
Settecentomila lettori in fuga. Più che una statistica, il bollettino di una disfatta, il quadro di una sconfitta culturale, la certificazione di un’emorragia documentata dall’Istat per la lettura. Come se tutti gli abitanti di una città grande come Palermo – anzi, qualcosa di più – dichiarassero di non aver aperto libro negli ultimi dodici mesi. Una diserzione che – già grave in un paese di non leggenti – diventa ancora più significativa se riferita alla fascia dei “lettori forti”. Più della metà dei disertori – nell’ anno 2011 – proviene dalle file alte, dai piani superiori della lettura, dall’élite ristretta su cui si regge la piramide rovesciata dell’ industria editoriale italiana.
Attacca così il suo articolo Simonetta Fiori su La Repubblica. Dati preoccupanti. O meglio: dati preoccupanti se le cose stessero effettivamente così. Sì, perché l’articolo parla di lettori forti (quelli cioè che leggono almeno un libro al mese) che nell’ultimo anno non hanno letto più nulla. Di cartaceo, però. Ecco, qui sta l’inghippo. Perché a tutt’oggi si continua a ritenere che il lettore ideale sia quello che legge libri cartacei. Dal mio punto di vista, invece, il lettore ideale è quello che legge. Punto. Il mezzo – carta o bit che sia – è del tutto irrilevante. Come giustamente nota Kindle Italia:
Leggere è leggere, elettronico o carta che sia […] Sarebbe il caso di fermarsi un attimo a riflettere su questi elementi e fare un po’ di autocritica, prima di stracciarsi le vesti urlando che la fine è vicina…
Ma si sa, buona parte della filiera editoriale più che della lettura si preoccupa di vendere il libro; più che di produrre cultura si preoccupa di produrre denaro: e non è un caso che troviamo discussioni, blog, forum, articoli di giornali in cui si discute delle copertine dei libri. Non del loro contenuto. Leggere è leggere, elettronico o cartaceo che sia.
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Questa è una storia che si intreccia con le fondamenta stesse degli Stati Uniti d’America. Perché “la terra delle opportunità per tutti”, non affonda le sue radici unicamente negli ideali della rivoluzione francese e della massoneria, come si potrebbe pensare. La tesi di James Rollins (pubblicata in italiano da Editrice Nord) propende piuttosto verso uno strano intreccio di tribù indiane, maledizioni, e tesori nascosti. E se lo stesso Thomas Jefferson “era affascinato dalla cultura e dalla storia dei nativi americani fino a sviluppare una vera e propria ossessione”, come ci avverte la nota storica premessa al romanzo, ci dev’essere ben più di un punto in comune.
Si tratta, per farla breve, di una vicenda complessa che gira intorno ad un oggetto mitico: “Il teschio sacro” del titolo, dalle lunghe zanne e le pareti ricoperte d’oro, che possiede poteri inimmaginabili e giace sepolto con una folta schiera di uomini vestiti come degli indios, ma dalla pelle davvero troppo chiara.
Un intrigo che lascia una traccia di sé, visibilissima e misteriosa: il famoso dipinto di John Trumbull raffigurante proprio la firma della dichiarazione d’indipendenza, che, oltre ad immortalare il momento solenne, solleva molti dubbi sull’identità dei personaggi che fanno da sfondo ai veri sottoscrittori del documento.
[…] Si gettò a capofitto nella galleria, attraversò la camera delle mummie e corse verso la luce del giorno. All’ingresso si fermò, ricordando di nuovo l’ultimo avvertimento del nonno di Charlie, riguardo a quanto sarebbe successo se qualcuno fosse riuscito a uscire da quella grotta. Finirebbe il mondo. Con le lacrime agli occhi, Trent scosse la testa. Le superstizioni avevano ucciso il suo migliore amico, non aveva intenzione di lasciare che a lui accadesse la stessa cosa. Con un salto, tornò nel mondo normale. […]
Via | editricenord.it

Chi ci legge abitualmente sa che, a noi di Booksblog, piace molto sfruttare gli anniversari dei grandi poeti, narratori e intellettuali per ricordare tutto ciò che di bello ci hanno lasciato, che siano versi, racconti o intuizioni. Proprio per questo oggi non possiamo non ricordare e celebrare una delle più antiche realtà editoriali del nostro paese, la Adriano Salani Editore, che proprio quest’anno compie centocinquanta anni di vita.
Celebre da sempre per l’attenzione tributata alla letteratura per i più piccoli, nei cuori delle ultime due generazioni di lettori - pressapoco quelli nati tra gli anni 80 e i primi anni 90 - la Salani ha saputo guadagnarsi un posto di prim’ordine grazie a una straordinaria scelta di titoli geniali.
Da una parte la collana gli Istrici, su cui, chi come me è nato nei primi anni 80, ha imparato ad apprezzare la buona letteratura grazie ad autori come Roald Dahl, Bianca Pitzorno e moltissimi altri. Dal’altra Harry Potter, il maghetto più letto della storia della letteratura, che ha stregato milioni di giovani lettori in tutto il mondo e che continua a farsi leggere, anche dai chi non è più un ragazzino da qualche anno.
Insomma, grazie di tutto Salani Editore, con la speranza che nei prossimi decenni farai innamorare della grande letteratura anche i nostri figli e i nostri nipoti.

