creator>
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    </p>
<p><img src="http://static.blogo.it/booksblog/UnaconversazioneconEnricoDeaglio.Primaparte..png" class="post" border="0" width="586" height="397" alt="enrico deaglio, intervista, zita, romanzo" /><br clear="all" /> Accennare alla storia professionale di <strong>Enrico Deaglio</strong> significa accennare alla storia del giornalismo e del telegiornalismo italiano. Cresciuto nel quotidiano di Lotta Continua - di cui è anche direttore per un lustro - Deaglio ha collaborato con buona parte dei quotidiani e dei settimanali più importanti del nostro paese, da La Stampa al Manifesto e poi Epoca, Panorama, l&#8217;Unità, Diario, Reporter, oltre ad alcune delle più interessanti trasmissioni di inchiesta televisiva, da Mixer all&#8217;ultimo L&#8217;Elmo di Scipio.</p>
<p>Quest&#8217;anno, dopo tutta una carriera spesa a analizzare e a interpretare la realtà, Enrico Deaglio si è messo alla prova nel campo non facile della narrativa, scrivendo per i tipi del <a href="http://www.booksblog.it/tag/il saggiatore">Saggiatore</a> il suo primo romanzo Zita, di cui qualcuno di voi avrà letto <a href="http://www.booksblog.it/post/7983/zita-di-enrico-deaglio">la recensione proprio su queste pagine</a>. Noi di booksblog lo abbiamo incontrato a Milano e abbiamo discusso con lui di questa sua esperienza, ma anche di ciò che sta succedendo nel Mediterraneo e di ciò che si aspetta dal futuro di questo nostro paese.</p>
<p>Dopo il salto trovate la prima parte di questa conversazione, buona lettura.</p>


<p>
<strong>Passando dal giornalismo alla finzione, come si è trovato a gestire completamente storia e personaggi?</strong></p>
<p>In effetti ogni tanto mi sono trovato in difficoltà, nel senso che credevo che fosse più semplice. Da una parte sono inventare una storia in certi momenti ti da molta gioia. L&#8217;idea di costruirsi un personaggio o una storia è certamente molto stimolante, ma ogni tanto si entra in agitazione perché non riesce più a capire come farlo procedere. Tanto più che questa vicenda di Zita era per me una storia che ho costruito in molti anni. C&#8217;erano pezzi che avevo scritto addirittura vent&#8217;anni fa, delle paginette, e quindi è stato un lavoro d&#8217;incastro. Diciamo quindi ho avuto un po&#8217; di difficoltà. Ma non sta a me giudicare se il risultato se sia buono o no. </p>
<p><strong>La struttura di Zita è abbastanza particolare, com&#8217;è nata?</strong></p>
<p>Si, in effetti c&#8217;è un narratore in terza persona, che è Carlo e ogni tanto c&#8217;è una specie di alter ego di Carlo che parla in prima persona. All&#8217;inizio non lo avevo pensato così. All&#8217;inizio l&#8217;idea era di ambientarlo tutto in un&#8217;unica nottata, era un sogno. Poi ho deciso di ridurre lo spazio del sogno semplicemente nella parte finale. Su tutto il romanzo non sarei riuscito a tenerlo, era troppo complesso e complicato, probabilmente sarebbe stato troppo anche per il lettore.</p>
<p><strong>Zita, è un romanzo che attraversa tutta la storia del secondo Novecento. C&#8217;è qualcosa di autobiografico in questa sua scelta?</strong></p>
<p>Certamente un po&#8217; sì. Torino d&#8217;altra parte è la mia città e quindi le parti riferite a Torino sono certamente legate alla mia vita di quando ero piccolo. Poi la mia idea era quella di inscrivere tutta la vicenda tra il centenario dell&#8217;Unità d&#8217;Italia e il centocinquantesimo. E poi, sì, diciamo che ci sono molte assonanze con la mia vita o con la vita di persone che ho conosciuto. Più come giornalista, forse. Con in più questo cambio di scena a metà del libro, per cui da Torino si passa all&#8217;Iran.</p>
<p><strong>Come mai l&#8217;Iran?</strong></p>
<p>Quel periodo lo avevo vissuto molto intensamente. Ero stato anche a Teheran. Tra l&#8217;altro c&#8217;era una ragazza che conoscevo che effettivamente aveva intervistato Khomeini e in realtà quell&#8217;esperienza era stata molto simile a quella che descrivo io nel romanzo. </p>
<p><strong>Nel suo romanzo Zita rappresenta l&#8217;azione. Ma in Italia c&#8217;è ancora spazio per personaggi del genere?</strong></p>
<p>Non so c&#8217;è spazio, ma di sicuro ce n&#8217;è un bisogno assoluto. In Zita c&#8217;è l&#8217;azione, il senso pratico e l&#8217;urgenza di dover fare certe cose. Ogni tanto ha delle idee che sembrano delle follie, ma che in fondo non sono poi così pazzesche. Una è quella dei denti, l&#8217;altra è quella che riguarda i migranti, un&#8217;idea che potrebbe salvare effettivamente moltissime vite. In ogni caso credo che in Italia ci siano ancora persone di questo tipo, solo che forse non gli si dà molta visibilità. </p>
<p><strong>Ha accennato alla questione dei migranti. Cosa ne pensa della rivolta che settimana scorsa ha sconvolto Lampedusa?</strong></p>
<p>Io generalmente sono pessimista, se mi chiede come andrà a finire l&#8217;Italia le rispondo male. Stiamo invecchiando rapidamente e se non riusciamo ad avere un buon rapporto con la gente che arriva dall&#8217;altra parte del mare non andremo lontano. Dobbiamo capire che questa cosa che chiamiamo Mare Nostro non è affatto nostro, è una cosa che dividiamo insieme agli altri. Nello specifico naturalmente è ovvio che una situazione come quella che si è venuta a creare nel Nord Africa, se non viene seguita da vicino dall&#8217;Italia rischiamo di perdere una storica occasione, oltre a non fare i nostri interessi. Ci converrebbe molto avere buoni rapporti e scambi con l&#8217;altra parte del Mediterraneo. Non mi sembra che nessuno abbia voglia di farlo, anche perché metà del Nord Italia vota un partito come la Lega che chiede espressamente che si faccia il contrario. </p>

<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/8127/una-conversazione-con-enrico-deaglio-prima-parte">Una conversazione con Enrico Deaglio. Prima parte.</a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 10:00 di lunedì 26 settembre 2011.</p>
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  </item>

  <item>
    <title>Sull&#039;India, sulle rivoluzioni e sul futuro: un&#039;intervista con Dominique Lapierre</title>
    <link>http://www.booksblog.it/post/8099/sullindia-sulle-rivoluzioni-e-sul-futuro-unintervista-con-dominique-lapierre</link>
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    <pubDate>Thu, 22 Sep 2011 11:31:11 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Andrea Coccia</dc:creator>
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    </p>
<p><img src="http://static.blogo.it/booksblog/SullIndiasullerivoluzioniesulfuturounintervistaconDominiqueLapierre.png" class="post" border="0" width="586" height="266" alt="dominique lapierre, intervista, la citt&Atilde;&nbsp; della gioia, india mon amour" /><br clear="all" /> Dominique Lapierre è uno di quegli scrittori che non ha quasi bisogno di presentazioni, anche perché nella sua carriera, lunga più di sessant&#8217;anni, è riuscito a vendere milioni di copie dei suoi libri, 9 milioni soltanto con La città della gioia, il cui titolo coincide con l&#8217;altra grande opera a cui Lapierre lavora da anni, la sua associazione di volontariato.</p>
<p>Attiva dal 1982 grazie all&#8217;impegno dei coniugi Lapierre, l&#8217;<a href="http://www.indiamonamour.it/come-aiutare-lopera-di-dominique-lapierre/">Action pour les enfants des lépreux de Calcutta</a> - così si chiama il progetto - si alimenta ogni anno grazie alla donazione dei propri diritti d&#8217;autore da parte di Dominique Lapierre. Noi di booksblog l&#8217;abbiamo incontrato ieri nella sede della casa editrice che sta ristampando tutte le sue opere, il Saggiatore, e con lui abbiamo discusso di questa sua attività di volontariato, ma anche di altro: da <a href="http://www.booksblog.it/post/7163/in-uscita-india-mon-amour-di-dominique-lapierre">India, mon amour</a> al futuro del continente indiano e di quello europeo. Leggete l&#8217;intervista completa dopo il salto.</p>


<p>
<strong>Che posto ha India mon amour all&#8217;interno del suo percorso di scrittore?</strong></p>
<p>India, non amour è un libro che per me è molto importante. In questo libro ho raccontato tutte le mie avventure nei 40 anni di viaggi in India. I primi, per fare l&#8217;inchiesta storica che ha dato vita a Stanotte, la libertà!, con il Maraja, con Mahatma Gandhi e altri; Poi, successivamente, tutti quelli che ho fatto successivamente per creare una rete umanitaria nelle bidonville di Calcutta e per scrivere un libro che si chiama La città della gioia. Diciamo che ho scritto India, non amour per dimostrare la mia riconoscenza al popolo indiano, cercando contemporaneamente di aiutare i più diseredati delle bidonville grazie al mio impegno umanitario. </p>
<p><strong>Quali sono i risultati ad oggi di questo suo impegno umanitario?</strong></p>
<p>Ad oggi abbiamo aperto 14 centri rifugio per bambini lebbrosi, costruito 654 pozzi d&#8217;acqua potabile, messo in funzione 4 battelli ospedale nel delta del Gange che portano aiuti e medicinali a un milione di persone che vivono totalmente dimenticate nelle 54 isole del delta. Certo, è una goccia d&#8217;acqua nell&#8217;oceano dei bisogni, ma come diceva Madre Teresa di Calcutta, senza la nostra goccia d&#8217;acqua l&#8217;oceano mancherebbe di qualcosa.</p>
<p><strong>C&#8217;è una storia particolare di questa sua attività che vuole raccontarci?</strong></p>
<p>Qualche tempo fa un ragazzo mi ha chiamato sventolando un documento in una mano. Si chiama Ashu, faceva parte di una colonia di lebbrosi di Calcutta, noi l&#8217;abbiamo aiutato, lo abbiamo curato e gli abbiamo dato la possibilità di studiare. Quel documento era il suo diploma di ingegnere meccanico. Oggi Ashu può trovare un lavoro, può comprare un pezzo di terra per costruire una casa e per portare la sua famiglia fuori dalla bidonville. La vita di tutta una famiglia di 20 persone cambierà grazie al fatto che Ashu ha avuto la possibilità di studiare e di diventare un ingegnere meccanico. Per me è una vittoria simbolica enorme, è la prova che dimostra la capacità che abbiamo tutti noi di intervenire sul mondo che ci circonda.</p>
<p><strong>C&#8217;è qualcosa che il nostro mondo occidentale dovrebbe imparare da quello indiano?</strong></p>
<p>La capacità di superare tutte le avversità. Io ho conosciuto migliaia eroi sconosciuti nei campi di battaglia della povertà, eroi che per me sono realmente la luce del cammino, che mi danno la forza di continuare. Dobbiamo sapere che oggi ci sono due Indie, ce n&#8217;è una ricca, un&#8217;India che brilla, popolata da gente può comprarsi una Ferrari, a Bombay o a Calcutta, un&#8217;India che è all&#8217;avanguardia nell&#8217;informatica.<br />
Ma c&#8217;è anche un&#8217;altra India che è quella dei più poveri. Oggi ci sono 350 milioni di persone che vanno a dormire ogni sera con lo stomaco mezzo vuoto. Ce ne sono 100 milioni che non potranno mai entrare in una scuola perché devono lavorare per guadagnare qualche soldo. Ci sono famiglie per le quali 1 dollaro al giorno può fare la differenza tra la fame e la sopravvivenza. Ci sono 50 milioni di donne che devono fare più di 10 chilometri al giorno per trovare qualche litro d&#8217;acqua. L&#8217;India del mio cuore è questa.</p>
<p><strong>Cosa vede nel futuro di questo immenso paese?</strong></p>
<p>Io credo che se i ricchi non si interesseranno ai più poveri è possibile che un giorno arrivi un uomo con il carisma di Gandhi, ma che non predichi la non violenza. Un uomo nel quale il popolo potrà avere fiducia perché non sarà corrotto come tutta la classe politica. Se questo uomo quel giorno chiamerà i poveri alla rivoluzione, potremmo veramente assistere a un conflitto apocalittico. A me preme molto che i ricchi si interessino ai più poveri. Ma purtroppo non è questa la tendenza, i ricchi non vogliono sapere, non vogliono nemmeno vedere come la gente vive nelle bidonville. E difatti la mia azione umanitaria non può contare su molti aiuti da parte dei ricchi indiani.</p>
<p><strong>E in Europa, invece?</strong></p>
<p>Sono convinto che si debba lavorare sempre per una giustizia sociale. Questa deve essere la priorità, senza giustizia sociale andiamo incontro anche qui a una rivoluzione. Il popolo a un certo punto non ne potrà più e si ribellerà. Oggi il mondo si trova in una condizione molto pericolosa. Per esempio, in India oggi i poveri sanno benissimo quello che succede fuori dalle bidonville. Grazie alla televisione o al cellulare, o internet, ogni persona può accorgersi dell&#8217;esistenza di un mondo completamente diverso dal proprio, un mondo dove si possono spendere milioni e milioni di rupie per comprarsi una macchina. Tutto questo è molto pericoloso perché un giorno questa gente può uscire dalla marginalizzazione per rivendicare il proprio diritto a una vita migliore di quella che ha ora.</p>
<p><strong>Quel è secondo lei la differenza tra miseria e povertà</strong></p>
<p>Io penso che la differenza sia questa: nella miseria non c&#8217;è più speranza, cosa che invece c&#8217;è nella povertà. Diciamo una prospettiva per un mondo migliore. Non ho mai trovato la vera miseria nelle bidonville di Calcutta, ma piuttosto nei sobborghi di New York o di Parigi o di Roma. La miseria è quando le persone hanno perso tutta la speranza per una vita migliore, e insieme a quella hanno perso i vincoli con la propria cultura, la propria lingua, la propria religione. A New York per esempio ho visto gente completamente disperata, completamente ai margini della società, esclusa da tutto. In una bidonville, invece, anche nella più povera di Calcutta, il tessuto sociale esiste sempre, c&#8217;è sempre un rapporto con la cultura, la lingua la religione.</p>

