
Dino Buzzati era lì sulla muraglia del suo Deserto dei Tartari, in perenne attesa di un’invasione che ha il sapore del mito e solo l’alone di un ricordo ancora da vivere:
Vennero allora improvvisamente alla mente di Drogo pensieri di un mondo desiderabile e lontano, un palazzo per esempio sulla riva di un mare, in una molle notte d’estate, graziose creature sedute vicino, ascoltare musiche, immagini di felicità che la giovinezza permetteva di meditare impunemente, e intanto l’orlo estremo del mare a levante farsi nitido e nero, cominciando quel cielo a impallidire per l’alba sopravveniente. E poter buttare via le notti, così, non rifugiarsi nel sonno, non paura di fare tardi, lasciare sorgere il sole, pregustare dinanzi a sé un tempo infinito, da non doversi angustiare. Fra tante cose belle del mondo, Giovanni si ostinava a desiderare questo improbabile palazzo marino, le musiche, la disperazione delle ore, l’attesa dell’alba. Per quanto sciocco ciò gli sembrava esprimere nel modo più intenso quella pace che egli aveva perduto. Da qualche tempo infatti un’ansia, che lui non sapeva capire, lo inseguiva senza riposo: l’impressione di non fare in tempo, che qualche cosa di importante sarebbe successo e l’avrebbe colto di sorpresa.
Il suo alter-ego protagonista Giovanni Drogo è giovane ed entusiasta, si lancia nell’avventura come se i “famosi Tartari del titolo” dovessero arrivare da un momento all’altro. E invece gli anni scolano lenti tra esercitazioni e ritualità della vita militare sul Forte Bastiani, il confine è una striscia sulla grande terra desolata che si impone come una minaccia simbolica inarrestabile e sopraggiunge la disillusione che non annulla l’attesa, nella certezza di un antagonismo che è vera linfa vitale. Seppur immobile il tenente Drogo è l’emblema della coerenza, del sacrificio, della fiducia e del coraggio, resta in attesa del fatidico compiersi di un destino più grande, aggrappato al baluardo della sua dignità ed è solo sul viale del tramonto che incontrerà “l’evento generazionale” che darà alla sua esistenza il suo senso.

“Un hombre vale por lo que construye”.
(Il valore di un uomo è in quello che costruisce)
Alejandro Casona, (che in realtà di cognome faceva molto più profanamente Rodrìguez) altrimenti conosciuto sotto lo pseudonimo “El Solitario”, è morto il 17 settembre del lontano 1965, a Madrid, allora capitale di un paese franchista, immerso fino al collo nell’oppressione della dittatura e terribilmente distante dal resto d’Europa nel quale era ritornato da poco. Meno di tre anni dopo gli studenti della Sorbona avrebbero cercato di mettere la “fantasia al potere” infiammando con le loro contestazioni un maggio da ricordare e dando vita ad un onda che non avrebbe tardato a far sentire la sua eco nei paesi vicini (Italia in primis). Ma Parigi era troppo lontana ideologicamente, la Francia di Sartre, Simone de Beauvoir, Derrida, era infatti anni luce da quella compagine limitrofa che osservava le parate militari, affogata nel miracolo economico del desarrollo, ma lontana dalla libertà espressiva che regnava oltre i Pirenei.
Eppure un insieme di giovani autori di quasi quasi quarant’anni prima, coloro che sono stati riuniti nella celebre denominazione “generazione del ‘27″, vi aveva impresso la sua impronta geniale e rivoluzionaria. Anche il poeta, scrittore e drammaturgo Casona (maestro di professione) ne era parte integrante e con molti dei suoi membri condivise l’esperienza dell’esilio in America del Sud, Messico prima e Argentina poi, successiva alla sconfitta della Guerra Civile Spagnola. In difesa dei valori progressisti si impegnò in diversi progetti di diffusione culturale durante la parentesi repubblicana e realizzò numerosi adattamenti di classici teatrali e letterari, destinati ad un pubblico giovane ed adulto.
Dopo aver riscosso un grande successo, che ne ha fatto uno dei più riconosciuti personaggi della scena spagnola e sudamericana, ha pagato lo scotto del ritorno in patria nel 1962 con la terribile delusione dell’oblio, perpetuato ingiustamente da una certa critica che ne giudicava la poetica frutto di un’epoca definitivamente conclusa e obsoleta, è tempo di riscoprirlo.
Truman Capote nacque a New Orleans il 30 settembre 1924 e morì a Bel Air il 25 agosto 1984. Sono passati 27 anni. Esordì nel 1948 con Altre voci e altre stanze, aveva 24 anni è dietro le spalle un’infanzia e un’adolescenza che avrebbero abbattuto un elefante. Ma era già un genio. Dopo l’esordio, segnaliamo tra le tante opere di Capote, L’arpa d’erba, del 1951, sicuramente Colazione da Tiffany del 1958, e poi nel 1965 un’opera che l’avrebbe fatto entrare nel pantheon dei grandissimi, A sangue freddo. Meno noto ma a mio giudizio - e non solo, ci mancherebbe - imperdibile è Musica per camaleonti, del 1980. Per ricordare Capote traduciamo qualche estratto dell’ultima sua lettera pubblicata su Interview - magazine fondato nel 1969 da Andy Warhol - era il 1980 e Capote già al tramonto.
