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  <title>booksblog</title>
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  <pubDate>Wed, 23 May 2012 12:24:02 GMT</pubDate>
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  <copyright>2004-2011 Blogo.it</copyright>
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    <title>Racconto: Un geroglifico di amore e morte, di Alfonso Maria Petrosino</title>
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    <pubDate>Wed, 25 Feb 2009 13:33:55 GMT</pubDate>
    <dc:creator>dario</dc:creator>
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    <category>giallo-e-noir</category><category>i-bellissimi-di-booksblog</category><category>alfonso petrosino</category><category>bellissimi</category><category>geroglifici</category><category>in evidenza</category><category>racconti</category><category>racconti gialli</category>
    <description>Dopo qualche giorno di pausa, tornano I Bellissimi di Booksblog. Lo splendido racconto che vi proponiamo oggi s&amp;#8217;intitola Un geroglifico di amore e morte ed è un inedito di Alfonso Maria[...]</description>
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    <p style="clear:both">
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    </p>
<p><img src="http://static.blogo.it/booksblog/bellissimipetrosino.jpg" class="post-h" align="left" border="0" width="432" height="323" alt="I Bellissimi di Booksblog presenta... Alfonso Maria Petrosino" /><br clear="both" /></p>
<p>Dopo qualche giorno di pausa, tornano <em><a href="http://www.booksblog.it/categoria/i-bellissimi-di-booksblog">I Bellissimi di Booksblog</a></em>. Lo splendido racconto che vi proponiamo oggi s&#8217;intitola <em>Un geroglifico di amore e morte</em> ed è un inedito di Alfonso Maria Petrosino. </p>
<p>Alfonso Maria Petrosino - classe 1981, salernitano ma residente a Pavia - ha fin qui pubblicato due raccolte di poesie: <a href="http://www.ibs.it/code/9788895762012/autostrada-del-sole/petrosino-alfonso.html"><em>Autostrada del sole in un giorno di eclisse</em></a> e <em><a href="http://www.hoepli.it/libro.asp?ib=9788874335169&#038;pc=000010002001002">Parole incrociate</a></em>. Alla prova del racconto, si dimostra non meno acuto e capace che coi versi.</p>
<p><em>Un geroglifico di amore e morte</em> è un piccolo giallo dall&#8217;eccezionale atmosfera e dal finale imprevedibile, originalissimo nel suo essere sospeso tra ironia e inquietudine, tra squallore e squarci di autentica poesia metropolitana. Lette due righe, non si riesce più a staccarsene fino alla fine. Buona lettura.</p>



<p><strong>UN GEROGLIFICO DI AMORE E MORTE</strong><br />
<em>di Alfonso Maria Petrosino</em></p>
<p><em>Fuori dall’università</em><br />
Se quando il tempo è mite si dice che il cielo sorride, direi che ora sta sghignazzando. E nel grande caldo della sua risata, il vento è una benedizione rara. Cammino a passo spedito per rifugiarmi all’ombra; di questo passo avvisterò un miraggio o, se sarò fortunato, la terra promessa.</p>
<p>Ho consegnato la tesi venerdì scorso e la discussione sarà fra dieci giorni. Pensavo di trascorrerli tutti e dieci a letto, possibilmente in compagnia, ma per uno strano meccanismo cerebrale tutto il sonno arretrato che ho accumulato non vuole farsi avanti a riscuotere quanto gli è dovuto. Per quanto riguarda la compagnia, invece, be’ quella viene e va; soprattutto va. E così anch’io vado in biblioteca, la beata e sempre ombrosa biblioteca a restituire i libri che avevo da tempo immemore preso in prestito e a porgere le mie contrite scuse per il ritardo nella consegna: arrivederci, mi scusi ancora e grazie. Quando esco mi rendo conto che la stanchezza che punge i tendini e le giunture delle ginocchia e quella che sottilmente rosica le tempie stanno prendendo contatti, ma ho ancora diverse ore di autonomia in cui godermi l’imminente estate.</p>
<p>Uscendo schivo Mohammed che mi dice di fare il bravo e di comprare uno dei suoi libri, dottorzigzago i due leninisti-marxisti che chiedono un obolo per la rivoluzione e infine tiro dritto davanti ai subdoli che ti fermano con la scusa di farti una domanda e la domanda poi è: “Quanti soldi mi dai?” Lunedì mattina: il giorno successivo al giorno del Signore appartiene al dio Denaro.</p>
<p>All’entrata, o all’uscita, sotto le bandiere appassite (l’europea azzurrostellata, il tricolore italiano e, tra queste, un’ipotetica bandiera bianca) mi fermo e leggo sulla saracinesca abbassata dell’armeria di fronte la scritta <em>Ti amo Anna</em>, Anna in stampatello e ti amo in corsivo. Le A e le N sono gonfie, turgide d’amore, si direbbe. A voler azzardare una lettura psicologica della grafia, si potrebbe dedurre dalla duplice scelta maiuscolo/minuscolo che l’anonimo autore, o l’inconscio dello stesso, insinui che i sentimenti vanno e le persone restano; un nome, in realtà, più che una persona, perché a quale Anna faccia riferimento non ci è dato saperlo. Proseguo a sinistra in direzione del fiume, perché la strada dopo un po’ inclina e diventa una discesa e mi sento di un umore condiscendente con la gravità. Pochi secondi e metri dopo, però, mi suona il telefono ed è Matteo:<br />
“Hai visto la scritta davanti all’università?” mi chiede: vorrei farmi affascinare dalla bellezza delle coincidenze, ma so quanto esse siano apparenti e gli dico, senza entusiasmo:<br />
“Ti riferisci a quella sulla saracinesca?”<br />
“Ti amo Anna: mi riferisco a quella.”<br />
“Proprio ora, sì. Perché?”<br />
“Hai un’idea di chi l’abbia fatta?” e con la stessa assenza di entusiasmo di cui sopra, gli dico: “No.”<br />
“Non è che puoi scoprirlo?”<br />
“E perché?” Il perché lo so, ma voglio farglielo dire, nella speranza che, sentendoselo dire, si ravveda da solo. “Voglio sapere se si riferisce ad Anna.”<br />
“E anche se fosse? E poi non saprei come farlo.”<br />
“Mi interessa; sai com’è: mi incuriosisce. Quello con cui sta adesso è un personaggio squallido, lui di sicuro non è stato: credo che non sia nemmeno alfabetizzato. Vorrei sapere chi è che ci prova così.” Matteo è uno di quelli che quando si innamora fa le cose per bene. La sua storia con Anna è finita tre o quattro anni fa: la vita continua e di ragazze nella vita di Matteo ne sono continuamente transitate da allora, tante, ma l’amore per ognuna di loro e per Anna in particolare non per questo cesserà. È cessato il buon senso in compenso, e così gliene propongo un po’ io, così, a tempo e causa persi, dicendogli: <br />
“Ma non sai se è per lei. Di Anne sai quante ce ne sono.” E in mente me ne vengono almeno un paio, oltre a quella di Matteo, che meriterebbero, se non la scritta, almeno il sentimento di cui la scritta parla. Ma prevedibilmente lui mi replica:<br />
“Dài, cosa ti costa? Sei in vacanza.”<br />
“Appunto: sto per partire. Anzi, l’hostess mi fa segno di spegnere il telefono.”<br />
 “Dài, Giulio, che poi ti offro da bere.” In questo momento storico mi è particolarmente difficile sottrarmi al fascino dell’alcol; perciò gli dico che farò un tentativo e lui mi ringrazia, saluta e chiude.</p>
<p>Così torno sui miei pochi passi, dicendomi che d’altronde tornare a letto alle dieci di mattina sarebbe immorale. <em>Ti amo Anna</em>. Il colore della vernice è argentata, cosa che non mi dice granché, se non che abbiamo a che fare con una persona di dubbio gusto. ANNA, ANNA, ANNA, nada: la scrittura maiuscola è simmetrica, anonima e non dice niente. La frase <em>Ti amo</em>, invece, è più particolare: sulla <em>i</em> non c’è il puntino, la <em>m</em> con le sue due gobbe ricorda quella dorata del McDonald’s e la <em>o</em> ha una piccola stanghetta finale, in alto a destra, come la fanno i bambini. Un teppista precoce o un attardato peterpan? Vado dal portiere dell’università che è fuori dall’ufficio a<br />
guardarsi intorno e gli dico:</p>
<p>“Questi giovani!” indicandogli la scritta, come se giovane non lo fossi anch’io. Lui sorride,<br />
annuisce e resta zitto. “Chissà chi lo ha fatto?” insisto. E lui insiste a sorridermi e a tacere. Lascio perdere e mi avvicino<br />
alla saracinesca: gratto via un po’ di vernice con una chiave e la faccio cadere in un fazzoletto di carta: è molto più di quanto mi fossi ripromesso di fare stamattina andando in biblioteca, perciò me ne vado soddisfatto a casa. Guardo il letto, ma non mi attrae particolarmente: dovrei prendere l’abitudine di cambiare le lenzuola più spesso. Cerco sulle pagine gialle i colorifici in città: sono nove e mi segno su un foglio gli indirizzi. Tralascio quelli in provincia, perché, se no, non me la cavo più. Per tagliare cortissimo decido di tentare la scorciatoia delle scorciatoie: chiamo Anna e le chiedo se ha tempo e voglia per un caffé e un quarto d’ora dopo sono di nuovo in università.</p>
<p><em>Io voglio, Aaaaaanna</em><br />
Un murales lungo quanto l’intera muraglia cinese (più di 6500 chilometri) con tutti i sonetti d’amore prodotti in Europa da Iacopo da Lentini agli ultimi e algidi epigoni, tradotti e trascritti in ideogrammi, o tornando indietro nel tempo uno con tutti i colori proibiti nella DDR sul muro di Berlino, rischiando mitragliate e arresti della Stasi (Da dove vieni? mi chiederebbero e potrei rispondere con una data): questo è il tributo che mi pare appropriato ad Anna, quando la vedo incedere verso di me. Guardandola diresti che non ci sono guerre, che non c’è miseria; cibo per tutti e felicità. Anche i convenevoli e le chiacchiere superflue hanno con lei la dolcezza dei recitativi. Le chiedo della sua vita, così vitale sempre, del personaggio che Matteo definisce “squallido” e di cui insinua l’analfabetismo ma che non posso ciò nonostante non invidiare, dal momento che è a lui che Anna accorda i suoi favori; e infine alla scritta sulla saracinesca che porta il suo nome ed una dichiarazione che, ora me ne rendo conto più che mai, chiunque, uomo o donna con un minimo di buon gusto, dovrebbe sottoscrivere. Mi dice di non averla vista, di non saperne niente, ed archivia<br />
così ogni sospetto di Matteo. Ci congediamo e, come sempre, me ne rammarico.</p>
<p><em>Il palindromo allungato</em><br />
L’ozio misteriosamente affatica. La stanchezza tenta un colpo di stato e decido così di coricarmi accordandomi al fuso orario di Los Angeles, nella speranza di sognare Anna o una sua sinonima. Quando mi sveglio sono le sei e mezza del pomeriggio; mangio qualcosa (uova soda e riso; tè alla vaniglia) senza avere veramente fame e scendo a guardare di nuovo la scritta, ma il lunedì pomeriggio l’armeria è aperta e la saracinesca è arrotolata su se stessa. All’entrata dell’università incrocio una ragazza che ho già visto un paio di volte e sulla cui identità già un paio di volte mi sono interrogato. Ha l’aria di essere straniera, di avere trent’anni e di non amare i perdigiorno farfalloni, quale io sarei se cercassi di avvicinarla. Indossa una canottiera perfettamente consona al clima della giornata ma non al suo portamento, che è autunnale, in modo, a mio modo di vedere, adorabile. Sta parlando con un’impiegata del rettorato che la saluta dicendo: “Ciao Anna!” La tedesca (ho deciso che è tedesca e che nel suo caso Anna ha due acca, una avanti ed una dietro: Hannah) si allontana in direzione del fiume ed io, più per inerzia che per altro, la seguo a distanza di sicurezza. La vedo entrare in un negozio di abbigliamento ed uscire con un pacchetto. Torna sui suoi passi, incrociando i miei: mi fingo interessato alla vetrina davanti alla quale mi trovo, che vende accessori per vino. Non pensavo che esistessero cavatappi così strani. Mi supera e mi rimetto nella sua scia. Che cosa ho intenzione di fare non lo so. Il perdigiorno decide di perdere anche la faccia, così, giunti all’incrocio con la piazza, la raggiungo e dico: “Scusami, ti chiami Anna, vero?”<br />
lei mi guarda con moderata sorpresa e risponde semplicemente: “Sì.” Allora le dico della scritta sulla saracinesca e del fatto che l’avevo vista altre volte e che così, insomma, mi chiedevo se. La mattina dopo mi porta a letto il caffé.</p>
<p><em>Calligrafismo e materialismo dialettico</em><br />
Dopo che sono uscito da casa sua, mi suona il telefono: è di nuovo Matteo, ma non rispondo. Fare il giro dei colorifici mostrando la vernice grattata e chiedendo se ricordano di aver venduto a qualcuno bombolette spray di quel colore ora mi si prospetta come un’inutile ricerca. Camminando per corso Mazzini leggo distrattamente una scritta rossa: <em>i libri costano troppo</em>, una falce incrociata a un martello e la firma <em>GCPV</em> (dove G sta per giovani, C per comunisti e PV per Pavia). Non mi fermo nemmeno, mentalmente concordo e proseguo. Poi mi fermo, ci ritorno davanti quasi camminando all’indietro e rileggo: <em>i libri costano troppo</em>. Le o finali di <em>costano</em> e <em>troppo</em> hanno una stanghetta in alto a destra. Sono le stesse o di <em>ti amo Anna</em>. Lascio passare tra cose inutili quella che sarebbe stata la mia ultima giornata, in attesa che apra il locale Arci in cui lavora un giovane comunista che conosco. Lui, da quando ho fatto una carognata ad un suo amico, mi ha tolto il saluto e mi dà tutto il suo disprezzo; ma siccome lavora dietro al bancone forse qualche domanda gliela riuscirò ad estorcere:<br />
“Con te non parlo” è la prima cosa che mi dice, e dicendola, già si contraddice.<br />
“Ho bisogno di un’informazione, poi me ne vado.” “Te ne vai subito, invece.”<br />
“Chi dei giovani comunisti scrive gli slogan sui muri?” “Ma cosa cazzo vuoi?” “Sapere chi scrive gli slogan sui muri.”  “Ce l’hai la tessera Arci per stare qui?”  “No, non ce l’ho.”<br />
“E allora fuori” e sono costretto ad andarmene. Fuori, però, mi si avvicina uno che mi dice:<br />
“Tu però lo devi capire: sei stato un pezzo di merda.”<br />
“Sì, sì, lo so.”<br />
“Cos’è che vuoi sapere?”<br />
“Chi di voi ha scritto a corso Mazzini quello slogan: i libri costano troppo.”<br />
“E perché lo vuoi sapere?” “Perché è la stessa mano che ha scritto un’altra frase vicino all’università e così…” “Be’, a corso Mazzini l’ho scritta io.”<br />
“Tu?”<br />
“Più o meno, sì.”<br />
“Come sarebbe: più o meno?”<br />
“Più o meno nel senso che dovevo scriverla io, ma poi avevo da fare e poi con la vernice non sono bravo e così l’ho fatta fare a un altro.” “Chi?”<br />
“Si chiama Ernesto. È uno che sta a Milano e fa il graffittaro.”<br />
“Mica hai il suo numero?”<br />
“No. Ma so dove abita una che il suo numero sicuramente ce l’ha.”<br />
“A Pavia?” “No, a Milano.”<br />
“Puoi darmi l’indirizzo?” Mi guarda per un attimo, prende una specie di agendina e nonostante io sia un pezzo di merda me lo dà.</p>
<p><em>L’obsolescenza dei piccioni viaggiatori</em><br />
Mi incammino verso la stazione, mentre mi chiedo fra me e me che cosa non si faccia per un aperitivo con un amico. Il primo treno per Milano parte dopo quindici minuti, che sono venticinque, considerato il ritardo. Nel sottopassaggio leggo con la coda dell’occhio delle scritte, ma ne noto solo una che dice: <em>Lucifero fa schifo</em>: un satanista pentito?</p>
<p>Una volta a Milano scendo in Centrale e prendo la metropolitana fino a Cadorna; incrocio un paio di persone poco raccomandabili, ragazze carine nessuna. Quando esco dalla metropolitana vedo il cielo grigio e tra me e il cielo piccioni in volo: quanti saranno? Cerco Corso Magenta ma sbaglio, come previsto, traversa; dopo un po’, però, trovo il numero dell’indirizzo. Il cognome è Paoli, ma non lo vedo. E adesso? Controllo, penso all’ipotesi di suonare ad uno dei campanelli senza nome, ma dando una seconda occhiata lo trovo: eppure ero sicuro che un attimo prima non ci fosse. Non risponde nessuno; riprovo: niente.<br />
“Chi è?” mi sento chiedere all’improvviso dal citofono. Dico: “Pronto,” come se fossi a telefono. E di nuovo mi sento chiedere dal citofono:<br />
“Chi è?” ed io rispondo: “Sto cercando Ernesto. Mi hanno dato questo indirizzo” e aggiungo: “Mi chiamo Giulio.” Passano dieci secondi e mi sento chiedere: “Ernesto chi?”<br />
“Ernesto che fa i graffiti.” Altri dieci secondi di silenzio. E poi: “Quarto piano!” e lo scatto del portone che si apre. Il palazzo è vecchio, ma tenuto molto bene; l’ascensore è modernissimo e al posto dei pulsanti ha una tastiera elettronica. La ditta che lo ha installato si chiama Schindler: mi chiedo se ci sia una parentela. Quando arrivo al piano mi guardo a destra e a sinistra per trovare la porta; il corridoio è molto lungo e buio. Una volta accesa la luce vado a sinistra e mi fermo davanti ad ogni porta per controllare la targhetta. Quando trovo Paoli premo il campanello e mi fermo, come sull’attenti, davanti allo spioncino. Non mi risponde nessuno; sotto la porta vedo fuoriuscire un foglietto. Lo raccolgo e leggo: <em>Ernesto non c’è</em>. Chiedo<br />
ad alta voce: “Dove posso trovarlo?” Poi infilo il foglietto sotto la porta. Mi viene restituito pochi secondi dopo: sull’altro verso c’è scritto: <em>A Cadorna alla fermata della metro per Cascina trovi una scritta sulla parete: seguila</em>. Sotto c’è un numero di telefono e la scritta: <em>è il mio numero, chiamami un giorno o l’altro</em>. Dico:<br />
“Grazie” allo spioncino e torno all’ascensore. Sento la porta di Paoli aprirsi dietro di me e sulla soglia c’è una ragazza che mi osserva; le dico:<br />
“Ciao!” ma lei senza dire niente chiude di nuovo la porta. Mi correggo: le ragazze carine sono persone poco raccomandabili.</p>
<p><em>Catacomba metropolitana </em><br />
Attraverso la strada, rischiando di essere travolto da una motocicletta. Registro sul cellulare il numero della ragazza, perché scripta sui foglietti volanti volant. Il cielo sembra non volerne sapere di oscurarsi e farsi notte. Mi fermerei ad osservarlo, a lasciarlo semplicemente scorrere, se non dovessi cercare questo Ernesto, mercenario del graffito. Scendo le scale ed oblitero il biglietto. Altre scale, direzione Cascina Gobba e sulla banchina ad aspettare il treno c’è una mezza dozzina di persone. Mi avvio verso il fondo, alla ricerca della scritta promessami. Niente, sul muro non leggo niente. Continuo a scrutarlo cercando di non dare nell’occhio: Milano è piena di gente strana, ma non è un buon motivo per lasciarsi andare. Finalmente la trovo, mi ci accosto e leggo: <em>Mi trovo in galleria</em>. Lì per lì penso alla Galleria Vittorio Emanuele; la o finale di trovo non ha la stanghetta verso l’alto. Arriva il treno, apre le porte: è quasi vuoto. Quelli che aspettavano sulla banchina si accostano ed entrano, più uno che arriva di corsa e riesce a entrare al volo. Quando il treno riparte e imbocca il tunnel, capisco che è questa la galleria in questione. Contravvenendo ad ogni norma di buon senso, più qualche norma vera e propria, mi ci addentro, camminando sul cornicione, ravvivando la luce che, procedendo, si affievolisce con quella del display del cellulare. Cinquanta metri più avanti il cornicione si amplia in una nicchia e al centro di questa c’è una porta metallica. Con la luce scopro sulla parete una freccia che punta verso la maniglia: direi che è chiaro. Busso con le nocche della mano e per poco non mi metto a ridere per l’idiozia della scena; tendo l’orecchio ma nessuno risponde; riprovo: niente. Provo allora ad abbassare la maniglia e tirando la porta verso di me si apre. Dirigo subito la luce del cellulare verso l’interno ma scorgo solo dei contatori e dei tubi e sento uno strano sgocciolio. Apro la porta di più e sempre facendomi luce trovo sulla sinistra all’altezza della maniglia un interruttore: accendo e sobbalzo vedendo un cadavere a terra e topi a rosicchiarlo. Faccio due passi indietro, il corpo non ha le mani ed è appoggiato con la schiena alla parete e inorridendo arretro e cado. Il macchinista quando mi vede, troppo tardi, inarca le sopracciglia e apre la bocca a fare una O, una voragine di stupore. Era il treno che avrei dovuto prendere per tornare a casa, non così, però.</p>