<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/8099/sullindia-sulle-rivoluzioni-e-sul-futuro-unintervista-con-dominique-lapierre">Sull'India, sulle rivoluzioni e sul futuro: un'intervista con Dominique Lapierre</a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 13:31 di giovedì 22 settembre 2011.</p>
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  <item>
    <title>Una conversazione con Ricardo Menendez Sàlmon, seconda parte.</title>
    <link>http://www.booksblog.it/post/8081/una-conversazione-con-ricardo-menendez-salmon-seconda-parte</link>
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    <pubDate>Tue, 20 Sep 2011 09:00:19 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Andrea Coccia</dc:creator>
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    <description>Ieri vi avevamo proposto la prima parte della lunga e interessante conversazione che abbiamo avuto con Ricardo Menendez Sàlmon in piazza Alberti, durante il Festivaletteratura di Mantova. Come promesso[...]</description>
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    </p>
<p><img src="http://static.blogo.it/booksblog/UnaconversazioneconRicardoMenendezSlmon.png" class="post" border="0" width="586" height="351" alt="11 settembre, indignados, intervista, ricardo menendez s&Atilde;&nbsp;lmon, marcos y marcos" /><br clear="all" /> Ieri vi avevamo proposto la prima parte della lunga e interessante conversazione che abbiamo avuto con Ricardo Menendez Sàlmon in piazza Alberti, durante il Festivaletteratura di Mantova. Come promesso oggi potrete leggere la seconda e ultima parte. Si parla del male, dell&#8217;amore, degli attentati che hanno sconvolto la Spagna l&#8217;11 marzo del 2004 e delle proteste degli Indignados spagnoli. Buona lettura!</p>
<p><strong>Perché il male ha sempre un posto importante nelle tue opere? Perché ti interessa tanto?<br />
</strong><br />
A me non interessa il male in astratto, non ho alcun interesse a riflettere, come sant&#8217;Agostino o come Platone, su un&#8217;idea. A me interessa l&#8217;incarnazione fisica del male perché sono convinto che, in qualche modo, il male sia sempre un fatto immanente. E in tutti i miei libri ho cercato di fissare il male in un&#8217;essenza oggettiva, in un&#8217;epoca storica, in dei personaggi. Spostare la responsabilità dell&#8217;essere umano verso un essere astratto e sovrannaturale a cui io non credo mi sembra estremamente perverso. Il male non è niente di trascendente. Durante una visita ad Auschwitz, Benedetto XVI si chiedeva, &#8220;Perché, Signore, sei rimasto in silenzio?&#8221; Era una domanda veramente avvelenata, perché quando parlava del silenzio di Dio io credo che intendesse il grido di dolore dell&#8217;umanità che non ha niente a che vedere con un principio trascendente. E l&#8217;uomo è responsabile ed esecutore, e patisce l&#8217;esercizio del proprio male. In questo senso il male mi interessa perché credo che abbia sempre un compagno inseparabile, la libertà umana. E credo che l&#8217;esistenza oggettiva della malvagità ci parli anche dell&#8217;esistenza oggettiva della libertà. In questo io credo che rientri anche il tema della responsabilità, che è un po&#8217; il cuore di ciò che scrivo.</p>


<p>
<strong>E invece qual è il ruolo dell&#8217;amore?<br />
</strong><br />
Per me nel correttore c&#8217;è un personaggio centrale che è Zoe, la donna del protagonista, il cui nome è già una dichiarazione di intenti. Zoe in greco significa vita, però non la vita biologica, bensì quella intellettuale, morale, affettiva. Lei rappresenta nel libro una specie di principio di realtà, di buon senso. Dico questo perché durante la giornata di Madrid, nel marzo del 2004, tutti gli spagnoli hanno vissuto un doppio movimento, da una parte verso l&#8217;esterno, nel chiedersi cosa stesse succedendo, che cosa i media ci stessero raccontando, dall&#8217;altra un ripiegamento verso l&#8217;intimità. Credo che qualunque spagnolo possa raccontare che in quei giorni abbiamo riscoperto le persone che ci accompagnano nella vita quotidiana e che tante volte ci sono invisibili. Tutti abbiamo trovato rifugio nel rapporto con i nostri figli, i nostri padri, le nostre mogli, i mariti, i nostri amici. Mi serviva proiettare nel Correttore l&#8217;amore come elemento di sintesi, di rifugio, di balsamo, contro le inclemenze e tragedie della vita.</p>
<p><strong>A dieci anni dall&#8217;11 settembre gli americani sembrano avere ancora qualche difficoltà a superare lo shock. Come si rapportano invece gli spagnoli all&#8217;11 marzo?<br />
</strong><br />
Io credo che in Spagna sia stata assimilata la parte emotiva, che sia stato metabolizzato il dolore, si sia superato il lutto. Questo perché il nostro paese, a differenza degli Stati Uniti, è stato sempre abituato alla violenza. Basti pensare alla guerra civile, al terrorismo, alla dittatura, cosa che ha fatto sì che fosse più facile e rapido superare lo shock. Diverso è l&#8217;aspetto ideologico. Io credo che sia ancora aperto perché effettivamente l&#8217;atteggiamento del potere in Spagna in qualche momento abbia generato una frattura sociale che continua a restare aperta, quasi otto anni dopo, nel senso che il partito al potere si è sentito derubato, in un certo senso, alle urne. E ancora oggi, ci sono grandi settori della destra spagnola che continuano a sostenere teorie cospiratorie, continuano a utilizzare il dolore e il rapporto con l&#8217;altro da sé in un modo pazzescamente perverso. Insomma, credo che le ferite ideologiche siano ancora aperte, mentre le ferite emotive, quelle no, quelle si sono cicatrizzate più rapidamente rispetto agli Stati Uniti.</p>
<p><strong>Come giudichi il fenomeno degli Indignados?<br />
</strong><br />
Credo che sia un fenomeno molto complesso, nessuno ha le chiavi per interpretarlo, bisogna conoscere il contesto in cui nasce, un contesto ancora una volta pre-elettorale. Bisogna distinguere tra le proposte politiche, la loro proposta di andare a votare scheda bianca o scheda nulla, da quello che continua a essere una proposta più ampia, che in qualche modo serve a richiamare l&#8217;attenzione sulla parola Democrazia, per recuperarne il senso fondamentale, se ancora ne ha uno, per far diventare la democrazia in un fatto quotidiano. E fare in modo che la democrazia non esista solo una volta ogni quattro anni. Qual è il problema, anzi la difficoltà di un progetto del genere? Si può riuscire a cambiare qualcosa nella politica, senza starci dentro? Un movimento meramente sociale che non può avere una rappresentanza, come potrà realizzare il cambiamento che propone? Questa credo che sia la grande domanda che bisogna porsi in questo momento.<br />
In ogni caso è stato un soffio d&#8217;aria fresca, e mi provoca un certo orgoglio il fatto che proprio la Spagna sia stata capace, in un momento del genere, con un movimento realmente spontaneo e diffuso, di formare delle occasioni di condivisione politica, con assemblee nelle strade che hanno richiamato gente di ogni tipo e di ogni età, non solo studenti, ma anche la classe media, padri con figli, come nel mio caso, addirittura gente che si appresta ad andare in pensione. Questo mi sembra il segnale più positivo e importante.</p>
<p>Foto | <a href="http://www.flickr.com/photos/gregoriocl/1831783746/sizes/z/in/photostream/">Flickr</a> - Vista dall&#8217;interno del monumento alla memoria delle vittime degli attentati del 11 marzo 2004 a Madrid</p>

<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/8081/una-conversazione-con-ricardo-menendez-salmon-seconda-parte">Una conversazione con Ricardo Menendez Sàlmon, seconda parte.</a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 11:00 di martedì 20 settembre 2011.</p>
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  </item>

  <item>
    <title>Una conversazione con Ricardo Menendez Sàlmon, prima parte.</title>
    <link>http://www.booksblog.it/post/8079/una-conversazione-con-ricardo-menendez-salmon-prima-parte</link>
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    <pubDate>Mon, 19 Sep 2011 11:24:41 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Andrea Coccia</dc:creator>
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    <description>Ricardo Menendez Sàlmon è uno dei più interessanti autori spagnoli di questi anni. I suoi libri - in Italia pubblicati da Marcos y Marcos - si confrontano con i temi più impegnativi del vivere umano,[...]</description>
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<p><img src="http://static.blogo.it/booksblog/UnaconversazioneconRicardoMenendezSlmon.jpg" class="post" border="0" align="left" width="360" height="270" alt="11 settembre, indignados, intervista, ricardo menendez s&Atilde;&nbsp;lmon, marcos y marcos" /><a href="http://www.booksblog.it/post/7329/il-correttore-di-ricardo-menendez-salmon">Ricardo Menendez Sàlmon</a> è uno dei più interessanti autori spagnoli di questi anni. I suoi libri - in Italia pubblicati da <a href="http://www.booksblog.it/tag/marcos y marcos">Marcos y Marcos</a> - si confrontano con i temi più impegnativi del vivere umano, l&#8217;amore, la morte, il male, territori dove la banalità tende i suoi agguati a ogni angolo, mietendo molte vittime illustri. </p>
<p>Eppure Sàlmon è sempre stato abile nello schivare queste minacce, nel restare sempre ben al di là della sottile linea rossa che delimita il territorio periglioso dei sentimenti facili, della banalità e della stucchevolezza. Noi di Booksblog lo abbiamo incontrato a <a href="http://www.booksblog.it/tag/festivaletteratura di mantova">Mantova</a> e nella stupenda cornice di piazza Alberti abbiamo discusso con lui di alcuni dei temi fondamentali di questo nostro strano tempo.</p>
<p>Si è parlato della nostra ignavia, della società della nausea, del male, del bene, di quello che il futuro ci offrirà e della tensione che sta attraversando le piazze d&#8217;Europa. Insomma una lunga chiacchierata, tutta la leggere. Dopo il salto trovate la prima parte, per la seconda dovrete aspettare domani.</p>


