
Forse vi sembrerà un po’ anacronistico, in tempi di tablet e di lettura digitale, parlare dell’esistenza del cosiddetto “profumo di biblioteca”. Non crediate che si tratti di uno sproloquio sul deodorante per ambienti alla moda, oppure di un elogio dell’ultima “eau de maison”. Parliamo di carta, amato supporto dal particolarissimo odore.
Ma le pagine non bastano, quella singolarissima fragranza che emana ogni biblioteca che si rispetti, è un misto di cuoio invecchiato, legno degli scaffali e prodotti per la sua cura, cartone e, ahimé, in certi casi anche plastica. Ma, i veri responsabili della particolarissima “fragranza da libro d’epoca” sembrano essere dei composti organici volatili liberati nell’aria proprio dalla disgregazione progressiva della cellulosa dai fogli, un processo cominciato alla metà del XIX secolo, con la sostituzione delle fibre di cotone con quelle di legno contenenti lignina, un polimero organico che emana un odore di vaniglia.
Ma l’affare va ben oltre “il piacevole effluvio” che nasconde il progressivo disfacimento degli amati tomi. Una decomposizione che passa per diverse fasi, e che affascina Lorena Gibson, chimico dell’Università scozzese di Strathclyde, responsabile del progetto denominato “Patrimonio degli odori”. Un interessante studio focalizzato sull’identificazione dello “stato di salute dei libri” a partire dal loro olezzo, “un’alchimia olfattiva” che difficilmente regnava nella biblioteca londinese di Holland House, bombardata nel settembre del 1940.
Via | papelenblanco.com
Foto | bibliophage

Sembra che restino ancora undici mesi prima di concludere questo 2012, dichiarato dall’UNESCO Anno nazionale della lettura! La scelta è caduta proprio su un periodo cruciale, lo stesso della presunta realizzazione della profezia Maya, ma soprattutto un momento di bilanci e rilanci. Il progetto indetto dalla prestigiosa organizzazione internazionale impegnata nel sostegno dell’educazione, delle scienze e della cultura, si propone infatti di unire biblioteche, enti pubblici, partner commerciali e community (fisiche e virtuali) a sostegno della causa della lettura.
L’iniziativa ha avuto un illustre precedente inglese, indetto dal Primo Ministro Gordon Brown nel 2008. Per favorire le adesioni locali, ci si avvale del sostegno di numerosi ambasciatori nazionali, impegnati a vario titolo nel mondo della cultura e dello sport. Si tratta principalmente di personalità note, come scrittori, fotografi, pensatori, atleti, politici. L’Australia sembra aver aderito con entusiasmo e il nostro Belpaese che aspetta?
Via | illac.com.mx
Foto | thelibraryagency

E chi non la vorrebbe una stanza così? (Eludete la domanda retorica se non siete lettura-dipendenti, poiché potrebbe causare un subitaneo moto di rigetto). Oramai lo avrete capito che le “esagerazioni visive da libro” sono una delle mie ossessioni, se poi ci aggiungete che non solo li leggo di giorno, ma li sogno anche di notte (come accade a molti) il quadro potrebbe apparire un po’ più chiaro. Ma se vi dicessi che, oltre a farne l’oggetto delle mie fantasie oniriche, i libri rappresentano veri e propri “componenti strutturali indispensabili” della mia umile dimora dei desideri, forse non sareste altrettanto propensi ad accogliere la stranezza.
E invece vi assicuro che si tratta dell’esplicitazione visuale delle mie più recondite visioni, di quelle nelle quali i “cari mattoncini di carta”, non hanno bisogno di supporti, ma si prestano, naturalmente in ordine solo apparentemente sparso, a fare da gambe di tavolino, leggii improvvisati, troni reali per il micio di casa, superfici di appoggio e tanto altro ancora. Il guaio è che, a inciamparci scatta l’urlo, e nel marasma colorato delle copertine “rimettere tutto a posto” diventa un tantino complicato.
Immagine da facebook.com
Prendo spunto dall’avvicinarsi della Giornata della memoria per segnalare una notizia che mi ha incuriosito, ovvero il fatto che Nathan Englander (di cui ho amato molto ad esempio Per alleviare insopportabili impulsi, raccolta di racconti pubblicati da Einaudi) e Shalom Auslander (autore fra le altre cose, per Guanda, del Lamento del prepuzio) si siano ispirati, per alcune loro recenti creazioni letterarie, alla figura di Anna Frank.
