Il Ciclo di Dune, di Frank Herbert, è uno dei capolavori assoluti della fantascienza di tutti i tempi. I libri che lo compongono, però, sono ormai fuori catalogo e di difficile reperibilità. E’ con grande piacere, quindi, che accolgo la ripubblicazione, ad opera di Fanucci, dell’intero ciclo (ex-Nord e Sperling & Kupfer), i cui 6 volumi compariranno, domani, 19 gennaio, nuovamente sugli scaffali delle librerie italiane. Così com’era successo, un paio di mesi fa, per gli introvabili Canti di Hyperion di Dan Simmons, rinati a nuova vita.
Il ciclo di Herbert deve la sua fama principalmente al primo volume, Dune, vincitore, nel 1965/66, dei premi Nebula e Hugo e - per spiacevole che possa risultare ai detrattori - anche al film di David Lynch del 1984. Film che, al pari del libro, non può non essere considerato un classico della fantascienza e che, nonostante le differenze (e qualche eccesso grottesco tipico di Lynch), personalmente, amai molto. A volte penso che Arrakis e i suoi immensi deserti, la Spezia, le Bene Gesserit, Paul Atreides-Muad’dib-Kwisatz Haderach, i Fremen, gli occhi azzurri, i vermi delle sabbie, Thufir Hawat, la Gilda Spaziale, il Duca Leto, il Barone Harkonnen mi si siano impressi a fuoco nella mente più per il film che per il libro. Ma chi lo sa, in fondo è passato tanto tempo… (Anche dal videogioco in cui mi immersi, eoni fa, ai tempi dell’Amiga 500…).
Dati i limitati spazi dell’articolo, cercherò di essere il più esaustivamente sintetica possibile. Il ciclo - a cui, dopo la morte dell’autore, il figlio Brian e Kevin J. Anderson aggiunsero vari prequel e sequel - si ambienta, a partire da circa 24.000 anni nel futuro, principalmente sul pianeta desertico Arrakis, detto anche Dune, l’unico, in tutta la Galassia, in cui si produca il Melange. Il Melange, o Spezia, è una sostanza organica di fondamentale importanza, utilizzata dalla potentissima Gilda Spaziale per far viaggiare - senza muoversi - attraverso i suoi Navigatori e gli immensi transatlantici, persone/navi spaziali/merci nell’universo, piegando lo spazio e il tempo.
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Arriva da Mosca – e soprattutto dalla rete – uno strano e interessante fenomeno: Metro 2033 di Dmitry Glukhovsky, in cui i sopravvissuti all’ultima guerra (nella quale si usano missili nucleari e armi biologiche) trovano rifugio nella metropolitana di Mosca.
Il fenomeno nasce in rete, per l’appunto, cioè quando nel 2002 Dmitry pubblica il romanzo scaricabile gratis; solo nel 2005 arriva anche il cartaceo, ma il fenomeno continua perché il romanzo è un best seller. L’idea, però, non si ferma, perché Dmitry invita altri scrittori a replicare l’esperienza di Metro 2033, a immaginare cioè lo stesso contesto – l’Ultima Guerra – ma ambientato nelle loro città e non più a Mosca. Bene, all’universo di Metro 2033 hanno aderito in molti e in Italia ha aderito uno scrittore del calibro di Tullio Avoledo, che lo ambienta tra Roma e Venezia. E lo intitola: Le radici del cielo.
A Roma, che sopravvive alla guerra del 2012, il papa sembra sia morto ma non si hanno notizie certe, e il Vaticano si è spostato sotto le catacombe di San Callisto insieme a un manipolo di persone.
Moltissimi probabilmente non hanno mai letto una sola riga di quel geniaccio di Philip K. Dick, eppure, grazie all’incredibile successo degli adattamenti cinematografici di alcuni dei suoi racconti e romanzi (seppur alcuni discutibilmente aderenti agli originali) il nome di questo incredibile scrittore di fantascienza riecheggia e i suoi libri si vendono ancora abbastanza velocemente nelle librerie di tutto il mondo.
