mercoledì 03 marzo 2010

Giunti editore, gli Y Ambassadors, e le ultime inquietanti strategie del lavoro editoriale

pubblicato da Andrea Coccia in: case editrici critica approfondimenti

Giunti editore, gli Y Ambassadors, e le ultime inquietanti strategie del lavoro editoriale
Ci aveva già pensato la casa editrice Intermezzi, con la sua campagna di ricerca di Lettori Anobiiniani, ora però il fenomeno si allarga e comincia ad attecchire anche in altre realtà editoriali, alla Giunti per esempio, che negli ultimi tempi, dopo aver inaugurato Y, la sua nuova collana Young Adult, è ora alla ricerca di giovani lettori e lettrici denominati Y Ambassadors, che avranno il compito di leggere e valutare in anteprima le uscite della collana, e naturalmente parlarne il più possibile, scatenare il passaparola.

Per alcuni versi, certamente, la cosa non ha nulla di strano, è già una prassi normale e ben consolidata quella di inviare libri omaggio per stimolare la discussione e il passaparola; quello che però è assolutamente inedito, almeno fino a qualche emse fa, è che ad essere coinvolti nell’iniziativa non siano più soltanto i giornalisti, ma anche i comuni lettori.

Personalmente questo fenomeno non mi convince del tutto, anzi, potrei quasi dire che mi infastidisce, un fastidio che probabilmente deriva dal carattere di gratuità che ha questa prestazione lavorativa: sì, perché seppur leggere libri in anteprima del genere o dell’autore che più ci piace sia fondamentalmente una cosa che facciamo con piacere, resta essenzialmente un lavoro e come tale va pagato.

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martedì 02 marzo 2010

Il Libro dei fatti 2010 e la salute precaria del giornalismo italiano

pubblicato da Andrea Coccia in: news libri critica

libro dei fatti 2010
Qualche giorno fa vi ho parlato di una misteriosa intervista a Philip Roth pubblicata da Libero e ripresa dal Corsera che si è poi rivelata inventata, contemporaneamente si sta scatenando una dura polemica contro la direzione del TG1, rea di aver sostituito, nell’ambito di un servizio sul caso Mills, il termine “prescritto” con “assolto”: pare proprio che il giornalismo nostrano non se la passi molto bene.

Oggi vi voglio segnalare un altro episodio che, almeno a mio parere, testimonia ulteriormente lo stato di salute precaria del nostro giornalismo, si tratta della pubblicazione del Libro dei fatti 2010, un almanacco “bestseller”, curato dalla agenzia di stampa Adnkronos, che da 21 anni ripercorre l’anno precedente la pubblicazione registrandone gli accadimenti più importanti, quelli che hanno segnato il 2009 giorno per giorno: dalla tragedia del terremoto dell’Aquila fino alla pioggia di medaglie dei mondiali di nuoto, fino alla morte del re del pop Micheal Jackson.

Divenuto ormai una tradizione, il Libro dei fatti è un almanacco certamente interessante, curioso, magari anche utile da tenere sotto mano o da lasciare in bagno per le letture veloci, ma sicuramente non è una pubblicazione aproblematica, richiede una certa imparzialità e un certo controllo, non possiamo infatti fare a meno di chiederci chi ci sia dietro la selezione dei fatti più importanti dell’anno e del loro commento.

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venerdì 19 febbraio 2010

L'ultimo libro di Zoran Zivkovic: la recensione.

pubblicato da Andrea Coccia in: libri giallo e noir critica narrativa straniera

L'ultimo libro di Zoran Zivkovic: la recensione. Qualche giorno fa, segnalando l’uscita de L’ultimo libro di Zoran Zivkovic, recensito da alcuni come il libro dell’anno a pochi giorni dalla sua uscita nelle librerie, vi avevo preannunciato che l’avrei letto, soprattutto per cercare di capire se le voci che davano lo scrittore serbo come novello Borges, o quelle che lo paragonavano a Kafka, Eco e Calvino fossero ragionevoli oppure no.