<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/4435/racconto-un-geroglifico-di-amore-e-morte-di-alfonso-maria-petrosino">Racconto: Un geroglifico di amore e morte, di Alfonso Maria Petrosino</a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 15:33 di mercoledì 25 febbraio 2009.</p>
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    <title>Racconto: Quattro ricordi mostruosi della mia infanzia, di Peppe Fiore</title>
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    <pubDate>Sun, 08 Feb 2009 14:00:14 GMT</pubDate>
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    <description>Quattro ricordi mostruosi della mia infanzia
di Peppe Fiore
Gli operai in casa
Non mi sono mai piaciuti gli operai che ti vengono in casa da estranei e sventrano tutto. Questo da quando ero piccolo –[...]</description>
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    </p>
<p><img src="http://static.blogo.it/booksblog/bellissimifiore.jpg" class="post-h" align="left" border="0" width="432" height="323" alt="I Bellissimi di Booksblog presenta... Peppe Fiore" /><br clear="both" /></p>
<p><strong>Quattro ricordi mostruosi della mia infanzia</strong><br />
<em>di Peppe Fiore</p>
<p>Gli operai in casa</em><br />
Non mi sono mai piaciuti gli operai che ti vengono in casa da estranei e sventrano tutto. Questo da quando ero piccolo – avrò avuto cinque o sei anni – e una volta abbiamo fatto i lavori. Erano in quattro, quattro uomini enormi, che trascinarono per il corridoio una scala pesantissima incrostata di vernice e cominciarono a staccare dal muro i nostri cari quadri con le pacchiane a ridosso del golfo di Napoli. Subito dopo, stavano sfondando tutto a martellate. I loro corpi si vedevano appena attraverso un banco di polvere e calcina. Io e mamma, mi ricordo, muti sulla soglia del cesso; i pavimenti erano stati ricoperti di giornali vecchi – poggiavo i piedi sul cranio aggressivo di un centrocampista della Salernitana.</p>


<p>
Poi mamma faceva un caffè e lo portava agli operai sul vassoietto buono. Gli operai scendevano dalla scala e afferravano la tazzina con l’intera mano a palanca, succhiavano tutto d’un fiato fino al fondo di zucchero, considerando in grave silenzio gli esiti della demolizione. Restituivano sul vassoio la tazzina piena di polvere. A pranzo addentavano panini enormi, senza parlarsi, accovacciati ai piedi della scala tra i calcinacci.</p>
<p><em>I capitoni a capodanno</em><br />
È una delle immagini più nitide che mi restano dei nostri capodanni: mamma china sul lavello della cucina a sventrare dei capitoni neri, grossi quanto tubi per annaffiare, mentre guarda alla tele una cosa sulla lotteria. E io che vedevo chiaramente il capitone aperto in due, con le filacce bianche che sboccavano dallo squarcio. Eppure si agitava ancora. E mamma rideva, cercando di non farsi scappare di mano il capitone sbudellato. “Lo sai, questi non muoiono, non muoiono mai!” diceva. Difatti il capitone, anche se ormai era quasi vuoto, continuava<br />
ad aprire e chiudere la bocca spasticamente.</p>
<p><em>L’unica volta che da piccolo mi hanno inseguito</em><br />
L’unica volta in vita mia che sono scappato da qualcuno è stato un giorno che giocai a nascondino con Maurizio Turco, un bambino che oggi lavora nella fabbrica di famiglia nel distretto industriale di Capodichino: vi si producono spade, paramenti e forniture militari assortite.<br />
Quel giorno mi ero nascosto sotto un balcone a pianterreno,in un anfratto remoto del parco. A un certo punto è sbucato fuori un vecchio in canottiera sul balcone, la pelle che gli pendeva inerte sulla gola, e ha gridato che io ero lì per rubare la macchina del nipote. Effettivamente, sullo stesso balcone stazionava una piccola, brutta macchinina a pedali rossa – imitazione della 313 di Paperino. Allora il vecchio, da lassù, mi ha sventolato una specie di straccio bianco davanti alla testa. Non ricordo bene. Mi ricordo il suo braccio pallido che si affacciava dalle grate dell’inferriata, una cosa molle che sembrava una lunga stecca di formaggio. Mi ritrovai un istante dopo che correvo come una furia, vento in faccia.</p>
<p>Ero sicuro, matematicamente sicuro, che quel vecchio malefico fosse saltato giù dal balcone e adesso mi stesse inseguendo per punirmi del tentato furto della 313.<br />
Non mi ricordo di aver mai provato una forma di terrore così nera e pura. La paura mi aveva automaticamente convinto che avevo davvero intenzione di rubargli la macchina, e dunque nel mio ruolo di ladro scappavo come<br />
un pazzo.</p>
<p>Non m’azzardai a voltarmi indietro.<br />
Ecco, questa è stata l’unica volta che mi hanno inseguito: alla fine mi sono nascosto dentro un portone e ho aspettato mezz’ora che il vecchio tornasse da dove era venuto, cioè da dove non si era mai mosso. Poi mi sono ricongiunto a Maurizio Turco, il quale giustamente era incazzato nero perché mi ero andato a nascondere in un posto che non valeva.</p>
<p><em>Lo scheletro di mio nonno</em><br />
Nonno stava d’abitudine nella sua poltrona in penombra sul fondo dello studiolo: io avevo imparato precocemente la parola osteoporosi perché papà mi aveva spiegato molto presto che quella era la malattia – una delle malattie – di cui lui soffriva. Di tanto in tanto lo si sentiva bestemmiare sommessamente tra i denti, e quelli erano i suoi principali segnali di vita; per il resto se ne stava zitto in poltrona. Era un uomo enorme, tutta la famiglia ne era terrorizzata.</p>
<p>Oscuramente pensavo che il suo silenzio dipendesse dall’osteoporosi. Sapevo che era qualcosa che aveva a che fare con le ossa deformate in qualche modo, ma nella mia testa l’osteoporosi restava una parola cattiva senza costrutto.</p>
<p>Perciò io immaginavo lo scheletro di nonno come una massa in pietra di storture e bozzi, chiusa a forza nella sua carne e deposta in una poltrona. Immaginavo che, per qualche ragione, mentre lui continuava a invecchiare sotto il suo plaid con le renne, lo scheletro nel frattempo cresceva. Ma essendo malato cresceva senz’ordine, cresceva per concrezione come i sedimenti rocciosi nei miei libri di scienze, premeva contro la pelle e questa pelle naturalmente un giorno avrebbe finito per strapparsi.</p>
<p>E, per farla breve, quando un giorno qualcuno della famiglia avrebbe trovato il coraggio di aprire la finestra dello studiolo dietro la poltrona, invece di nonno ci avremmo trovato seduta una massa calcificata di forma indefinita che bestemmiava col plaid sulle ginocchia contro la luce non richiesta.</p>

