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critica

Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare, di Paola Mastrocola

pubblicato da Andrea Coccia in: libri critica saggi

Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare, di Paola Mastrocola Qualche giorno fa, una professoressa di liceo della provincia di Milano, attraverso una lettera aperta pubblicata sulle pagine di Repubblica, denunciava lo stato di precarietà, e la relativa frustrazione che ne deriva, in cui è costretta a lavorare da anni. L’unica cosa che riusciva a trarre da questa frustrazione e da questa rabbia era un segnale di resa, una vera e propria bandiera bianca, un’abdicazione al proprio ruolo di insegnante che si basava su un’asserzione molto precisa: studiare letteratura e latino non serve più a niente.

Basta leggere un breve estratto di quella lettera per capire le esatte dimensioni di questa abdicazione:

Non dovete imparare a usare il cervello, perché vivrete male, sempre critici verso tutto, poco furbi, poco scaltri, poco sfrontati, sempre onesti, sempre fessi e sempre più soli. Come mi sento io. Onesta e fessa, e sola. Debole, sempre senza soldi, sensibile alle belle parole e alle romanticherie. E poi stanca. Stanca di tutto.

Questo saggio di Paola Mastrocola, invece, rappresenta un altro modo di reagire alla stessa identica situazione aberrante e desolante, alla stessa rovina che segna il presente non semplicemente della scuola italiana, ma di un’intera generazione di ragazzi. Rispetto alla resa della professoressa milanese, però, la reazione della Mastrocola è più lucida, anche se non meno incisiva e rabbiosa, ed è più lucida, credo, perché, per sua fortuna, non appartiene alla generazione che sta assaporando l’amara disperazione della precarietà.

Eppure, proprio per questo, proprio perché il suo punto di vista non è “viziato” dalla quotidiana infelicità del precariato, l’analisi di Paola Mastrocola è da ascrivere alla lista – sempre più breve di questi tempi – della analisi preziose, da leggere per cercare di capire e di affrontare la realtà che ci circonda.

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La letteratura non serve a niente, ovvero sul ponte sventola bandiera bianca

pubblicato da Andrea Coccia in: critica

La letteratura non serve a niente, ovvero sul ponte sventola bandiera bianca
Oggi, sulle pagine virtuali di Repubblica, è stata pubblicata una lettera aperta scritta da una professoressa precaria che insegna italiano e latino in uno dei tanti licei del milanese, una lettera che, circoscrivendo in pochi ma densi paragrafi la profonda e diffusissima amarezza che colpisce di questi tempi gli insegnanti italiani, in qualche modo segna una resa, affermando che insegnare Letteratura e Latino non serve più a niente.

Scrive la professoressa:

Togliete queste materie dalla scuola, eviterete di far perdere tempo a quei pochi che passano i loro pomeriggi a spaccarsi la schiena su versioni, poesie e filosofi anziché fare altro di più divertente. Io non me la sento più di dire ai miei studenti di sacrificare ore di studio per il latino. L’ho fatto io, non fatelo voi ragazzi. Altrimenti farete la mia fine. Vi ritrovereste con un pugno d’aria, di parole che ormai oggi non hanno più senso per nessuno.

Parole che segnalano il livello ormai insopportabile di disillusione, di demotivazione e di disperazione in cui la società italiana ha relegato la classe insegnante, frustrata da stipendi da fame, delegittimata dal sempre più potere acquisito dai genitori – individui che non dovrebbero essere ammessi nelle scuole – insultata da riforme che contabilizzano il lavoro culturale e che mortificano attese di anni nelle graduatorie. In due parole: una classe di persone che non ce la fa più, che non ha più energia, che non ha più voglia di impuntarsi e di faticare per niente, che non riesce più a reagire.