<p>
<strong>Nel tuo libro L&#8217;offesa, il protagonista Kurt perde completamente il contatto con la realtà in seguito agli orrori della guerra. Questa sua atarassia può essere interpretata come metafora del distacco dalla vita politico-sociale e dell&#8217;ignavia che caratterizzano il nostro comportamento quotidiano di fronte al mondo?</strong></p>
<p>Sì è possibile. Probabilmente, seppur in modo inconsapevole, durante la scrittura dell&#8217;Offesa Kurt lo concepivo in questo modo. Però non si tratta di un&#8217;atarassia positiva, non come la concepivano i greci almeno, piuttosto si tratta di un&#8217;atarassia negativa, nel senso che l&#8217;incapacità di agire nel mondo nasconde il desiderio di non voler vederne alcuni aspetti, di non acquisire un grado di responsabilità in determinati momenti storici. Kurt, il protagonista dell&#8217;Offesa, in quanto tedesco mi serve come immagine per sviluppare una riflessione, forse una delle riflessioni centrali del secolo: come è possibile che una società enormemente avanzata sul piano educativo, estetico e filosofico, possa essere stata capace di allevare al suo interno, di accettare per più di un decennio un degli esperimenti politici più mostruosi della storia? In questo senso mi sembra che la paralisi sia una spiegazione, l&#8217;unica che in un certo senso possa convivere con il fascino della malvagità.</p>
<p><strong>Secondo te la nostra situazione in questo momento è paragonabile a quella?<br />
</strong><br />
No, non credo. La situazione in cui ci troviamo dipende da un&#8217;altra forma di eccesso. Io credo che viviamo in una società completamente satura C&#8217;è un mio romanzo, che sarà sicuramente pubblicato l&#8217;anno prossimo in Italia, che contiene una riflessione su questa nostra società, che io definisco come società della nausea, nausea intesa come sovrabbondanza.<br />
Viviamo in un mondo saturo, dicevo, ma solo materialmente, perché in altri ambiti è assolutamente vuoto. Credo che quello che ci ha condotto nella situazione in cui ci troviamo non sia stata semplicemente la perversità del sistema o l&#8217;ingiustizia che genera il capitalismo, quanto piuttosto questa inutile sovrabbondanza di cui ci siamo circondati e che ci ha portato a scoprire e a sperimentare sulla nostra stessa pelle che a questa sovrabbondanza materiale non risponde una pienezza nell&#8217;ambito della vita affettiva o di quella spirituale, a livello di soddisfazione personale o di etica. Insomma, ciò che stiamo patendo ora proviene dall&#8217;incapacità di questo modello economico di generare felicità.</p>
<p><strong>In questi giorni, con le commemorazioni dell&#8217;11 settembre si chiude un decennio segnato dalla paura e dal terrore. Che differenza c&#8217;è, secondo te, tra le due?<br />
</strong><br />
Io credo che la paura negli ultimi anni si sia trasformata in un&#8217;ideologia. Abbiamo vissuto immersi nella paura per troppo tempo. Quello che c&#8217;è di perverso è che la paura è comoda, nel senso che si sospendono le proprie responsabilità e ci si sente in qualche modo protetti, da questo stato di paura. Io credo che la cosa più perversa tra tutte quelle che vengono dalla paura è che ci ha obbligato a scambiare la sicurezza con la libertà. La rinuncia, durante questo primo decennio del XXI secolo, della libertà in nome di una presunta sicurezza, mi ricorda quasi qualche pagina di Hobbes nel Leviatano. Siamo tornati a una situazione di tipo teocratico, settario. Ma io credo che questa paura stia cambiando faccia nel corso del tempo. Prima è stato il terrorismo che minacciava la nostra sicurezza, l&#8217;integrità del nostro stile di vita, ma ora credo che stiamo sperimentando un altro tipo di paura, che non  riguarda tanto la sicurezza fisica, ma la nostra morale, i nostri rapporti affettivi, le amicizie, le relazioni. Insomma, questa ideologia della paura permane, ma sta cambiando faccia. Il terrore invece è una esacerbazione della paura, Dostojevski diceva che &#8220;Il terrore è la maledizione dell&#8217;uomo&#8221;, una frase che ho inserito anche nel Correttore, e che inizio anche come esordio del Crollo. Il terrore è una paura più atavica, più profonda, più arcana che interpella direttamente la natura umana.</p>

<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/8079/una-conversazione-con-ricardo-menendez-salmon-prima-parte">Una conversazione con Ricardo Menendez Sàlmon, prima parte.</a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 13:24 di lunedì 19 settembre 2011.</p>
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  </item>

  <item>
    <title>Sull&#039;alterità, sulla modernità e sul futuro: un&#039;intervista a Massimo Fini</title>
    <link>http://www.booksblog.it/post/7632/sullalterita-sulla-modernita-e-sul-futuro-unintervista-a-massimo-fini</link>
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    <pubDate>Thu, 19 May 2011 12:00:56 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Andrea Coccia</dc:creator>
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    </p>
<p><img src="http://static.blogo.it/booksblog/IntervistaaMassimoFiniinoccasionedelluscitadelcontestatolibrosulMullahOmar.jpg" class="post" border="0" align="left" width="240" height="360" alt="intervista, massimo fini, mullah omar, marsilio" /> Devo ammettere che un pochino fa impressione vedere <a href="http://www.booksblog.it/tag/massimo fini">Massimo Fini</a> che aspetta, davanti all&#8217;entrata del palazzo al cui interno, al terzo piano, si trova la piccola saletta dell&#8217;Associazione Stampa Estera. Infatti, esattamente dietro di lui, che sotto una camicia jeans sfoggia una maglietta con la provocatoria scritta &#8220;Onore al Mullah Omar&#8221;, sventola l&#8217;enorme bandiera americana che segnala la presenza del Consolato Americano a Milano. Che dire? Coincidenze&#8230;</p>
<p>Io invece non ero certo lì per una coincidenza, ero lì perché Sara Salmaso, ufficio stampa Marsilio a cui va il mio grandissimo ringraziamento, mi aveva fissato un appuntamento per intervistare Massimo Fini, uno dei più limpidi e provocatori intellettuali italiani degli ultimi trent&#8217;anni, in occasione della prima presentazione a Milano del suo ultimo e <a href="http://www.booksblog.it/post/7607/il-mullah-omar-di-massimo-fini-la-contestata-biografia-di-un-terrorista">contestatissimo libro dedicato al Mullah Omar</a>, capo del movimento dei Talebani.</p>
<p>Ma bando alle ciance, l&#8217;intervista la trovate dopo il more&#8230;</p>


<p>
<strong>Come mai ha scelto di occuparsi del Mullah Omar?</strong></p>
<p>Personaggi &#8220;maledetti&#8221; come Nerone o Catilina (che in fondo, da un certo punto di vista, era il Bin Laden della situazione, il pericolo numero uno, massacrato da Cicerone - dopo morto, naturalmente, perché altrimenti non avrebbe avuto il coraggio) mi hanno sempre affascinato. E anche il Mullah Omar è un personaggio maledetto della storia.  A diciotto anni si batte contro gli invasori sovietici, a ventisette perde un occhio, se lo strappa, si benda e ritorna a combattere, combatte contro i signori della guerra a difesa della povera gente e poi, caduto e ore è dieci anni che combatte e tiene in scatto l&#8217;esercito più potente del mondo. Ma non c&#8217;è solo questa ragione, ovviamente ce n&#8217;è una più profonda, vale a dire che su di lui, sul movimento talebano, sulla storia della guerra afgana, sull&#8217;occupazione militare occidentale del paese sono state dette tutta una serie di menzogne, o per ignoranza, o per scarsa informazione - molto spesso una disinformazione, alla sovietica, Diciamo quindi che volevo rendere giustizia a questa gente, non solo a Omar ma ai Talebani, anche se io, lo ripeto, non è che sposi l&#8217;ideologia talebana.</p>
<p><strong>Come è possibile che una società come la nostra, che ha generato pensieri come il relativismo culturale, non sia in realtà, alla prova dei fatti, capace di rapportarsi con l&#8217;altro da sé?</strong></p>
<p>Beh, questa è una società che si dice liberale e democratica, ma in realtà è profondamente totalitaria nella testa, perché pensare che i propri valori siano i migliori e gli unici legittimi solo perché sono i propri oltre a essere ingenuo è anche completamente autoreferenziale. E poi, voler imporre il proprio modus vivendi, e non solo ora con le bombe, è fuor di dubbio una forma di totalitarismo. Ed è ancor più grave perché proviene da una società che si dice e si crede anche, magari in buonafede, liberale e democratica.</p>
<p><strong>Viviamo in una specie di schizofrenia culturale insomma?</strong></p>
<p>In un certo senso sì, in chi è in buonafede è una specie di schizofrenia. Ma generalmente si tratta di un&#8217;altra cosa. In fondo noi abbiamo alle spalle non solo la famosa cultura giudaico cristiana, da cui abbiamo ereditato questa nostra idea di progresso, ma abbiamo anche alle spalle un&#8217;altra cultura, ancor più profonda, quella greca. E i greci sono i primi ad affermare la dignità dell&#8217;altro da sé. Per esempio Erodoto, quando scrive dei persiani, li definisce come crudeli, barbari o anche peggio, ma non si sognerebbe mai di applicare i propri costumi, quelli greci, ai persiani. I persiani sono i persiani e i greci sono i greci. Alla base c&#8217;è un rispetto imprescindibile verso un altro modo di vivere e di concepire l&#8217;esistenza. Questo noi lo abbiamo perso. E abbiamo perso anche un&#8217;altra cosa, una cosa molto importante che ci ha dato l&#8217;illuminismo: il dubbio sistematico. Noi non abbiamo più dubbi sul nostro modello di vita e di esistenza.</p>
<p><strong>Quand&#8217;è che ci sono sfuggite di mano, quando abbiamo perso queste cose?</strong></p>
<p>Dalla rivoluzione industriale in poi, diciamo, dall&#8217;avvento della modernità. Pensa, nel 1500 quando iniziavano le esplorazioni transoceaniche e quindi i primi contatti con questi popoli completamenti diversi, Montaigne, in un famosissimo capitolo dei Saggi che si chiama I cannibali diceva che, sì, per noi loro sono cannibali, ma ai loro occhi i cannibali siamo noi! Il discorso del relativismo culturale, che poi Levi Strauss farà alcuni secoli dopo, lui lo fece allora, e aprì un dibattito che durò a lungo sul come rapportarsi con queste realtà culturalmente diverse, dibattito che sparisce con l&#8217;illuminismo, che crede di essere il migliore dei mondi possibili, fino alle estreme conseguenze che vediamo oggi.</p>
<p><strong>Lei, da anti-modernista, crede che possa esistere un modello di modernità sostenibile?</strong></p>
<p>Se ci fosse una filosofia che la orientasse e tutto un substrato culturale, sociale e politico su cui si potesse appoggiare certo che sì. E&#8217; chiaro che non si tratta di tornare alle caverne, non mi sembra il caso, però ci sono alcune suggestioni premoderne a cui potremmo rivolgerci con interesse, una delle quali è quella, di origine greca, del limite o quella medievale della cooperazione, vale a dire il fatto che ogni nucleo familiare dovesse avere il suo spazio vitale. Di sicuro non era un sistema particolarmente efficiente, ma almeno era sostenibile, umanamente sostenibile. Il nostro sistema, a contrario, è umanamente insostenibile. Approfondire un discorso così complesso sarebbe molto lungo, però, possiamo dire che, in estrema sintesi, il nostro modello di sviluppo si riduce a un sistema di competizione spietata tra stati, e si fonda sul massacro delle popolazioni, prima del terzo mondo, ma adesso anche del primo. Anche ammesso che si riuscisse a reggere questa competizione&#8230;</p>
<p><strong>Ammesso e non concesso…</strong></p>
<p>Certo, ammesso e non concesso&#8230; In ogni modo, dovremmo chiedere alle popolazioni un sforzo insostenibile, soprattutto nei termini di stress, di angoscia, di pressione. Non è un caso che la nevrosi e la depressione nascano con la rivoluzione industriale. Sono malattie peculiari della modernità. Prima al limite c&#8217;era il pazzo del villaggio - che tra l&#8217;altro aveva una certa funzione, una dignità. Anche l&#8217;alcolismo di massa nasce con la rivoluzione industriale, per non parlare della droga che ormai è un fenomeno che si sta allargando a tutti i ceti sociale. </p>
<p><strong>Cosa si può fare?</strong></p>
<p>Quello che io faccio è semplicemente proporre dei dubbi - non voglio avere la verità in tasca, sarei Bush o Emma Bonino se lo pensassi - e lo faccio a distanza di due secoli e mezzo dall&#8217;inizio dell&#8217;epoca illuminista, l&#8217;epoca che, come dicevo, ci ha lasciato in eredità il dubbio sistematico. Un&#8217;epoca che all&#8217;inizio ha anche una sua ragion d&#8217;essere, perché con le scoperte scientifiche si pensava di poter sottrarre l&#8217;uomo a fatiche fisiche bestiali, cosa che in parte abbiamo ottenuto, ma a prezzo di un disagio esistenziale, di un&#8217;angoscia estremamente profonda.</p>
<p><strong>Come crede che andrà a finire?</strong></p>
<p>Credo che il sistema imploderà su se stesso, perché un sistema che si basa sul concetto di crescita esponenziale, che esiste in matematica ma non in natura, a un certo punto quando non c&#8217;è più possibilità di crescere implode, come l&#8217;impero romano, come tutti i sistemi totalitari e totalizzanti. Il fatto è che l&#8217;impero romano aveva conquistato soltanto i mondo allora conosciuto, prima di implodere dando origine al feudalesimo europeo. Ora invece la situazione è molto più grave perché il sistema è planetario, globale e quindi quando ci sarà il collasso sarà un collasso planetario.</p>
<p><strong>Tra l&#8217;altro noi non siamo i romani&#8230; Come crede che reagiremo a una catastrofe del genere, avendo perso completamente la vitalità, non essendo più abituati alla violenza, avendo relegato la morte il più possibile al di fuori delle nostre vite?</strong></p>
<p>Mah, credo che quando la gente si accorgerà che non potrà mangiare il cemento e bere il petrolio, insomma, quando arriverà il momento credo la violenza ritornerà.</p>