Questo è stato l’effetto positivo di film più o meno riusciti tratti da alcuni suoi geniali racconti, come Minority Report, e Atto di forza, o da alcuni suoi romanzi. Indimenticabile resterà per sempre l’adattamento de Il cacciatore di androidi (in inglese uscito con un titolo molto più bello, ovvero Do Androids Dream of Electric Sheep?), quel Blade Runner di Ridley Scott che ha fissato negli occhi di almeno un paio di generazioni l’incredibile rapporto tra uomo e macchina, nel film tra Harrison Ford e Rutger Hauer.
Ma Philip K. Dick ci ha lasciato molto altro. Tra romanzi e racconti saranno più di un centinaio le sue opere pubblicate, opere grazie alle quale riusciva a farci fare quasi sempre dei balzi in avanti, verso un futuro che oggi è sempre più presente, ma che per lui era sogno. E chissà quanti altri racconti Philip K. Dick avrebbe avuto in serbo per noi se un infarto non lo avesse stroncato a poco più di 50 anni.
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La Trilogia Steampunk, di Paul Di Filippo, e La città & la città, di China Miéville, sono due recenti uscite di fantascienza targate Delos Books e Fanucci.
Non sono particolarmente attratta da “troppe stranezze” nella fantascienza. Ricordo, ad esempio, che dopo la lettura di Un anno nella città lineare di Paul Di Filippo, rimasi piuttosto perplessa dal tipo di mitologia “soprannatural-religiosa” utilizzata, non riuscendo a capire bene se il romanzo mi fosse piaciuto o meno, protendendo infine per il no (per un motivo, in verità, che ancora mi sfugge). Per Miéville, sicuramente il massimo esponente di un filone fantascientifico, il new weird, che di “stranezze” ne contiene molte (non che Paul di Filippo sia da meno, come possiamo leggere nel blog di cui è co-autore, Weird Universe), non sono mai riuscita a farmi scattare la scintilla. Eppure non sono poche le volte in cui sono stata tentata di comprare il noto Perdido Street Station (a cavallo tra fantasy, fantascienza con tecnologia steampunkeggiante e horror)… Ma nonostante abbia letto commenti e recensioni ottime, alla fine non l’ho mai fatto (chissà, forse donne-coleottero e farfalle mangiasogni sono troppo bizzarre anche per chi accetta - di malagrazia, in verità - i ratti e i cigni mannari di Laurell K. Hamilton…).
Queste due nuove uscite novembrine, invece, mi incuriosiscono molto, e grazie a esse credo che farò sia un altro tentativo con l’americano Di Filippo e con lo steampunk weirdeggiante de La Trilogia Steampunk, sia un tentativo ex-novo con l’inglese China Miéville. Nel primo caso perchè sono curiosa, più che di seguire le storie, di vedere quali ambientazioni ha saputo creare Paul Di Filippo che, col titolo di quest’opera del 1995, ha “ufficializzato” l’uso del termine steampunk per questo tipo di fantascienza, nel secondo perchè - semplicemente - l’idea che sostiene l’ambientazione mi pare interessantissima e meno weird di altri lavori di Miéville, così, a prima vista (probabilmente anche la storia sarà ottimamente e significativamente sviluppata visti gli importanti premi vinti da La città & La città: Hugo, BSFA, Arthur C. Clarke, World Fantasy).
Picabo Swayne. Le storie della camera oscura, di Alessandro Gatti e Manuela Salvi, attivi nella letteratura per ragazzi, è un romanzo distopico YA tutto italiano e, pare, particolarmente intenso.
Siamo in un futuro prossimo venturo. Il mondo è profondamente cambiato. E’ in piena crisi energetica, e la possibilità di usare l’elettricità è circoscritta a casi specifici e limitati. Il mare non esiste più, è stato “sostituito” da rifiuti e sostanze tossiche di varia natura. Le persone che vivono in questo mondo sono identificate da un numero seriale, attraverso il quale il Governo - che non concede alcuna libertà di scelta - controlla ogni aspetto della loro vita. A sedici anni, ad esempio, le ragazze devono sposarsi e fare figli.