<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/4300/racconto-quattro-ricordi-mostruosi-della-mia-infanzia-di-peppe-fiore">Racconto: Quattro ricordi mostruosi della mia infanzia, di Peppe Fiore</a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 16:00 di domenica 08 febbraio 2009.</p>
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  </item>

  <item>
    <title>Racconto: Il Miracolo di San Gennaro, di Raffaele Ventura</title>
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    <pubDate>Wed, 04 Feb 2009 16:30:02 GMT</pubDate>
    <dc:creator>dario</dc:creator>
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    <description>Per la serie di racconti &amp;#8220;I Bellissimi di BooksBlog&amp;#8221; proponiamo oggi Il miracolo di San Gennaro, di Raffaele Ventura.
Raffaele Ventura è un giovane blogger e scrittore[...]</description>
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    </p>
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<p>Per la serie di racconti &#8220;<a href="http://www.booksblog.it/categoria/i-bellissimi-di-booksblog">I Bellissimi di BooksBlog</a>&#8221; proponiamo oggi <em>Il miracolo di San Gennaro</em>, di <strong><a href="http://www.eschaton.it/blog/">Raffaele Ventura</a></strong>.</p>
<p>Raffaele Ventura è un giovane blogger e scrittore franco-veneto, assurto qualche anno fa agli onori della cronaca letteraria italiana per aver autoprodotto, con ottimo successo, il proprio romanzo <em>Le ultime avventure di Gummo</em> in un&#8217;epoca in cui <a href="http://www.lulu.com/it/">Lulu</a> era ancora ben lungi dal nascere.</p>
<p>Nel racconto proposto oggi, Ventura dà l&#8217;ennesima prova della propria ossessione verso la fanta-agiografia, restituendo ai lettori una rivisitazione gustosissima del miracolo di San Gennaro. Il prossimo racconto della serie &#8220;I Bellissimi di Booksblog&#8221; sarà pubblicato su queste pagine <strong>venerdì 6 febbraio</strong>.</p>


