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Il giocatore di scacchi di Maelzel, di Edgar Allan Poe

pubblicato da Roberto Russo in: classici narrativa straniera

Edgar Allan Poe, Il giocatore di scacchi di MaelzelDe Il giocatore di scacchi di Maelzel ci siamo occupati quando abbiamo recensito il bel libro di Tom Standage dal titolo Il Turco. La vita e l’epoca del famoso automa giocatore di scacchi del Diciottesimo secolo. In appendice a questo testo, infatti, la Nutrimenti ha pubblicato l’articolo di Edgar Allan PoeIl giocatore di scacchi di Maelzel, appunto – apparso sul Southern Literary Messenger nell’aprile del 1836. Ora le edizioni Mursia lo hanno pubblicato come libretto a se stante, con una veste grafica che valorizza molto il testo, nella collana IL PICCI one.

Come ricorderete Il giocatore di scacchi di Maelzel – o il Turco, come veniva anche chiamato, per via della foggia dell’abbigliamento – è stato un automa che dal 1770 al 1854 catalizzò l’attenzione su di sé perché era l’unico automa che, senza alcun trucco (o almeno alcun trucco visibile, ma non voglio svelarvi di più), riuscisse a sfidare gli esseri umani e, spesso, a vincere. Nelle varie esibizioni in tutto il mondo, l’automa giunse anche negli USA dove Edgar Allan Poe poté vederlo da vicino, studiarlo e quindi descriverlo in questo articolo.

Il valore del testo di Poe sta sia nella testimonianza storica che racchiude in sé, ma anche – e forse soprattutto – nel metodo analitico dello scrittore, che affronta la questione del giocatore di scacchi automatizzato da molti punti di vista, facendo un escursus su quanto fin ad allora era stato scritto e fornendo le sue interpretazioni, desunte in maniera rigorosa dall’osservazione e dallo studio. Un piccolo tesoro, questo di Edgar Allan Poe, che piacerà non solo agli amanti degli scacchi e ai fan di Poe, ma anche a quanti sono affascinati dal mondo dei misteri.

Edgar Allan Poe
Il giocatore di Scacchi di Maelzel
Mursia, 2012
ISBN 978-88-425-46495-9
pp. 80, euro 4,90

Lettere di Natale alla madre, di Rainer M. Rilke

pubblicato da sara in: classici antologie

rilke “E si deve soltanto essere abbastanza silenziosi e soli e pazienti per accogliere in sé la grazia di una tale ora, che in molti non penetra perchè in loro c’è tanto rumore e niente ordine”.

E’ stato strano per me leggere queste splendide Lettere di Natale alla madre di Rilke, passate le feste. Ma se anche voi siete tipi come me, quelli che “aspettano Natale tutto l’anno”, vi consiglio di farlo senza aspettare le prossime festività.

In ogni caso vi dico solo che personalmente, a lettura ultimata, ho deciso che il prossimo anno sarà proprio questo volumetto edito da Passigli (bella casa editrice prevalentemente di poesia) il dono che elargirò a coloro che amo. Per essere precisi, nell’esaltazione del momento mi sono ripromessa che le rileggerò ad ogni Natale (Rilke va degustato lentamente, e chi ha letto Lettere a un giovane poeta lo sa).

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Buon Natale (con Charles Dickens e David Maria Turoldo)

pubblicato da Roberto Russo in: poesia classici

Buon Natale (con Charles Dickens e David Maria Turoldo)

“Che è oggi?” gridò Scrooge a un ragazzetto che passava con indosso gli abiti della festa e che forse s’era fermato per guardarlo.
“Eh?” fece il ragazzo spalancando la bocca dalla meraviglia.
“Che è oggi, bambino mio?” ripeté Scrooge.
“Oggi!” rispose il ragazzo. “È Natale, oggi”.

La sorpresa di Scrooge che scopre di essere ancora in tempo per vivere lo “spirito” del Natale è, forse, uno degli auguri più belli che si possano fare: nonostante il consumismo, le preoccupazioni, la noia e via dicendo riuscire a stupirsi del Natale, in qualunque modo lo concepiate, è una bella sfida per tutti. Magari leggere (o rileggere) il Canto di Natale di Charles Dickens potrebbe essere un buon esercizio per allenarsi.

