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Prima giornata contro l'editoria a pagamento: un intervista a Linda Rando di Writer's Dream

pubblicato da Andrea Coccia in: blog&web approfondimenti interviste apocalittiche

Prima giornata contro l'editoria a pagamento: un intervista a Linda Rando di Writer's Dream Forse molti dei lettori non la conoscono, ma nella grande rete sta pian piano diventando un vero e proprio punto di riferimento nella lotta contro quella che considera, come molti, un paradosso editoriale, vale a dire l’editoria a pagamento. Proprio nell’ambito di questa lotta è stata la promotrice di questa Prima giornata nazionale contro l’editoria a pagamento. Per conoscerla e per cercare di capire meglio i motivi di questa lotta, l’abbiamo intervistata per voi.

Ci spieghi in due parole che cosa si intende quando si parla di editoria a pagamento? E perché la sua esistenza rappresenta un problema?

L’editoria a pagamento consiste nel pagare l’editore per pubblicare il proprio libro. Sarebbe come pagare il proprio datore di lavoro per continuare a lavorare nell’azienda: un’assurdità. È problematica perché, oltre a intasare il mercato con migliaia e migliaia di pubblicazione prive di qualità (la maggioranza degli editori a pagamento non fa uno straccio di selezione ma finge di farla) inganna gli aspiranti scrittori. Li riempie di lusinghe, fa loro credere che pagare sia l’unico modo per pubblicare, che non ci siano editori che pubblicano gratis e via dicendo. In sostanza raccontano un cumulo di frottole. Decisamente troppe per chi sostiene di non aver nulla da nascondere o di cui vergognarsi.

Quando è perché è nata in te la volontà di lottare contro l’EAP?

È nata due anni fa, quando ho aperto il Writer’s Dream. Mi sono imbattuta per caso in un articolo che parlava di editoria a pagamento e ho pensato “no, non è possibile che ci sia gente che creda che funzioni davvero così”. Ho iniziato a parlarne, ad approfondire e a diffondere. Avevo sedici anni.

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Intervista: Gordiano Lupi racconta Cuba

pubblicato da Giammarco Raponi in: blog&web interviste apocalittiche horror

Gordiano Lupi si occupa prevalentemente di cultura cubana e di cinema italiano. Ha scritto diversi romanzi ambientati a Cuba, alcuni saggi su musica, religione e società cubana, alcune raccolte di racconti ambientati nella provincia italiana. Ha pubblicato molte monografie sul cinema di genere italiano. Traduce il blog di Yoani Sanchez, Generacion Y, collabora con La Stampa, con Scritture e Pensieri del Corriere Nazionale. Traduce diversi scrittori cubani, tra i quali segnaliamo: Alejandro Torreguitart Ruiz, Felix Luis Viera, William Navarrete. Tutto ciò che c’è da sapere su Gordiano Lupi lo troviamo su www.infol.it/lupi. Ma noi lo abbiamo sentito per l’ultimo libro che ha pubblicato, Una terribile eredità, edito da Perdisa.

Una terribile eredità è il frutto di una lunga gestazione oppure è un libro che è nato da un’urgenza diversa, più immediata? 
Nasce da un racconto breve scritto alcuni anni fa: Il sapore della carne, per un’antologia horror. Ho riletto quel racconto e mi sono detto che c’era spazio per farne un romanzo trattando con maggior ampieza i temi della guerra d’Angola e del periodo speciale cubano. La storia nasce da un’urgenza, come tutte le mie poche cose di narrativa. Non sono uno scrittore commerciale, né un autore di best seller. Quando scrivo narrativa lo faccio solo perché devo farlo. La storia è in parte vera e deriva dai ricordi d’Angola di un reduce cubano che ho conosciuto.

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Una breve intervista a Tiziano Scarpa su La vita, non il mondo

pubblicato da Andrea Coccia in: scrittori interviste apocalittiche narrativa italiana

Un'intervista a Tiziano Scarpa su La vita, non il mondo Scrittore tra i più eclettici e multimediali, Tiziano Scarpa, prima di aggiudicarsi il Premio Strega del 2009 grazie a Stabat Mater, ha avuto un percorso artistico variegato, passando da un genere all’altro, da un medium all’altro: da romanzi come Occhi sulla graticola e Kamikaze d’Occidente, alla poesia di Groppi d’amore nella scuraglia e Covers (insieme a Raul Montanari e Aldo Nove), passando dal teatro, dai saggi critici, dagli aforismi, fino alla compilazione di una guida turistica di Venezia, dal titolo Venezia è un pesce.

