Fulvio Ervas ha già fatto capolino sulle nostre pagine. In un tempo non troppo lontano vi parlavamo del suo libro “Pinguini arrosto”, e delle avventure del commissario Stucky, ma da allora ne è passata parecchia di acqua sotto i ponti e Fulvio, ha incontrato un’altra storia vera. Magari sarebbe più appropriato dire che è stata una grande e bella vicenda a venirgli incontro e ad ispirare la sua “ultima fatica”, arrivata in libreria solo pochi giorni fa.
“Se ti abbraccio non aver paura”, per Marcos y Marcos editore è la descrizione di una rottura, di un momento buio che corrisponde con una diagnosi d’autismo e della partenza successiva. La vera storia di Franco Antonello e di suo figlio Andrea, un uomo e un ragazzo che hanno affrontato con coraggio una malattia amara e sono partiti per il grande viaggio della loro vita. Una Harley Davidson come compagna e le strade infinite d’America, per unire i legami e costruire ponti di comprensione difficile ma possibile. L’amore e l’avventura hanno trasformato un grande scoglio in una magnifica esperienza, finché l’esigenza di raccontare si è fatta più forte di tutto.
Ed ecco che entra in gioco Fulvio, lo scrittore. Tra uno spritz e una chiacchiera lunga un anno, assorbe gli umori di quel saldo pezzetto di famiglia che gli si para davanti. Ne distilla parole e brani, mette insieme le varie tappe del lungo pellegrinaggio occidentale e tira fuori un romanzo che ha dentro “la forza della vita vera e la bellezza di un sogno”, in una narrazione che ha dentro l’energia e la rabbia di un padre, pronto a lasciar tutto per insegnare a suo figlio il significato della bellezza e la delicatezza di quel ragazzo, che abbraccia il suo destino e con il solo tocco delle mani, riesce a capire le persone.
Via | marcosymarcos.com
Per tutti gli amanti e le amanti dei libri – di quelli cartacei, soprattutto – ecco un video che racconta, come fosse una storia, la nascita di un libro. Sembra quasi di udire i primi vagiti in tipografia, mentre ogni persona sa quello che deve fare: dal controllo degli inchiostri alle cianografiche, dall’allestimento alla rilegatura.
La macchina che mi ha sempre affascinato di più è quella che “aspira” i fogli e li fa passare nei rulli (non conosco il nome specifico): in tipografia ci passavo le ore a vederla in funzione.
Via | … you’ll love publishing
Un “tuffo nel passato” ed eccoci nel 1926 per incontrare “Gente d’onore e di rispetto”. Si tratta di quella che popola la raccolta di racconti di Lorenzo Viani, pittore, scrittore e poeta toscano vissuto tra la fine dell’800 e gli anni ‘30. “Un’artista trifronte” che intrattenne corrispondenze con grandi nomi della cultura come Papini, Soffici, Ungaretti, e che si dedicò alla descrizione puntale della sua Versilia, sfondo multicolore del libro in questione che ritorna in molte altre opere, pittoriche e narrative.
L’intima commistione del linguaggio figurativo con quello poetico, l’attenzione verso la miseria quotidiana degli abitanti della sua terra, i personaggi al limitare della follia, il dialetto sviscerato, il continuo riferimento alle origini rurali e all’attaccamento ai campi, ai boschi e alla darsena viareggina, fanno del romanzo una vera e propria “pittura di genere”. Un quadro dalle tinte forti, smorzate solo a tratti dall’amara constatazione dell’ineluttabilità del destino umano. Una “tela estesa” al cielo toscano, sulla testa dei Vàgeri, (nomignolo derivante dalla contrazione di Navagero) “uomini di bordo rotti a tutti i perigli e a tutte le navigazioni”, persone forgiate dal duro ferro della vita e degne dell’onore e del rispetto del sottotitolo.
Via | colonnelibri.it
Ho sognato un libro, ho sognato con un libro e poi di, a, da, in, su, per, tra, fra. Mi faceva da cuscino, ascoltava le mie storie e consolava le mie preoccupazioni. Sorrisi e lacrime, sospiri e soddisfazioni assorbiti dallo spessore della carta, dalle inserzioni nelle quali si posa leggero l’inchiostro, tracciando reticoli di anime e disegni immaginari di pieni e di vuoti. Si chiama “La libreria dei nuovi inizi”, è frutto della “penna” di Anjali Banerjee e lo considero una specie di conferma scientifica che assomiglia ad un esperimento collettivo. Uno di quelli che si aggiunge, a mo’ di garanzia, alla massa di “prove” dell’immenso potere dei libri, la cui connotazione indubbiamente romantica, unisce un’ulteriore dimostrazione a “quell’aura libresca” che non smetto di cercare in ogni dove.