Vi auguriamo un sereno Natale anche con le parole della poesia Natale di David Maria Turoldo.

Ma quando facevo il pastore
allora ero certo del tuo Natale.
I campi bianchi di brina,
i campi rotti dal gracidio dei corvi
nel mio Friuli sotto la montagna,
erano il giusto spazio alla calata
delle genti favolose.
I tronchi degli alberi parevano
creature piene di ferite;
mia madre era parente
della Vergine,
tutta in faccende,
finalmente serena.
Io portavo le pecore fino al sagrato
e sapevo d’essere uomo vero
del tuo regale presepio.

Foto | Flickr

Autobiografia di uno yogi, di Yogananda (letta da Enzo Decaro)

pubblicato da Roberto Russo in: audiobooks classici

Autobiografia di uno yogi, di Paramhansa Yogananda letta da Enzo DecaroAnanda Edizioni ha pubblicato di recente L’autobiografia di uno yogi in versione audiolibro, letta da Enzo Decaro. L’originale risale al 1946 e negli anni si è affermata come una delle opere più importanti e influenti del secolo scorso che, tuttavia, ancora riesce a emozionare e ispirare con immutata energia il lettore, nel caso specifico, l’ascoltatore di oggi.

La straordinaria personalità di Paramhansa Yogananda si è formata nella rigida tradizione yogica indiana che ha poi egli ha contribuito a diffondere in occidente su diretto invito del suo guru Sri Yukteswar. Gli insegnamenti di Paramhansa Yogananda hanno avuto profonda presa in Occidente e hanno ispirato scrittori, musicisti e semplici lettori. Sotto l’influenza ispirante dell’Autobiografia, ad esempio, Jon Anderson – cantante degli Yes – compose nel 1973 quasi di getto i testi per la monumentale opera del gruppo britannico Tales from Topographic Oceans. Tra l’altro sia Sri Yukteswar che Yogananda compaiono sulla copertina dell’album dei Beatles Sgt. Pepper’s. Anche Steve Jobs, recentemente scomparso, considerava imprescindibile la lettura ripetuta del libro che aveva anche sul suo iPad.

Si può senza esagerazione definire Yogananda uno dei padri spirituali più importanti dell’umanità. Con semplicità e precisione riesce a rappresentare e rispondere alle più recondite necessità dall’animo umano.

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Innamoramenti, tradimenti e vendette in “Senso” di Camillo Boito

pubblicato da Roberto Russo in: classici

Senso, di Camillo Boito

Ieri nel mio salotto giallo, mentre l’avvocatino Gino, con la voce rauca della passione lungamente repressa, mi sussurrava nell’orecchio: - Contessa, abbia compassione di me: mi cacci via, ordini ai servi di non lasciarmi più entrare; ma, in nome di Dio, mi tolga da una incertezza mortale, mi dica se posso o se non posso sperare -; mentre il povero giovane mi si gettava ai piedi, io, ritta, impassibile, mi guardavo nello specchio. Esaminava il mio volto per trovarmi una ruga. La mia fronte, su cui scherzano i riccioletti, è liscia e tersa come quella di una bimba; a’ lati delle mie ampie narici, al di sopra delle mie labbra un po’ grosse e rosse, non si vede una grinza. Non ho mai scoperto un filo bianco ne’ lunghi capelli, i quali, sciolti, cadono in belle onde lucide, neri più dell’inchiostro, sulle mie spalle candide.

Inizia così Senso, la novella di Camillo Boito pubblicata nel 1883 in Senso. Nuove storielle vane e resa celebre da Luchino Visconti nel film omonimo (con Alida Valli e Farley Granger) che RaiStoria trasmetterà questa sera alle 21 (anche se il film di Visconti è ispirato a questo racconto e non ne è l’esatta trasposizione cinematografica).