Qualche giorno questa variegata produzione si è arricchita, è infatti uscito, per i tipi Laterza, La vita, non il mondo, una raccolta di brevi ragionamenti, non più lunghi di 1000 battute, sull’esperienza personale del mondo, sulla vita, brevi riflessioni che lo scrittore veneziano ha raccolto, in polemica con un certo modo, tipico del giornalismo, di rappresentare il mondo come “attualità”.

Ancora una volta dunque, lo scrittore veneziano, fedele alla sua linea, ci propone un libro-esperimento, un libro un po’ fuori dagli schemi. Per cercare di capire perché noi lo abbiamo intervistato.

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Intervista a Iain Levison: lo scrittore precario

pubblicato da Giammarco Raponi in: blog&web recensioni interviste apocalittiche narrativa straniera

È appena uscito per i tipi di Edizioni Socrates il divertentissimo Ammazzarsi per sopravvivere, di Iain Levison, il cui sottotitolo aggiunge molto al contenuto del libro: Le infinite fatiche di un precario americano. Nonostante il libro sia uscito in America nel 2001, quando cioè la crisi economica era ancora di là da venire, senza particolari doti di preveggenza Levison tratteggia un’America molto vicino al collasso, nella quale a soffrire sono soprattutto i lavoratori precari.

Come ti è venuta l’idea per il libro?
Io stesso facevo quella vita, e nessun altro all’infuori dei sociologi sembrava accorgersi dell’esistenza di gente come me. Passavo tutto il giorno a svolgere qualche schifo di lavoro, poi mi ritrovavo a guardare una partita in tv e mi rendevo conto che le pubblicità della birra erano le uniche che fossero indirizzate a me. Ehi tu, tizio che guadagna 7 dollari e 25 l’ora, ti piacerebbe comprare una BMW nuova fiammante? Ti piacerebbe investire con la Charles Schwab? I media hanno perso ogni contatto con la realtà. I ragazzi di Friends vivevano in un appartamento di Manhattan. Anche io vivevo in un appartamento di Manhattan, e pagavo mille dollari al mese per dormire sul pavimento di un monolocale. Il punto non è la povertà, anche se da quella realtà non si può prescindere. Il punto è il divario, la differenza tra come l’America viene dipinta e com’è realmente per la maggior parte di noi.

Il libro è del 2001, ma in America la crisi è scoppiata nel 2008. Questo vuol dire che c’era già qualcosa nell’aria. Perché, secondo te, sembra essere stata colta di sorpresa?
Gli americani vivono in un mondo fantastico creato dalla televisione e consolidato dalla pubblicità e dalla stampa. L’economia va a gonfie vele! Ogni giorno i delinquenti finiscono in prigione grazie a onorevoli avvocati! Lottiamo per la libertà! È esilarante. La realtà è sotto gli occhi di tutti. Eppure abbiamo sviluppato questa strana tendenza a ignorare quello che abbiamo di fronte per vedere invece solo quello che ci viene detto di vedere, quello che ci viene suggerito. Ora come ora in prigione ci sono tre milioni di persone. È circa l’1% della popolazione, una percentuale di gran lunga superiore a quella di ogni altra nazione, comprese le dittature. Un Paese che sbatte l’1% dei suoi esseri umani dietro le sbarre non può reggere molto a lungo. È un segno che c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Di cose sbagliate ce ne sarebbero a dozzine, chiaramente, questa è solo la prima che mi è venuta in mente. Questo Paese, con tutto ciò che aveva di grande, è stato distrutto da fanatici accecati dall’avidità.

Cosa ne pensi del premio Nobel a Obama?
La Commissione di Oslo voleva alzare il dito medio contro Bush, e Obama ha avuto fortuna.

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Premio Urania: intervista a Francesco Verso

pubblicato da Giammarco Raponi in: blog&web interviste apocalittiche interviste allo specchio

Arriva oggi nelle edicole E-Doll, il libro vincitore dell’ultimo Premio Urania, di Francesco Verso; un autore che ha le idee chiare sul genere fantascienza, e che si è rimesso subito al lavoro: una rivista (NeXT), una nuova iniziativa editoriale con Kipple, un nuovo romanzo e un sito www.francescoverso.com .