Campani…Se la terra è anche la vostra affilate tastiere, penne e cervello e cominciate a scrivere e a riscrivere di questa Campania dolente e dimenticata. O semplicemente aprite quel caro cassetto (troppo spesso sepolto dietro muri di incomprensione) e “dategli aria” alle vostre parole. Sappiate infatti che c’è un’occasione che potrebbe trasformarle in pagine pubblicate, quelle stesse frasi che magari credevate destinate all’oblio, poiché il vostro lavoro potrebbe entrare a far parte di un’antologia grazie al primo torneo letterario indetto da Caracò editore e dall’associazione Architempo, in collaborazione con il Premio Falerno Primo Romanzo.
Si tratta di un’iniziativa accattivante che si chiama “La mia Terra” e che si svolgerà sotto forma di sfide (tra quattro racconti alla vota) che si terranno tra marzo e maggio 2012, nella cornice del palazzo Lanza di Capua. Il nome non potrebbe essere più indicativo, e fin qui non ci voleva un genio a capirlo, ciò non toglie che un’iniezione di “sano apprezzamento”, in un “non luogo” che, oltre a partorire continuamente talenti letterari ne zittisce tanti altri, è una specie di vento di novità che ci fa proprio piacere spargere. Perché in fondo il regionalismo è uno stato d’animo e gli abitanti di questo pezzetto di Sud sono lontani anni luce dalle chiusure, e vicini allo spirito di mescolanza che sembra quasi averli creati “scrittori congeniti”!
Immagine da forumlibri.com

Ancora un momento poetico che si svolge nel metrò parigino. Non più sulla linea 4, (quando avevamo “incontrato distrattamente” il breve ritratto di Giorgio de Chirico tracciato da Louis Aragon) ma sulla 5, precisamente tra le stazioni di Stalingrad e Gare de l’Est. Un tabellone chiaro sponsorizzato Gallimard, dai bordi colorati, seminascosto sul fondo del vagone, il solito sguardo che ci cade per caso, e ancora un “incontro fulminante”, come sempre. Stavolta si tratta dei versi di Henri Pichette, quattro linee striminzite dal titolo evocativo: la tomba di Gérard Philippe (“Tombeau de Gérard Philippe”), in cui riposa uno dei più grandi attori del teatro francese di tutti i tempi.
Effimera e indimenticabile
mi ballava nel petto una rosa.
Nel mattino in cui il fulmine è caduto sul cuore,
la pioggia assomigliava alle lacrime del sole.