Ebbene, dopo aver letto le 233 pagine di questo romanzo posso tranquillamente affermare che la risposta ai miei dubbi è assolutamente negativa. Paragonare L’ultimo libro alle opere di Borges o di Kafka è difatti assolutamente fuori luogo e ingiustificato, anche per un lancio da quarta di copertina (mendace in partenza), nessuno degli elementi che fanno di Kafka e Borges due degli scrittori più influenti e decisivi del Novecento si ritrovano in questo scialbo giallo dalla costruzione prevedibile e dallo stile marchiato a fuoco dai corsi di scrittura creativa.

Personaggi da soap opera, ambientazione inesistente, problematicità della trama nulla, gli ingredienti di questo romanzo non sono certo dei migliori, se poi a questi elementi si sommano dei dialoghi imbarazzanti e una densità inimmaginabile di discorsi inutili (primo sintomo di una scrittura debole) è chiaro che l’ordigno narrativo che ne viene fuori è disinnescato in partenza. Per non parlare dell’escamotage narrativo del libro assassino, francamente debole per reggere più di 200 pagine di narrazione.

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domenica 24 gennaio 2010

Il degrado della lingua italiana: un articolo di Segre stimola il dibattito

pubblicato da lara in: critica approfondimenti

scritta in corsivo su foglio bianco

In un pezzo del 13 gennaio apparso sul Corriere della sera, Cesare Segre riflette sull’uso che si fa oggi della lingua e in particolare sull’appiattimento dei registri linguistici. Partendo da un documento diffuso dalle Accademie della Crusca e dei Lincei sull’insegnamento dell’italiano nelle scuole, il filologo denuncia l’assenza di differenziazioni, nel parlare, di situazioni e ruoli. Si tende cioè, sempre di più, a utilizzare un modus parlandi unico sia che ci si riferisca a un amico in una circostanza conviviale che a un’altra persona durante un’occasione ufficiale.

Gli esempi di questo atteggiamento si riscontrano (comprensibilmente a mio avviso) tra gli stranieri che, non conoscendo bene l’italiano, fanno fatica a modulare i registri e (senza giustificazioni) in politica, nel cui ambito i veri oratori sono rimasti in pochi, perché la maggior parte cerca di accattivare l’elettorato usando un linguaggio medio-basso. “Le conseguenze - dice Segre - sono disastrose: da una parte si finisce per ridurre qualunque dibattito a uno scontro fra slogan contrapposti, dall’altra si favorisce la trasformazione di contrasti d’opinione in alterchi, nei quali le passioni, o i preconcetti, annullano il confronto delle idee.”

Un ulteriore elemento messo in luce nell’articolo è l’uso indiscriminato del turpiloquio, per cui nei discorsi abbondano termini per riferirsi a organi maschili e femminili; ma, ricorda Segre, “non dimentichiamo che i cosiddetti attributi, se da un lato vengono usati a designare vigore e potenza, dall’altro sono sinonimo di stupidità: una molteplicità di significati che ci porta nell’indifferenziato, là dove la parola non è ancora stata affilata per interpretare il mondo.” Questa serie di riflessioni ha dato vita a un dibattito sintetizzato in un altro pezzo del Corriere della sera, in cui scrittori e critici dicono la loro sull’evoluzione della nostra lingua.

C’è chi, come Silvia Ballestra, solleva i giovani dalla responsabilità del disfacimento dell’espressione orale e sottolinea la perdita di efficacia delle “parolacce” che, venendo usate con molta frequenza, non assolvono più la loro funzione originaria. Vitaliano Trevisan si sofferma sul dialetto e afferma che “nel registro alto perde qualcosa, mentre se è vivo è molto vivo in basso, e ha intatte le sue caratteristiche di inventiva.” Antonio Scurati parla di “una sorta di compulsione bassomimetica che è la manifestazione più evidente del clima di basso impero in cui viviamo.” Un altro aspetto ripreso è l’atteggiamento di chi si rivolge agli immigrati dando del tu, come a sottolineare una superiorità e una mancanza di rispetto. In generale tutti sono concordi nel rilevare un impoverimento dell’italiano, che più che evolvere sembrerebbe destinato a degradare. Voi cosa ne pensate? E’ un’esagerazione e in realtà non vi sembra nel quotidiano di riscontrare tanto abbrutimento o siete d’accordo con Segre?