<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/7632/sullalterita-sulla-modernita-e-sul-futuro-unintervista-a-massimo-fini">Sull'alterità, sulla modernità e sul futuro: un'intervista a Massimo Fini</a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 14:00 di giovedì 19 maggio 2011.</p>
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    <title>Sulla migrazione, sul presente e sul futuro dell&#039;Europa: un&#039;intervista a Antoine Audouard, autore de L&#039;Arabo</title>
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    <pubDate>Tue, 08 Mar 2011 11:56:03 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Andrea Coccia</dc:creator>
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<p><img src="http://static.blogo.it/booksblog/SullamigrazioneesulpresenteesulfuturodellEuropaunintervistaaAntoineAudouardautoredeLArabo.jpg" class="post" border="0" align="left" width="237" height="360" alt="Sulla migrazione e sul presente e sul futuro dell&#39;Europa: un&#39;intervista a Antoine Audouard, autore de L&#39;Arabo" /> Qualche giorno fa abbiamo parlato di <a href="http://www.booksblog.it/post/7345/larabo-di-antoine-audouard">un bel libro uscito recentemente per i tipi di Isbn</a>, un libro, potente come un pugno nello stomaco, intitolato <a href="http://www.booksblog.it/post/7345/larabo-di-antoine-audouard">l&#8217;Arabo</a>, scritto dal francese Antoine Audouard. Un libro che dipinge con estrema crudezza e senza fare sconti le difficoltà della nostra società, minacciata dal razzismo e dalla xenofobia.</p>
<p>Per inoltrarci un po&#8217; di più in questo fangoso ma attualissimo argomento, abbiamo intervistato per voi l&#8217;autore.</p>
<p><strong>Da dove deriva il personaggio di Mamine? E possibile che questa donna vile, chiusa in se stessa fino alla xenofobia, possa rappresentare il presente che sta vivendo l&#8217;Europa?<br />
</strong><br />
Il personaggio di Mamine è all&#8217;origine di tutto il libro: la voce di una donna, che somigliava a quella di una vicina, in un paesino che conosco, è il primo suono che ho sentito. La voce diceva: «Ci mancherebbe solo che fosse un Arabo!» A partire da questo è nata la storia e il personaggio si è sviluppato: sempre più grosso,più spaventato, più ferito e più cattivo&#8230; Dentro di me credo che sia arrivato ad essere una sorta di divinità preistorica, una Venere atroce, un mostro se vogliamo, ma venuto dall&#8217;interno della nostra società e della nostra storia. Senza dubbio, poi, mi sono ricordato di alcune confessioni che mi aveva fatto una donna qualche anno fa, confessioni che mi avevano lasciato stupefatto. Vi dico questo per farvi capire che il personaggio non si è creato a partire da un&#8217;idea, da un simbolo, ma dalle sensazioni: un grido, una paura, un corpo. Certo che poi lo si può interpretare come si vuole. Quello che conta per me è che, perfino nella sua deformità fisica e morale, resti quel qualcosa che ci fa mormorare: «è terribile, ma è così». O anche, forse ancora più dolorosamente: «è terribile, ma siamo anche noi così». Che forse, poi, è un modo per dirvi che è esattamente di noi che io parlo, e non di villani razzisti che esistono all&#8217;infuori di noi.</p>


<p>
<strong>Ha scritto un libro forte, che fa rodere il lettore e lo obbliga a riflettere sul suo rapporto quotidiano con l&#8217;alterità. Crede che la letteratura possa spingere gli uomini a impegnarsi di più nella realtà, per cambiare e, magari per cambiare se stessi?<br />
</strong><br />
Non sono però sicuro, per quanto sia grande l&#8217;amore che provo per la letteratura, che questa sensazione quasi vitale sia in realtà la vita stessa: Nabokov direbbe che la letteratura è molto più forte della vita e Vargas Llosa che le sue menzogne ci conducono verso delle verita su noi stessi e sul mondo. Personalmente mi accontenterei di questa impressione di intimità che, ogni tanto, si crea, quella che ci prende davanti ai racconti di Checov, per esempio, e che ci strappa ben poche parole, giusto qualche sospiro. Può questa sensazione sfociare nell&#8217;impegno? Se per questo impegno intendete un attivismo militante, direi che nulla è più lontano da me; se invece, intendete dire che, da questa maniera più sottile e sotterranea di procedere, la meditazione individuale può trarre forza vi dico, perché no? Personalmente non escludo che mi aiuti a non essere uno stronzo nella vita.</p>
<p><strong>Alcune recensioni del suo libro, che ho letto su blog francesi, avvicinano l&#8217;Aarabo a certe pagine di Céline. Pur credendo che il confronto, soprattutto a livello linguistico, non sia completamente corretto, devo ammettere che in alcune delle pagine di questo vostro romanzo c&#8217;è una asprezza, una sensazione di malinconia e una volontà di rappresentare la parte marcia e depravata dell&#8217;uomo che, in qualche modo, è avvicinabile alla maniera céliniana. Cosa ne pensa? Céline fa parte delle sue ispirazioni letterarie?<br />
</strong><br />
Céline rappresenta un punto oscuro della letteratura francese: il suo antisemitismo evidente, virulento, lo rende sempre difficilmente frequentabile; eppure moltissimi scrittori affermano che lo stiamo ancora leggendo e rileggendo, che ci stiamo ancora affannando per affrontare la carica enorme della sua scrittura, la dinamite che ha piazzato nella nostra lingua, estraendone una nuova e straordinaria creatura. Per me resta uno scrittore &#8220;tradizionale&#8221;, perché credo che tutta la tradizione francese venga da Rabelais, autore profondamente colto, ma anche profondamente contadino, che ha mischiato l&#8217;orale allo scritto, il burlesco con il tragico, in una maniera che potremmo anche dire, ante tempore, céliniana. Nella sua domanda ha usato la parola &#8220;chagrin&#8221;, malinconia, una parola per quanto la sento vera e forte, per quanto mi ci sento vicino. Non ho certo il genio di Céline, e non credo di essere animato dalla stessa collera e dallo stessio odio che viveva in lui, ma la situazione pietosa in cui  giaciamo provoca in me un senso di malinconia molto profondo. La protagonista del mio libro, in ogni caso, è la voce collettiva, quella del villaggio, quella delle dicerie che si inseguono, che è divertente e graffiante, ironica, crudele, ingiusta forse anche insopportabile, e sì, è céliniana. In tutti i casi lo prendo per un complimento.</p>
<p><strong>Perché ha deciso di aprire, nel finale del suo libro, a uno spiraglio di luce?<br />
</strong><br />
Le ho parlato del suono che apre il libro. All&#8217;inizio non avevo che quello. Invece per finire avevo un&#8217;altra immagine: quella di un uomo nell&#8217;acqua. Dal punto di vista narrativo era tutto lì. Poi, non so esattamente in che modo, questo mi ha portato ad essere elementare e materiale: se le parti in cui si divide il mio libro sono state intitolate Pietra, Acqua, Fuoco e Aria è perché sul serio i miei personaggi e la mia storia ne erano impregnati, saturi, e che questi elementi erano, effettivamente, uno ad uno, il motore di quello che volevo raccontare. Da qui, per esempio, la scelta della cava, delle pietre tombali, dei terrazzamenti, etc. Scrivendo &#8220;scelta&#8221;, distrattamente, è come se ammettessi al possibilità di altre scelte. Ma in realtà non ne avevo altre. Per tornare alla vostra domanda, l&#8217;ultima parte non si intitola la Luce, ma l&#8217;Aria, che non è la stessa cosa. Se cerco di ricostituire le sensazioni che provavo mentre scrivevo (il che non è certo una cosa facile), l&#8217;immagine che avevo era quella di una palude – lo stagno di Vaccarès, in Camargue – che costituiva un primo piano sempre più stretto sotto un cielo che invadeva quasi tutto lo spazio, in modo che quando l&#8217;Arabo entra nell&#8217;acqua, sembra quasi che sparisca anche nel cielo. Se questo può rappresentare o meno una speranza non lo so, non ne avevo l&#8217;intenzione in questo caso. Come dice un mio amico, l&#8217;etnologo François Bizot: «Non sono sicuro di credere nell&#8217;uomo, ma credo nella vita». E l&#8217;Arabo ha perso la sua di vita, ma l&#8217;ha anche donata qualcuno. Riconsco che finire il libro in questo modo possa lasciare spazio a un ottimismo non solo biologico: l&#8217;Arabo affogato rivive sotto forma di un bambino, e nel passaggio ha anche guadagnato un nome.</p>
<p><strong>Gli ultimi fatti che hanno sconvolto il Nord Africa e tutto il mondo arabo, soprattutto per le loro conseguenze sui flussi migratori, possono far traballare l&#8217;Europa, già fortemente instabile?<br />
</strong><br />
Non ho alcuna competenza particolare in questo caso, né quella di un sociologo, né quella di un politologo; possiedo soltanto il punto di vista di un cittadino ordinario. La mia esperienza personale è composta, in questo caso, dai miei incontri con giovani francesi migranti, uomini e donne. Vorrei, prima di confessarvi tutte le molteplici ragioni del mio pessimismo, farvi parte di un paradosso: sono sconvolto di non trovare mai nei media, nelle parole degli uomini politici, ma anche negli stessi racconti di vita di chi è coinvolto, un cenno al numero di quelli che in fondo, per la lingua, per la cultura, ma anche per quel poco che ci resta della fede nei nostri valori (diciamo l&#8217;Illuminismo, anche qui per farla breve) sono a tutti gli effetti &#8220;integrati&#8221; o, in ogni caso, sono completamente impregnati della nostra cultura. Il problema è anche che loro stessi devono affrontare spesso difficoltà estreme nella valorizzazione sociale dei loro successi culturali. E non ci possiamoc erto accontentare degli cosiddetti esempi degli sportivi professionali, un mondo profondamente pervertito, intriso del culto dei soldi e del risultato ad ogni costo.<br />
Ma anche il resto è una vera miseria: segregazione razziale e sociale, paura dell&#8217;Islam, culto della paura. Tutto è programmato per fare in modo che i flussi di migrazione rinforzino e radicalizzino il razzismo, la sfiducia, la demagogia. In Francia, per la prima volta, un sondaggio per le elezioni presidenziali ha dato favorita Marine Le Pen, la figlia del leader del Front National rappresenta oggi la faccia presentabile dell&#8217;estrema destra. E&#8217; c&#8217;è il rischio che la sua influenza cresca ancora.</p>
<p><strong>Cosa vede nel futuro dell&#8217;Europa?<br />
</strong><br />
Il pensiero della nostra decadenza fa ormai parte del nostro vivere quotidiano: si traduce nella paura, nel cinismo, nella perdita della speranza. Ci sono segni evidenti di questo. Ma perché non divertirsi allora ad andra ein senso contrario, perché no? Bisogna ammettere, contro quello che dicono i dirigenti politici, che la nostra identità collettiva culturale è antica e forte e che ed è questa identità che ancora oggi esercita una grossa influenza nel mondo intero, anche se il peso economico e politico dell&#8217;Europa diminuisce. I crescenti dubbi davanti al marasma politico europeo, sulla capacità delle istituzioni di difendere i propri cittadini, hanno finito col seprarci gli uni dagli altri, molto più profondamente di come eravamo nel XIX seoclo. Goethe riceveva e scopriva con passione tutto quello che veniva pubblicato in Europa, e leggeva quasi sempre in lingua originale. Non credo che ci sia niente di male a credere che le nostre vecchie lingue siano belle, che le nostre culture siano ancora ricche di frutti, e penso anche che nelle prime file di coloro che porteranno avanti questa cultura ci saranno i figli e le figlie dei migranti che sono arrivati da noi spinti dalla miseria e dalla disperazione.</p>