Scrive oggi nell’introduzione alla lettera Hillary Busis:
Il noto bon vivant Truman Capote apparve per la prima volta su Interview nell’aprile del 1976. Nella primissima intervista raccontò, tra le altre cose, del suo romanzo in lavorazione Preghiere Esaudite (che etichettò come “hi-larious!”*) e di quel che pensava di Gore Vidal (”Oh non me ne potrebbe importare di meno! Qualunque cosa dica Gore di me, io penso la stessa cosa di lui!”). Tre anni dopo Capote diventò un punto fisso del magazine. Nel 1979 iniziò a scrivere una rubrica intitolata “Conversazioni con Capote” sulla quale basò la sua antologia del 1980 Musica per camaleonti. Andy Warhol realizzò una serigrafia di Capote in cambio della rubrica. Nell’aprile del 1980 Interview pubblicò una lettera di Capote nella quale l’autore spiegava che avrebbe contribuito per un po’ “in maniera irregolare” in quanto doveva terminare Preghiere Esaudite (…) Capote morì di cancro al fegato il 25 agosto del 1984.
Pare che in questa ultima tranche estiva si siano moltiplicati i libri che ci invitano a interrogarci sul modo in cui raggiungere la felicità. Tanti i guru moderni che vogliono insegnarcela.
Ad esempio (cito in ordine sparso), Raffele Morelli con il suo La felicità è qui (Mondadori) oppure Paolo Gallina e La formula matematica della felicità, della stessa casa editrice, oppure Claudio Risè e Guarda, tocca e vivi. Riscoprire i sensi per essere felici (Sperling & Kupfer).
Ma perchè non dare invece un’opportuna chance di risalire la top ten dei best seller anche a un guru come Lucio Anneo Seneca (4 a.C - 65 d.C.) ? Il nome aulico non scoraggi, e non ci allontani dal suo pensiero, assolutamente controcorrente e per questo tanto più affascinante per chi ama le sfide dell’intelletto anche in questi tempi mentali così pigri.
Continua a leggere: Recensioni atipiche. La ricetta della felicità? Chiedila al guru Lucio A. Seneca
Ugo Mursia Editore ha da poco ripubblicato un classico della letteratura italiana: Il mio Carso di Scipio Slataper (1888-1915) con un’acuta prefazione di Diego Zandel.
Come è noto Il mio Carso è stato pubblicato nel 1912 è un’autobiografia lirica suddivisa in tre parti che corrispondono all’infanzia, alla giovinezza e alla maturità di Scipio Slataper che è al contempo autore e protagonista del testo. Attraverso un uso vario della lingua (che strizza l’occhio a espressioni dialettali) e a un periodare asciutto che permette di apprezzare il testo senza tanti fronzoli, l’autore pone risalto la bellezza, la salubrità e la vividezza della natura – e del Carso in particolare – contro la malattia e la corruzione che vigono in città. E la bellezza senza pari della natura permette anche di poter elaborare il lutto e il dolore per il suicidio di Anna, la sua amata, e per la morte della madre.
Sono disteso nell’era. Sugli occhi mi sventola il sole con il tremolio soffuso degli ulivi. Giunge giunge pieno di salute e di gioia il maestrale dell’Adriatico. Abbrividisce il verde mare di Grignano, e sprazza in innumeri fiamme e scintille dorate, e la fresca pace mi penetra disciogliendomi come terra di marzo. In bocca balza un canto ingenuo e composto. […] Dolce è riposare così, amando delicatamente questa lunga erba e palpitare persi con lo sguardo nel cielo. Io sono una dolce preda desiderosa d’inghiottirsi nella natura.
Scipio Slataper
Il mio Carso
prefazione di Diego Zandel
Mursia, 2011
ISBN 978-88-425-4734-1
pp.132, euro 12
Verso la fine del 2004, la Sotheby’s di New York mette all’asta un mucchio di cose appartenute a Truman Capote. A quanto pare, Capote aveva vissuto per un certo periodo di tempo – del 1950 – in un seminterrato a Brooklyn.
Lo scrittore aveva lasciato l’appartamento senza portare nulla con sé, aveva lasciato tutto lì e chiesto al proprietario di buttare o, in alternativa, di bruciare le sue cose. Per fortuna, il lungimirante e assennato proprietario non gli ha dato retta, anzi, per quasi cinquant’anni ha conservato gelosamente le sue cose. Fino alla morte.
Qualche tempo dopo, però, un suo anonimo successore decide di sbarazzarsene e così si rivolge alla Sotheby’s. La famosa casa d’aste scrive all’avvocato Alan U. Schwartz – avvocato, curatore dei diritti d’autore e amico dell’autore di A sangue freddo – per informarlo dell’esistenza di un manoscritto; glielo fanno pervenire.