Avevi già sfiorato una volta il premio Urania nel 2004, adesso invece l’hai vinto. Cos’è successo nel frattempo?
Questo è un Premio che ho rincorso per cinque lunghi anni. Anni durante i quali, oltre a maturare in me la consapevolezza che avrei dovuto continuare a credere nella vittoria finale, ho fatto molte altre cose come sposarmi, separarmi, trovare la giusta compagna, Elena, con cui fare una splendida bimba, Sofia, che ora ha già un anno e mezzo. In effetti non sono rimasto con le mani in mano e ho trovato comunque il modo di scrivere E-Doll; e alla fine mi sono affrancato da un lavoro in una multinazione del settore informatico che non faceva più per me. Ho stretto i denti finché ho potuto, scrivevo all’alba prima di andare in ufficio e dopo il tramonto per chiudere il romanzo ma poi, grazie al congedo parentale in seguito alla nascita di Sofia, ho deciso di fare il grande salto nel buio: mi sono iscritto a un Master in editoria e mi sono convito che valeva la pena di credere nella possibilità di realizzare un sogno invece che continuare a sognarlo nei ritagli di tempo.

Da dove nasce l’idea per il libro?
Spesso è la nuda cronaca a ispirare la nascita dei miei personaggi e lo sviluppo della trama. Com’era già avvenuto con “Antidoti umani” con un articolo sul cibo che si adattera’ ai gusti del consumatore, E-Doll è scaturito da una riflessione fatta in seguito all’ennesimo servizio sugli stupri di gruppo, sulla violenza casalinga, sugli abusi perpetrati ai danni delle donne e dei minori. Da li e’ nata l’idea di creare degli esseri artificiali che fungessero da “sfogatoi”, come li chiama un personaggio del romanzo, un termine quanto mai brutto e crudo ma come definire altrimenti l’aggressivita’ che si riversa cosi spesso sui piu’ deboli? E poi mi piaceva il fatto di ribaltare l’idea che ci hanno sempre inculcato nei confronti dei robot, oggetti cioe’ molto utili ma inanimati i quali restano dei pericolosi compagni di vita, entita’ spesso minacciose di cui avere un certo timore. In E-Doll invece avviene l’esatto contrario.

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Intervista a Elizabeth Strout, premio Pulitzer 2009

pubblicato da roberta in: blog&web scrittori Novità Mondo Libri interviste apocalittiche narrativa straniera

elisabeth stroutDestinata a raccogliere la stessa popolarità di romanzi leggendari come “Via col vento” di Margaret Mitchell, “Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway e “Amatissima” di Toni Morrison, “Olive Kitteridge” è il patchwork di racconti scritti dalla scrittrice americana Elizabeth Strout, arrivata in Italia per presentare il suo romanzo, vincitore del Premio Pulitzer 2009. Fazi editore ne ha già vendute 40mila copie, arrivando a ristamparla 5 volte in 2 mesi. Noi di Booksblog, l’abbiamo intervistata per saperne di più.

Cos’ha il romanzo “Olive Kitteridge” che piace tanto alla gente?
Penso dipenda dal fatto che rappresenta e descrive sentimenti universali, con i quali la gente si confronta normalmente nella propria vita. Racconto quello che molte persone non hanno a volte il coraggio di esprimere, navigo nella profondità delle emozioni.

Come è nato?
La prima immagine che ne ho avuto è stata quella di lei al tavolo del picnic durante il matrimonio del figlio Christian, mentre desiderava che finalmente tutti gli invitati se ne andassero. Non è sempre in primo piano nei racconti che conpongono il romanzo perchè è un personaggio cosi forte e duro che ho voluto dare delle pause al lettore. Inoltre nella vita i punti di vista sul mondo sono sempre molteplici.

Olive è servito a Elisabeth per comprendere meglio se stessa e la sua vita?
Si dovendo entrare in profondità nel personaggio ho dovuto conoscere meglio me, utilizzare le mie esperienze per immaginare le sue.

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In vacanza con l'enigmistica di Stefano Bartezzaghi: intervista

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bartezzaghiAnche questa estate, l’enigmistica si prende i suoi tempi e le sue rivincite, nero su bianco. Merito di Stefano Bartezzaghi, grande esperto di gioco intellettuale, classe ‘62, che tutti i giorni si confronta con i lettori nella versione on-line della sua rubrica settimanale di Repubblica “Lessico e nuvole”; di lui la Mondadori ha appena sfornato “Il libro dei giochi per le vacanze”, un “diletto perfetto” come anticipa un refuso in copertina, storpiando il titolo di un celebre libro della Christie, con il preciso obiettivo (raggiunto) di invitarvi a prender carta e penna per risolvere i 160 indovinelli, parole crociate altri giochi di parole italiane che farciscono il volume.