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Velina o calciatore, altro che scrittore!, di Gordiano Lupi

pubblicato da Andrea Coccia in: libri critica narrativa italiana

Velina o calciatore, altro che scrittore!, di Gordiano Lupi Il mondo editoriale contemporaneo sembra soffrire di una strana malattia che lo sta mangiando dall’interno come un tumore irrefrenabile. I sintomi di questa malattia sono, per esempio, la presenza continua di scrittori tuttologi che affollano i salotti televisivi, la dittatura editoriale del cartello Mondafeltrinellieinaudi, il fenomeno degli scrittori panettone che puntualmente sfornano i loro burrosi bestseller canditi ogni santo Natale, e la lista potrebbe andare avanti ancora per un bel po’.

Gordiano Lupi, in questo volume oscillante tra la narrazione e il pamphlet, non risparmia quasi nessuno di questi grotteschi sintomi del degrado qualitativo e morale di una filiera editoriale il cui scopo sembra essere ormai semplicemente l’autoconservazione di se stessa.

Ma se fosse per questo, se fosse solo per smascherare alcune delle tante magagne che offre il teatrino dell’editoria italiana, leggere Velina o calciatore, altro che scrittore!, edito un paio di mesi fa dalle Edizioni Historica, non sarebbe un grande spasso, anche perché la maggior parte dei fenomeni di cui parla Gordiano Lupi sono ben noti agli addetti ai lavori e non solo. E farebbero anche rabbrividire, e forse strapperebbero anche qualche lacrimuccia ai lettori più sensibili se non fosse che Lupi, unendo alla sua toscanità verace, la lezione di Bianciardi e, in qualche modo, anche di un certo Céline, riversa su tutto questo baraccone una sanissima e liberatoria rabbia sarcastica.

E’ tutto qui il trucco: spostare l’asse dello sguardo. Non mi ricordo più chi diceva (o forse me lo sto inventando?) che se una cosa la racconti guardandola dal basso verso l’alto il tuo tono sarà quello della tragedia, e subirai la materia senza scampo, soffocando sotto la sua pesantezza, mentre se la racconti dall’alto verso il basso il racconto sarà dotato della leggerezza dell’ironia o del sarcasmo e la materia del tuo racconto, seppur tragica e pesante, verrà depotenziata, disinnescata, tanto che basterà una risata a seppellirla.

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Convergenze. Gli strumenti letterari e le altre discipline, di Remo Ceserani

pubblicato da Andrea Coccia in: libri critica

Convergenze. Gli strumenti letterari e le altre discipline, di Remo Ceserani Leggendo questo saggio di Remo Ceserani, uscito recentemente per la Bruno Mondadori, e dedicato al ruolo dello strumento Letteratura, dei suoi moduli, delle sue tecniche e del suo stile, in tutte le altre discipline che formano il mondo intellettuale (dalla filosofia, alla matematica, alla biologia, alla chimica, fino alla legge) ho incontrato, senza stupirmi troppo per la verità, la constatazione del medesimo paradosso che apriva il recente saggio di Filippo La Porta intitolato Meno letteratura per favore: in un’epoca che sembra mettere alle corde la Letteratura, in un mondo pronto a dichiarare la morte del Romanzo, paradossalmente la Letteratura e il Romanzo sembrano pervadere i campi limitrofi, sopravvivendo.

Tuttavia, pur non provocandomi stupore, leggere un saggio come questo di Ceserani – un professore che ho sempre apprezzato moltissimo – dedicato a una problematica così futile, a una battaglia così infinitamente di retroguardia come questa, mi ha lasciato molto perplesso. Non sono riuscito a sentirmi in altro modo trovandomi di fronte a un ragionamento così ben argomentato e altrettanto ben sostenuto da un immenso apparato bibliografico, ma assolutamente inutile, almeno a mio parere.

Non escludo che la colpa sia mia, e che sia quella di non riuscire, in un momento come questo che stiamo vivendo ad accettare discorsi che riflettono su se stessi, basati su paradossi poco pertinenti, come può essere quello della Letteratura che sta morendo e che “paradossalmente” sta rinascendo dalle sue ceneri in altre discipline. Non so, mi sembra che il paradosso non sussista. Io credo che la Letteratura, da sempre, sia una macrocategoria capace di inglobare ogni tipo di discorso, che sia questo mirato a spiegare il mondo scientificamente o esteticamente. Tutto, a suo modo, è Letteratura.