Il centenario della morte di Emilio Salgari (che ricorre il 25 aprile prossimo) ha dato il via, in libreria, a una serie di pubblicazioni dedicate al padre di Sandokan. Per chi fosse interessato ad un ritratto biografico dell’autore è appena uscito per Bur Rizzoli un volume di quasi 500 pagine, Emilio Salgari. La macchina dei sogni, scritto da Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi, che riporta alla luce dei carteggi inediti dell’Archivio dell’editore di Salgari, Bemporad.
Le scrivo in uno dei piu’ tristi momenti della mia vita. Mia moglie, dopo un mese di pazzia, diventata furiosa, ho dovuto ricoverarla ieri sera al manicomio. Mi occorre di fare subito un deposito di lire 300 che io non posseggo perche’ con le infermiere durante questo lungo periodo sono stato pelato. Io la prego di mandarmi la terza rata di 600 lire ed io le prometto di rimetterle fra giorni altre cento cartelle. Mi lasci un momento di respiro per rimettermi da questa terribile scossa,
scriveva pochi giorni prima di suicidarsi, l’autore, come emerge da una lettera finora rimasta inedita. Il 25 aprile lo scrittore, che non sapeva che Bemporad aveva provveduto nel frattempo a inviargli quella cifra, si tolse la vita.
Continua a leggere: Biografie, romanzi e saggi per riscoprire Emilio Salgari. A tutte le età
La casa editrice Olschki dedica una collana a Leonardo Sciascia. Si intitolerà “Sciascia scrittore europeo”, e si tratta di un progetto nato su iniziativa dell’Associazione Amici di Leonardo Sciascia.
La collana, spiegano gli editori, vuole rendere omaggio “alla patria di Sciascia, antitesi dell’homo unius libri et unius loci, profilassi contro le malie del fanatismo, contro la fisima della Verita’ unica, cagione di ogni follia quaggiu”.
Il primo volume a essere pubblicato sarà “Troppo poco pazzi. Leonardo Sciascia nella libera e laica Svizzera”, a cura di di Renato Martinoni, che esplora i rapporti dello scrittore siciliano con la Svizzera e i suoi intellettuali. In appendice sono presenti testi pubblicati da Sciascia sui giornali elvetici e in abbinamento, un cd-dvd offre alcuni degli interventi radiofonici e televisivi piu’ significativi dello scrittore in patria elvetica.
Via | Olschki
Mi è dispiaciuto leggere le parole di Alfieri Lorenzon, direttore generale dell’Aie, sul fatto che Cuore di De Amicis sia ormai un libro per ragazzi “superato” (al contrario di Pinocchio di Collodi, ad esempio). “Cuore non fa piu’ parte del bagaglio indispensabile dei nostri giovani”, ha detto all’Ansa Lorenzon.
Meglio Pinocchio, che riscuote ancora “risultati interessanti” all’estero, e ovviamente la letteratura per ragazzi contemporanea, fra cui in primis ovviamente Harry Potter, ma anche Geronimo Stilton e le saghe vampiresche. Ma forse non c’è niente di cui intristirsi, il mondo va avanti, i bambini di oggi sono diversi da quelli di ieri e- la conclusione è sempre la stessa - è colpa mia che sono la solita nostalgica sostenitrice del valore dei “classici”.
In generale, comunque, la nostra letteratura per ragazzi non è affatto “superata”, neanche all’estero, visto il successo che il settore riscuote soprattutto in Asia (Cina, Giappone, Corea del Sud) e nel mercato dell’America del Sud, mentre le vendite non decollano sul mercato anglosassone.
I segnali che la nostra editoria per ragazzi goda – e possa continuare a godere – di buona salute sono comunque almeno due: il fatto che, come ricorda Lorenzon, esportiamo titoli più di quanti ne importiamo, e che la nuova generazione di italiani ami la lettura (65% legge almeno un libro l’anno) molto di più dei propri stessi genitori (44%).
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Prendo spunto da una dichiarazione di Valerio Massimo Manfredi, che inaugurando ieri la Fiera Internazionale del Libro per Ragazzi di Bologna ha detto che “e’ fondamentale leggere libri fin da piccoli. Purtroppo la scuola non incoraggia molto la lettura, quando i ragazzi arrivano alle superiori non leggono piu’”.
D’altra parte una rilevazione effettuata dalla Nielsen per il Centro per il Libro e la Lettura rende noto che solo un terzo dei nostri connazionali legge e compra “almeno un libro all’anno”. Accosto la dichiarazione di Manfredi ai dati di questa rilevazione perchè la speranza – e la categoria su cui le istituzioni dovrebbero “investire” - sarebbero invece proprio i giovani.
Infatti la maggior parte dei lettori (46%) è costituita da persone fra i 25 e i 34 anni, e soprattutto l’amore per i libri va di pari passo con l’istruzione, visto che aumenta se si è diplomati (43%) o laureati (59%). Soprattutto perchè – altro dato – non è detto che i giovani non siano ricettivi, visto che i classici piacciono proprio ai giovanissimi (23%).
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