<p>
<strong>IL MIRACOLO DI SAN GENNARO</strong><br />
Discorso del Card. Prof. Gummo Vuccellato, Rettore del<br />
<em>Neapolitanum Naturalis Philosophiae Institutum,</em><br />
tenuto a Napoli, il 19 Settembre A.D. 2007<br />
nella Cattedrale di San Gennaro<br />
<em>trascritto da Raffaele Ventura</em> </p>
<p>Stimatissimi colleghi, oggi è un giorno importante. Importante per noi tutti presenti in questo luogo a festeggiare un anniversario, e importante per ogni essere umano vivente e futuro, al quale annunciamo il più recente prodigio della nostra sconfinata Scienza. Questa data ci è cara per più di un motivo. Era un Diciannove Settembre di molti secoli fa, nell&#8217;Anno 305 del Signore Gesù Cristo, quando San Gennaro accettò di morire per testimoniare della sua Fede nel Signore Gesù Cristo, consegnando alla secolare venerazione il suo Sangue miracoloso, racchiuso in due ampolle. Ogni anno, in quello stesso giorno, e nello stesso sacro luogo in cui siamo ora, su questo stesso altare, il grumo di materia ematica torna alla propria forma liquida. Ma noi ricordiamo un altro Diciannove Settembre: nell&#8217;Anno 1927 del Signore Gesù Cristo, Sant&#8217;Irnerio giunse qui a Napoli e scoprì in quel prezioso Sangue il segreto dell&#8217;Universo e delle sue Leggi e, nascosta di tra le particelle più piccole dell&#8217;atomo, la presenza discreta, umile e onnipotente del Signore. Era l&#8217;inizio di una fulgida avventura spirituale e scientifica. E per la nostra città, un nuovo battesimo come capitale della Cristianità e della Scienza mondiale.</p>
<p>Dobbiamo all&#8217;intuizione di Sant&#8217;Irnerio la fondazione del nostro Istituto, che negli anni crebbe e prosperò. E mentre cresceva, progredivano la conoscenza, la fede, la tecnologia. E mentre progredivano, mutava la nostra cognizione dell&#8217;Uomo e del Cosmo. Ottant&#8217;anni fa uscivamo dai secoli bui della superstizione, del determinismo e dell&#8217;idolatria. Questo cammino continua, e ogni giorno reca nuove conquiste che ci avvicinano all&#8217;intelligenza del Mistero della Creazione. Giorno dopo giorno, conquista dopo conquista, siamo giunti oggi ad un altro Diciannove Settembre. In questo sacro giorno inauguriamo il dipartimento di Agioingegneria e Biotecnologie della Santità con un esperimento che resterà nella Storia. In questo sacro giorno si compirà il miracolo del Sangue e della Risurrezione, annuncio e prefigurazione della seconda venuta di nostro Signore. Presto assisterete con i vostri occhi, ma prima concedete a un anziano uomo di Scienza di abbandonarsi al sentimentalismo. Concedetemi, per celebrare degnamente questo evento, di raccontarvi la storia di questo luogo, la prestigiosa cattedrale del sapere ove convergono i più brillanti fisici e teologi del globo terraqueo: il <em>Neapolitanum Naturalis Philosophiae Institutum</em>. Concedetemi di raccontarvi come tutto è iniziato, prima ancora che io nascessi, a pochi metri da dove siamo ora. Concedetemi di raccontarvi la storia di Irnerio Heisenberg, il Santo che ci ispira e ci protegge.</p>
<p>Irnerio giunse a Napoli “per puro caso”, come si sarebbe detto all&#8217;epoca. Egli era un giovane fisico tedesco, e decise di prendere una vacanza dai turbamenti che gli suscitava la professione. I grandi enigmi sui quali si arrovellava lo avevano reso nervoso e intrattabile, e aveva inoltre sviluppato sulle braccia delle eruzioni cutanee che gli era stato consigliato di curare con l&#8217;acqua di mare e il clima mediterraneo. Mare e sole, onde e luce. Aveva perciò affittato una piccola stanza al primo piano della pensione Maurice, in via Partenope al numero 3 (oggi via Sant&#8217;Irnerio), proprio davanti alla riva, tra Chiaia e Santa Lucia. La medicina tedesca, appuntava Irnerio poco prima di partire, è una mefistofelica sintesi di stregoneria e turismo, che in fin dei conti offre una sola alternativa terapeutica: il sanatorio tra i monti svizzeri e la città d&#8217;arte italiana. Il paziente è da ritenersi fortunato se perlomeno torna vivo, alla fine di un tortuoso cammino iniziatico. <em>Vedi Napoli</em> - si diceva un tempo e si dice ancora - <em>e poi muori</em>. Parole premonitrici poiché Heisenberg stava appunto per morire e rinascere.</p>
<p>Irnerio amava passare lunghe ore nelle case di tolleranza della città partenopea e il suo stato di salute venne presto aggravato dal contagio della sifilide. Provato nel corpo e nello spirito, perduto in una terra esotica, il giovane non riusciva a distogliere la mente dagli insolvibili problemi della fisica coeva, e anzi vi si accaniva con tanta più determinazione. In particolare si doleva di non riuscire a fornire una spiegazione sulla natura della luce che ovunque lo circondava: essa era fatta di onde, oppure di corpuscoli? E se erano onde, perché talvolta sembravano corpuscoli? E se invece erano corpuscoli, perché diamine non si limitavano a comportarsi da corpuscoli, e invece d&#8217;un tratto - <em>splash!</em> - si mettevano a fare le onde? Ci doveva essere per forza una variabile nascosta. Ma per quanto formulasse e riformulasse, raspasse, calcolasse, grattasse, esaminasse, sfregasse, scrostasse, il giovane genio non trovava alcuna risposta. Così alimentava la sua frustrazione, il prurito diffuso e le limacciose perdite inguinali. Irnerio trovò un nome per il male che lo guastava: “collasso della funzione d&#8217;onda”, una forma d&#8217;isteria psicosomatica connessa all&#8217;imprevedibilità degli esperimenti. Per giunta, sapeva perfettamente che solo risolvendo il Mistero della dualità onda-corpuscolo avrebbe guarito il proprio corpo dalla lenta putrefazione.</p>
<p>   La notte teneva in serbo per lui gli incubi peggiori. Avanzavano nella forma di enigmi cavillosi, in schiere di formule marziali che brandivano radici quadrate come alabarde, trasportate da enormi onde di luce nelle quali Irnerio si sentiva annegare. La luce appunto prese a ossessionarlo, a spaventarlo, in questa parte d&#8217;Europa dove pare che essa sia ovunque: in agguato dietro gli angoli dei vicoli stretti, riflessa nel mare. Mare e sole, onde e luce. E poi ovunque voci e suoni indecifrabili, una città le cui leggi e regolarità sembravano sfuggire alla comprensione umana, o perlomeno agli ordinati principi dell&#8217;urbanistica tedesca. Aprendo la finestra ogni mattina Irnerio vedeva il terribile rompicapo in forma di geografia, e così per settimane visse rinchiuso al buio della sua stanza. Ma ogni notte moriva di fronte a un plotone di esecuzione, crivellato come un&#8217;ombra da proiettili di luce. Eppure, doveva esserci un modo di sfuggire a quelle sommarie sfolgoranti fucilazioni. Poiché il sogno era ricorrente, decise di condurre degli esperimenti durante l&#8217;attività onirica, annotandone la mattina i risultati. Non gli parve con il suo piccolo espediente d&#8217;infrangere il protocollo sperimentale. Irnerio aveva una conoscenza delle leggi fisiche così profonda che il suo stesso mondo interiore funzionava come la realtà esterna, con la gravità l&#8217;attrito e tutto il resto. Non per nulla Heisenberg era il più penetrante spirito del suo tempo.</p>
<p>   Ogni notte dunque, prima della consueta fucilazione, aveva il tempo di disporre una lastra di resistentissimo <em>bombastium</em>, fessurata in due punti, tra sé e il plotone. Per colpirlo, il proiettile doveva passare da una fessura oppure dall&#8217;altra, e Irnerio così contava di definire la natura della luce. Chiudeva una fessura e ne analizzava il percorso. Poi chiudeva l&#8217;altra e misurava. Così istruito, il geniale fisico poteva calcolare con precisione quali movimenti erano necessari per scansare i proiettili. Grazie inoltre alla straordinaria agilità che contraddistingueva il suo corpo onirico, Irnerio era diventato inafferrabile. L&#8217;ufficiale preposto, infastidito da tante acrobazie, decise allora di bendarlo. Sicuro delle proprie misurazioni, Irnerio riprese la sua danza calcolata. Ma lo colse presto un dolore acuto al petto. Stramazzò al suolo: un raggio luminoso lo aveva colpito. Irnerio giaceva supino, colpito al cuore da una lama di luce, e non riusciva a capire da quale pertugio fosse stato raggiunto. Di tutta evidenza, la luce si comportava in modo diverso quando lui era bendato. Se la osservava, la luce era un diligente fascio di corpuscoli. Se invece non la osservava, la luce aveva un moto ondulatorio, e per giunta emetteva una sonora pernacchia. Non c&#8217;era dunque modo di sfuggirle, di ripararsi, di prevederla. Non c&#8217;era modo di sapere come andassero le cose <em>effettivamente</em>. Di fronte ai suoi occhi si era svolto un evento che la scienza non poteva spiegare.</p>
<p>   Irnerio Heisenberg si svegliò tossicchiando e scarabocchiò un pene. Avrebbe poi staccato quella pagina, messa in una busta e spedita in Danimarca al suo mentore, il luterano Niels Bohr. Non c&#8217;era altro da aggiungere: la soluzione era, semplicemente, che non c&#8217;era soluzione. Di buon mattino, imburrando una fetta di pane tostato, Heisenberg decise di abbandonare la meccanica classica e la sua utopia determinista. Per quel ne sapeva, quel maledetto fascio di fotoni poteva essere passato tanto da una fessura quanto dall&#8217;altra, quanto da entrambe. A livello subatomico, di tutta evidenza, esistevano fenomeni irregolari o sovrapposizioni di stati che potevano essere restituiti soltanto in un modello probabilistico, o “quantistico” per usare il termine inventato con il quale Irnerio, fin da piccolo, si divertiva a nominare le cose prive di senso. Le conclusioni erano stringenti. Ma il corpo di Irnerio permaneva incrostato di cisti e scrofole, di ascessi adiposi, di chiazze, e questo gli palesò l&#8217;incompiutezza del teorema. Heisenberg si trovava in un vicolo cieco, e la scienza del suo secolo non sapeva indicargli alcuna via d&#8217;uscita.</p>
<p>   Era l&#8217;alba del Diciannove Settembre 1927, e dopo settimane di reclusione il giovane fisico spalancò la finestra per chiedere ispirazione al mare e al sole di Napoli. Poi Irnerio si rasò il mento, indossò gli abiti migliori e uscì dalla stanza; fermò una delle numerose vetture a cavallo che giravano all&#8217;epoca per la città, vi salì e ordinò di essere portato al Duomo; la vettura fece tutta la riva e percorse la città, ma pressappoco all&#8217;altezza di Corso Umberto arrestò la sua corsa in mezzo a una folla irrequieta, assembrata in strada sulla lunga via che porta al Duomo; Irnerio pagò una lira al vetturino e si unì alla calca. Volle informarsi sulla ragione di tanto fermento, ma non capiva l&#8217;italiano e riuscì soltanto a cogliere una parola, ripetuta con apprensione mista ad esultanza. <em>Miracolo. Miracolo.</em> L&#8217;informazione lo soddisfò pienamente: in effetti proprio di un miracolo aveva bisogno. Penetrò la folla, e sgomitando prese ad avvicinarsi alla cattedrale. Era ancora chiusa, e il giovane comprese che per il magnificato miracolo era necessario avere ancora pazienza. Lui aveva tutta la pazienza del mondo. Irnerio Heisenberg, il più geniale scienziato della sua generazione, attese diverse ore in strada, insieme ai fedeli e ai disperati. Ma lui sembrava il più disperato di tutti: e i lebbrosi si scansavano, i paralitici gli cedevano il posto, i ciechi lo guidavano per mano. Quando si aprirono le porte del Duomo, poco dopo le nove, Irnerio fu il primo a entrare, il primo a sedersi, il primo - per pochi infinitesimi di secondo - <em>a vedere</em>. E ciò che vide cambiò la sua vita. E ciò che vide cambiò la nostra vita.</p>
<p>   San Gennaro venne disposto sull&#8217;altare, nella forma di un busto di argento ricoperto di mitra vescovile, piviale e pettorale. Accanto a lui, una teca di vetro contenente due ampolle: una vuota e una per metà piena di sangue. Attorno, svariati prelati si affaccendavano, disponevano, vigilavano sulle antichissime procedure. L&#8217;arcivescovo di Napoli era all&#8217;epoca il Cardinale Alessio Ascalesi, che diventerà poi celebre come primo sacerdote lanciato nel cosmo. Curiosamente, già in quel contesto pareva muoversi in assenza di gravità, come galleggiando davanti all&#8217;altare tra gli sbuffi della tonaca (così lo descrive Heisenberg nel suo libro di memorie, <em>Mutamenti nelle basi della scienza</em>). Davanti a lui stava la reliquia: sessanta millilitri di sangue del Santo dentro una boccetta di vetro. Il vescovo prese ad armeggiare. I suoi gesti erano lenti e calcolati, precisi come quelli di un chirurgo. Afferrò la teca con dentro il caglio di sangue e lentamente, lentissimamente, poi accelerando gentilmente l&#8217;agitava, poi la rovesciava, e la cullava, la carezzava e diceva le sue preghiere, mentre la folla tratteneva il respiro. Terribili sciagure si sarebbero abbattute sulla città se non fosse accaduto nulla. La pappa rossastra era aggrappata sul fondo, che ora stava in alto; sul fondo della bottiglia rovesciata resisteva, tenace. D&#8217;un tratto Irnerio vide dentro al vetro la massa densa spostarsi, inclinarsi, svincolare una piccola scaglia, poi un&#8217;altra più poltigliosa, e squagliarsi in un liquido denso, un rivolo, e dunque la gravità fece il suo lavoro e tutto il sangue giacque in basso, verso il collo dell&#8217;ampolla, sciolto, fluidificato, liquefatto. Pareva che fosse stato appena stillato, pareva che il Santo fosse appena salito in cielo.</p>
<p>   Il miracolo era accaduto.</p>
<p>   La folla rumoreggiava.</p>
<p>   Irnerio Heisenberg era guarito.</p>
<p>   Le pustole lo ricoprivano ancora sulla pelle, ma il suo Spirito si era abbeverato alla fonte medicamentosa della Fede. Di fronte ai suoi occhi - ancora una volta - si era svolto un evento che la Scienza non poteva spiegare. Ma questa volta era chiarissima la soluzione, lo circondava, permeava le pietre di quel luogo sacro. Irnerio si gettò a ginocchioni e strinse le mani e per la prima volta in vita sua pregò il Signore. Quella preghiera non era il gesto disperato di un uomo che aveva dimesso i panni dello scienziato, bensì piuttosto un riflesso precisamente empirico, sperimentale. Irnerio volle esaminare con la Fede (il supremo tra i sensi dell&#8217;uomo, come scrive San Tommaso) il Mistero della dualità onda-particella. E così si presentò ancora una volta davanti al plotone di esecuzione, si fece bendare, e attese la fucilata. E mentre attendeva, Irnerio vide con la Fede che dal Cielo scendeva nostro Signore Gesù Cristo, si avvicinava alla lastra in <em>bombastium</em>, quindi con dolcezza prendeva tra l&#8217;indice e il pollice la luce e la dirigeva verso la fessura sinistra. Un elettrone per uno, <em>senza legge alcuna</em>. E la luce non colpì Irnerio, e Irnerio si tolse la benda, e Irnerio era vivo. Rinato nello spirito per grazia di nostro Signore Gesù Cristo.</p>
<p>   Ciò che segue l&#8217;avrete certamente studiato nei libri di scuola. Alla fine del 1927 Heisenberg pubblicò un articolo rivoluzionario nel quale dimostrava l&#8217;intervento divino nella liquefazione del sangue di San Gennaro. In sostanza, Heisenberg affermava che nostro Signore interviene direttamente a livello subatomico in maniera imprevedibile, ma fintanto che il miracolo avviene a una scala inferiore al quanto d&#8217;azione (come nel caso della luce) questo intervento non è percepibile dall&#8217;essere umano, in virtù della costante di Planck. Diversamente, i miracoli della tradizione religiosa (come il miracolo di San Gennaro) sono interventi a livello subatomico che recano conseguenze macroscopiche, in questo caso un&#8217;alterazione molecolare. La comunità scientifica salutò con entusiasmo la soluzione heisenbergiana, a parte qualche autorevole voce contraria. Alberto Einstein, pur difendendo l&#8217;eleganza della teoria, non accettava l&#8217;idea che l&#8217;intervento Divino fosse anomico, e affermò notoriamente che “Dio non gioca a dadi”. Einstein fornì comunque un contributo fondamentale alla definitiva spiegazione scientifica del Miracolo, prodotto da un&#8217;alterazione termica bosonica (condensato di Bose-Einstein). Soltanto negli anni Novanta del secolo si aggiunse l&#8217;ultimo tassello della piena comprensione del fenomeno, attraverso la teoria dei “quark virtuali”, particelle che appaiono e scompaiono <em>ex nihilo</em> per volontà divina. Fu soprattutto il vecchio amico Niels Bohr a opporsi strenuamente alla soluzione di Heisenberg che, con una punta di disprezzo, definiva “metafisica”. Per qualche anno, sopravvisse come ipotesi la cosiddetta <em>Interpretazione di Copenaghen</em> della Meccanica Quantistica, con la quale Bohr tentava di arginare l&#8217;irruzione del Divino nella Fisica Teorica. Ma questa fantasiosa empietà venne definitivamente sconfitta dall&#8217;<em>Interpretazione di Napoli</em> o Meccanica dei Miracoli.</p>
<p>   Sull&#8217;onda - o sulle particelle? - dell&#8217;emozione suscitata dall&#8217;evento, nel 1929 a Roma in Laterano venne firmato il Concordato tra Stato Italiano e Chiesa Cattolica. In seguito alla dimostrazione scientifica dell&#8217;esistenza di Dio presso la Cattedrale di San Gennaro, l&#8217;Italia era ormai preda di una smania di cattolicesimo che sarebbe stato scriteriato soffocare. Benito Mussolini raccontò di avere avuto la visione di Gesù Cristo che gli prometteva che nel segno della croce avrebbe vinto le elezioni per il rinnovo della Camera dei Deputati, e in seguito alla vittoria plebiscitaria del 24 Marzo decise di abbandonare il fascismo e diventare il sovrano cristiano di una nazione cristiana, anzi di un impero cristiano. I suoi capelli, miracolosamente ricrebbero, imbandendo la sua fronte di una folta chioma castana. L&#8217;undici Aprile, papa Pio IX lo consacrò imperatore. Gli accordi tra Stato e Chiesa predevano inoltre la fondazione di un Istituto Universitario dedicato allo studio sperimentale della Verità della Fede, da stabilire a Napoli presso le strutture dell&#8217;arcivescovado. Il 19 settembre 1929 veniva inaugurato il <em>Neapolitanum Naturalis Philosophiae Institutum</em>, la cui direzione fu affidata all&#8217;ex-ministro della cultura Giovanni Gentile, che si pose come missione culturale la realizzazione della propria filosofia detta “attualismo”, ovvero conciliazione di teologia e scienza. L&#8217;istituto prevedeva da principio cinque dipartimenti: Meccanica dei Miracoli, Algebra Metafisica, Antroponomia e Inquisizione, Escatologia Quantitativa, e su esplicito interessamento di Mussolini, Teologia Politica. Questi dipartimenti sono ancora oggi il cuore di questo Istituto, di questa città, di questo paese e di questo Impero.</p>
<p>   Il dipartimento di Meccanica dei Miracoli, guidato da Irnerio Heisenberg, era composto dai più brillanti fisici del mondo, convertiti alla Verità del cristianesimo: Erminio Schrödinger, Paolo Dirac, e tra gli italiani Enrico Fermi e padre Ettore Majorana. Quest&#8217;ultimo notoriamente abbandonò l&#8217;Istituto in polemica con le teorie del suo maestro Fermi a proposito della transustanziazione (giudicate “calviniste”), si fece monaco benedettino e fondò a Pozzuoli il monastero di Santa Maria dell&#8217;Apocalisse, nel quale i monaci si dedicano alla fissione artigianale dell&#8217;atomo. La struttura ospita oggi cinquemila monaci, che rispettano voto di castità e rigoroso silenzio (possono esprimersi soltanto in prestigiose pubblicazioni scientifiche dette <em>Questiones</em>).</p>
<p>   Il dipartimento di Algebra Metafisica diede rifugio a un brillante matematico e filosofo russo perseguitato in patria, Paolo Florenskij. Suo braccio destro e successore fu il napoletano Renato Caccioppoli (nipote di un altro celebre russo, Michele Bakunin) che oggi ancora anima il dipartimento, alla venerabile età di 103 anni - di cui 52 passati in un varco spazio-temporale (è qui con noi e vi prego di fargli un caloroso applauso). Con loro hanno lavorato Giorgio Cantor, Curzio Goedel e Lodovico Wittgenstein, e fatto immortali scoperte sulla Trinità e l&#8217;Infinito attuale. Queste ricerche hanno permesso la totale formalizzazione logica della teologia scolastica e porteranno negli anni Quaranta all&#8217;invenzione del nostro prezioso “emulatore divino” che ha del tutto automatizzato la speculazione teologica; e poi, negli anni Ottanta, al cosiddetto “emulatore divino personale”, EDP, che ogni famiglia tiene in casa. Oggi chiunque può risolvere un problema teologico con un semplice <em>click</em>. L&#8217;invenzione dell&#8217;EDP è peraltro stata sviluppata in collaborazione con la più importante sede distaccata dell&#8217;Istituto napoletano, il Massachusetts Institute of Theology (MIT).</p>
<p>   Ad un giovanissimo discepolo di Benedetto Croce, l&#8217;antropologo partenopeo Ernesto de Martino, venne affidato il dipartimento di Antroponomia e Inquisizione, dedicato allo studio scientifico delle superstizioni popolari e alla loro corretta cristianizzazione. De Martino in particolare s&#8217;interessò alle credenze magiche, di antica origine pagana, e studiò sul campo l&#8217;efficacia di scaramanzie contro il malocchio, numerologia onirica e altri malefici. Grazie al lavoro del dipartimento si è concretizzato l&#8217;antichissimo progetto che nei secoli nessun sovrano era riuscito a realizzare: la de-paganizzazione del Meridione. Questo permise inoltre lo sradicamento della criminalità organizzata, che si fondava sull&#8217;idolatria e sul politeismo. Al dipartimento collaborò anche il francese Leone Bloy, professore di Antisemitismo Applicato, più celebre per la sua carriera politica e per una breve sfortunata parentesi come Antipapa.</p>
<p>   Presso il dipartimento di Escatologia Quantitativa proseguirono le ricerche intraprese dalla scuola francese delle <em>Annales</em>: qui Marco Bloch e Luciano Febvre (ma non dimentichiamo il controverso contributo di Osvaldo Spengler) hanno potuto applicare il loro metodo quantitativo alla storia della salvezza, identificando le leggi ferree dei processi sociali, economici ed evolutivi e producendo anche numerose previsioni oggettive sul corso storico. Se oggi siamo qui lo dobbiamo anche a loro, che hanno previsto questa data, nonché l&#8217;ora precisa, nel lontano 1939. Anche il colore delle tende, la disposizione del palco e il menu del rinfresco era stato anticipato nei minimi dettagli nel saggio di Bloch <em>Apologia della Storia</em>; Febvre in persona contattò il servizio di <em>catering</em> per prenotare ciò che tra poco assaggerete: i paccheri al forno, le pizzette, le purpettielle, il sorbetto, le pastiere, i babà.</p>
<p>   Infine bisogna dire qualcosa del dipartimento di Teologia Politica, alla cui direzione venne chiamato il giurista tedesco Carlo Schmitt. Alla sua scuola sono stati formati gran parte degli uomini di stato, funzionari e burocrati delle generazioni successive. Il progetto di Schmitt era proporre alla politica e al diritto un modello di razionalizzazione ed efficienza seguendo il modello del governo divino (<em>de gubernatione mundi</em>). Alla luce del progresso sociale che abbiamo visto nell&#8217;ultimo secolo, c&#8217;è da dire che ci è senz&#8217;altro riuscito. Questo si vede innanzitutto nella nostra città: Napoli davvero rievoca i fasti di Bisanzio.</p>
<p>   Guardatevi attorno, e vedrete come il puntale intervento divino possa trasformare la realtà intera e realizzare - qui, in terra - una perfetta immagine della Gerusalemme celeste. Il Reverendo Ugo Everett III del dipartimento di Meccanica dei Miracoli ha dimostrato nel 1950 l&#8217;esistenza di infiniti universi paralleli nei quali il Miracolo non è avvenuto, Irnerio non è giunto a Napoli, e la Verità si è manifestata in modi luoghi e tempi differenti. Soltanto in questo universo, il migliore di tutti quelli possibili, la cattedrale di San Gennaro è la fonte della Verità cui s&#8217;abbevera il mondo intero. In pochi anni l&#8217;Istituto è diventato uno dei centri culturali più importanti del mondo: le biblioteche più fornite, le teorie più ardite e i laboratori più attrezzati si trovarono concentrati a Napoli già dai primi anni Trenta. Era ormai chiaro che la frammentazione dei saperi, ovvero l&#8217;ideale positivista della specializzazione, era una terribile zavorra che aveva ostacolato la ricerca della Verità. Era chiaro che non all&#8217;America, né alla Russia, bisognava guardare: ma al cuore stesso del Mediterraneo, lì dove nacque la civiltà e visse Adamo (<em>felix culpa</em>, scrisse de Martino, poiché cogliendo quel pomo d&#8217;oro finalmente si seppe abbinare la mozzarella).</p>
<p>   L&#8217;intero patrimonio della Biblioteca Apostolica Vaticana venne trasferito nel nuovo centro del sapere, e con esso i maggiori esegeti e teologi. E nuovamente le loro speculazioni, com&#8217;era nel Medioevo, ma arricchite dalle conquiste della filosofia naturale moderna e contemporanea, producevano effetti sulla società e sulla storia. Nel 1931 Irnerio Heisenberg e Carlo Schmitt danno alle stampe l&#8217;opera <em>Principio di Eccezione: Cristo sovrano anomico</em>, nella quale sostengono che la crisi del determinismo nelle scienze naturali implica necessariamente la sospensione dello Stato di Diritto, e che il Sovrano è tenuto ad agire attraverso un equivalente legislativo del miracolo, ovvero il decreto-legge, senza consultare il Parlamento (che ha la sola funzione di adorare il Sovrano con dei cori). Il potere legislativo viene perciò smantellato e la Costituzione abrogata, per la somma gloria del Signore. Inoltre, Schmitt e Heisenberg dimostrano scientificamente che un solo imperatore cristiano deve governare su tutti i cristiani.</p>
<p>   Nel 1933 l&#8217;aspirazione imperiale di Mussolini si rivolse dunque all&#8217;Europa. Le tecnologie belliche sviluppate con l&#8217;aiuto del Signore presso il <em>Neapolitanum Naturalis Philosophiae Institutum</em> permisero l&#8217;annessione di Austria e Germania proprio mentre esse stavano per essere soggiogate dall&#8217;ideologia pagana e barbara del Sole Invitto. In particolare, le forze germaniche vennero sconfitte dalla iattura sintetizzata nei laboratori del dipartimento di Antroponomia: testimoni raccontano di madornali errori strategici, goffi incidenti e coincidenze sfortunate (come la morte di cimurro del Cancelliere Hitler, appena eletto). Altri sostengono che  i barbari si arresero riconoscendo la legittimità dell&#8217;Impero, come gli olandesi che nel 1934 si convertirono in massa dopo la pubblicazione ad Amsterdam della <em>Prova Matematica dell&#8217;Esistenza di Dio</em> di Curzio Gödel, docente di Fondamenti di Meta-teoria delle Meta-teorie presso il dipartimento di Algebra Metafisica dell&#8217;Istituto. Seguì la Francia, dove il primo ministro Leone Blum, ebreo e socialista, nel 1936 venne rovesciato dalla sanguinosa Rivoluzione Cristiana guidata da Leone Bloy, turbato dalla quasi omonimia. Nel 1938 l&#8217;Irlanda, alleata di Mussolini per via della somiglianza tra le bandiere, muove guerra al Regno Unito; ma la vittoria è così improbabile che gli inglesi dimenticano di difendersi e subiscono una cocente sconfitta - sconfitta che ancora oggi non riconoscono, sostenendo invece che siano gli irlandesi ad avere scordato di attaccare.</p>
<p>   Nel 1939 cessano tutti i conflitti e l&#8217;Impero Cristiano governa l&#8217;Europa intera, l&#8217;Africa Mediterranea e il Medio Oriente. Heisenberg viene nominato vescovo di Roma con il nome di Irnerio I, e Roma viene spostata a Napoli. Non era possibile fare altrimenti: Lodovico Wittgenstein infatti aveva argomentato che, definendosi pontefice il “vescovo di Roma”, l&#8217;unico modo di mantenere l&#8217;Istituto al centro dell&#8217;Impero era cambiare nome alla città. Per questo motivo oggi possiamo dire di essere a Roma <em>sub specie theologiae</em>, e a Napoli <em>sub specie geographiae</em>. Da parte sua, l&#8217;antica città di Roma da allora si chiama, <em>sub specie theologiae</em>, Napoli, ed è stata poco a poco sostituita da un immenso presepio in dimensioni naturali. Nello stesso anno Benito Mussolini, probabilmente confuso da queste manovre, muore improvvisamente di cimurro ed Ernesto de Martino, successore alla direzione dell&#8217;Istituto dopo la morte di Gentile (deceduto di cimurro nel 1935), rivendica il potere pontificale di nominare l&#8217;Imperatore. Il conflitto tra Roma e Napoli si risolve con una  nomina che soddisfa entrambe le parti: Antonio Gramsci, convertitosi al cattolicesimo in carcere, viene liberato e nominato Sovrano dell&#8217;Impero Cristiano d&#8217;Occidente. Ma al termine del braccio di ferro tra potere temporale e potere spirituale, è ormai chiaro che la politica imperiale dipende dal <em>Neapolitanum Naturalis Philosophiae Institutum</em> e dalle manovre discrete di Sant&#8217;Irnerio. Heisenberg e Schmitt pubblicano nel 1940 <em>La teologia come scienza suprema</em> in cui espongono una ordinata gerarchia dello scibile umano, e sottomettono tutte le scienze razionali, tra cui la politica, alla scienza suprema, la Teologia, e questa alla Rivelazione. L&#8217;anno seguente Irnerio Heisenberg accetta il martirio per dimostrare sperimentalmente la verità della Fede Cristiana: bruciando sulla graticola, converte in un colpo solo l&#8217;intero popolo turco.</p>
<p>   Perdonatemi se indugio nei dettagli: ma è giusto mostrare come ordinatamente si realizzi, per intervento dello Spirito Santo, il disegno del Signore. Perché ogni cosa che esiste, esisteva prima nell&#8217;intelletto divino; ed ogni cosa che esisterà è già annunciata nel grande libro della natura. E così giungiamo al 1955, quando per un caso fortuito Renato Caccioppoli rinvenne un manoscritto inedito del terzo secolo attribuito a Origene che, oltre a precorrere la moderna teoria della relatività, illustra passo per passo come costruire una macchina per viaggiare nel tempo con una penna a sfera. Ciò che Origene non era riuscito a portare a termine, per la modestia della scienza del suo tempo (all&#8217;epoca si usava ancora intingere la piuma nell&#8217;inchiostro), Caccioppoli realizzò. E ansioso di assistere al più presto alla memorabile giornata di oggi, egli ha contratto lo spazio-tempo e dissolto in un soffio 52 anni di Storia per giungere qui da noi. Vi prego di applaudirlo ancora e fargli sentire il nostro affetto: sebbene Renato abbia perso l&#8217;udito, il nostro applausometro ad energia orgonica è collegato direttamente al suo corpo con degli elettrodi. Ma non mettiamo alla prova la sua curiosità, né la vostra: accingiamoci al Miracolo, accingiamoci al <em>Mysterium Tremendum</em>.</p>
<p>   Ai cinque storici dipartimenti dell&#8217;Istituto, oggi ne aggiungiamo un sesto: il dipartimento di Agioingegneria e Biotecnologie della Santità, retto dal Rev. Prof. Riccardo Dawkins. Il nostro stimatissimo collega (già premio Mendel per la Teodicea con la dimostrazione del Disegno Intelligente che governa l&#8217;evoluzione delle specie) ha appena magnificato il secolare miracolo della liquefazione del sangue, riportando alla vita San Gennaro in persona. Avete inteso bene, fratelli: San Gennaro è tra noi, risorto nella carne come il Cristo; risorto nella carne come noi stessi risorgeremo dopo il Giudizio Finale. Leggo ancora meraviglia nei vostri occhi, eppure la Fede c&#8217;insegna a non dubitare della Scienza, e la Scienza c&#8217;insegna a non dubitare della Fede. Proprio mentre io parlavo, e raccontavo la storia di questo luogo, il Reverendo Dawkins ha atteso che il miracolo della liquefazione si compiesse; e quando il coagulo si è disciolto egli ne ha prelevato un campione; e con una stilla di questo sangue ha prodotto un clone perfetto, un santo bambinello. Vedetelo dunque, avvicinatevi. Adoratelo! Adoratelo! Adorate il Santo Patrono della città, ora nuovamente vivo dopo lunghi secoli. Egli si farà Eucaristia vivente per noi tutti. Per secoli la sua anima ha galleggiato pazientemente in una malagevole ampolla, finché non abbiamo trovato modo di liberarlo dal suo carcere. Ma San Gennaro sapeva, morendo, che un giorno avrebbe rivisto Napoli; per questo motivo ha accettato il martirio. E Sant&#8217;Irnerio sapeva, morendo, che un giorno avrebbe rivisto Napoli; per questo motivo ha accettato il martirio. E noi stessi accettiamo la morte perché sappiamo di essere immortali: e un giorno rivedremo questa città, rivedremo il mare, rivedremo i volti familiari - e mangeremo sorbetto assieme al leone e all&#8217;agnello, stesi sulla spiaggia a Bagnoli.</p>
<p><em>Amen.</em></p>