<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/7363/sulla-migrazione-e-sul-presente-e-sul-futuro-delleuropa-unintervista-a-antoine-audouard-autore-de-larabo">Sulla migrazione, sul presente e sul futuro dell'Europa: un'intervista a Antoine Audouard, autore de L'Arabo</a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 13:56 di martedì 08 marzo 2011.</p>
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    <title>Dall&#039;Illusionista al futuro della cultura nell&#039;epoca digitale: una conversazione a tutto campo con Edoardo Montolli</title>
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    <pubDate>Sun, 20 Feb 2011 18:30:43 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Andrea Coccia</dc:creator>
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    <description>Dopo Il boia e La ferocia del coniglio, Edoardo Montolli, giornalista freelance specializzato in inchieste &amp;#8220;borderline&amp;#8221; sui alcuni dei temi più controversi di questi nostri anni –[...]</description>
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<p>Noi di Booksblog lo abbiamo intervistato cercando di scoprire di più su questo suo ultimo libro e di ragionare sul suo lavoro di giornalista e scrittore, sul genere poliziesco e sul futuro del giornalismo e della letteratura. L&#8217;intervista prosegue dopo il salto.</p>
<p><strong>Che rapporto c&#8217;è tra il tuo lavoro di giornalista di nera e il tuo lavoro di scrittore?</strong></p>
<p>In realtà la nera è stato solo l&#8217;ultimo approdo. Per anni mi sono occupato di inchieste su mondi borderline, che sono i mondi che poi popolano i miei thriller. Credo che i romanzi siano un modo per investigare la realtà, la mente, la storia, e per tentare di decifrarla spingendosi dove la realtà ti impedisce di farlo. In effetti ho conosciuto e intervistato una cellula del Fronte di Liberazione Animale, quella a cui è a capo ne L&#8217;Illusionista il professor Santini. E da lunghissimo tempo mi occupo di errori giudiziari e ingiuste detenzioni, uno dei temi del libro e uno dei problemi più scandalosi da cui è afflitta l&#8217;Italia - il Paese dell&#8217;Ue più condannato per ingiusta detenzione - nell&#8217;indifferenza più o meno generale. Tanto, in questi casi, nessuno paga.  Ecco, il thriller permette di raccontare storie drammatiche e devastanti che la cronaca dimentica in quattro righe. Come quelle della logica del branco, quando il branco colpiva alla fine degli anni &#8216;60 e c&#8217;era un&#8217;altra società a doverlo giudicare. E&#8217; una testimonianza nascosta tra le righe della fantasia.</p>


<p>
<strong><br />
La società che emerge dal tuo libro è corrotta, marcia desolante, tutti i personaggi sembrano uscire condannati o sconfitti, non c&#8217;è traccia di bene, solo sono varianti del male. Ci spieghi la ragione di questa sorta di pessimismo?</strong></p>
<p>La lettura è esatta, ma non credo di essere pessimista. Il male è sempre annidato, nei miei thriller, nei vertici della società. In quei vertici che ti esortano a sperare per il futuro, a credere in qualcosa. Tra gli eroi e gli intellettuali che sono tutti pieni di certezze e che non vengono mai sfiorati dal dubbio, pronti a dividere il mondo in buoni e cattivi, bianchi e neri. Invece io credo che il potere sia grigio. Il potere non ha nemici ma compromessi, e il suo volto pubblico non ha alcun significato, perchè dietro c&#8217;è sempre dell&#8217;altro. E laddove c&#8217;è potere, di qualsiasi potere si tratti, ho sempre dubbi di autenticità, sarà perchè sono cresciuto in una bisca e sono abituato a diffidare. E diffido soprattutto di chi mi invita a sperare, indicandomi magari pure una ricetta per il futuro. Però non mi sento pessimista. L&#8217;umanità esiste, e credo si evinca nelle pagine del romanzo, proprio tra i diseredati, tra chi non ha nulla, tra i reietti che riescono a coltivarne scampoli. Solo che, una volta che l&#8217;hanno coccolata e cresciuta, questa umanità, se la rivendono al miglior offerente. </p>
<p><strong><br />
Il prof. Santini è un investigatore improvvisato, prestato, suo malgrado, alla vicenda narrata: non è un poliziotto, né un magistrato, né un investigatore privato come succede nella maggior parte della letteratura gialla. Come mai hai scelto un protagonista di questo tipo?</strong></p>
<p>Una volta un editor mi chiese se quando scrivevo un thriller io pensassi prima alla prima o all&#8217;ultima scena del libro. Siccome i miei sono thriller che hanno le radici e le soluzioni nei moventi psicologici, avevo bisogno di un tizio romantico ma disadattato, intellettuale ma in un certo modo pazzo, traumatizzato e nostalgico, sciatto e raffinato nello stesso momento. E ho pensato ad un professore di lettere al liceo, sui generis ovviamente. Un professore giovane che mi sembrava potesse incarnare a pieno una personalità così bizzarra. Tutto qui.</p>
<p><strong>Le donne nel tuo romanzo sono poche, e quelle che ci sono sono soltanto abbozzate. Come mai? </strong></p>
<p>Proprio perché i miei sono thriller psicologici. E non riuscirei mai a immedesimarmi nei pensieri di una donna se non di sfuggita. E in effetti, in tutti i miei libri, è il problema che hanno tutti i protagonisti, innamorati di donne di cui non riescono ad afferrarne i pensieri e i messaggi subliminali, arrivando, quando sono innamorati, a impazzire: un viavai di tormento ed estasi, di amore e odio. E giacché ciò che tu definisci &#8220;pessimismo&#8221; vale sia per gli uomini che per le donne, i sogni di tutti loro finiscono in discarica, dove rottamano i ricordi e si accorgono della verità e della banalità dei propri ideali.</p>
<p><strong>Il macrogenere del romanzo d&#8217;intrigo, con tutte le sue sfumature  – noir, giallo, thriller, mistery etc – domina una grande fetta del mercato da diversi anni, senza mostrare evidenti segnali di esaurimento. Intravedi nel futuro una diminuzione dell&#8217;interesse o, al contrario, ti sembrano generi ancora in ascesa?</strong></p>
<p>Non lo so. A me pare che in generale si legga poco. Quanto al genere, se la Mondadori rispolverasse il suo vecchissimo catalogo, ci si accorgerebbe che le grandi trame sono quasi esaurite. Se uno leggesse tutto Chase, probabilmente si scoraggerebbe pensando di dover mettere su una trama che lui non abbia già strutturato in maniera simile. Ma sicuramente si smetterebbe di gridare al capolavoro del secolo ogni volta che esce un romanzetto che gode semplicemente di un ottimo ufficio stampa. Siamo al 2010 e ne ho già contati una ventina. </p>
<p><strong>Un&#8217;ultima domanda: entrambe le facce del tuo lavoro di scrittura, il giornalismo da una parte e la letteratura dall&#8217;altra, stanno andando incontro a mutazioni che potrebbero essere epocali grazie alle nuove tecnologie digitali. Cosa cambierà nel tuo lavoro? Secondo questa rivoluzione interesserà di più il giornalismo o la letteratura? </strong></p>
<p>Il giornalismo è già cambiato moltissimo. Solo dodici anni fa passavo metà della giornata a sviluppare foto e a fare il giro dei giornali a portarle. Oggi, grazie alla Rete, è tutto più rapido, le foto di cronaca non valgono più niente e i testi valgono meno di allora grazie al fatto che sulla Rete c&#8217;è già molto. Interi giornali hanno abbandonato agenzie e corrispondenti affidandosi a ciò che trovano in Rete, che ha di sicuro moltiplicato a dismisura la libertà d&#8217;informazione. Ma c&#8217;è ovviamente la seconda faccia della medaglia. Su internet non c&#8217;è un&#8217;autorevolezza della fonte, tantomeno tra le enciclopedie online. E&#8217; un attimo far uscire una notizia falsa, corredata di foto digitali taroccate che si diffondono poi come un virus impossibile da debellare. E diventa così un immenso calderone dove per ogni fatto c&#8217;è tutto e il contrario di tutto. Ci avviciniamo a ciò che dicevo prima, ad un&#8217;informazione del &#8220;verosimile&#8221;, dove non si può più discernere l&#8217;attendibilità della notizia, proprio perchè non puoi più verificare quale sia la fonte, l&#8217;autore. Vai su google, trovi che so, 9000 risultati a quella voce, e la prendi per buona. Invece magari non lo è. Ecco, l&#8217;informazione del verosimile è lo specchio della nostra società. E questo per il mestiere di giornalista.<br />
Quanto ai libri credo che, se cambieranno con le tecnologie, cambieranno fra un paio di generazioni. Se scrivere al pc ha rivoluzionato il modo di concepire un libro, che puoi smontare e rimontare con facilità estrema rispetto al manoscritto o alla lettera 43, sulla lettura è molto diverso. Ti faccio un esempio. Dirigo una collana di libri inchiesta da quattro anni. E da molto ormai leggo soltanto i dattiloscritti in digitale, direttamente al pc. Ma se ho voglia di leggermi un libro, non per lavoro, non mi sogno minimamente di prendere un ebook. I miei libri sono tutti sottolineati, pieni di orecchie, mi piace sfogliarli, sentire l&#8217;odore della carta. Però mio figlio deve iniziare le elementari, e in prima avrà già un&#8217;ora di informatica. Credo che per lui sarà diverso. Il sapere del futuro starà tutto in un chip, costerà pochissimo. E non lo leggerà nessuno.  </p>