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Sulla ipertrofia del mondo editoriale italiano

pubblicato da Andrea Coccia in: blog&web libri critica approfondimenti

Sulla ipertrofia del mondo editoriale

Oggi vi segnalo un interessante articolo scritto da Loredana Lipperini e pubblicato su Repubblica, in cui la blogger-scrittrice affronta uno dei problemi più seri dell’editoria contemporanea, e non solo italiana, vale a dire la proliferazione a dismisura della produzione di novità, una produzione incessante che rende sempre di più l’offerta ingestibile, sia per le case editrici, sia per i librai, sia per i lettori.

I dati sulle nuove uscite ne attestano il numero annuo in approssimativamente 60mila, una cifra enorme che rende il tempo di permanenza di una novità in libreria praticamente nullo, i calcoli dicono tra i quindici e trenta giorni. Si tratta certamente di tempi molto distanti da quelli che potremmo definire di “vendibilità”, tempi che, per tutti quei libri che non hanno la fortuna di essere pompati da trasmissioni televisive o ignobili marchette dei grandi pseudocritici della stampa nazionale, equivalgono al massimo ai celebri cinque minuti di celebrità di cui parlava Andy Warhol.

Ci troviamo di fronte, dunque, ad un sistema editoriale ipertrofico, che produce molto di più di quanto sia sostenibile sia dal pubblico sia dal sistema distributivo, un sistema che trasforma il libro in una merce come tutte le altre, forse peggio delle altre, e che fonda il proprio funzionamento su un consumismo che, più che moralmente inaccettabile (ma di questi tempi la morale è meglio lasciarla da parte) è assolutamente insostenbile.

Ma è probabilmente osservando il comportamento dei maggiori editori nazionali che si percepiscono al meglio le esatte dimensioni di questa folle corsa. Difatti, a parte qualche piccola eccezione che vede gli editori pensare a una “decrescita sostenibile” (il caso della Marcos y Marcos, per esempio), la gran parte del mondo editoriale italiano non ha ancora capito che, aumentando a dismisura la produzione di nuovi titoli, oltre che a perdere innegabilmente in qualità, si sta correndo a tutta birra contro un muro di cemento armato.

Via | Lipperatura
Foto | Centro Studi Sereno Regis

Un punto di vista su Senza scrittori, il documentario di Cortellessa e Archibugi

pubblicato da lara in: critica approfondimenti curiosità

un foglio e una penna in b/n
Aveva fatto molto scalpore questa estate e ne avevamo anche parlato qui su Booksblog; mi riferisco al documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi dedicato al mondo dell’editoria. Con molta curiosità e immaginando una sala gremita di persone sono arrivata all’Esc, a Roma, un lunedì prenatalizio, un po’ in ritardo. Con grande sorpresa ho trovato lo schermo spento, la stanza vuota e Andrea Cortellessa che girava per gli stand del Critical BookeWine e chiacchierava con amici e avventori.

Dopo un po’ di attesa lo spettacolo è cominciato e ho visto il nostrano Michael Moore (così è stato definito da qualcuno il critico letterario) intervistare scrittori, editori, librai e organizzatori di premi, per circa un’ora di filmato. Il documentario è diviso in capitoli, ognuno dedicato a un settore dell’editoria: i premi (il premio Strega), le case editrici (Mondadori e Mauri Spagnol da una parte e DeriveApprodi dall’altra), le librerie, Il festival di Mantova e, in chiusura, uno sguardo a un evento che si svolge nella cittadina di Topolo (Topolove in sloveno), in cui per un mese spettacoli, installazioni e laboratori invadono le strade di questo paesino di trenta anime.