<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/4260/racconto-il-miracolo-di-san-gennaro-di-raffaele-ventura">Racconto: Il Miracolo di San Gennaro, di Raffaele Ventura</a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 18:30 di mercoledì 04 febbraio 2009.</p>
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    <title>Racconto: Il nemico, di Lucia Tilde Ingrosso</title>
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    <pubDate>Fri, 30 Jan 2009 15:06:56 GMT</pubDate>
    <dc:creator>dario</dc:creator>
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    <description>Il racconto che presentiamo oggi è firmato dalla giallista toscana Lucia Tilde Ingrosso, già autrice di A nozze col delitto (Feltrinelli) e Io so tutto di lei (Kowalski), ed è estratto dalla raccolta[...]</description>
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    </p>
<p><img src="http://static.blogo.it/booksblog/bellissimiingrosso.jpg" class="post-h" align="left" border="0" width="432" height="323" alt="I Bellissimi di Booksblog presenta... Lucia Tilde Ingrosso" /><br clear="both" /></p>
<p>Il racconto che presentiamo oggi è firmato dalla giallista toscana <a href="http://www.booksblog.it/tag/lucia%20tilde%20ingrosso">Lucia Tilde Ingrosso</a>, già autrice di <a href="http://www.ibs.it/code/9788807720734/ingrosso-lucia-t/a-nozze-col-delitto.html"><em>A nozze col delitto</em></a> (Feltrinelli) e <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788874966486/ingrosso-lucia-t/tutto-lei.html">Io so tutto di lei</a></em> (Kowalski), ed è estratto dalla raccolta <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788889702307/bernardi-luigi-carlotto-massimo/lama-e-trama-vol.html">Lama e trama 3</a></em> (Zona).</p>
<p>La vera protagonista di questo breve ma inquietante racconto, intitolato &#8220;Il nemico&#8221;, è l&#8217;arma del delitto, vista come confine (forse unico) tra assassino e assassinando. Nell&#8217;arco di poche battute, Lucia Tilde Ingrosso riesce a tratteggiare un quadro psicologico di grande profondità, capace di fare scorrere un minuscolo brivido anche sulla schiena del lettore più scafato.</p>
<p>Per leggere &#8220;Il nemico&#8221; basta cliccare sul link &#8220;Continua a leggere&#8221;, qui sotto. Gli altri racconti della rassegna &#8220;I Bellissimi di BooksBlog&#8221; possono essere recuperati a <a href="http://www.booksblog.it/categoria/i-bellissimi-di-booksblog">questo indirizzo</a>. Il prossimo racconto sarà pubblicato su queste pagine mercoledì 4 febbraio.</p>