<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/7304/dallillusionista-al-futuro-della-cultura-nellepoca-digitale-una-conversazione-a-tutto-campo-con-edoardo-montolli">Dall'Illusionista al futuro della cultura nell'epoca digitale: una conversazione a tutto campo con Edoardo Montolli</a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 20:30 di domenica 20 febbraio 2011.</p>
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  <item>
    <title>Intervista a Gérard Roero di Cortanze</title>
    <link>http://www.booksblog.it/post/7098/intervista-a-gerard-roero-di-cortanze</link>
    <guid isPermaLink="true">http://www.booksblog.it/post/7098/intervista-a-gerard-roero-di-cortanze</guid>
    <pubDate>Tue, 21 Dec 2010 09:15:52 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Giammarco Raponi</dc:creator>
    <comments>http://www.booksblog.it/post/7098/intervista-a-gerard-roero-di-cortanze#comments</comments>
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    <category>giallo-e-noir</category><category>incontri-e-interviste</category><category>romanzo-storico</category><category>garzanti</category><category>gérard roero di cortanze</category><category>il colore della paura</category>
    <description>Abbiamo già avuto modo di parlare di Gérard Roero di Cortanze e del suo libro, Il colore della paura, edito da Garzanti; ora abbiamo avuto anche il privilegio di intervistare questo straordinario[...]</description>
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    </p>
<p><img src="http://static.blogo.it/booksblog/253762.jpg" class="post" border="0" align="left" width="240" height="360" alt="" /> Abbiamo già avuto modo di parlare di <a href="http://www.booksblog.it/post/6935/il-colore-della-paura-di-gerard-roero-di-cortanze">Gérard Roero di Cortanze</a> e del suo libro,<a href="http://www.garzantilibri.it/default.php?page=visu_libro&#038;CPID=2677"> Il colore della paura</a>, edito da Garzanti; ora abbiamo avuto anche il privilegio di intervistare questo straordinario intellettuale.</p>
<p><strong>Il blu è stato spesso oggetto di studio, già a partire dai greci e dai latini; quale valore assume questo colore nel suo sistema simbolico?</strong><br />
I colori costituiscono un oggetto di riflessione senza limiti. Schopenhauer ha scritto pagine straordinarie in <em>Sulla vista e sui colori</em>. Conosciamo tutti il testo fondamentale di Goethe, pubblicato nel 1810, a metà fra la storia delle scienze e la storia dell’uomo europeo: <em>La teoria dei colori</em>. Giobert, l’uomo dal volto color indaco, è circondato da una galleria di personaggi chiamati «cavalieri» e vestiti con un colore che ha il ruolo di codice, un po’ come nei romanzi arturiani francesi dei secoli XII e XIII: il cavaliere rosso è in genere animato da cattive intenzioni (personaggio che potrebbe venire dall’Altro Mondo); il cavaliere nero cerca sempre di nascondere la propria identità, che potrebbe essere buona o malvagia; il cavaliere bianco è spesso un personaggio anziano, amico o protettore dell’eroe (è il caso del romanzo); il cavaliere verde può essere buono o malvagio, ma generalmente giovane e insolente. Per rispondere alla sua domanda, sono convinto che i colori abbiano un ruolo fondamentale nella costituzione dell’essere umano. È noto, ad esempio, che il ruolo dei colori è fondamentale per la crescita neuronale del neonato, che i colori, o meglio la variazione di colori da un elemento all’altro, costituisce il primo criterio di differenziazione cui si affida il bambino quando la sua vista è ancora incompleta. Il ruolo dei colori nella costruzione identitaria del bambino è, quindi, molto importante: il colore che gli serve per differenziare le cose, presto gli servirà per sceglierle. È proprio nel preferire alcuni colori e nel disinteressarsi ad altri che il neonato comincia a esprimere i propri gusti e, di conseguenza, a formarsi come individuo.</p>
<p>Tutti hanno un colore preferito. Tale preferenza può svelare alcuni aspetti del temperamento, del carattere e della persona in generale. Ad esempio, le persone tendono a vestire sempre con lo stesso colore o la stessa tinta. Per alcuni questa tinta simboleggia l’Aura e l’inconscio. Nella cultura occidentale, il blu è il colore della sincerità e dello spirito riflessivo, il simbolo della calma, dell’immaginazione e della tenerezza. Queste caratteristiche non sono esattamente quelle di Giobert dal momento che lo scrittore giunge alla verità attraverso la menzogna, inventa. Il mio blu è un blu particolare, demoniaco, faustiano, un blu nutrito dalle mie esperienze, dalle mie angosce. Il personaggio del romanzo consente all’autore di parlare di sé, ma dietro una maschera, dietro un doppio, dietro un colore, processo tipicamente stendhaliano.</p>


<p>
<strong>Giobert, il protagonista del suo romanzo, porta addosso il marchio della diversità che lo costringe a una continua ricerca del proprio essere, è solo uno strumento narrativo o ha a che fare con la condizione dell&#8217;uomo?</strong><br />
Giobert è come me, un essere in esilio permanente, un refrattario, un isolato. La mia famiglia italiana fu esclusa perché straniera, esclusa perché aristocratica, dalla parte di mio padre; esclusa perché operaia, dalla parte di mia madre. Ho vissuto un’infanzia solitaria, inadeguata, sconveniente, profondamente refrattaria, sempre in rivolta, nella differenza, nella difficoltà dell’accettazione. A volte mi sento vicino ad altre forme di esclusione: gli ebrei, gli omosessuali, i neri. L’uomo è profondamente reazionario, o meglio il suo inconscio. Difficilmente si accetta l’altro, l’insolito, lo straniero. È l’argomento centrale del libro: per questo l’uomo è un uomo blu in questo universo bianco in cui a volte emergono alcune gocce di sangue. Questo uomo dal volto blu sono io, è il mio doppio, con le mie domande che sono le sue, con le sue angosce che sono le mie. Ricordo un film straordinario di Joseph Losey del 1958, Il ragazzo dai capelli verdi, la storia di un ragazzino messo al bando dalla società perché un giorno si sveglia con i capelli verdi. Giobert rimarrà per tutta la vita un uomo dal volto blu, così come io rimarrò sempre il figlio di un aristocratico italiano, discendente di Fra Diavolo, l’aristocratico e il brigante, il nobile e l’operaio. Ma questa biografia familiare, questo zoppicamento – come direbbe Cocteau – è ciò che mi forma, è ciò che io rivendico.</p>
<p><strong>Il romanzo è ambientato nella Savoia del 1859, ovvero a due anni dall&#8217;Unità d&#8217;Italia, e sorprende come quella regione sia stata in realtà crocevia di profondi fermenti rivoluzionari, ma anche crogiolo di profittatori e reazionari. Perché è così poco noto?</strong><br />
Nel mio libro c’è un aspetto molto grafico, visuale. Ho pensato molto al cinema o ai fumetti. Ho immaginato un uomo blu a piedi o a cavallo che percorre le regioni savoiarde ricoperte di neve. Ho immaginato tracce di passi nella neve, misteriosi omicidi e un cerchio che lentamente si chiude su un uomo, un tempo amato da tutti, sebbene temuto, ma che improvvisamente diventa la bestia da abbattere, il veicolo di ogni male. Da angelo diventa orco. In questo modo volevo dare al romanzo, alla trama, una velocità di scrittura, una drammaturgia, un ritmo degni delle serie americane. Volevo anche che fosse semplice – per questo ho fatto ricorso al presente – immediatamente comprensibile.  Volevo un disegno. Una violenza nel disegno. Un romanzo che tagliasse come la lama di un rasoio.</p>
<p>Volevo un libro interamente bianco in cui comparissero qui e là tracce di colore, sparse. L’insieme è dominato da due colori: il blu di Giobert e il rosso delle macchie di sangue dei morti che affliggono la regione e diffondono un crescendo di paura. Ho voluto uno stile il più pulito possibile, che non fosse teatrale, né barocco, né magniloquente. Volevo parlare delle forze telluriche. Scrivere un romanzo del fuoco e dell’acqua, della neve e del caldo, del freddo, del vento,  degli elementi. La natura ha un ruolo importante. Ancora oggi, questa parte della Savoia è ostile e pericolosa. Con le valli incassate e profonde, i torrenti che si gonfiano all’improvviso, con gli animali selvatici e una selvatichezza di sentimenti, con i riti e i rituali, le leggende del passato, i fantasmi, i morti che rivivono, le premonizioni, i cattivi presagi. Volevo che la scrittura fosse musicale e seguisse il ritmo degli avvenimenti, i dubbi, le fortune, i momenti di grande angoscia dei protagonisti. Appartengo a una generazione formata dal cinema. Hitchcock mi ha molto influenzato. Ho aggiunto alla paura hitchcockiana qualcosa della tragedia greca. Ma anelavo a una tragedia proveniente dal teatro classico francese, un’economia dei mezzi come in Racine. Azioni pure, parole pure, un viaggio attraverso il tempo e lo spazio, un viaggio attraverso le premesse della psicoanalisi, degli studi sull’ipnosi, lo sdoppiamento della personalità, la follia.</p>
<p>Credo che il romanziere debba concedersi alcune facilità nella messa in scena dell’esistenza, vale a dire nell’invenzione dei fatti. Nei miei romanzi tutto è vero e tutto è falso. La verità letteraria del romanzo è tanto reale quanto quella rivendicata dalla biografia: quella della leggenda divenuta realtà. Il romanziere insinua fra le falle della storia le sue menzogne per raccontare la sua verità e la sua realtà: una verità relativa, soggettiva, partigiana; una realtà aggiustata, reinventata, una sorta di realtà «superiore». Non si tratta affatto di rivendicare una qualsiasi «realtà storica», ma piuttosto di scegliere la «verità romanzesca». Kipling diceva la stessa cosa: «Scegliete prima i vostri fatti e poi deformateli». Sono fermamente convinto che la verità sia cruda solo inventandola.</p>
<p>Lo sfondo storico è là solo per essere deformato. Kipling afferma: «procuratevi i vostri fatti e deformateli». Il romanziere non può sfuggire alla Storia. Deve rievocarla di continuo. In Cyclone riparlavo della deportazione degli ebrei del Ghetto di Roma, in Assam dell’Italia messa al sacco e salassata da Bonaparte. Parlo del passato per avvicinarmi al presente, per dire qualcosa sul nostro presente. I romanzi in costume non mi interessano. Passo attraverso lo ieri per meglio parlare del domani e dell’oggi. Adopero delle maschere così come faccio con i miei personaggi. Sono come Stendhal. Non parlo di me stesso, come fanno molti scrittori contemporanei, ma creo dei personaggi che sono come me. Stendhal appare sotto le spoglie di Amiel, Fabrice, Julien, Octave, ecc. Aventino, Roberto, Renato, Michele sono i miei doppi, ma anche Maria Galante, Diodata e, ovviamente, Giobert, il personaggio blu del Colore della paura.</p>
<p>L’idea di una Savoia che sta cambiando mi affascina. È un periodo instabile, nuovo. Un popolo avanza verso l’ignoto. Le trame si intrecciano. Si percepisce un cambiamento della lingua, dell’economia, del paese, della bandiera, siamo francesi, savoiardi, italiani, saremo per sempre esiliati? Questa epoca di transizione è molto attuale: le vite precipitano, i destini si fracassano. L’Europa si sta costituendo, a immagine dell’Italia che si riunifica per divenire una sola nazione.</p>
<p>L’idea è quella di scrivere senza prospettiva storica. Se scrivo di Mussolini nel 1914, non so granché di lui: è membro del PSI, dirige il quotidiano Avanti! ed è un non-interventista; ha anche dei contatti con i socialisti francesi che finanziano la sua piccola impresa. Mi concentro sui fatti. Non posso considerarlo alla luce degli avvenimenti del 22 ottobre che lo porteranno a diventare il presidente del consiglio e alla dittatura. Quando Rimbaud e Verlaine si incontrano, non sono ancora due grandissimi poeti. Quando Aragon incontra Breton alla Salpétrière in piena Grande Guerra, il Surrealismo non è ancora nato. Ecco il punto di vista fondamentale: io scrivo piantato sull’avvenimento. Questo cambia tutto e produce una letteratura che è quasi una testimonianza, un giornale. Mi piace mostrare quello che la gente di allora mangiava, come si vestiva. I vestiti sono molto importanti. Ho recitato in un adattamento televisivo di Thibault, il romanzo di Roger Martin du Gard: indossate le ghette, un orologio da tasca, un cappello, una cravatta a fiocco e sapere subito trasportati in un’altra vita. È curioso sperimentare che «l’abito fa il monaco».</p>
<p><strong>Torniamo al protagonista: Giobert è un uomo solitario, ciò nonostante è un uomo ben inserito nel tessuto sociale; a un certo punto si ritrova invischiato nelle vicende storiche, ma suo malgrado. Ecco, come mai non si sente coinvolto dalla situazione storica che pur sta vivendo?</strong><br />
Giobert è allo stesso tempo il protagonista principale del romanzo e colui il quale subisce la propia vita. È spettatore e attore. Egli agisce sul suo tempo poiché gioca un importante ruolo economico, politico, «regionale»: è una persona concreta. Da un’altra parte, come tutti gli uomini è posseduto da forze oscure più forti di lui, un essere, un altro sé che lo spinge verso il lato oscuro. Mi piace questa idea dell’essere umano che oscilla da una parte all’altra, che in qualsiasi momento può deviare verso il bene o verso il male. La ricerca dell’indaco è una sorta di via crucis, un cammino verso la redenzione. Giobert è un «cavaliere» moderno che deve raggiungere dei traguardi per potersi redimere. Si passa dalle atmosfere cupe dei racconti medievali all’anima nascosta, quell’inconscio che Sigmund Freud esplorerà all’alba del XX secolo. Giobert è un uomo solo, come lo scrittore che procede sempre in solitudine, sempre più solo man mano che avanza nella vita e nella sua opera.</p>
<p><strong>C&#8217;è una correlazione tra le vicende private di Giodert e le vicende pubbliche?</strong><br />
Ai nostri giorni, Giobert sarebbe sicuramente un personaggio. Avrebbe uno stuolo di paparazzi alle calcagna e i giornalisti non esiterebbero a divulgare dicerie sul suo conto. È un uomo moderno, avanti rispetto al suo tempo, un essere profondo dedicato alla ricerca di sé, al suo percorso interiore. Il blu che è in lui, è in noi tutti. Il suo cammino è il nostro cammino interiore, una ricerca sfrenata della saggezza, del sapere. Giobert vuole sapere e, come il menestrello del film di Bergman Il settimo sigillo, quando si avvicina alla verità viene trascinato dalla morte, eppure si oppone fino alla fine esprimendo il suo dissenso.</p>
<p><strong>Visto che lei è un francese di origini italiane, le vorrei fare due domande. A. l&#8217;anno prossimo l&#8217;Italia festeggera il 150° anniversario dell&#8217;Unità, eppure alcuni problemi non li ha mai risolti, se li trascina dietro proprio dal periodo storico descritto molto bene nel suo libro, senza contare che c&#8217;è chi parla di secessione e di certo federalismo. Che idea se ne è fatto? B. E la Francia, invece, come sta?</strong><br />
A queste domande darò una risposta comune. Oggi L’Europa è minacciata dalla balcanizzazione, dal ripiegamento su se stessi, il rifiuto dell’altro, del diverso, del «barbaro». Giobert è rifiutato perché ha il volto blu, perché non è come gli altri. Prendiamo la questione della lingua francese. Non ci si pone le domande giuste: occorre dire che una lingua che si ripiega su se stessa è come un paese che si ripiega su se stesso, l’equivalente di un mare che si prosciuga e lentamente diventa deserto, di un paese che si impoverisce, si copre di lande ostili, si svuota dei suoi abitanti, della fauna e della flora. Il corporativismo, lo spirito di appartenenza a una comunità ristretta, l’integralismo conducono l’umanità alla rovina. L’uomo del XXI secolo non ha più i mezzi per costruirsi mettendosi in contrasto, facendosi la guerra, erigendo barriere. Soltanto l’amore, il rispetto dell’altro, la cultura consentiranno all’umanità di resistere allo tsunami di volgarità, di stupidità e di esclusione che avanza ogni giorno. Questo è Il colore della paura. Ho ambientato il romanzo nel passato prossimo per parlare del presente e dunque del futuro. Dal momento che questo è un libro contemporaneo, e che il romanzo contemporaneo è un genere in piena mutazione attraverso il quale si può dire e pensare tutto, spazia dalla poesia alla sociologia, dalla politica all’economia, dalla psicoanalisi alla magia, ecc. Seguo alla lettera il consiglio di Kipling tanto spesso citato da Hemingway: «procuratevi i fatti e deformateli». L’unico modo per raccontare la verità è attraverso la menzogna, lo sviamento, le circonvoluzioni: la realtà sarà tanto più cruda quanto più sarà inventata.</p>