Avevo chiesto a Cortellessa di potergli fare una piccola intervista dopo la visione e lui si era detto disponibile, ma alla fine non è stato possibile, perché c’erano interventi programmati, da cui sono scaturite domande e altri interventi, perciò lancio nel web i miei interrogativi irrisolti (a cui ho provato a rispondere da sola). “A chi pensava Cortellessa quando ha deciso di girare questo documentario?” Perché alla fine della proiezione mi sono chiesta cosa di nuovo mi avesse rivelato e la risposta è stata “poco”. Gli addetti ai lavori, cioè coloro che gravitano attorno al mondo dell’editoria, sanno già che Il premio Strega è una sfilata delle vanità, che la Mondadori pubblica libri esclusivamente per trarne profitto (e quindi un imbarazzato Franchini di fronte alle domande sulla qualità dei libri che pubblica non desta meraviglia), che le librerie indipendenti stanno morendo e che anche il prestigioso festival di Mantova deve sottostare ad alcuni taciti dettami e quindi invitare la Mazzantini (che tra l’altro, in questo filmato, sembra incarnare tutti i mali dell’editoria).

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André Schiffrin a Più libri più liberi: le politiche locali possono salvare i piccoli editori

pubblicato da lara in: scrittori critica saggi

foto in bianco e nero André Schiffrin rappresenta una voce autorevole dell’editoria internazionale. Editore e scrittore, strenuo difensore della piccola e media editoria, con le sue opere si oppone al neoliberismo sfrenato che ha invaso anche il mondo dei libri. Di Schiffrin Voland ha pubblicato da poco Il denaro e le parole, che è stato presentato il 4 dicembre a Più libri più liberi dallo stesso autore, intervistato da Marino Sinibaldi.

SULL’EDITORIA INDIPENDENTE
Per Schiffrin l’editore indipendente è quello che vuole mantenere il ruolo classico e cioè pubblicare libri che fanno guadagnare, accanto ai libri che non fanno guadagnare, ma per una questione di sopravvivenza e non per l’ossessione del denaro. Ha citato, come caso opposto, Murdoch che ha pubblicato molti titoli a sostegno della dittatura cinese perché interessato al mercato delle tv via cavo.

E-BOOK
L’autore paragona la rivoluzione degli e-book a quella di altre invenzioni del secolo scorso, come la radio e la televisione che, si diceva, avrebbero causato la scomparsa del libro. Per ora vengono digitalizzati soprattutto i best seller, quindi non rappresentano, secondo lui, una minaccia al libro cartaceo. Ne vede, però, le applicazioni positive e porta l’esempio di un’università americana che ha messo in digitale, online, tutte le lezioni dei corsi.

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Una giornata sbagliata per l'informazione online

pubblicato da Andrea Coccia in: news blog&web riviste e webzine critica

Una giornata sbagliata per l'informazione online
La giornata di ieri, per l’informazione italiana, è stata una giornata sbagliata; e non lo è stata soltanto perché ha visto consumarsi un vero e proprio atto di censura della libertà di espressione – chi non ne fosse informato può trovare da queste parti (Piovono Rane, Sul Romanzo e Punto Informatico) tutte le informazioni relative al caso – ma soprattutto perché quest’azione censoria ad opera di Google si è svolta nell’indifferenza generale.

Ma ricapitoliamo brevemente: qualche mese Morgan Palmas aveva pubblicato sul sito Sul Romanzo un post che denunciava un presunto plagio, da parte di una professoressa – Miriam Turrini – dell’Università di Sassari, della tesi di Maria Antonietta Pinna, di cui la Turrini fu correlatrice . Le reazioni degli interessati alla pubblicazione di questo post non si sono fatte attendere e, tra i commenti all’intervista rilasciata dalla Pinna a Palmas, si possono trovare alcune tra le peggiori dimostrazioni di insolenza e di arroganza da parte del professor Brizzi, relatore della tesi di Maria Antonietta Pinna.