<p>
<strong>IL NEMICO</strong><br />
<em>di Lucia Tilde Ingrosso</em></p>
<p>So tutto di te. O almeno, tutto quello che c’è da sapere. Esci di casa la mattina alle otto e trenta precise. Prima l’edicola: due chiacchiere e il quotidiano.  Il mercoledì prendi anche il giornalino della tivù. Poi il bar: cappuccino e brioche. La brioche vuota, il cappuccino con una spruzzata di cacao. Quindi inforchi la bici, quella bianca che è stata di tuo fratello, e vai a lavorare. Fai sempre più o meno la stessa strada. Le piccole deviazioni sono per evitare i mercati rionali. Studio legale in centro. Il tuo ufficio è al terzo piano. La tua scrivania è la seconda, entrando, di fianco alla finestra. Vedi fuori. E da fuori si vede te. In pausa pranzo vai a mangiare in un self-service. Tutti i giorni, tranne martedì e giovedì, dedicati alla palestra. Dal lavoro non esci mai prima delle sette. Di solito, torni direttamente a casa. Qualche volta prendi un aperitivo in centro. Raramente stai fuori fino a tardi.</p>
<p>Ma so anche tante altre cose. In quale supermercato vai. Chi è il tuo medico. Come passi i week-end. Che film noleggi alla videoteca. Io sono sempre con te. Anche se tu non lo sai. </p>
<p>Oggi piove e questo scombina un po’ i tuoi piani. Appari inquieta. Niente bici, prendi la metropolitana. La giornata sembra più lunga del solito. Quando esci dall’ufficio ti guardi intorno con aria sospettosa. Piazza Cordusio è piena di gente. Una bambinetta vestita di rosa si ferma vicino a te. Tu non le dai retta e la madre la trascina via. Il tuo sguardo scandaglia la piazza. Come se cercassi qualcuno. Come se sapessi che io sono qui. Sempre circospetta, raggiungi l’ingresso del metrò. Cominci a scendere le scale, poi ti fermi. Ti volti. Io sono sempre con te. E forse tu cominci a sospettarlo. </p>
<p>Stamattina sei un po’ sottotono. Fa caldo e devi aver dormito male. Il sole non ti piace. Ti difendi con un cappellino calcato sulla fronte. Il tuo volto pallido si vede appena. Dal cappellino spuntano ciocche dei tuoi capelli. Sono rossi, lunghi, ondulati. Saranno i primi a cadere. Stringo forte le forbici, dentro la tasca. Sento ancora quella sensazione: a volte è nausea. A volte è desiderio. Potrei bloccarla, ma non voglio.</p>
<p>Sembri attenta, ma non ti accorgi di me. Tu freni, io freno. Tu vai, io vado. La stessa strada, in totale sintonia.</p>
<p>In via Meravigli, sei quasi caduta. La ruota della bici si era incastrata nella rotaia del tram. Hai barcollato. Ho avuto paura per te. Ma poi hai mantenuto l’equilibrio. E sei andata avanti, come se niente fosse successo. Fai sempre così. Le cose ti scivolano addosso. Ma io non ti scivolerò addosso, no. Io ho altri piani per te. </p>
<p>Le forbici sono un bell’oggetto. Semplice, lineare, quotidiano. E letale, se ben usato. Ma io non ho intenzione di andare fino in fondo. Non questa volta.</p>
<p>Per ora, voglio darti solo un segnale. Farti sentire la mia presenza. Non mi va più che continui a ignorarmi. Mi dà fastidio che tu faccia finta di niente. Comincio a non sopportarlo più.</p>
<p>Calma. Mi serve calma.</p>
<p>Stringo le forbici, il metallo diventa caldo nel mio palmo.</p>
<p>E’ notte alta e il tuo appartamento è immerso nel buio. La porta finestra del soggiorno è aperta, per far entrare un po’ d’aria. Nelle case di ringhiera entra facilmente il fresco. E non solo quello. Mi muovo con circospezione, senza fare rumore.</p>
<p>La camera da letto è piccola. E piena di te, del tuo profumo. Sento le forbici. La loro presenza mi conforta. Bastano pochi tagli. Me la cavo in fretta. </p>
<p>E’ sabato e te la prendi comoda. Poi, l’appuntamento con lo specchio. “E i tuoi lunghi capelli non li rivedrò più” mi viene da cantare. Quando esci di casa, esibisci un caschetto irregolare e un’espressione inedita. Sei più perplessa che spaventata. Al giornalaio riservi solo commenti sul meteo, non c’è confidenza. Con la barista cinese, invece, ti lasci andare. Le racconti, fra i sussurri, che qualcuno si è introdotto a casa tua, stanotte. Lei spalanca i suoi occhi neri, teme il peggio. Poi tu le mostri la tua chioma mutilata. “Mi ha fatto questo” dici alla fine, stupendola. Poi, ti senti meglio.</p>
<p>Al cassiere del supermercato, quello che ti saluta sempre e pensi abbia un debole per te, dici solo che “volevi darci un taglio”. Il farmacista ti guarda interrogativo e tu non contraccambi che con un sorriso vago.</p>
<p>Non sai di chi aver paura, ma senti la mia presenza. Lì, da qualche parte. Sono il tuo nemico. E sono sempre più vicino. </p>
<p>Nel pomeriggio vai dal parrucchiere. Hai un impegno per cena e vuoi farti dare una sistemata. Mentre aspetti, racconti quello che è successo. C’è la vicina di ballatoio che rabbrividisce e, inconsciamente, si tocca i capelli. Ma lei non ha nulla da temere. Io voglio te.</p>
<p>Quando arriva il tuo turno, il parrucchiere Silvano tira fuori le forbici. La luce rimbalza sulle lame divaricate. Visto così, ti sembra un oggetto quasi osceno. Zac, zac: Silvano pareggia la lunghezza delle ciocche, poco sopra le spalle. Senti il freddo della lama sul collo. La sensazione dura lunghi attimi. Sembra quasi lo faccia apposta. Ti chiedi se ti puoi fidare di lui. Ti chiedi se c’è qualcuno di cui ti puoi fidare.  </p>
<p>Comincia una nuova settimana e tutto è come prima. In apparenza. Stai bene pettinata così. Vuoi vedere che alla fine ti ho fatto un favore&#8230;</p>
<p>All’ora di pranzo sei nel solito self-service. Non da sola. Lui è il tuo vicino di scrivania, Marco, che ti muore dietro da una vita. Tu hai sempre fatto finta di niente. Oggi no, questo è un lusso che non ti puoi permettere. Sento le vostre parole. Gli racconti tutto. Lui si mostra preoccupato, ma dentro di sé gongola. Quale scusa migliore per attentare alle tue barriere. “Chiamami, quando hai bisogno. Io ci sono sempre per te” ti dice.</p>
<p>Non è vero. Solo io ci sono sempre per te. Nessuno può battermi, in questo.</p>
<p>Il resto della giornata scorre tranquillo. Contrariamente alla logica, non sembri spaventata.</p>
<p>La sera è calda, ma prima di andare a dormire chiudi tutte le finestre. Sei un’illusa se pensi che basti questo a tenermi fuori. Io sono dentro. E dire dentro non è ancora abbastanza. </p>
<p>Un coltello comprato in tivù. Ha un bel manico, in legno scuro. E’ ideale per tagliare il prosciutto, ma io lo userò per qualcos’altro. Mi passo la lama sul palmo. Mi aspetto di vedere la traccia sottile della ferita, ma non succede. Non è abbastanza affilato. E’ un azzardo, ma me lo concedo. Vado nel negozio di ferramenta proprio sotto casa tua. Lì ti conoscono, ti saluterebbero con calore. Ma il titolare non c’è e l’aiutante è di poche parole. Mi affila il coltello senza fare domande. Due euro. Mi ficco in tasca lo scontrino.</p>
<p>Aspetto che diventi tardi, molto tardi. Tu sei indifesa, quasi troppo perché io mi diverta. Lascio su di te la mia firma. Voglio che tu capisca di aver perso la libertà. Di essere diventata mia. </p>
<p>Il mattino dopo, mi godo il trambusto. Appena ti sei accorta di quello che è successo, hai fatto salire la portinaia. Lei, logorroica e iperattiva, ha subito chiamato la polizia. Adesso siete in tre, sul ballatoio. Tu, lei e un poliziotto dall’aspetto indolente. Lo sfondo è da cartolina: casa vecchia Milano con muri gialli, piante fiorite, gatti che si aggirano sornioni. Il tutto cozza con la drammaticità della situazione. I tuoi gesti e l’espressione del viso sono fin troppo eloquenti: il racconto si può seguire anche a distanza. Mostri ancora il taglio sulla guancia destra, ormai rimarginato. Loro – il poliziotto e la portinaia – non si spiegano come tu non ti sia svegliata, al momento dell’aggressione. L’hai fatto più tardi, nel sentire il sangue caldo e appiccicoso che imbrattava il guanciale.</p>
<p>E non si spiegano neanche da dove il nemico, io, possa essere entrato. Non trovano segni di effrazione. Non sanno che cosa pensare.</p>
<p>Sorrido, fra me. Me la sono cavata bene. </p>
<p>Ho tirato fuori l’arma finale dal cassetto dei ricordi. Era del nonno barbiere. E’ un rasoio affilatissimo. Ti succhierà via ogni linfa vitale. Ti farà morire la voce in gola. Ti strapperà la vita.</p>
<p>Non volevo arrivare a questo. Sei stata tu a costringermi. Con la tua indifferenza.</p>
<p>Ho cercato in ogni modo di farti sentire la mia presenza. Di reclamare il tuo amore. Ogni giorno, come potevo. Sarebbe bastato un tuo sorriso. Ma tu, che sorridi a tutti gli altri, continui a ignorare me. Mi dispiace, ma stanotte morirai. Non c’è altro da dire. </p>
<p>Sei spaventata, finalmente. Appena è buio, tiri giù tutte le tapparelle. Chiudi con attenzione porte e finestre. Fai il giro due volte, per controllare. Stai davanti alla tivù fino a tardi, ma chissà cosa vedi. Bevi una camomilla, che può poco con i tuoi nervi aggrovigliati. Ti senti sola. E allo stesso tempo casa tua è affollata da mille fantasmi. Chi è il tuo nemico? Il giornalaio, la barista, il cassiere del supermercato, la portinaia, il ferramenta, il collega, il parrucchiere, la vicina, il farmacista&#8230; Tutti vicini a te. Tutti che si prendono un pezzo del tuo tempo, della tua vita.</p>
<p>Scuoto la testa: non ci siamo. Non ci sei.</p>
<p>La ferita sulla guancia ti dà fastidio. Ti ricorda che il nostro appuntamento si avvicina. Sai che tornerò. Solo, ignori che succederà così presto. Spegni la luce, cerchi di dormire, dormi. </p>
<p>Ho in mano il rasoio. Voglio usarlo su di te. Un taglio netto, alla gola. Basterà un attimo, non soffrirai. Non quanto me, almeno.</p>
<p>E’ buio pesto. Cerco di fare il meno rumore possibile, ma tu ti accorgi di me.</p>
<p>Sento il tuo respiro affannoso e lo scalpiccio dei tuoi passi. Corri in bagno, accendi la luce.</p>
<p>Eccoci di fronte. Tu e io. La ragazza spaventata e il suo nemico. Occhi negli occhi. Sollevi una mano, fai per toccarmi. Sollevo una mano anch’io. I nostri palmi si uniscono.</p>
<p>Hai gli occhi sbarrati. Anch’io.</p>
<p>Sollevo il rasoio. Anche tu.</p>
<p>Lo specchio ti restituisce la mia immagine. Sono il tuo peggior nemico, sono dentro di te.</p>
<p>Stringiamo forte il rasoio, insieme. Basta poco. Un pizzico di coraggio e ti libererai di me.</p>
<p>Respiri forte, il tuo petto si abbassa e si solleva. Il rasoio è sempre più vicino alla gola. Manca poco, pochissimo. E tutto sarà finito. </p>
<p>Non è andata come pensavo. Avevi la mano che tremava e mille dubbi. Ma hai finito per posare il rasoio. E prendere il cellulare. Hai chiamato Marco. Lui è arrivato quasi subito. E ti ha ascoltato, per tutto il tempo che restava di quella tormentata notte. A lui hai raccontato della diagnosi infausta e degli anni di psicofarmaci, degli episodi di autolesionismo e del tuo peggior nemico. Me. Te stessa.  </p>
<p>Lui ora ti stringe la mano e prova a sorriderti. Tu pensi a come scacciarmi, per riprenderti la vita.</p>
<p>Ma io non ho nessuna intenzione di andarmene. E tu vincerai solo quando capirai che l’unico modo per battere certi nemici è farseli amici. Se mai lo capirai.</p>
<p>Altrimenti ricorda che il rasoio è sempre lì, dove l’abbiamo lasciato noi.</p>

<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/4232/racconto-il-nemico-di-lucia-tilde-ingrosso">Racconto: Il nemico, di Lucia Tilde Ingrosso</a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 17:06 di venerdì 30 gennaio 2009.</p>
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  </item>

  <item>
    <title>Racconto: Svetlana, di Gianluca Colloca</title>
    <link>http://www.booksblog.it/post/4219/racconto-svetlana-di-gianluca-colloca</link>
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    <pubDate>Wed, 28 Jan 2009 11:30:32 GMT</pubDate>
    <dc:creator>dario</dc:creator>
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    <category>blog</category><category>i-bellissimi-di-booksblog</category><category>gianluca colloca</category><category>in evidenza</category><category>racconti</category><category>soubrette televisiva</category><category>svetlana</category><category>telegiornaliste</category>
    <description>Il racconto inedito che presentiamo oggi per la serie I Bellissimi di BooksBlog ha una ambientazione prettamente televisiva e proviene dalla penna di Gianluca Colloca, già autore de La vita sessuale[...]</description>
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    <p style="clear:both">
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    </p>
<p> <img src="http://static.blogo.it/booksblog/bellissimicolloca.jpg" class="post-h" align="left" border="0" width="432" height="323" alt="I Bellissimi di Booksblog presenta... Gianluca Colloca" /><br clear="both" /></p>
<p>Il racconto inedito che presentiamo oggi per la serie <em><a href="http://www.booksblog.it/tag/bellissimi">I Bellissimi di BooksBlog</a></em> ha una ambientazione prettamente <a href="http://www.tvblog.it">televisiva</a> e proviene dalla penna di Gianluca Colloca, già autore de <em><a href="http://www.unilibro.it/find_buy/Scheda/libreria/autore-colloca_gianluca/sku-12350323/la_vita_sessuale_di_alessandro_baricco_.htm">La vita sessuale di Alessandro Baricco</a></em> (Coniglio editore), <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788854112544/colloca-gianluca/centouno-cose-fare.html">Centouno cose da fare prima di lasciare casa e andare a vivere da soli</a></em> (Newton &#038; Compton) e vari altri testi raccolti in numerosi libri.</p>
<p><em>Svetlana</em> è il racconto in prima persona di una storia drammatica occorsa a un personaggio, una soubrette televisiva, appartenente a un genere che ormai da anni popola incontrastato la fauna catodica italiana. </p>
<p>Senza svelare altro vi lasciamo alla lettura di <em>Svetlana</em> di Gianluca Colloca, e vi diamo appuntamento con un altro &#8220;Bellissimo&#8221; di BooksBlog a venerdì 30 gennaio.</p>