Un nuovo punto sul contatore degli “effetti benefici” che si lascia attraversare con delicatezza, amorevolmente, come quel tono che sembra far eco ad un’esistenza avventurosa ripresa nei ricordi dell’autrice di origine indiana, “passata per Berkeley” e ormai trasferitasi in pianta stabile, in un cottage nei boschi dello stato di Washington, dove tra gatti e tazze di the prendono forma i suoi libri, e dov’è nato anche “La libreria dei nuovi inizi” (pubblicato da Rizzoli) il suo romanzo d’esordio in Italia.
In origine era “Haunting Jasmine”, in riferimento alla presunta presenza soprannaturale del bookstore, delle sue amministratrici e di coloro che vi gravitano. Cronistoria di una lenta rinascita che ha per protagonista Jasmine Mistry, “divorziata errante” che ritrova la via di Shelter Island, un puntino verde nel mezzo di Puget Sound, in direzione della libreria dell’amata zia Ruma, riallacciando legami familiari sopiti ed innescando una lunga serie di piacevoli reazioni a catena. Una vicenda sottile e moderna, costellata di personaggi storici e di “emanazioni di grandi autori” del passato, che prende corpo all’interno di un “covo di libri”, accogliente centro nevralgico infestato da ogni genere di spirito, e si consolida in una nuova direzione di vita, guidata dalle indicazioni di Shakespeare, Neruda ed Edgar Allan Poe.
Via | anjalibanerjee.com
Le Métronome è un viaggio nella storia sconosciuta della capitale francese, un diverso modo di attraversare la “linea del tempo” partendo dall’immensa tela tracciata dalle 14 linee di metropolitana che costellano Parigi e descrivendone le vicende con un linguaggio schietto e accattivante. Ecco spiegato il titolo del best-seller di Lorànt Deutsch, “commediante allo sbaraglio”, ma dallo scarso successo televisivo, che si è fatto un nome grazie alla sua brillante iniziativa storico-geografica. L’idea di metter su un percorso che, a partire dalle fermate conducesse turisti e parigini stessi, dritti alla scoperta di alcuni “angoli insospettabili”, ha dato frutti insperati. Métronome, sottotitolato “l’histoire de France au rythme du métro parisien”, forte delle sue 400.000 copie vendute in un solo anno, è stato infatti ripubblicato lo scorso ottobre, sempre per le edizioni Michel Lafon, in una versione illustrata con immagini scattate dallo stesso autore nelle sue numerose promenades in giro per la città.
Deve esser stato proprio lo spirito da incallito flâneur a guidare Deutsch nella ricerca di leggende, episodi e luoghi dimenticati, che giaciono un po’ ovunque all’ombra della Tour. Un “periplo” tra boulevard, impasse e ruelle che ci rivela che il Palazzo dell’Élysée, attuale sede ufficiale della Presidenza della Repubblica Francese, è stato in realtà un cadeau di Luigi XV alla Marchesa de Pompadour sua favorita, e che la più antica cattedrale di Parigi giace dimenticata nello spazio sottostante un parcheggio privato del V arrondissement, minacciata dalla possibile espansione dell’attività commerciale.
Informazioni raccolte con estrema dedizione da un “ex-ragazzo di banlieu”, che sono diventate una docu-fiction (trasmessa a partire da domani su France5), vere e proprie “chicche” di un giovane affascinato dalle vicende del passato, ma anche abbastanza “allergico” ai “meccanismi tradizionali dell’istruzione” da dichiarare:
Odio i musei, me ne sono servito per istruirmi, ma penso che l’appuntamento con la storia ci aspetti ad ogni angolo di strada. […] Mi sento come una specie di Wikipedia ambulante”
Via | belecteur.over-blog.com
In un altro pomeriggio velato dalla “voglia di sfogliare un dizionario”, mi son ritrovata tra le mani un nuovo testo, dopo quello delle ingiurie politiche. Ci siamo cascati un po’ tutti nell’incantesimo del libro che colpisce per il suo titolo, ma che non mantiene necessariamente le promesse suscitate. Questo è proprio uno dei “felici casi” in cui, le scoperte racchiuse all’interno delle pagine, sono state addirittura superiori alle aspettative sviluppate intorno al suo nome. Scovare in una biblioteca rionale parigina, un testo che si preannuncia pomposamente sotto il nome di “Dictionnaire amoreux de Naples”, avrebbe dovuto sviluppare immediatamente il sentore della “guidina scontatissima” sugli amati mores meridionali e, di conseguenza, bruciare talmente tanto sotto i polpastrelli, da convincere chiunque fosse dotato di buon senso, e di una sufficiente dose di sangue partenopeo nelle vene, a desistere. Per fortuna che qualcosa di più intenso mi ha spinto a registrare il documento e a concedergli un’occasione.