Ma il nocciolo del problema non sta certo nella bassezza dei commenti del prof. Brizzi, né nelle denunce incrociate che la Pinna e la Turrini si sono scambiate – una per plagio, l’altra per diffamazione – queste sono cose che capitano ogni giorno in Italia. E purtroppo non sta neppure in quello che è successo ieri al sito di Morgan Palmas, la censura dei post in questione (in particolare questo, non più raggiungibile), perpetrata con una leggerezza e un’agilità spaventose da Google.

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Sullo stato di salute delle Biblioteche pubbliche in Italia, ovvero quando un bollettino di guerra è più confortante

pubblicato da Andrea Coccia in: news critica

Sullo stato di salute delle Biblioteche pubbliche in Italia, ovvero quando un bollettino di guerra è più confortante
Come al solito dal fronte delle Biblioteche pubbliche arrivano sempre notizie positive, di quelle che fanno bene al cuore quando si torna a casa dopo una giornata di ordinario sfruttamento, di quelle che non ti fanno andare a dormire, ma ti costringono a prenderti un aperitivo, sperando che l’alcool, almeno quello, metta a posto le cose.

Quest’oggi la notizia confortante– una notizia che in realtà è nell’aria da tempo e che, ormai, non è che una semplice constatazione – è quella che vede i bilanci delle biblioteche pubbliche, già programmaticamente in rosso, porsi sotto la scure delle nostre care e sagge Istituzioni, una scure la cui vista, al pari della ghigliottina in Place de Grève a Parigi, non è quasi mai presagio di buone novelle.

Quindi la situazione delle biblioteche pubbliche italiane, già in ginocchio da anni di impoverimento culturale e di taglio di fondi, saranno ben presto – leggi nel 2011 – messe ancora più a dura prova grazie all’intelligente mossa, dovuta alla crisi, non c’è dubbio, di tagliare i fondi per l’acquisto di nuovi libri di cifre astronomiche – l‘AIB parla di riduzioni tra il 15 e il 35%.

Proprio quello che ci voleva per sostenere il consumo culturale italiano – non il mercato, badate bene, quello lo sostengono le case editrici non pagando le tasse o sfruttando gli stagisti senza ritegno. Voi cosa ne pensate? Prima di scriverlo nei commenti, però, leggete una frase che La Repubblica cita da un non precisato “Alto amministratore pubblico”: “Chiedono ancora libri? Ma non glieli abbiamo già comprati l’anno scorso? Cos’è, li hanno già letti tutti?”.

C’è gente che non si rende proprio conto di quanto debba ringraziare il proprio dio minuscolo, che ha fatto sparire da Place de Grève la ghigliottina.

Via | La Repubblica
Foto | Wikimedia

Qualche ragionamento sui Barbari, ovvero sui soliti problemi dell'Italia contemporanea

pubblicato da Andrea Coccia in: critica approfondimenti

Qualche ragionamento sui Barbari, ovvero sui soliti problemi dell'Italia contemporanea Arrivano i barbari, anzi sono già arrivati da qualche anno e noi non ce ne siamo accorti, anzi siamo noi i barbari, noi che, grazie ai mutamenti tecnologici che ci sommergono continuamente, abbiamo cambiato il nostro modo di porci verso il mondo, sostituendo alla profondità - idolo scomparso dei vecchi intellettuali - la superficialità, nostra nuova dea e nuova sede del senso delle cose.

Così si potrebbe riassumere, se volessimo usare veramente poche parole, il Baricco-pensiero sui cambiamenti che, negli ultimi anni, stanno riplasmando i nostri quotidiani atti culturali. Fin qui niente di nuovo, tutto già letto nei plurimi interventi sull’annosa questione che Baricco ha pubblicato negli ultimi anni sul quotidiano romano e ristampato i molteplici versioni libresche.

Ma leggendo il carteggio tra Baricco e Scalfari pubblicato ieri sulle pagine virtuali de La Repubblica, in realtà qualcosa di nuovo sembra emergere, una sorta di reciproco riconoscimento tra i due intellettuali che, pur provenendo da generazioni diverse, per la prima volta, si accordano vicendevolmente il diritto di dirsi “Barbari”.

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