Ma se Stefano parlasse di Bartezzaghi, cosa direbbe del più grande enigmista made in Italy?
Non sono sicuro di aver capito la domanda. Se si riferisce a mio padre, Piero, che sicuramente è stato fra i grandissimi dell’enigmistica, direi che era una persona molto seria e molto divertente e che era nato per fare cruciverba ed enigmistica in genere. Alcuni suoi giochi sono letteralmente incredibili: e alla sua epoca, niente computer e niente motori di ricerca, tutta memoria personale. Se invece la domanda è riferita a me, allora posso assicurare di non essere affatto un grandissimo enigmista. Mi sono trovato, per diverse vicende e fortune personali, a un incrocio in cui era possibile fare passare un po’ di enigmistica in luoghi (giornali e libri) in cui non se n’era mai vista molta, e per mettere i giochi dell’enigmistica vicino alle altre forme di cultura nazionali.

Le vie del signore, nell’enigmistica sono finite?
Sì, perché l’enigmistica è combinatoria e quindi ogni soluzione è sicuramente una combinazione delle ventisei lettere dell’alfabeto. A rendere tutto aleatorio c’è la possibilità di un errore dell’autore, o di chi pubblica il gioco: ma se non ci sono errori allora il solutore può sempre arrivare alla soluzione.

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Sui tempi di Facebook: conversazione con Mattia Carzaniga

pubblicato da Andrea Coccia in: libri interviste apocalittiche

l'amore ai tempi di facebook Nelle ultime settimane il fenomeno Facebook, amato e odiato da milioni di italiani, ha cominciato la sua espansione mediatica e si è infiltrata nel mondo letterario. Se da una parte il fenomeno può spaventare, dall’altro è evidente che qualcosa offre, qualcosa di molto prezioso vista la quantità di persone che ha saputo coinvolgere in un solo anno. Insomma Facebook si configura sempre di più come un fenomeno da tenere d’occhio, tra invasione della privacy e comunicazione politica, infatti il più grande social network di sempre trova sempre il modo di far discutere.
Ne abbiamo brevemente discusso con Mattia Carzaniga, uno degli autori di “L’amore ai tempi di Facebook”, un ludopamphlet monografico dedicato, da due Facebookers, al mondo virtuale (o no) di FB…

Nelle ultime due settimane sono usciti tre libri che hanno come baricentro Facebook (L’amore ai tempi di Facebook, Lovebook e Facebook. Tutti nel vortice). L’editoria ha trovato un’altra gallina dalle uova d’oro? Non c’è pericolo di sovraffollamento?
«Facebook è un po’ la cosa di cui tutti parlano, perciò è ovvio che la tentazione all’instant book sia molto forte. Il nostro libro si differenzia dagli altri perché non vuole essere né una guida tecnica né un romanzo, tantomeno un pamphlet serioso. È un saggio divertente e divertito, che si muove tra costume e (auto)ironia, ma che vuole anche essere l’occasione di parlare di come e quanto è cambiato il modo di relazionarsi agli altri nell’epoca del web. È una lettura che possono fare facebooker e non: si parla del nostro tempo, prima ancora che di FB, che va inteso in senso lato, come pretesto. Al pari dell’amore, ovviamente»

A livello di impatto nella vita pubblica e privata, Facebook ha superato di molto tutti i network sociali in circolazione, come mai? Cosa offre in più degli altri?

«FB è probabilmente il miglior surrogato di realtà che ci sia in circolazione in rete. Intanto perché chi si iscrive si presenta con nome e cognome veri, i nickname sono molto rari. E poi perché raccoglie e “sintetizza” un po’ tutte le esperienze che si possono fare on line: c’è la posta privata, che vale come l’e-mail, e la chat; le note postate a mo’ di blog (e anche la funzione del “commento” è rubata ai blog) e la “bacheca” pubblica, quasi un’evoluzione degli sms. E poi c’è la “news feed”, l’home page che fa l’effetto di una grande piazza virtuale in cui si incrociano i destini, e dove a volte li si può condizionare, gettando ami a cui chi vuole potrà abboccare».

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Scozzari e i suoi XXXX Racconti porni: intervista

pubblicato da roberta in: eros interviste apocalittiche

racconti porniUccello fa rima con Cervello? Se volete rispondere a Filippo Scozzari esplorate le fantasie sessuali che covate leggendo “XXXX Racconti Porni”. È tornato - in riedizione aggiornata e arricchita d’inediti - il suo sesso sfrontato e divertito, contro i luoghi comuni dei facili costumi; 51 narrati irriverenti, creati per combattere la sua crociata pro intelligenza. Scozzari lo fa calandosi nelle cantine di un genere più idiota che maledetto, più stantio che ribaldo. Rinnovando i precetti servendosi anche del noir come fosse una testa d’ariete per abbattere il nido di banalità attorno al sesso. Chi si aspetta squallori da camionista non lo compri. Ma legga l’intervista che gli abbiamo fatto.