<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/7098/intervista-a-gerard-roero-di-cortanze">Intervista a Gérard Roero di Cortanze</a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 11:15 di martedì 21 dicembre 2010.</p>
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    <title>Sul Kosovo, sulla necessità di informarsi e sul destino del giornalismo di inchiesta: un&#039;intervista a Giuseppe Ciulla</title>
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    <pubDate>Thu, 01 Jul 2010 10:47:50 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Andrea Coccia</dc:creator>
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    <category>scrittori</category><category>incontri-e-interviste</category><category>saggi</category><category>intervista a giuseppe ciulla</category><category>jaca book</category><category>lupi nella nebbia</category><category>rapproto nato onu mafia kosovara</category>
    <description>Giuseppe Ciulla, giornalista free lance, collaboratore di diverse testate cartacee e della Rai, con Lupi nella nebbia (Jaca Book), insieme al collega Vittorio Romano, ha affrontato faccia a faccia le[...]</description>
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<p><strong>Dal vostro lavoro emerge un ritratto veramente inquietante del presente kosovaro, un presente dominato dal potere mafioso e criminale, un presente che non sembra poter offrire speranze. Quali sono secondo voi le prospettive per il futuro dei Balcani?</strong></p>
<p>Da cronista non sta a me definire le prospettive per il futuro dei Balcani. Posso dire solo che se è stato avviato il percorso per l&#8217;ingresso del Kosovo nell&#8217;Unione Europea, forse l&#8217;Europa dovrebbe almeno verificare che esistano delle precondizioni per questo ingresso: uno stato di diritto che funzioni, una giustizia che sappia punire i criminali, una classe dirigente con meno ombre possibili. Condizioni che a parer mio in Kosovo non ci sono affatto.</p>


<p>
<strong>Uno dei capitoli iniziali del vostro libro si intitola &#8220;Abbiamo bombardato quelli sbagliati&#8221;. Per il lettore italiano,che ormai da anni pensa alla Serbia come allo stato canaglia, al Lupo dei Balcani, e al Kosovo come la vittima sacrificale, la Pecora, continuando la metafora, questa frase  - letta all&#8217;inizio del libro e senza conoscere alcune delle storie che in seguito raccontate - ha la forza e insieme l&#8217;inaccettabilità di uno schiaffo in faccia. Qual è motivo di questo istintivo manicheismo che ci spinge a demonizzare la Serbia e a parteggiare con la causa kosovara?</strong></p>
<p>Quella frase ce la disse un investigatore che aveva lavorato per anni in Kosovo per conto delle Nazioni Unite. Significa che forse dovremmo riflettere sulle persone alle quali, attraverso i bombardamentio NATO, abbiamo consegnato il Kosovo. Sono tutti o quasi tutti ex comandanti UCK, l&#8217;esercito di &#8220;liberazione&#8221; kosovaro, la formazione che prima della guerra era nella black list degli Stati Uniti, poi invece è stata riabilitata. Lupi nella nebbia non nega che le truppe di Milosevic abbiano compiuto atti di pulizia etnica, né che negli anni che precedettero la guerra fosse in atto una vera e propria segregazione a danno dei kosovari di origine albanese (abbiamo dedicato un capitolo alla piu&#8217; grande strage di civili kosovari da parte dell&#8217;esercito serbo). Il nostro libro fa pero&#8217; luce su una verita&#8217; che in pochi hanno raccontato: abbiamo consegnato il Kosovo a mafiosi, trafficanti, personaggi che hanno torturato e ucciso civili serbi e presunti collaborazionisti, questa è la classe dirigente che governa in questo momento il Kosovo.  </p>
<p><strong>Dalla vostra ricostruzione emerge un profilo agghiacciante del comportamento delle forze internazionali in kosovo, al meglio buttate nella mischia senza alcuna possibilità di agire, ma al peggio colluse con il potere criminale che governa il paese. Come pensate che dovremmo reagire, noi cittadini europei, alla palese schizofrenia che caratterizza i comportamento delle nostre istituzioni?</strong></p>
<p>Non ho consigli da dare se non quello di tenersi aggiornati su cio&#8217; che ci riguarda. E io penso che la guerra del 1999 ci riguardi molto. Perché dalle basi italiane sono decollati la maggior parte dei caccia che hanno bombardato la Serbia, perché sia le Nazioni Unite, sia l&#8217;Europa hanno dato al Kosovo miliardi di euro, sia perché non possiamo rimanere impassibili di fronte a un paese che dista poco piu&#8217; di un&#8217;ora di volo da Roma, dal quale transitano droga, armi e organi.</p>
<p><strong>Alcuni comportamenti degli uomini politici kosovari implicati prima in episodi agghiaccianti di crimini di guerra, poi impegnati nella rinascita politica del loro paese, dalla presunzione di impunibilità al palese e mai celato non rispetto della legalità, potrebebro ricordare alcuni comportamenti dei politici delle nostre parti. Ad un tale sprezzo verso le regole e la giustizia da parte delle elites politiche, come dovremmo reagire?</strong></p>
<p>Anche in questo caso non mi sento di dover dare dei consigli. Il diritto a essere informati è però un diritto che va esercitato, alimentato. La gente deve sapere, perché dalla conocenza dei fatti discendono la maggior parte delle scelte che ciascun cittadino pone in essere. Ecco, informarsi per essere coscienti delle proprie scelte, questo credo sia importante.   </p>
<p><strong>Negli ultimi anni sembra che si sta allargando il bacino di lettori del giornalismo di inchiesta, e, nel panorama italiano ma non solo, stanno avendo sempre più successo e seguito libri di autori come voi, o come Fabrizio Gatti, o Gabriele Del Grande, Siete d&#8217;accordo, e se sì, ci sono dei motivi particolri secondo voi?<br />
</strong></p>
<p>Il nostro libro non dimostra che il giornalismo d&#8217;inchiesta è vivo. Semmai dimostra il contrario, perché nessuna testata gioralistica si sarebbe mai permessa di inviare due giornalisti per un mese in Kosovo a realizzare un&#8217;inchiesta come quella che abbiamo fatto io e Vittorio Romano. Esistono, per fortuna, giornalisti d&#8217;inchiesta, che hanno voglia di non accontentarsi delle verita&#8217; ufficiali e che vanno a verificare, correndo spesso rischi senza alcuna copertura di testata, cio&#8217; che realmente succede in determinati posti.</p>