Via | Corriere della Sera
Foto | Flickr

mercoledì 13 gennaio 2010

Andrea Cortellessa parla del ruolo del critico letterario oggi

pubblicato da lara in: critica

Copertina Libri segreti Com’è cambiata la figura del critico letterario nel tempo? A questa domanda risponde Andrea Cortellessa ospite di Ultima pagina, lo spazio di Repubblica Radio Tv dedicato ai libri. Apre parlando dell’immagine un po’ “antipatica” che si associa al critico, proprio perché già nel nome annuncia il suo ruolo di “rompiscatole”.

“Per il critico letterario, dice Cortellessa, vale lo stesso passaggio epocale che ha descritto Zygmunt Baumann per l’intellettuale: da legislatore a interprete.” Si è passati quindi dal tono cattedratico e compiaciuto della vecchia scuola allo specialismo esasperato che sfocia in intrattenimento della critica attuale. Ciò che precisa Cortellessa è che mentre prima i critici letterari erano in grado di spaziare e curare, ad esempio, uno scritto medievale e al contempo commentare l’ultima uscita in libreria, oggi invece il lavoro del critico è diventato più tecnico e settoriale.

Racconta poi di leggere molti inizi di libri, perché è dalle prime pagine che ci si fa un’idea dell’opera e di essersi formato come “critico militante” (sottolinea di non amare la definizione) ai seminari del Gruppo 63, di cui abbiamo già parlato. La giornalista chiede poi al suo ospite di indicare tre libri che gli sono piaciuti nel 2009 e uno che non ha amato per nulla. Cortellessa cita Conglomerati di Zanzotto, che definisce “il maggior poeta vivente, non solo in Italia”; Cristi polverizzati di Luigi Di Ruscio, un altro poeta contemporaneo e La vicevita di Valerio Magrelli. Per i libri che non gli sono piaciuti confessa che l’elenco sarebbe molto più lungo, ma alla fine la scelta ricade su Ammaniti del quale dice di non essere un grande estimatore.

Ho trovato l’intervista a Cortellessa stimolante e piena di spunti che cercherò di approfondire in altri post. In particolare mi riprometto di parlare delle Classifiche di qualità, un esperimento che ha preso il via all’interno di Pordenonelegge e che vuole essere una provocazione nei confronti delle Classifiche di vendita. Intanto chi volesse vedere tutta l’intervista può cliccare qui.

Libri segreti
Andrea Cortellessa
Le lettere, 2008
€ 38 acquisto on line € 32,30

giovedì 29 ottobre 2009

Al teatro India Walter Pedullà con Il nuovo che avanza

pubblicato da lara in: scrittori critica

Foto Walter Pedullà Walter Pedullà, professore e critico letterario, ha presentato martedì 26 ottobre il suo nuovo libro nel Bookshop del teatro India a Roma. Raggiungere il luogo è stato un po’ difficoltoso… Ci si arriva percorrendo una strada poco, o niente illuminata, più o meno alle spalle della stazione Trastevere. Lo scenario che si trova dopo la scarpinata, però, è molto suggestivo e merita di essere visitato.

Insieme all’autore erano presenti Andrea Cortellessa, Arturo Mazzarella e Arnaldo Colasanti. Il titolo del libro è “Il vecchio che avanza” e scrive Pedullà: “C’è un vecchio che avanza e questo non è solo l’autore.” Riprende il titolo anche Cortellessa nel suo intervento e precisa che “il vecchio “ è anche la zavorra che in cultura e politica ci radica a qualcosa che vorremmo abbandonare e “avanza” sta per andare avanti, ma può essere inteso anche come residuo. E l’avanzo è ad esempio ciò che nel ‘900 è rimasto a margine e ora ricompare.

L’elemento da sottolineare, sempre secondo Cortellessa, sono gli articoli di politica che occupano la prima parte del libro. “In politica e in arte- si legge - la nostra è infatti l’epoca di Carlomignolo, colui che dà la felicità col minimo”. E’ un tempo in cui vige il minimalismo, sia letterario (si parla di cinesizzazione della narrativa: scritti omologati), che sociale: non c’è spazio per le grandi ambizioni. “L’Italia è una nazione di sempre più strette vedute e negata alla grandezza.”