In questo mondo triste e grigio - archetipo di mondi distopici più “classici” rispetto alle attuali e più o meno “morbide” versioni adolescenziali, quali Matched, Delirium, Beauty, Hunger Games (e parliamo di 1984 di Orwell, ad esempio, o Fahrenheit 451 di Bradbury - anche in Picabo Swayne i libri, così come i computer e altri supporti o sistemi di informazione/conoscenza o in grado di mantenere vivi i ricordi vengono soppressi) - seguiremo le avventure della quasi sedicenne Picabo Swayne, abitante di Coldbay.
Una storia ambientata nel futuro che però ammicca molto al presente. Cory Doctorow – “uno degli autori di fantascienza più brillanti, famosi e premiati di sempre” – in Chicken Little (pubblicato in eBook da 40k) narra di un mondo in cui le persone ricche potranno vivere per sempre grazie a una serie di congegni e strutture. O almeno, pensano di poter vivere per sempre, dal momento che quella che conducono è una situazione alquanto surreale.
L’umanità, in Chicken Little, è arrivata a un punto in cui tutto è stato inventato e quindi non resta altro che rielaborare quanto c’è già o c’è già stato: lo sappiamo bene, infatti, che l’animo umano è sempre alla ricerca del nuovo:
In un mondo in cui tutto si poteva creare quasi gratis, niente aveva valore. Non c’era più bisogno di scoprire niente: bastava combinare, inventare. Dopodiché, premevi il pulsante di stampa e riproducevi il tutto con il tuo desktop fab portatile, oppure con le macchine della copisteria di quartiere nel caso di articoli più ingombranti; se proprio ti serviva replicare qualcosa di superiore alle capacità di una stampante, non mancavano certo gli intermediari in grado di reclutare nottetempo una squadra di operai in qualche nazione lontana e la mattina dopo trovavi la consegna ad aspettarti sulla scrivania dell’ufficio, in un pacco Fed-Ex sigillato.

Un signore distinto sul viale del tramonto, la città di Milano che non resta solo uno sfondo ed un incontro inaspettato. La metropoli meneghina si tinge di fantascienza in un racconto dai toni misteriosi ed intriganti. Ecco gli ingredienti del libro “Il Viaggiatore” di Mac Civis, un’odissea futurista che coinvolge un uomo dei giorni nostri in un avventura che cambierà per sempre il suo presente.
Guidato dal comunicatore, uno strano congegno luminoso e parlante per i viaggiatori interdimensionali, grazie al suo aiuto il protagonista si muove in una città surreale che mescola monumenti milanesi realmente esistenti e caratteristiche ambientali veneziane, gondole e castello Sforzesco, in un crescendo di sovrapposizioni, stranezze e verosimili evoluzioni fantascientifiche di un futuro non troppo lontano.
Un inventore ricercato dalla Milizia, fantomatiche forza di non sa quale ordine, negozi senza insegne, ma dai camerini intelligenti che prendono automaticamente le misure e confezionano abiti assolutamente personalizzati a tempo di record e una moneta di scambio altisonante, il fiorino d’oro, rievocazione inevitabile di quel “dollaro del rinascimento” che aveva reso Firenze la regina dei commerci dell’epoca.
I Canti di Hyperion, di Dan Simmons, spettacolare saga di fantascienza, inaccettabilmente assente dagli scaffali italiani ormai da qualche anno, è stata acquisita da Fanucci e rivedrà finalmente la luce il 3 novembre. I quattro volumi della serie - vincitrice o finalista di molti premi, tra cui l’Hugo, il Nebula, il Locus, il BSFA - usciranno in una nuova edizione economica contemporaneamente.
Splendido, potente, epico esempio di space opera (e certamente non solo) il ciclo narra storie che si ambientano, inizialmente, nel 28° secolo, in un universo in cui gli esseri umani si sono diffusi in tutta la Galassia, prima attraverso navi e poi attraverso la creazione di un “servizio pubblico” di teletrasporto, una Rete gestita dalle Intelligenze Artificiali, in grado di collegare tutti i pianeti - con sviluppo sociale, politico, economico e religioso diversi - di una federazione chiamata Egemonia (dell’Uomo). Fa eccezione la Terra, distrutta dal Grande Errore (un esperimento su un buco nero finito male).