Senso è la narrazione di una relazione, di un tradimento, di un inganno, di una vendetta, sullo sfondo della guerra italo-austriaca del 1866. Livia, una contessa di Venezia, racconta nel suo diario – a vent’anni degli avvenimenti – la sua relazione extraconiugale con Remigio Ruiz, un tenente austriaco. Ma, si sa, l’amore rende ciechi e Livia non si rende conto di essere manovrata da Remigio. Quando scoprirà la verità, la sua vendetta sarà tremenda.

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Barbara di Jacques Prévert secondo Lucio Curatozzolo

pubblicato da Sara R. in: poesia classici video

Sottili le sillabe che si incatenano come amorose reliquie di un dolore antico e rinnovato, di una commozione che solo la bellezza e il suo improvviso svanire a causa della più crudele delle ingiustizie, sonore e mute come solo le parole di Jacques Prévert, quando ascoltavo rapita come Barbara, una lingua che non era mia, ma che in fondo lo era per una scelta del caso, per un amore del suono.

[…] Ricordati quel giorno ad ogni costo,
non lo dimenticare.
Un uomo si era rifugiato sotto un portico
e ha gridato il tuo nome:
-Barbara!-
E sei corsa incontro a lui sotto la pioggia,
grondante, rapita, rasserenata,
e ti sei gettata tra le sue braccia
Ricordati questo Barbara. […]

Ho ascoltato con ogni singola estensione del mio corpo, ripercorso nelle sere d’autunno, i rivoli freschi di pioggia che colavano abbondanti dall’impermeabile intriso di un’acqua salvifica, mentre sapevo di non capire, istupidita dalla stanchezza della giornata, ciò che davvero stava accadendo, e quando la magia si è lentamente trasformata per lasciar posto alla preoccupazione, ho guardato svanire lentamente quella sottile linea d’ombra, che le note di Claude Debussy ritracciano evanescente.

[…] Piove senza sosta su Brest,
come pioveva allora, ma non è più la stessa cosa
e tutto è crollato
e una pioggia di lutti terribili e desolata,
non c’è nemmeno più la tempesta di ferro, di fuoco, d’acciaio, di sangue,
soltanto di nuvole che crepano come cani. […]

Via | youtube.com

La linea d'ombra di Joseph Conrad

pubblicato da Sara R. in: classici libri per ragazzi narrativa straniera avventura

La linea d'ombra

E’ la “storia di tutte le storie”, il viaggio di formazione per eccellenza quello che intraprende il giovane protagonista de La Linea d’Ombra di Joseph Conrad, sul limitare della “prima vera età della coscienza”:

Solo i giovani hanno di questi momenti. Non parlo dei giovanissimi. No, I giovanissimi, per essere esatti, non hanno momenti. E’ il privilegio della prima gioventù di vivere in anticipo sui propri giorni, in tutta una bella continuità di speranze che non conosce pause né introspezioni.
Uno chiude dietro a sé il piccolo cancello della mera fanciullezza ed entra in un giardino incantato. Là perfino le ombre splendono di promesse. Ogni svolta del sentiero ha una sua seduzione. E non perché sia una terra ignota. Si sa bene che tutta l’umanità ha percorso quella strada. Ma si è attratti dall’incanto dell’esperienza universale da cui ci si attende di trovare una sensazione singolare o personale: un po’ di se stessi.
Si va avanti, allegri e frementi, riconoscendo le orme di chi ci ha preceduto, accogliendo il bene e il male insieme - le rose e le spine, come si dice - la variopinta sorte comune che offre tante possibilità a chi le merita o, forse, a chi ha fortuna. Sì. Uno va avanti. E il tempo pure va avanti, finché ci si scorge di fronte una linea d’ombra che ci avverte di dover lasciare alle spalle anche la regione della prima gioventù.
Questo è il periodo della vita che può portare i momenti ai quali ho accennato. Quali momenti? Momenti di tedio, di stanchezza, di scontento. Momenti d’irriflessione. Parlo di quei momenti nei quali i giovani son propensi a commettere atti inconsulti, come sposarsi all’improvviso o rinunziare a un’occupazione senza motivo.
Questa non è la storia di un matrimonio. Non mi andò così male. Il mio atto per quanto avventato, ebbe più il carattere di un divorzio, quasi di una diserzione. Senza una ragione plausibile per una persona di buon senso, piantai il mio lavoro - abbandonai il mio posto - lasciai il bastimento di cui non si sarebbe potuto dir di peggio che era un bastimento a vapore e che perciò, forse, non esigeva quella cieca fedeltà che…Ma è inutile voler giustificare quel che io stesso anche allora immaginai fosse un po’ un capriccio.