Meritatissima a dire il vero. L’interessante dizionario, partorito dalla mente dello scrittore e traduttore Jean-Noël Schifano, risente abbondantemente delle “italiche radici” del suo autore, indimenticata guida dell’Istituto Francese di Napoli e attuale direttore della collana”Continent noir” di Gallimard. Il “consistente tomo” dall’involucro giallognolo, nasconde una vera e propria immersione, partecipata, sapiente ed approfondita, nella realtà di Napoli e dintorni, restituendo al lettore, attimi di allegria e commozione che si possono solo intuire nella breve (e libera) traduzione, del brano che chiude la voce Averno.
Abbordando Napoli dagli inferi, situati dietro Posillipo e la tomba di Virgilio, in basso verso i Campi Flegrei, mi pongo idealmente nei panni di colui che sa, a cui Napoli, durante i suoi lustri di corpo a corpo, ha svelato i suoi segreti, mettendo da parte le maschere e rivelando fin nella carne e nelle pietre, la sua opera esistenziale e i suoi terremoti, le sue epidemie e le sue lettere d’inchiostro e di sangue, la sua storia trimillenaria, i suoi vivi e i suoi morti, accompagnati fin nel culto dei teschi, e il suo destino sotterraneo e solare.
Via | plon.fr
“24 heures d’écriture” è una specie di tour de force, una “maratona del romanzo” per accaniti appassionati della scrittura. L’evento, giunto già alla sua seconda edizione, consente a 24 fortunati, selezionati tra coloro che si saranno iscritti con lettera di motivazione (fino al 15 aprile), di dedicare un’intera giornata alla scrittura partecipando ad una vera e propria sfida “a colpi di penna”.
I candidati avranno a disposizione un giorno intero, dalle 18 dell’ 8 giugno alla stessa ora del 9, durante il quale resteranno chiusi nel medesimo luogo (le stanze dell’EMI-CFD L’école des métiers de l’information di Parigi) per “metter su” una storia completa, sul tema comunicato all’ultimo momento dagli organizzatori. Ognuno di loro sarà “sponsorizzato” da una delle biblioteche o delle librerie partner dell’iniziativa.
Durante l’intero periodo gli internauti potranno seguire in diretta sul sito il work in progress. Allo scadere delle ventiquattro ore le opere prodotte saranno recitate da alcuni attori ed esaminate da una giuria composta da professionisti del settore, che sceglieranno due lavori da pubblicare con gli Éditeurs Associés. Un esperimento di scrittura condensata in ambiente condiviso… se ne leggeranno delle belle?
Immagine da chroniklivres.com
Via | 24heuresdecriture.com
Ci voleva Giuseppe Montesano, il Montesano di quel Baudelaire “Ribelle in guanti rosa”, il Montesano della beauté éblouissante delle parole, per farmi scoprire Luigi Pingitore, e quest’ultimo per rimettermi sulla strada di Rimbaud. Il poeta che echeggia la “linea d’ombra” di Conrad, l’autore eterno i cui versi si intrecciano violentemente con le storie di Ezra e di Pier, protagonisti di “Tutta la bellezza deve morire” del suddetto Pingitore. Un libro nel quale i capitoli si susseguono senza nome, introdotti da un numero stranamente scritto per esteso. Un testo “a doppia direzione” per un unico senso, che insegue contemporaneamente le vicende di un gruppo di “post-adolescenti” e quelle di uno scultore francese sessantenne, sulle traccie dell’ultimo viaggio della figlia precocemente scomparsa, il cui nome mi è caro.
Lui e Loro. Ezra e poi Francesca, “Dario, Liv, Pier e Silvia. Hanno tra i diciassette e i vent’anni ed è l’estate del millenovecentonovantasei”, tra la roccia a picco e il mare e un reticolo di frasi scolpite nel tempo. “Rifiutare non è rinunciare”, si può decidere di farlo per “troppa meraviglia”, per la paura di dover accettare l’inevitabile fine di quel lacerante splendore. Un gruppo di amici ubriachi di bellezza, nella luce accecante dell’estate sulla Costiera Amalfitana, tra il profumo intenso dei limoni e lo stordimento della vertigine. E quando, lentamente ed inesorabilmente, le loro giornate prendono una piega inaudita, come passi scalzi sulla pietra bollente, arriva l’epilogo. Tra sfide e lutti, testimonianze chiarificatrici ed incontri sconvolgenti, la stagione della calura e della freschezza, consuma volti e incertezze, incurante di tutto e sfacciatamente incantevole.