<p>
<strong>SVETLANA: LA VERA STORIA DELLA FINE MIA - IN ESCLUSIVA</strong><br />
<em>di Gianluca Colloca</em></p>
<p>Momento è che io Svetlana dice a Mio Conduttore che io Svetlana odia lui e che io Svetlana cambia trasmissione e va verso successo di <em>Altra trasmissione</em>, verso Altro Conduttore che apre me porte dorate del mondo televisione che è anche il mio mondo anzi soprattutto il mio mondo, poi forse il mondo anche degli altri, ma importa a me che è soprattutto il mio mondo.</p>
<p>Mentre io Svetlana è fuori da camerino di Mio Conduttore sento urla di Mio Conduttore e di altro uomo con voce che a me pare conosco, voce di altro uomo televisione, mi pare voce di produttore, sì è voce di produttore, produttore urla a Mio Conduttore che lui merda, che lui ha share sempre più in basso, che lui ha share come bambino di tre anni. Mio Conduttore cerca dire qualcosa, dice avere progetti in mente per migliorare share, produttore non crede, dice produttore che adesso cambia trasmissione, inverte orari trasmissione, <em>Mia trasmissione</em> e <em>Altra trasmissione</em>, <em>Mia trasmissione</em> in mezzo al pomeriggio e <em>Altra trasmissione</em> nel preserale, io Svetlana contenta, io Svetlana far comparire sorriso sul viso mio, io Svetlana contenta per Altro Conduttore che anche amante a me e contenta perché io Svetlana rimane in preserale e non va in onda in metà pomeriggio.</p>
<p>Produttore grida ancora che è meglio si dà da fare Mio Conduttore, altrimenti l&#8217;anno prossimo lo fa condurre lezioni di ingegneristica di Consorzio Nettuno in fondo notte buia. Poi produttore esce sbattendo porta, produttore vede me fuori da porta, io Svetlana far comparire sorriso sul viso mio, produttore dice “ti devo offrire un aperitivo un giorno o l&#8217;altro”, io Svetlana dice “uau”.</p>
<p>Poi io Svetlana entra in camerino di Mio Conduttore dove c&#8217;è Mio Conduttore che si tiene la testa fra mani seduto su sedia, io Svetlana dice lui che lascia sua trasmissione per trasmissione Altro Conduttore, lui non muove testa e non muove niente di lui stesso proprio, lui non guarda me, dice solo delle parole fra mani che tiene sulla faccia, forse bestemmie.</p>
<p>Ma poi anche con Altro Conduttore cose non vanno bene come spera io Svetlana. Allora così io Svetlana ha sul viso mio espressione triste con labbro pochettino calante su lato sinistro, pensa io Svetlana che Altro Conduttore è uno stronzo come tutti altri uomini televisione, che io non fa niente di regali che lui regalato me, che io butta suoi regali in bidet. Poi arriva Mio Conduttore che dice se vogliamo andare a cena io Svetlana e lui. Lui Mio Conduttore.</p>
<p>Io Svetlana mette espressione sorriso sul viso mio, rimano in silenzio, faccio finta di pensare come insegnato mamma mia a me per avere successo in vita mia, poi far comparire sul viso mio espressione sorriso super e dico “ok”.</p>
<p>Mio Conduttore dice “allora siamo d&#8217;accordo”. Io Svetlana dice “chiama agente mio e decidetevi dettagli”.</p>
<p>Ma poi la sera quando io vede Mio Conduttore in camerino che viene me consolare dopo ancora di nuovo io Svetlana gridato con Altro Conduttore che anche è amante a me ma forse più non tanto, Mio Conduttore prima gentile poi tutto arrabbiato che io Svetlana ancora sta con Altro Conduttore, allora io Svetlana pensa che lui proprio fesso, lui grida che io Svetlana non sa come si sta al mondo, grida che non si fa così, io Svetlana dico lui tutto quello che fatto me in ultimi mesi di <em>Mia trasmissione</em>, che per questo voglio andare in <em>Altra trasmissione</em>, come quella volta che copre mio primo piano con materasso in televendita di materasso, o quando io Svetlana chiesto ferie e lui detto no. Poi lui afferra simbolo fallico religioso su mia toeletta, simbolo fallico religioso regalo di Altro Conduttore che è anche amante a me ma forse più non tanto, lui Mio Conduttore prende perché invidioso di Altro Conduttore che ha fregato a lui Mio Conduttore orario di trasmissione e allora io Svetlana mette sul viso mio espressione di ridere e io Svetlana ride e dice Mio Conduttore che lui invidioso, poi lui colpisce me alla testa con simbolo fallico religioso di Altro Conduttore, io Svetlana sente qualcosa come dolore, e sente anche sangue che esce da fronte e scende lungo viso che rovina tutto trucco a me, allora io Svetlana cade terra su pavimento freddo e anche un poco sporco di camerino, Mio Conduttore colpisce ancora me con simbolo fallico religioso, io Svetlana vede luce, luce che più forte di luce alogena di camerino e pensa che io Svetlana allora muore, e pensa pazienza, io Svetlana spera che quando io Svetlana sveglia mi danno programma in prima serata.</p>

<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/4219/racconto-svetlana-di-gianluca-colloca">Racconto: Svetlana, di Gianluca Colloca</a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 13:30 di mercoledì 28 gennaio 2009.</p>
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  <item>
    <title>Racconto: 2 girls 1 cup, di Cristiano De Majo</title>
    <link>http://www.booksblog.it/post/4187/racconto-2-girls-1-cup-di-cristiano-de-majo</link>
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    <pubDate>Fri, 23 Jan 2009 15:03:16 GMT</pubDate>
    <dc:creator>dario</dc:creator>
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    <description>Dopo i Notturni livornesi di Gordiano Lupi, continua la rassegna de &amp;#8220;I Bellissimi di BooksBlog&amp;#8221; con un testo inedito dello scrittore napoletano Cristiano De Majo, già autore di[...]</description>
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      <a href="https://twitter.com/intent/tweet?source=&text=Racconto%3A+2+girls+1+cup%2C+di+Cristiano+De+Majo&url=http%3A%2F%2Fwww.booksblog.it%2Fpost%2F4187%2Fracconto-2-girls-1-cup-di-cristiano-de-majo" style="margin-right:6px"><img src="http://static.blogo.it/i/tweet.gif" width=55 height=20 alt="Tweet" /></a>
    </p>
<p> <img src="http://static.blogo.it/booksblog/bellissimidemajo.jpg" class="post-h" align="left" border="0" width="432" height="323" alt="I Bellissimi di Booksblog presenta... Cristiano De Majo" /><br clear="both" /></p>
<p>Dopo i <em><a href="http://www.booksblog.it/post/4178/racconto-notturni-livornesi-di-gordiano-lupi">Notturni livornesi</a></em> di <a href="http://www.booksblog.it/tag/gordiano%20lupi">Gordiano Lupi</a>, continua la rassegna de &#8220;<strong>I Bellissimi di BooksBlog</strong>&#8221; con un testo inedito dello scrittore napoletano <a href="http://www.nazioneindiana.com/tag/cristiano-de-majo/">Cristiano De Majo</a>, già autore di <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788842085263/de-majo-cristiano-longo/vita-di-isaia-carter.html">Vita di Isaia Carter, avatar</a></em> (Laterza), <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788895410098/de-majo-cristiano/sistema-elefante.html">Sistema elefante</a></em> (Punctum) e <em><a href="http://www.ibs.it/code/9788875211585/de-majo-cristiano-viola/italia-2-viaggio-nel.html">Italia 2</a></em> (Minimum Fax).</p>
<p>Questo breve racconto è estratto dal prossimo saggio di De Majo, ancora in lavorazione. Racconta la vicenda di uno dei più scioccanti fenomeni che abbiano mai invaso internet: il video &#8220;<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/2_girls_1_cup">2 girls 1 cup</a>&#8220;. Non è il caso di dilungarsi in descrizioni; meglio lasciare la parola alla disamina esaustiva, ricca di risvolti poco noti o addirittura inediti di Cristiano De Majo. Il racconto è pervaso dalla grande lucidità di analisi che caratterizza tutta la scrittura di questo autore.</p>
<p>Per leggere &#8220;<strong>2 girls 1 cup</strong>&#8221; basta cliccare sul <em>Continua</em>. Il prossimo racconto della collana sarà pubblicato mercoledì 28 gennaio.</p>


<p>
<strong>2 GIRLS 1 CUP</strong><br />
<em>di Cristiano De Majo</em></p>
<p>Avevo cominciato a interessarmi al caso MFX quando il video <em>2girls1cup</em> (due ragazze una coppa) aveva travalicato i confini degli appassionati di coprofilia diffondendosi in modo virale come spettacolo di massa e alimentando il chiacchiericcio sulla rete, la curiosità delle comunità virtuali, tutto un catalogo di reazioni a quella che sembrava un’esperienza inedita ed estrema nel campo del visibile. Nel video, che è in realtà un trailer del film <em>Hungry Bitches</em> (puttane affamate), due ragazze, una bionda e una mora, iniziano a baciarsi e a toccarsi in una stanza. </p>
<p>Sembrerebbe l’inizio di una canonica scena lesbo, ma questa normalità – il già visto – subisce una deviazione inaspettata quando l’inquadratura mostra una delle due, la bionda, defecare in un bicchiere – la <em>cup</em> del titolo – tenuto in mano dalla mora. Il risultato è perfetto e plastico come un sundae di McDonald’s e, come un gelato, il prodotto viene leccato e mangiato, prima dall’una, poi dall’altra, le quali con un coraggio da leoni si baciano con le bocche tutte sporche, scambiandosi da bocca a bocca resti del prodotto, per arrivare infine alla scena in cui ultra-disgustate vomitano sul prodotto, ma non contente, e, con tutta evidenza, imbeccate dal regista, ricominciano a leccare il prodotto ormai ricoperto del loro stesso vomito per concludere con reciproche vomitate – una nella bocca dell’altra – a ripetizione. </p>
<p>Il video – anche se non si capisce perché proprio questo tra gli altri – ha improvvisamente goduto di una diffusione capillare, ed è arrivato nelle case di molti, generando un intero catalogo di reazioni reperibili su Youtube, laddove il video vero e proprio non viene – e non potrebbe essere – mostrato, ma semplicemente guardato da persone, ragazzi, che nel frattempo, mentre stanno guardando il video, si autoriprendono con la loro webcam, registrando in diretta e a beneficio di altri spettatori, le reazioni di disgusto e incredulità e indignazione e divertimento che questi tre minuti di trailer provocano sui loro muscoli facciali. Un po’ come il videoartista Bill Viola che in <em>Reverse Television</em> riprende persone, tutte immobili o in uno stato catatonico, nell’atto di guardare la televisione, quasi che lo schermo invece di essere guardato guardasse chi lo guarda, o come Thomas Struth, che nella serie <em>Museum Photographs</em> immortala folle di visitatori davanti ai capolavori dell’arte, questa specie di opera d’arte collettiva, per quanto in una chiave decisamente goliardica, coglie perfettamente il punto della questione: le persone che vengono guardate dentro non sono soltanto i soggetti – gli attori – di questi quadri naturalistici, che volontariamente sottopongono i loro corpi al regime dello spettacolo, ma anche noi – noi che guardiamo – veniamo a nostra volta guardati dentro, indagati e radiografati attraverso le emozioni che proviamo.</p>
<p>Non era stato difficile trovare il sito della MFX, la casa di produzione – guarda un po’ – brasiliana dei video con merda e vomito e ricostruire quella storia di amore e squallore. Dopo la diffusione su scala globale – sfuggita come pare allo stesso controllo dei produttori – Marco Fiorito italo-brasiliano fondatore e proprietario della <em>factory</em> – le sue iniziali aggiunte a una x costituiscono la sigla della società – aveva dovuto fronteggiare una serie di grane legali non da poco. Negli Stati Uniti, terra promessa di tutte le finzioni, i video MFX erano stati banditi e Danilo Croce – un altro brasiliano di origini italiane che figurava come il distributore ufficiale della compagnia in America – era stato costretto a patteggiare una condanna di tre anni con multa di 98.000 dollari. A quanto leggevo, nel processo la difesa aveva orientato la propria strategia sull’impossibilità di dimostrare che quelle che sembravano feci fossero effettivamente feci e non, come Marco Fiorito sosteneva, cioccolata. Dunque il processo si era indicativamente imperniato su una discussione – un contraddittorio – tra vero e falso, con i produttori che avevano cercato di scagionarsi in tutti i modi dall’accusa di essere stati <em>troppo</em> veri.</p>
<p>In cerca di ulteriori indizi, avevo passato alcune ore sul sito della casa di produzione brasiliana, ricavando un consistente catalogo di perversioni – <em>merda, orina, sputo, vomito, calpestare, lotta, scoregge</em>, leggevo nella lista delle categorie disponibili, tradotta in italiano con un qualche genere di programma automatico – un catalogo che dimostrava l’esistenza di una pornografia in cui il sesso era quasi o del tutto assente.</p>
<p>C’è una scena in <em>Troppi paradisi</em> di Walter Siti in cui il protagonista – lo stesso Walter Siti – guarda un porno cercando di cogliere negli spasmi involontari del corpo – un piede che si inarca – un nucleo di verità, il reale sentimento, altrimenti insondabile, che l’attrice femminile ha provato sul set. Ecco, i video MFX sembrano ispirati proprio da questa considerazione. Il grado massimo della pornografia non è lo svelamento dell’atto sessuale nel suo dettaglio più intimo, ma la registrazione di un sentimento reale – in molti di questi casi un sentimento di umiliazione e disgusto profondo e dolore – che proprio per la sua caratteristica di verità genera nello spettatore un brivido di piacere e onnipotenza. Da un punto di vista concettuale, i video MFX – video in cui uomini o, più spesso, donne, vengono ricoperti di vomito, feci, urina, sputi – non hanno nessuna differenza con uno snuff movie, se non quella di non concludersi con la morte dell’attore. Sono registrazioni di dolore – di un doloroso disgusto – in presa di diretta.</p>
<p>Alla fine avevo anche cercato di contattare la casa di produzione. Avrei voluto intervistare Fiorito, o addirittura conoscerlo, vedere la sua faccia. I risultati erano stati scarsissimi. Le mail che avevo ricevuto come risposta si distinguevano per gentilezza e cordialità, ma anche per la fermezza con cui la casa di produzione rifiutava qualsiasi tipo di contatto  che non fosse indirizzato alla commercializzazione dei suoi prodotti.</p>