<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/6447/sul-kosovo-sulla-necessita-di-informarsi-e-sul-destino-del-giornalismo-di-inchiesta-unintervista-a-giuseppe-ciulla">Sul Kosovo, sulla necessità di informarsi e sul destino del giornalismo di inchiesta: un'intervista a Giuseppe Ciulla</a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 12:47 di giovedì 01 luglio 2010.</p>
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    <title>Prima giornata contro l&#039;editoria a pagamento: un intervista a Linda Rando di Writer&#039;s Dream</title>
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    <pubDate>Mon, 31 May 2010 17:04:43 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Andrea Coccia</dc:creator>
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    <description>Forse molti dei lettori non la conoscono, ma nella grande rete sta pian piano diventando un vero e proprio punto di riferimento nella lotta contro quella che considera, come molti, un paradosso[...]</description>
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      <a href="https://twitter.com/intent/tweet?source=&text=Prima+giornata+contro+l%27editoria+a+pagamento%3A+un+intervista+a+Linda+Rando+di+Writer%27s+Dream&url=http%3A%2F%2Fwww.booksblog.it%2Fpost%2F6357%2Fprima-giornata-contro-leditoria-a-pagamento-un-intervista-a-linda-rando-di-writers-dream" style="margin-right:6px"><img src="http://static.blogo.it/i/tweet.gif" width=55 height=20 alt="Tweet" /></a>
    </p>
<p><img src="http://static.blogo.it/booksblog/PrimagiornatacontroleditoriaapagamentounintervistaaLindaRandodiWritersDream_01.png" class="post" border="0" align="left" width="203" height="189" alt="Prima giornata contro l&#39;editoria a pagamento: un intervista a Linda Rando di Writer&#39;s Dream" /> Forse molti dei lettori non la conoscono, ma nella grande rete sta pian piano diventando un vero e proprio punto di riferimento nella lotta contro quella che considera, come molti, un paradosso editoriale, vale a dire l&#8217;editoria a pagamento. Proprio nell&#8217;ambito di questa lotta è stata la promotrice di questa Prima giornata nazionale contro l&#8217;editoria a pagamento. Per conoscerla e per cercare di capire meglio i motivi di questa lotta, l&#8217;abbiamo intervistata per voi.</p>
<p><strong>Ci spieghi in due parole che cosa si intende quando si parla di editoria a pagamento? E perché la sua esistenza rappresenta un problema?<br />
</strong><br />
L’editoria a pagamento consiste nel pagare l’editore per pubblicare il proprio libro. Sarebbe come pagare il proprio datore di lavoro per continuare a lavorare nell’azienda: un’assurdità. È problematica perché, oltre a intasare il mercato con migliaia e migliaia di pubblicazione prive di qualità (la maggioranza degli editori a pagamento non fa uno straccio di selezione ma finge di farla) inganna gli aspiranti scrittori. Li riempie di lusinghe, fa loro credere che pagare sia l’unico modo per pubblicare, che non ci siano editori che pubblicano gratis e via dicendo. In sostanza raccontano un cumulo di frottole. Decisamente troppe per chi sostiene di non aver nulla da nascondere o di cui vergognarsi.</p>
<p><strong>Quando è perché è nata in te la volontà di lottare contro l&#8217;EAP?<br />
</strong><br />
È nata due anni fa, quando ho aperto il Writer’s Dream. Mi sono imbattuta per caso in un articolo che parlava di editoria a pagamento e ho pensato “no, non è possibile che ci sia gente che creda che funzioni davvero così”. Ho iniziato a parlarne, ad approfondire e a diffondere. Avevo sedici anni.</p>


<p>
<strong>Quante sono state le adesioni a questa &#8220;Prima giornata nazionale contro l&#8217;editoria a pagamento&#8221;? Lo consideri un buon risultato?<br />
</strong><br />
Nell’evento creato su Facebook sono più di 745, e vedo una buona affluenza di post e messaggi. E’ un bel risultato, ma la giornata è ancora lunga.</p>
<p><strong>Cosa si può fare, oltre alle campagne di sensibilizzazione, per cercare di impedire il proliferare della EAP?<br />
</strong><br />
L’unico mezzo per combattere l’EAP è parlarne. Dare testimonianze, fare informazione, fare nomi e cognomi e denunciare pubblicamente le scorrettezze. Io mi sono beccata minacce, diffide, campagne di diffamazione e stalking condito da un tentativo di corruzione: la verità spaventa, l’informazione fa paura. Se la massa inizia a parlare l’EAP non può far altro che ritirarsi tra le sue mura. È importante, fondamentale, instillare la consapevolezza negli autori: devono sapere come funziona l’editoria a pagamento. Poi potranno decidere se pagare o meno, ma avranno i mezzi per farlo e non saranno imbevuti delle stupidaggini che gli EAP propinano di norma.</p>
<p><strong>La EAP fonda un parte del proprio successo sulla scarsa capacità di autocritica da parte degli aspiranti scrittori, disposti a tutto pur di vedere pubblicate le proprie opere, quasi sempre di scarso se non nullo valore letterario. A che cosa è dovuta secondo te questa totale mancanza di autocritica?<br />
</strong><br />
Al fatto che tutti si sentono grandi scrittori e che hanno molta – troppa – fiducia nelle loro capacità. Tutti si sentono artisti, e sospetto che il proliferare di certe convinzioni sia causato anche dai molti pessimi libri che vengono prodotti e dalla tv ,dove chiunque è considerato artista. </p>
<p><strong>Prevedi altre iniziative simili a quella di oggi? che futuro ha un ipotetico movimento No Eap?<br />
</strong><br />
Sì. La giornata nazionale diverrà annuale, ma il movimento non si ferma di certo qui. Il WD va avanti da due anni nella sua battaglia, e i risultati ci sono: autori che ci ringraziano, che trovano l’editore col nostro aiuto, citazioni su testate come Il Giornale e Il Sole 24 Ore e, non ultima, la tavola rotonda al Salone di Torino di quest’anno. Sto lavorando a un dossier/inchiesta sull’argomento che presenterà alcune chicche che stanno già agitando gli animi. Sarà diffuso gratuitamente, in linea con la nostra filosofia.</p>

<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/6357/prima-giornata-contro-leditoria-a-pagamento-un-intervista-a-linda-rando-di-writers-dream">Prima giornata contro l'editoria a pagamento: un intervista a Linda Rando di Writer's Dream</a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 19:04 di lunedì 31 maggio 2010.</p>
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    <title>Intervista: Gordiano Lupi racconta Cuba </title>
    <link>http://www.booksblog.it/post/6013/intervista-gordianolupi-racconta-cuba</link>
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    <pubDate>Thu, 11 Mar 2010 10:35:31 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Giammarco Raponi</dc:creator>
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    <category>blog</category><category>incontri-e-interviste</category><category>horror</category><category>cuba</category><category>democrazia</category><category>gordiano lupi</category><category>horror</category><category>perdisa</category><category>rizzoli</category><category>yoani sànchez</category>
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    </p>
<p><img src="http://static.blogo.it/booksblog/gordiano20lupi.preview.jpg" class="post" border="0" align="left" width="246" height="360" alt="" /> Gordiano Lupi si occupa prevalentemente di cultura cubana e di cinema italiano. Ha scritto diversi romanzi ambientati a Cuba, alcuni saggi su musica, religione e società cubana, alcune raccolte di racconti ambientati nella provincia italiana. Ha pubblicato molte monografie sul cinema di genere italiano. Traduce il blog di Yoani Sanchez, <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/generaciony/hrubrica.asp?ID_blog=272">Generacion Y</a>, collabora con La Stampa, con Scritture e Pensieri del Corriere Nazionale. Traduce diversi scrittori cubani, tra i quali segnaliamo: Alejandro Torreguitart Ruiz, Felix Luis Viera, William Navarrete. Tutto ciò che c&#8217;è da sapere su Gordiano Lupi lo troviamo su <a href="http://www.infol.it/lupi/">www.infol.it/lupi</a>. Ma noi lo abbiamo sentito per l&#8217;ultimo libro che ha pubblicato, <a href="http://www.gruppoperdisaeditore.it/Catalogo/Perdisa-pop/Walkietalkie/Una-terribile-eredita.aspx">Una terribile eredità</a>, edito da  Perdisa.</p>
<p><strong>Una terribile eredità è il frutto di una lunga gestazione oppure è un libro che è nato da un&#8217;urgenza diversa, più immediata?</strong> <br />
Nasce da un racconto breve scritto alcuni anni fa: Il sapore della carne, per un&#8217;antologia horror. Ho riletto quel racconto e mi sono detto che c&#8217;era spazio per farne un romanzo trattando con maggior ampieza i temi della guerra d&#8217;Angola e del periodo speciale cubano. La storia nasce da un&#8217;urgenza, come tutte le mie poche cose di narrativa. Non sono uno scrittore commerciale, né un autore di best seller. Quando scrivo narrativa lo faccio solo perché devo farlo. La storia è in parte vera e deriva dai ricordi d&#8217;Angola di un reduce cubano che ho conosciuto.</p>


<p><strong>La prima parte del suo romanzo, dunque, è ambientata in Angola. Una nazione di cui si sa poco, ma che è stata lacerata da forti conflitti interni. Il suo interesse è puramente storico?</strong><br />
 No. Nessun interesse storico, ma letterario. Voglio raccontare come il sonno della ragione generi mostri. Mi interessa la guerra con i suoi orrori, come riflesso negativo dell&#8217;animo umano. Il protagonista ripete in continuazione che non gliene importa niente di quella maledetta guerra. L&#8217;atmosfera bellica è perfetta per un romanzo di genere, che non vuole essere soltanto un romanzo di genere.</p>
<p><strong>La seconda parte del libro è ambientata a Cuba. La Cuba che viene fuori dal suo libro, però, non è esattamente un paradiso della democrazia. Ce la racconta meglio?</strong><br />
 Raccontare Cuba in poche righe è impossibile. Ho scritto decine di libri e centinaia di articoli su Cuba. In questa sede posso dire solo che Cuba e democrazia sono due parole antitetiche. A Cuba manca ogni tipo di libertà, pure quelle che da noi sono considerate patrimonio acquisito dell&#8217;umanità. </p>
<p><strong>Il cannibalismo è una forte componente del suo libro, o solo un espediente narrativo (visto che il suo libro somiglia molto a un horror) oppure ha anche una connotazione simbolica?</strong><br />
 I simboli li lascio ai critici. Il mio è un romanzo di genere che racconta una storia cruda, in parte vera. La storia horror serve a descrivere una situazione socio-politica negativa che mi sta molto a cuore. </p>
<p><strong>Yoani Sànchez ha voluto che fosse lei il traduttore del suo libro <a href="http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/rizzoli/libro/3052_cuba_libre_sanchez.html">Cuba Libre</a>, appena pubblicato da Rizzoli. Ha voglia di raccontare chi è Yoani Sanchez ai nostri lettori e come mai ha scelto lei come suo traduttore?</strong><br />
Sono io che ho portato in Italia Yoani Sànchez e sono il primo italiano che l&#8217;ha tradotta sistematicamente quando ancora nessuno sapeva chi fosse. La rivista Internazionale si è appropriata di Yoani sfruttando la mia ingenuità e la poca esperienza nel campo, ma per fortuna La Stampa di Mario Calabresi ha ristabilito la giustizia. Adesso chi vuol leggere il blog di Yoani può farlo ogni giorno su La Stampa Web (<a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/generaciony/hrubrica.asp?ID_blog=272">www.lastampa.it/generaciony</a>). Tra me e Yoani è nata un&#8217;amicizia spontanea, dovuta al fatto che conduciamo la stessa lotta disinteressata per la libertà e la democrazia a Cuba. Yoani è una filologa, una scrittrice sopraffina che in rapidi bozzetti racconta il quotidiano di Cuba. Non fa politica, ma descrive la vita che ogni giorno scorre per le strade di Cuba.</p>

<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/6013/intervista-gordianolupi-racconta-cuba">Intervista: Gordiano Lupi racconta Cuba </a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 12:35 di giovedì 11 marzo 2010.</p>
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