Sono la voglia di cambiamento e quel coraggio un po’ insensato tipico della sua età, che spingono il giovane protagonista ad imbarcarsi in un’avventura ben più pesante di quanto le sue spalle ancora strette possano sopportare. Sarà capitano di una “nave fantasma”, condottiero anzitempo nella speranza che le coste infide perdonino la sua arroganza. Ma proprio in un necessario “battesimo di fuoco”, si consuma il suo attraversamento della fatidica linea d’ombra, che non è altro che un passo capitale da osservare a ritroso una volta arrivati dall’altra parte. Il teatro dei mari d’oriente è pronto ad accoglierlo con tutto il suo bagaglio di difficoltà, epidemie e ostacoli apparentemente insormontabili, alle quali si aggiungono leggende, maledizioni e terribili epidemie. Una missione da compiere tanti fantasmi e un finale solo apparentemente scontato!

Via | greendayfactory.it

Un'attesa al confine del mondo: Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati

pubblicato da Sara R. in: scrittori libri classici narrativa italiana

Il deserto dei Tartari

Dino Buzzati era lì sulla muraglia del suo Deserto dei Tartari, in perenne attesa di un’invasione che ha il sapore del mito e solo l’alone di un ricordo ancora da vivere:

Vennero allora improvvisamente alla mente di Drogo pensieri di un mondo desiderabile e lontano, un palazzo per esempio sulla riva di un mare, in una molle notte d’estate, graziose creature sedute vicino, ascoltare musiche, immagini di felicità che la giovinezza permetteva di meditare impunemente, e intanto l’orlo estremo del mare a levante farsi nitido e nero, cominciando quel cielo a impallidire per l’alba sopravveniente. E poter buttare via le notti, così, non rifugiarsi nel sonno, non paura di fare tardi, lasciare sorgere il sole, pregustare dinanzi a sé un tempo infinito, da non doversi angustiare. Fra tante cose belle del mondo, Giovanni si ostinava a desiderare questo improbabile palazzo marino, le musiche, la disperazione delle ore, l’attesa dell’alba. Per quanto sciocco ciò gli sembrava esprimere nel modo più intenso quella pace che egli aveva perduto. Da qualche tempo infatti un’ansia, che lui non sapeva capire, lo inseguiva senza riposo: l’impressione di non fare in tempo, che qualche cosa di importante sarebbe successo e l’avrebbe colto di sorpresa.

Il suo alter-ego protagonista Giovanni Drogo è giovane ed entusiasta, si lancia nell’avventura come se i “famosi Tartari del titolo” dovessero arrivare da un momento all’altro. E invece gli anni scolano lenti tra esercitazioni e ritualità della vita militare sul Forte Bastiani, il confine è una striscia sulla grande terra desolata che si impone come una minaccia simbolica inarrestabile e sopraggiunge la disillusione che non annulla l’attesa, nella certezza di un antagonismo che è vera linfa vitale. Seppur immobile il tenente Drogo è l’emblema della coerenza, del sacrificio, della fiducia e del coraggio, resta in attesa del fatidico compiersi di un destino più grande, aggrappato al baluardo della sua dignità ed è solo sul viale del tramonto che incontrerà “l’evento generazionale” che darà alla sua esistenza il suo senso.