<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/4187/racconto-2-girls-1-cup-di-cristiano-de-majo">Racconto: 2 girls 1 cup, di Cristiano De Majo</a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 17:03 di venerdì 23 gennaio 2009.</p>
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  </item>

  <item>
    <title>Racconto: Notturni livornesi, di Gordiano Lupi</title>
    <link>http://www.booksblog.it/post/4178/racconto-notturni-livornesi-di-gordiano-lupi</link>
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    <pubDate>Wed, 21 Jan 2009 10:00:16 GMT</pubDate>
    <dc:creator>dario</dc:creator>
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    <description>Come promesso, apriamo oggi la nostra rassegna di racconti con un testo di Gordiano Lupi, direttore editoriale delle Edizioni Il Foglio, già autore di Orrori tropicali e Quasi quasi faccio anch’io un[...]</description>
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    </p>
<p><img src="http://static.blogo.it/booksblog/bellissimigordiano.jpg" class="post-h" align="left" border="0" width="432" height="323" alt="I Bellissimi di Booksblog presenta... Gordiano Lupi" /><br clear="both" /></p>
<p><a href="http://www.booksblog.it/post/4142/i-bellissimi-di-booksblog">Come promesso</a>, apriamo oggi la nostra rassegna di racconti con un testo di <a href="http://www.booksblog.it/tag/gordiano%20lupi">Gordiano Lupi</a>, direttore editoriale delle <a href="http://www.ilfoglioletterario.it/">Edizioni Il Foglio</a>, già autore di <em><a href="http://www.booksblog.it/post/2426/orrori-tropicali-intervista-a-gordiano-lupi">Orrori tropicali</a></em> e <a href="http://www.ibs.it/code/9788872267844/lupi-gordiano/quasi-quasi-faccio"><em>Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura</em><em></em></a>, nonché traduttore &#8220;ufficiale&#8221; della cubana <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Yoani_Sanchez">Yoani Sanchez</a>.</p>
<p>Il racconto s&#8217;intitola <em><strong>Notturni livornesi</strong></em> ed è un breve spaccato malinconico e &#8220;amarcordiano&#8221; su una provincia perduta pur senza mai allontanarsene. Ambientato a Livorno, è un racconto in cui possono riconoscersi tantissimi cosiddetti &#8220;provinciali&#8221; (e io, messinese, per primo) ricordando che, come scrisse il maremmano <a href="http://www.booksblog.it/tag/bianciardi">Luciano Bianciardi</a> (citato nel testo), «per provinciale deve intendersi, almeno in Italia, chiunque non sia nato né a Roma né a Milano».</p>
<p>È possibile leggere integralmente <em>Notturni livornesi</em> di Gordiano Lupi cliccando su &#8220;Continua&#8221;. I &#8220;Bellissimi di Booksblog&#8221; tornano venerdì prossimo con un altro racconto. Buona lettura.</p>


<p>
<strong>NOTTURNI LIVORNESI</strong><br />
<em>di Gordiano Lupi</em></p>
<p>La nostra città. Che poi chiamarla città è un po’ eccessivo, se si vuole. Cittadina sa di ricordi della scuola elementare. Paese è un po’ riduttivo. Insomma questa città è uno di quei posti di provincia dove le giornate hanno tutte lo stesso sapore e il passare del tempo non lascia traccia. Però vivere in provincia non è che mi sia mai dispiaciuto e sono io che l’ho scelto. Subito dopo laureato mi avrebbe assunto una grande azienda del nord. Rifiutai, spaventato dall’idea di dovermi trasferire a Milano. Avevo amici che vivevano in città e non li invidiavo per niente. Sapevo che non sarei stato capace di adattarmi ai ritmi della metropoli e a quel via vai di auto e persone sempre indaffarate in qualcosa d’importante. E poi mica mi chiamavo Bianciardi. Se non c’era riuscito lui a scappare dalla Maremma e a farsi una vita che non fosse agra… </p>
<p>La mia città si può percorrere in lungo e in largo in un pomeriggio e le distanze sono così ridotte che l’auto non è essenziale. Con tutto questo nessuno ne fa mai a meno. Ma questo è un altro discorso. </p>
<p>La vita scorre in un fazzoletto di poche centinaia di metri, lungo una spaziosa via del centro che porta al mare, quella che un po’ pomposamente chiamiamo <em>corso</em>. </p>
<p>“Ci vediamo in corso” era la frase ricorrente tra noi ragazzi, quello era il posto dello <em>struscio</em> serale, la via che per anni abbiamo percorso avanti e indietro almeno dieci volte al giorno. E adesso che siamo cresciuti abbiamo passato il testimone alle nuove generazioni. I tempi cambiano ma il <em>corso</em> resta. Con le stesse abitudini e identici rituali. Non chiedetemi perché. <em>Fare le vasche in corso</em> è sempre stato il passatempo preferito del liceale e dello studente universitario che tornava a casa per il fine settimana. </p>
<p>Si incontravano gli amici, si facevano quattro chiacchiere, si tampinava qualche ragazza. Durante l’estate gli <em>aficionados</em> dello <em>struscio</em> si trasferivano sul mare, verso le <em>baracchine</em> bianche e rosse, ai Bagni Pancaldi, alla Rotonda di Ardenza, insomma bastava un posto dove ci fosse una spiaggia e un po’ di fica, ché quello si cercava, mica altro. Un bar con vista su mare e ombrelloni, scogliere e tanga, bikini scosciati e tette al vento. Tra un bagno e l’altro ci bastava un po’ di musica, una partita a flipper e magari due scozzi a calcio balilla e biliardo. Però durante l’inverno era d’obbligo la puntatina in <em>corso</em>, sulla sera, poco prima di cena. Anche se mancava ancora qualche pagina di latino da tradurre. Anche se il capitolo di storia appena l’avevamo letto e restava da ripetere. C’era sempre il secchione da cui copiare il giorno dopo… La nostra cultura era quella del flipper con i record segnati con la penna biro, del calcio balilla con i vecchi calciatori decapitati e anneriti, dei primi <em>videogames</em> artigianali che si facevano strada. Non solo. Era la cultura del cinema con il doppio spettacolo domenicale e la signora che vendeva manciate di semi per poche lire. Era la cultura del campino sterrato della parrocchia, dove abbiamo sognato da bambini di emulare Mazzola e Rivera. Era la cultura dei nonni che raccontavano le fiabe tenendoci per mano nelle giornate di vento. E vivevamo così il nostro tempo libero, dopo lo studio, dopo l’allenamento allo stadio per la partita della domenica, prima di andare al cinema o a ballare. </p>
<p>Le notti di Livorno erano passione di una provincia che sorride ai tuoi occhi di ragazzo che affronta la vita. Fossi maleodoranti dove gettare una lattina di birra o le finte teste di Modigliani (che grandi erano stati peccato non averci pensato anche noi) dopo una scorribanda tra amici. Scogliere del Romito con la luna a picco su una casa uscita dai versi di Montale e io che mormoravo <em>la casa dei doganieri, la casa della mia sera</em>, con la tua mano stretta nella mia e aspettavo un bacio, un segno che tutto sarebbe andato bene, che non mi avresti lasciato. Nottate di libeccio con il mare che superava la balaustra di cemento dell’Ardenza e bagnava le mura della vecchia chiesa di mare all’Accademia. Maestrale che pareva uscito da un quadro di Fattori mentre alla Rotonda mi fermavo a guardare il mare ed era un modo come un altro per attendere un bacio dalle tue labbra inesperte e tremanti, quasi come le mie. Le notti della Livorno d’un tempo a dar fastidio alle puttane sui viali, chiedere quanto vuoi e scappare via, ché tanto non ce l’avevamo il coraggio e mica era vero che ci volevamo andare. Le notti d’inverno al Blue Moon, un night che forse adesso ha cambiato nome, a spendere soldi con una ballerina di Setubal, occhi chiari e capelli biondi, seno piccolo e sedere alto, domandarsi perché una ragazza così bella faceva quel mestiere invece di scappare insieme a te come un angelo azzurro venuto da lontano. Notti di tanti anni fa, forse troppi, che lasciano soltanto un leggero velo di nostalgia, malinconia di quello che è stato e non può tornare. E adesso sono notti casalinghe, bene che vada un cinema ai Quattro Mori, se viene Nanni Moretti, o al Kino Dessé per il Joe D’Amato Horror Festival che mi ricorda il passato. Ogni tanto una pizza e una gita fuori porta, una serata in Fortezza se canta un gruppo cubano e fanno musica latina, una puntatina in Venezia tra palazzi ristrutturati e quel bel sapore di antico con i panni tesi alle finestre che si affacciano sui fossi. Questi sono i miei notturni livornesi, per lo più casalinghi, un bimbo da crescere, una bambina da cullare sulla scia di ricordi che non tornano e d’un passato che diventa musica di nostalgia. </p>
<p>Adesso che ho un lavoro serio mi manca persino il tempo di andare in centro a fare una vasca. Se esco è solo per acquisti o un appuntamento importante. E poi non saprei che fare avanti e indietro per quella strada. Non troverei gli stessi volti, a parte qualche pensionato davanti al Bar Sport. Ma non è cambiata tanto la mia città, in fin dei conti si vive ancora come un tempo. C’è lo stesso <em>corso</em>, ci sono i cinema del centro, pure se hanno aperto i multisala, ci sono tanti bar come una volta, anche se parecchi parlano lingue straniere, vendono kebab, hamburger, roba così, che io mica la comprendo. Hanno chiuso le vecchie sale giochi, mancano i carretti dei venditori di semi e pistacchi, non vedo passare il venditore di gelati, non ci sono bliardini e flipper. Per questo mi fermo poco in centro e non mangio il gelato nei bar troppo eleganti che espongono gusti multicolori. Non avrebbe più il sapore di una volta. Avrebbe un gusto troppo amaro. Saprebbe di rimpianto. Perché in fondo in fondo lo comprendo cosa è cambiato. E non mi va mica tanto di ammetterlo.</p>

<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/4178/racconto-notturni-livornesi-di-gordiano-lupi">Racconto: Notturni livornesi, di Gordiano Lupi</a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 12:00 di mercoledì 21 gennaio 2009.</p>
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    <title>I bellissimi di Booksblog</title>
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    <pubDate>Mon, 19 Jan 2009 11:22:14 GMT</pubDate>
    <dc:creator>dario</dc:creator>
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<p>Dopo tanti consigli su libri di tutti i tipi, BooksBlog ha deciso di <strong>regalare</strong> direttamente ai suoi utenti delle buone letture. Abbiamo dunque messo insieme una <strong>raccolta di racconti</strong> di scrittori di vario tipo, molti di chiara fama e pochi promettentissimi esordienti, senza un preciso filo conduttore tranne il piacere della scrittura, della lettura e della discussione.</p>
<p>Abbiamo chiamato questa raccolta &#8220;<strong>I bellissimi di BooksBlog</strong>&#8220;, tanto per chiarire che non ci prendiamo granché sul serio, e abbiamo programmato due giorni della settimana da dedicare all&#8217;iniziativa: <strong>mercoledì</strong> e <strong>venerdì</strong>. Ogni settimana, quindi, pubblicheremo due racconti di autori differenti, sottoponendoli al vostro giudizio fine a se stesso. La nostra iniziativa infatti non sottende alcun meccanismo di concorso. </p>
<p>Voi lettori non sarete chiamati a indicare un racconto migliore degli altri, un vincitore e dei vinti. Le vostre opinioni saranno ovviamente ben accette, però &#8220;I bellissimi di BooksBlog&#8221; non sarà un festival, ma una rassegna; non è un concorso, ma una mostra. Con questo spirito amicale e festaiolo, vi rimandiamo dunque a <strong>mercoledì 21 gennaio</strong>, quando pubblicheremo su queste pagine il primo dei &#8220;Bellissimi di BooksBlog&#8221;. Non mancate!</p>



<p style="padding:5px;background:#ddd;border:1px solid #bbb;clear:both;"><a href="http://www.booksblog.it/post/4142/i-bellissimi-di-booksblog">I bellissimi di Booksblog</a> &eacute; stato pubblicato su <a href="http://www.booksblog.it">booksblog</a> alle 13:22 di lunedì 19 gennaio 2009.</p>
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