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lunedì 26 ottobre 2009

Scrivere è ancora un'esigenza?

pubblicato da lara in: libri critica

Macchina da scrivere

Nelle Lettere a un giovane poeta Rainer Maria Rilke scriveva, rispondendo a un ragazzo che gli chiedeva consigli sui suoi componimenti: “Questo anzitutto: domandatevi nell’ora più silenziosa della notte: devo io scrivere? Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso, se v’è concesso affrontare questa grave domanda con un forte e semplice “debbo”, allora edificate la vostra vita secondo questa necessità.”

Mi è venuto in mente questo brano pensando alle tante pubblicazioni presenti oggi sul mercato. Quante di queste sono state create per l’esigenza di scrivere? E quante invece sono il frutto di un’operazione studiata a tavolino solo per vendere e abbindolare intere generazioni di lettori? E quante ancora sono solo il frutto di uno sfogo personale, o anche una dissertazione sul proprio ombelico? Penso che la cerchia di scrittori con la S maiuscola sia sempre più ristretta e che la maggior parte di coloro che pubblicano siano spinti dalle motivazioni più disparate: bisogno di attenzione, ricerca di visibilità, acquisizione di prestigio.

Ormai scrivere un libro è diventata la tappa fissa di chiunque abbia un nome conosciuto e poco importa se quel libro sia stato scritto dall’autore il cui nome campeggia sulla copertina, o dal copywriter di turno e poco importa se quel libro abbia davvero un qualche valore letterario o il contenuto sia solo un accessorio superfluo.

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venerdì 23 ottobre 2009

Lo sfruttamento del precariato: una piaga del mondo editoriale

pubblicato da Andrea Coccia in: case editrici critica

Lo sfruttamento del precariato: una piaga del mondo editoriale

Che l’uso massiccio e diffuso del precariato, nel mondo editoriale, sia da qualche anno diventato una piaga è sotto gli occhi di tutti, da quelli che nell’industria editoriale ci lavorano e queste cose le vedono con i propri occhi, fino a quelli che fruiscono del prodotto finale, i lettori. Oggi, proprio su questo problematico argomento, sul sito Affaritaliani.it, è apparso un interessante servizio che vi consiglio assolutamente di leggere, se non altro per capire a cosa dobbiamo l’impoverimento qualitativo dei libri che leggiamo tutti i giorni.

Il concetto è molto semplice: da qualche anno le case editrici italiane hanno cominciato a fare ricorso senza vergogna alle collaborazioni esterne, che si chiamino service editoriali o contratti a progetto, o ancora stage, non ha molta importanza. Risultato della meschina strategia, che ha tra le sue modalità la mancata reintegrazione dei pensionati con lavoratori di pari livello (quindi di pari salario) e l’abbassamento sistematico e generalizzato delle spese di personale, è l’effettivo impoverimento dei prodotti editoriali.

Libri farciti di refusi roboanti, traduzioni approssimative, grossolani errori di impaginazione e scarsa cura generalizzata sono solo alcuni degli effetti più visibili di questa piaga. E non finisce certo qui, perché un altro e più straziante dramma si trova nell’assurdo stile di vita che questo sistema impone a tutti coloro che stanno entrando in questi anni a lavorarci: una massa invisibile di giovani tra i 25 e i 35 anni, costretti a vivere costantemente in bilico, in balia di un anticontratto, costretti a tempi di lavoro folli e salari da fame.

A scatenarsi è la classica “guerra tra poveri”, una guerra che vede i giovani aspiranti redattori fare a spallate per mansioni di correttore di bozze pagate 1 euro a pagina, stage non retribuiti di otto ore al giorno in redazione, lavori che richiedono una passione e una precisione enorme che bisogna retribuire decentemente. Ma le cose non sembrano poter cambiare rapidamente, almeno fino a quando questa massa brulicante non prenderà coscienza di sé e deciderà, compatta, di non stare più al gioco.