In morte di Alejandro Casona

pubblicato da Sara R. in: poesia classici narrativa straniera

“Un hombre vale por lo que construye”.
(Il valore di un uomo è in quello che costruisce)

Alejandro Casona, (che in realtà di cognome faceva molto più profanamente Rodrìguez) altrimenti conosciuto sotto lo pseudonimo “El Solitario”, è morto il 17 settembre del lontano 1965, a Madrid, allora capitale di un paese franchista, immerso fino al collo nell’oppressione della dittatura e terribilmente distante dal resto d’Europa nel quale era ritornato da poco. Meno di tre anni dopo gli studenti della Sorbona avrebbero cercato di mettere la “fantasia al potere” infiammando con le loro contestazioni un maggio da ricordare e dando vita ad un onda che non avrebbe tardato a far sentire la sua eco nei paesi vicini (Italia in primis). Ma Parigi era troppo lontana ideologicamente, la Francia di Sartre, Simone de Beauvoir, Derrida, era infatti anni luce da quella compagine limitrofa che osservava le parate militari, affogata nel miracolo economico del desarrollo, ma lontana dalla libertà espressiva che regnava oltre i Pirenei.

Eppure un insieme di giovani autori di quasi quasi quarant’anni prima, coloro che sono stati riuniti nella celebre denominazione “generazione del ‘27″, vi aveva impresso la sua impronta geniale e rivoluzionaria. Anche il poeta, scrittore e drammaturgo Casona (maestro di professione) ne era parte integrante e con molti dei suoi membri condivise l’esperienza dell’esilio in America del Sud, Messico prima e Argentina poi, successiva alla sconfitta della Guerra Civile Spagnola. In difesa dei valori progressisti si impegnò in diversi progetti di diffusione culturale durante la parentesi repubblicana e realizzò numerosi adattamenti di classici teatrali e letterari, destinati ad un pubblico giovane ed adulto.

Dopo aver riscosso un grande successo, che ne ha fatto uno dei più riconosciuti personaggi della scena spagnola e sudamericana, ha pagato lo scotto del ritorno in patria nel 1962 con la terribile delusione dell’oblio, perpetuato ingiustamente da una certa critica che ne giudicava la poetica frutto di un’epoca definitivamente conclusa e obsoleta, è tempo di riscoprirlo.

Via | Bibliotecaguiraldes.com.ar

Truman Capote moriva il 25 agosto 1984

pubblicato da Gabriele Ferraresi in: scrittori classici

capote anniversario morteTruman Capote nacque a New Orleans il 30 settembre 1924 e morì a Bel Air il 25 agosto 1984. Sono passati 27 anni. Esordì nel 1948 con Altre voci e altre stanze, aveva 24 anni è dietro le spalle un’infanzia e un’adolescenza che avrebbero abbattuto un elefante. Ma era già un genio. Dopo l’esordio, segnaliamo tra le tante opere di Capote, L’arpa d’erba, del 1951, sicuramente Colazione da Tiffany del 1958, e poi nel 1965 un’opera che l’avrebbe fatto entrare nel pantheon dei grandissimi, A sangue freddo. Meno noto ma a mio giudizio - e non solo, ci mancherebbe - imperdibile è Musica per camaleonti, del 1980. Per ricordare Capote traduciamo qualche estratto dell’ultima sua lettera pubblicata su Interview - magazine fondato nel 1969 da Andy Warhol - era il 1980 e Capote già al tramonto.

Scrive oggi nell’introduzione alla lettera Hillary Busis:

Il noto bon vivant Truman Capote apparve per la prima volta su Interview nell’aprile del 1976. Nella primissima intervista raccontò, tra le altre cose, del suo romanzo in lavorazione Preghiere Esaudite (che etichettò come “hi-larious!”*) e di quel che pensava di Gore Vidal (”Oh non me ne potrebbe importare di meno! Qualunque cosa dica Gore di me, io penso la stessa cosa di lui!”). Tre anni dopo Capote diventò un punto fisso del magazine. Nel 1979 iniziò a scrivere una rubrica intitolata “Conversazioni con Capote” sulla quale basò la sua antologia del 1980 Musica per camaleonti. Andy Warhol realizzò una serigrafia di Capote in cambio della rubrica. Nell’aprile del 1980 Interview pubblicò una lettera di Capote nella quale l’autore spiegava che avrebbe contribuito per un po’ “in maniera irregolare” in quanto doveva terminare Preghiere Esaudite (…) Capote morì di cancro al fegato il 25 agosto del 1984.

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