Il volume - modellato sui Canterbury Tales di Chaucer e sul Decameron di Boccaccio - che ci introduce in questo mondo è Hyperion. Hyperion è un pianeta dell’Egemonia (oltre che il titolo di un poema incompleto di Keats, il grande poeta romantico inglese che, in forma di cibrido, mente artificiale in corpo umano clonato, sarà uno degli ingranaggi di quel grande meccanismo religioso, filosofico, poetico, socio-politico e quant’altro rappresentato dal ciclo di Dan Simmons). Su Hyperion, uno dei nove pianeti dotati di un immenso labirinto sotterraneo di funzione ignota, si trovano le misteriose Tombe del Tempo, giganteschi e incomprensibili monumenti che si spostano nel tempo, in procinto di aprirsi. Le Tombe del Tempo sono “presidiate” dallo Shrike, il Signore della Sofferenza, inquietante creatura metallica, organica e semidivina ricoperta di aculei e lame in grado anch’egli viaggiare nel tempo e in adorazione del quale, nell’Egemonia, è nata una Chiesa. Se gruppi formati da un numero primo di pellegrini riescono ad arrivare allo Shrike e a fargli la propria domanda, uno di loro riceverà risposta. Gli altri moriranno. Nel primo volume seguiremo proprio 7 pellegrini che, prima di arrivare alle Tombe del Tempo, racconteranno le loro sorprendenti storie. Sarà partendo da queste, narrate alla vigilia di un attacco nemico, che l’articolato ciclo si svilupperà, in un crescendo di intrecci e complesse situazioni in divenire che, nel corso delle pagine, cambierà radicalmente la situazione di partenza.
Tempest, di Julie Cross, è il romanzo d’esordio dell’autrice e il primo volume di una pianificata trilogia YA che unisce viaggi nel tempo, avventura, azione e romance, che si sta rapidamente diffondendo nel mondo, dall’Europa all’America Latina all’Estremo Oriente, prima ancora della sua uscita negli Usa (gennaio 2012). I diritti cinematografici sono stati acquisiti dall’ormai nota Summit Entertainment che, prossimamente, ne trarrà un film.
Sono rimasta davvero molto colpita dai commenti fatti sul web dai lettori americani che hanno ricevuto il libro in anteprima. Sono quasi tutti estremamente favorevoli, spesso addirittura entusiastici. Pare che Tempest abbia tenuto incollate alla sedia, fatto piangere, ridere ed emozionare non poche persone. La storia che va a raccontare, d’altronde, pare davvero intrigante.
Siamo nel 2009. Jackson Meyer è un diciannovene che vive a Manhattan nel lussuoso quartiere dell’Upper East Side (quello di Gossip Girl, per intenderci). E’ ricco, è un bravo ragazzo, ha un amico, Adam, che è un geek & genius, e una fidanzata di Brooklyn adorabile, Holly. Jackson, oltre a molte belle caratteristiche (e un triste passato: la sorella Courtney morì qualche anno prima), ha anche l’abilità di spostarsi indietro nel tempo. Solitamente non più di qualche minuto o, al massimo, di un paio di giorni, senza creare apparenti paradossi temporali o cambiamenti nel presente. L’unico a conoscere questa capacità, scoperta di recente, è Adam, che sta cercando di monitorare i salti per capire meglio il fenomeno. Un giorno, però, due persone fanno la loro comparsa e sparano a Holly. Impaurito, Jackson fa inavvertitamente un salto indietro di 2 anni, fino al 2007. Rimanendovi bloccato.
Continua a leggere: Tempest, di Julie Cross. Viaggi nel tempo, cospirazioni e... amore
La storica collana di fantascienza Urania, di Mondadori, e il più noto sito specialistico italiano, Fantascienza.com, di Delos Books, hanno bandito un nuovo premio letterario per il miglior racconto di fantascienza.
Chi, entro il 30 marzo, invierà uno o più racconti, rigorosamente inediti, e sarà scelto dalla selezionatissima giuria finale, composta da Giuseppe Lippi, Silvio Sosio e Franco Forte, vedrà la propria opera pubblicata prima su Urania e poi, insieme ad altri quattro finalisti, anche su Fantascienza.com.
Nell’augurare a tutti buona fortuna, sperando che questo non sia che il primo, o un ulteriore passo verso una brillante carriera di scrittore di fantascienza (e non), invito a recarsi qui per ogni dettaglio tecnico.
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