Uno struzzo in campo ovale con un chiodo in bocca e una scritta: Spiritus durissima coquit, ovvero lo spirito digerisce le cose più dure. A questo piccolo stemma cinquecentesco, che avrebbe potuto benissimo fungere da stemma di casata nobiliare, il caso ha voluto affibbiare un compito molto più grato, quello di rappresentare una grandissima impresa culturale, forse una delle più importanti dell’Italia novecentesca, l’Einaudi.
L’uomo che scelse quel simbolo - che in realtà “acquisì” dalla rivista La Cultura di Mario Praz - si chiamava Giulio Einaudi e oggi, 2 gennaio 2012, avrebbe compiuto un secolo tondo tondo. Su Twitter quest’oggi sono tantissimi i fedeli einaudiani che gli stando offrendo il proprio tributo: una citazione, una dichiarazione di stima e di affetto, persino qualche parola di rimpianto per i tempi che furono.
È innegabile, infatti, che ripensando a Giulio Einaudi e agli anni d’oro del suo gioiello editoriale si ripensa a uno scenario intellettuale che rispetto ai nostri giorni pare un olimpo: Pavese, Vittorini, Ginzburg, Calvino e moltissimi altri. Insomma, la crema di una classe intellettuale che molti ormai dichiarano estinta.
Ma è proprio vero? Io credo di no, esattamente come sono convinto che il miglior modo di fare arrivare a Giulio Einaudi i nostri auguri sia portare avanti con forza questa convinzione. È vero, l’Italia ha passato gli ultimi vent’anni a dormire, con la testa sotto la sabbia come gli struzzi. Ma questo non significa che la cosa debba continuare a piacerci. È arrivato il momento di riemergere, di tirar fuori la testa dalla sabbia e l’inizio di un anno come il 2012 - magnete per profezie millenariste e mayalate di vario genere - non potrebbe essere il momento migliore.
Probabilmente la maggior parte dei lettori, alla domanda diretta su quanto sia importante nelle scelte di lettura l’aspetto grafico dei libri, dapprima esiterebbe. Poi, probabilmente, per non fare la figura di chi giudica le cose dall’aspetto e non dalla sostanza, si dichiarerebbe poco influenzato dalla grafica editoriale al momento dell’acquisto.
Ma se per un verso il lettore avrebbe indubbiamente ragione - che effettivamente un libro non si giudica soltanto dalla copertina, come un monaco dall’abito che porta - per tutta una serie di motivazioni topperebbe completamente, condannando una parte decisiva del processo di creazione editoriale all’invisibilità, o peggio, all’inutilità.
È proprio per questo, per capire le esatte dimensioni di questo sbaglio, che ogni lettore - ne sono convinto - dovrebbe almeno sfogliare questo grandioso libro edito da minimum fax e intitolato Fare i libri, dieci anni di grafica in casa editrice. Si tratta di un libro quasi prettamente (foto)grafico, splendidamente curato nei dettagli che porta letteralmente il lettore nel retrobottega di una delle case editrici più interessanti e importanti culturalmente dei nostri anni.
Per lavorare nel mondo editoriale bisogna essere pronti a sacrificare le cose più care. È un lavoro duro, a volte durissimo, con orari impressionanti e con l’impossibilità assoluta di lasciare il lavoro in ufficio. Lavorare per l’editoria consuma, di questi tempi anche di più, visto che gli stipendi sono da fame e che il precariato è la forma di lavoro preferita nel settore.
Detto questo, è pur vero che l’editoria resta uno degli sbocchi professionali a cui vorrebbero tendere moltissimi giovani italiani. Non so bene le statistiche, ma di sicuro ci sono molte più domande di quanta richiesta effettiva ci sia. Già così sembra un lavoro ostico. Ma aspettate, contate che in Italia le cose si fanno ancora più difficili perché l’unico modo di entrare è passare da stage o da conoscenze altolocate.
Di stage ne offrono quasi tutti, si tratta di lavorare a volte gratis, a volte dietro compensi ridicoli, altre - ma poche - con un salario appena appena sufficiente per vivere metà mese. L’altra metà devi avere dei genitori con le spalle larghe, o almeno con un conto in banca capace di reggere anche il tuo peso.
Continua a leggere: Lavorare in una casa editrice in Italia... e negli States?
L’esposizione “Editeurs, les lois du métier”, allestita al secondo piano della biblioteca del Centre Pompidou di Parigi è un viaggio nel “mondo selvaggio” delle case editrici e degli scandali che le hanno accompagnate durante l’ultimo secolo. Il tutto dal punto di vista dell’editore. Mercante, mecenate e sponsor, a volte sostenitore e talent scout, altre volte vera e propria “rovina” degli scrittori. Un “mestiere” descritto abilmente dalla curatrice della mostra Isabelle Bastian-Dupleix:
Editare significa pubblicare un libro e prendersi la responsabilità dell’atto!
Testardo difensore del diritto di “pubblicare in tutta libertà”, e allo stesso tempo abile sfruttatore degli echi mediatici come Régine Deforges, fondatrice della casa editrice L’Or du temps e autrice a sua volta, Jean-Jacques Pauvert che si è guadagnato un bel numero di multe grazie alla riedizione di alcuni “libri proscritti” e François Maspero impegnato soprattutto nell’opposizione alla censura politica. Tutti uniti nella capacità di sfruttare gli “avvenimenti pruriginosi” per promuovere le opere considerate pericolose dal Cartel d’action morale et sociale, un documento voluto dalla lobby antipornografica fondata dai protestanti repubblicani francesi nel 1886.
Continua a leggere: "Le leggi del mestiere dell'editore" alla Biblioteca del Centre Pompidou

È tempo di crisi, i soldi per i libri spesso sono i primi a saltare. E allora non ci si può certo stupire che le operazioni di marketing che puntano a importare il modello LowCost anche in letteratura ricevano un gradissimo apprezzamento dal pubblico. L’esempio di Newton&Compton è li a dimostrarlo.
Ma la prova che il mercato del basso costo sta diventando un vero business da inseguire e su cui darsi battaglia è rappresentato da questa nuova impresa mondadoriana. La casa editrice segratese, secondo un’indiscrezione pubblicata da Antonio Prudenzano di Affaritaliani.it, sarebbe pronta a lanciare una nuova collana di narrativa “breve” (massimo 200 pagine) a prezzi popolari, vale a dire 10 euro. Libri leggeri, sia come lunghezza pagine sia come prezzo, come Libellule appunto.
Prudenzano, la cui affidabilità in queste cose è pressoché totale, fa anche i nomi dei primi quattro autori che verranno lanciati: Chiara Gamberale, Raffaele La Capria, Andrea Camilleri e Arnaud Rykner. Si tratta di nomi che danno bene l’idea di quanto la partita sia seria. Niente di nuovo, in ogni caso, sotto il sole: alla fine lowcost è un modo più trendy di chiamare i tascabili, o no?
Via | Affaritaliani.it
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