Via | Affaritaliani.it
Foto | Flickr

giovedì 22 ottobre 2009

E' arrivato il Post noir? Ne discutono su Satisfiction Biondillo, Montanari e Verasani.

pubblicato da Andrea Coccia in: blog&web riviste e webzine scrittori giallo e noir critica

E' arrivato il Post noir? Ne discutono su Satisfiction Biondillo, Montanari e Verasani.

Satisfiction, la rivista curata da Gian Paolo Serino, si conferma una delle realtà più propositive del mondo editoriale di questi nostri giorni e lo fa proponendo, attraverso un interessante carteggio tra gli scrittori Raul Montanari, Gianni Biondillo e Grazia Verasani, una nuova etichetta, una nuova categoria letteraria di genere per disegnare un nuovo territorio quello del Post Noir. E’ sempre una questione complessa quella dei generi, questione che se ne trascina in scia molte altre e la “nascita” di un nuovo genere, seppur come superamento di un altro già esistente, è sempre un’operazione delicata, dalla liceità non assicurata e, soprattutto, dalla convenienza barcollante.

Ultimamente non è certo l’unica etichetta letteraria, questa del Post Noir, ad aver provato ad entrare nel discorso letterario delle patrie lettere, per la verità sempre più ingessate per riuscire a rifletterne a dovere, troppo irrigidite in una specie di rigor mortis per essere in grado di fare fruttare, in un modo o nell’altro, il fermento che una proposta di questo tipo genera. L’ultimo caso di questo tipo lo si registrava l’anno scorso con la New Italian Epic, un’etichetta che molto fece discutere, probabilmente un’etichetta senza troppi fondamenti, ma che comunque aveva reso un po’ più frizzanti le serate letterarie italiane.

E con il Post Noir che cosa succederà? A giudicare dalla quantità e dalla qualità dei commenti che il sito di Satisfiction in tre giorni ha accumulato direi che la risposta del pubblico c’è e, pur non essendo personalmente d’accordo sulla necessità di elaborare nuove divisioni in un campo, quello letterario, che non ne ha bisogno, spero che questa riflessione porti a qualcosa, che serva almeno a riflettere su un mondo, quello che bascula tra il Giallo, il Noir, il Poliziesco e, ora, il Post Noir, che da un dibattito intelligente potrà solo guadagnare.

Via | Satisfiction

giovedì 17 settembre 2009

Nel turbine della storia di Ryszard Kapuscinski: l'esito di una lettura

pubblicato da Andrea Coccia in: case editrici scrittori libri critica saggi

nel turbine della storia di ryszard kapuscinski Di questo nuovo libro di Ryszard Kapusciski, una delle più grandi firme del giornalismo del secondo novecento, avevamo già parlato alla sua uscita e l’avevamo giustamente salutato, seppur a due anni dalla sua morte, come un ulteriore pezzo del grande puzzle di impressioni, racconti e reportage che il grande giornalista polacco ci ha regalato.

Ora, avendo terminato la lettura di questo volume, pur continuando a ritenere Kapuscinski uno dei personaggi più importanti della prosa giornalistica di tutti i tempi, nutro qualche perplessità sull’operazione che la casa editrice, la Feltrinelli, ha compiuto con la pubblicazione di questo puzzle di interviste, sparse nel tempo e nello spazio, un’operazione che mi sembra tutt’altro che corretta a livello filologico.

Difatti, un po’ com’era successo con l’ultimo suo libro “Autoritratto di un reporter”, anche questa volta il volume si configura come un’accozzaglia di estratti da oltre 80 interviste (risalenti più o meno a tutta la lunga carriera del reporter polacco), nell’inconsistente tentativo di formare una decina di discorsi su altrettante realtà geopolitiche del nostro pianeta, il tutto senza riportare nemmeno una delle domande a cui Kapuscinski stava rispondendo.

Se poi a questo, secondo me grave, errore metodologico, sommiamo la presenza di una quantità veramente elevata di refusi, di cui l’esempio più impressionante è l’attribuzione di Dakar, capitale del Senegal, alla sovranità del Marocco (a pag. 44, un errore francamente imperdonabile per un libro di un reporter che ha passato metà della sua vita in Africa), il risultato è un libro che non vale assolutamente i 14 euro che costa.

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