Signor Scòzzari, su gentile richiesta del pubblico, come si diceva una volta, e grazie alle amorevoli cure della Coniglio Editore, la sua antologia “XXXX!” è appena ritornata tra gli scaffali. Perché la sgrammaticatura nel sottotitolo “Racconti porni”?
Peccato doverlo spiegare. Le battute non andrebbero spiegate. Farò uno sforzo. Le riviste porno vecchio stile, foto così là, stampate così là, accoppiate ad articoli assurdi, sono scomparse da un pezzo, maciullate dalla rete. Vacche d’ogni tipo e colore, meravigliose e onnipotenti e gratis, t’arrivano in casa ad un semplice clic, senza tante storie. Dribblate per sempre le forche caudine dell’esoso, antipatico edicolante. Non devi più stipare i tuoi tesorini di carta nel sottotetto o in garage, alla mercé di figli, mogli, inondazioni e topi. Un cd è più che sufficiente.

Ma una volta non era così…
Dell’era pre-computer m’è rimasto appiccicato il disprezzo per quei testi, di un’imbecillità senza pari. A volte anche le foto contribuivano a concimare il mio odio, specie quelle con lo scopatore in sandali e calzini corti. Diagnosticavo Germania al volo. Sgrammaticature estetiche urticanti, nemiche.

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Booksblog intervista Alessandro Montosi, autore di Mazinga: mitico robot

pubblicato da roberta in: case editrici libri per ragazzi interviste apocalittiche curiosità

mazingaUn veicolo volante di colore rosso sfreccia nel cielo. Lo guida un ragazzo vestito con una tuta rinforzata anch’essa di colore rosso e un casco bianco dotato di visiera scura che gli copre gli occhi. Giunto nei pressi di un’enorme piscina, il ragazzo urla un comando destinato a diventare leggendario: “Mazinga Fuori!”. Ecco che le acque si ritirano, appare una piattaforma su cui si erge un enorme robot. Con questi fotogrammi, nel dicembre 1972, inizia in Giappone la sigla di Mazinga Z. La stessa scena in Italia apparirà 8 anni più tardi. Chi l’avrebbe mai detto? Da robot che doveva risolvere i problemi con il traffico in città, l’androide divenne un mito. Lo racconta Montosi, nel libro editato da Iacobelli.

Perché un libro sui “Mazinga”?
Ho deciso di occuparmi del volume dedicato ai Mazinga, per cercare di fare definitivamente chiarezza su questi due robot. In Italia, solitamente, molte persone credono che di “Mazinga” ne esista solo uno, facendo molta confusione tra il Mazinga Z che venne trasmesso nel 1980 da Rete 1 (cioè l’attuale Rai 1) e Il Grande Mazinga che arrivò invece l’anno prima su alcune tv locali. Originalmente, in Giappone, il primo robot gigante guidato internamente da un pilota fu Mazinga Z (il suo pilota è Koji Kabuto, da noi diventato “Ryo Kabuto”), creato nel 1972 da Go Nagai e trasposto in fumetto e in serie televisiva (formata originalmente da 92 episodi, di cui in Italia ne sono arrivati solo 51 pieni di scene tagliate). Sulla scia dell’enorme successo di Mazinga Z, venne creato un “sequel” chiamato Il Grande Mazinga (56 episodi tutti arrivati in versione integrale in Italia) e un terzo capitolo intitolato Ufo Robot Grendizer, che corrisponde al nostro Goldrake (giunto da noi per primo nel 1978 su Rete 2, l’attuale Rai 2). Negli anni successivi Nagai ha creato delle ulteriori opere sui Mazinga, a metà tra il remake e il sequel. Nel libro viene appunto fatta chiarezza sia sull’opera capostipite (Mazinga Z), sia su tutti i suoi seguiti e remake.

Che ricordi hai dei Mazinga?
Mazinga Z lo conobbi negli anni ’80, attraverso alcuni super 8 che mi comprò mio padre. Mi colpì molto che il protagonista, Koji Kabuto, doveva imparare ad usare il suo robot per combattere contro i cattivi. Imparare ad usarlo non era facile e Koji finiva anche per sbattere la testa e farsi male mentre tentava di pilotarlo, un po’ come un bambino, per imparare ad andare in bicicletta, cade molte volte per terra prima di riuscire a guidarla correttamente. È stato questo fatto del “dover imparare a usare il robot” a farmi affezionare molto a Mazinga Z, che è tuttora una delle mie serie preferite!

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