Continua a leggere: "Tutta la bellezza deve morire" di Luigi Pingitore
“Gli altri fantasmi” di Maurizio de Giovanni è una “trilogia delle anime”, nata per esser recitata… e non potrebbe essere altrimenti con il titolo che si ritrova. Perché i fantasmi citati, ad un orecchio orgogliosamente partenopeo, non possono non ricordare quelli di “Questi fantasmi” il film commedia, del 1954, scritto e diretto da Eduardo. E nelle pagine di de Giovanni la si respira tutta l’atmosfera del teatro di Eduardo e Titina de Filippo, l’aroma potente del caffé “come solo a Napoli lo sanno fare” e l’intrusione prepotente delle “zaffate salate” d’aria di mare, che solo chi ci è stato almeno una volta sul golfo, lo può capire.
Ma non è tutto. Anche l’introduzione del regista Francesco Saponaro e le postfazioni degli attori Chiara Baffi e Tony Laudadio, avevano un certo sentore teatrale. L’autore delle storie del Commissario Ricciardi, che avevamo lasciato qualche tempo fa alle prese con le indagini per trovare l’assassino di Mammarella, consegna una nuova prova magistrale a quel “magnifico teatro dell’assurdo” che è la sua città, che descrive con parole amare, velate di speranza.
Napoli è così, milioni di persone in uno spazio ridottissimo, una sull’altra e ognuna con la sua memoria, i suoi affetti, la testarda voglia di sopravvivere a tutto, persino a se stessa.
Continua a leggere: "Gli altri fantasmi" di Maurizio de Giovanni

Se vi dicessi che in quel di Parigi c’è un gruppo di uomini che si riunisce tutti i giovedì alle 19, senza eccezioni di sorta, per condividere le proprie esperienze e i più reconditi pensieri, forse non mi credereste. Oppure fareste in fretta a liquidarmi dicendomi che devo aver ingigantito la cosa confondendola con qualche riunione di alcolisti anonimi (alle quali peraltro sono ammesse anche le donne) o peggio, mi consigliereste di stare alla larga dai sospetti consessi dalle possibili derive settarie. E invece io ve lo consiglio vivamente di metterci il naso nella storia di questo “circolo del giovedì” che parla di “androgini incontri periodici”, che nonostante non si appoggino su un vero e proprio statuto, sembrano obbedire ad una pratica più che definita. Di indagare sui presenti, che non sono sempre gli stessi, ma che riescono a mantenersi in un numero più o meno costante, di approfondire il discorso sul loro continuo spostarsi di luogo in luogo, come un “gruppo itinerante e misterioso” e di parlarne tranquillamente con altri, per conoscere anche il loro parere su questi componenti che si accontentano di esprimersi una volta sola.
E l’argomento per di più, non sembra davvero cosa da poco. Amori, amanti e compagne. C’è persino chi sostiene “che l’usanza nasceva dalla disperazione dei Sabini che piangevano le loro donne rapite dai Romani”. In fondo si tratta dello spirito del romanzo di Tonino Benacquista, nome italiano come le origini dello scrittore, che però “compone nell’idioma di Molière”. Perché questo come tanti altri romanzi e sceneggiature dell’autore sono stati scritti nella lingua del paese nel quale è nato, e che gli ha riconosciuto un certo successo: la Francia.
Se il giorno della riunione era sempre lo stesso, la sede cambiava regolarmente: appartamenti vuoti e anonimi, sale private di bistrot, cantine riattate alla bell’e meglio, teatri e cinema abbandonati, edifici diroccati destinati alla demolizione. Qualunque fosse il luogo del ritrovo, e nonostante la grande discrezione, i partecipanti finivano sempre per attirare i sospetti di proprietari, gestori, vicini, i quali, nell’ignoranza totale di quelle riunioni occulte, immaginavano cospirazioni, progetti malsani, e li invitavano a levare le tende. Ognuno allora provava a suggerire qualche alternativa, anche le più stravaganti, e quasi sempre ci si accordava su una nuova sede.
Agli inizi di quella primavera, le riunioni si svolgevano dalle parti di place de la Nation, nei locali prefabbricati di un istituto tecnico bruciato dieci anni prima. Prima che le salette venissero rase al suolo per essere ricostruite in muratura, il consulente all’orientamento scolastico aveva approfittato della tolleranza della preside per prenderne a prestito una. Quando la donna gli aveva chiesto: Che tipo di riunioni sono? lui aveva risposto: È un’associazione senza fini di lucro che si prefigge di riflettere sulla nostra epoca e i suoi costumi.
Una piccola dritta per leggere l’inizio.
Immagine da facebook.com
Via | edizionieo.it