Englander si chiede ad esempio, citando Carver, Di cosa parliamo quando parliamo di Anna Frank, in un suo racconto che sarà inserito in una raccolta che uscirà a settembre per Einaudi. Racconto che ha ricevuto numerosi apprezzamenti, fra i quali quello di Franzen che ha parlato di “una combinazione eccezionale di umiltà e certezza morale con cui riesce ad integrare la commedia raffinata con grandi tragedie”.
Auslander invece parla di Anne Frank servendosi della sua verve caricaturale e il suo humour al vetriolo, immaginandola nel suo ultimo romanzo Hope: A tragedy, come una anziana vecchietta sopravvissuta all’Olocausto che – per sua sfortuna – un burbero inquilino si ritrova al piano di sopra, dovendone sopportare le manie di grandezza e il continuo tic tac dei tasti della macchina da scrivere.
Continua a leggere: Englander e Auslander a confronto con Anna Frank
Quando si arriva su una terra di guerra, l’ultima cosa che ci si aspetta di trovare è la gioia. Constatazione più che ovvia sicuramente, ma qual che è strano è che non ci si trova neanche un abisso di dolore, come si potrebbe credere. O almeno non solo quello. Il sentimento predominante è un misto di tristezza e abbandono che prelude (ma non sempre) allo sforzo di ricostruzione. Un po’ come quell’abbandono al riposo che precede una spinta energica.
Federico Tinelli la conosce bene questa sensazione, perché ce l’hanno impressa nelle rughe della fronte e nelle numerose pieghe delle mani, le persone che ha incontrato a Sarajevo. Lui la chiama semplicemente Nigredo, dalla “fascinosa denominazione” del primo stadio del complicato processo alchemico per la realizzazione della pietra filosofale (quella che avrebbe il mitico potere di risanare la corruzione della materia, ma che è conosciuta soprattutto per la declinazione che le permetterebbe di trasformare qualsiasi metallo in oro, tanto per intenderci), e la imprime nelle parole dei suoi filmati.
Pezzetti talmente poetici da lasciare il segno, come Crisalidi (2007) e Aspettando Madonna (2010), ancoraggi che hanno permesso, ad un diplomato in regia, di vincere, proprio con Sarajevo Nigredo, il primo premio del concorso La parola Immaginata alla IV Edizione del festival `Trevigliopoesia`.
[…] C’era qualcosa di chimico nell’incontro della telecamera con le macerie di Sarajevo. Luna e le altre mostravano di sigillare al proprio interno frammenti di presenze ogni giorno più prossime al remoto. Tutto lì diceva. La guerra non è inumana perché solo gli umani fanno la guerra.[…]
Video da il viaggio delle nuvole
“Un lunedì qualunque”. Il racconto di Lucia Izzo al quale abbiamo rubato un pezzetto si chiama proprio così, come una fatalità. E stavolta non si tratta d’ironia della sorte, né di coincidenze. In queste quattro cartelle dall’interlinea profonda, c’è piuttosto una specie di “incursione” nella vita di una coppia di pensionati, in qualche posto imprecisato tra Civitavecchia, Tarquinia e Anzio.
Le solite abitudini, lei che legge a letto mentre lui organizza un sopralluogo per scegliere la casa delle vacanze. Poi nella narrazione del quotidiano si intromettono riflessioni sul disastro della nave Costa Concordia. Ed ecco che il tessuto del testo si lascia sfilacciare da questi spunti, tradendo commozione e sgomento.
Non so perché ti sto facendo questo dettagliato elenco delle cose fatte stamane, ma ho avvertito nell’aria che è una giornata che va raccontata, forse Virginia ancora una volta mi ha coinvolta, piccole gesta di gente comune, vita di tutti i giorni, gita fuoriporta, una coppia in pensione, e aggiungo una tristezza infinita nel sentire le notizie di quella povera gente che si è ritrovata implicata in una tragedia simile e tanto altro che mi passa per la testa, ma come al solito faccio un grande casino nel
mettere in pentola tanta carne a cuocere. Ho chiuso per un attimo gli occhi ringraziando qualcuno lassù della mia fortunata esistenza.
Si! senza dubbio Virginia mi aveva enormemente influenzato.
Immagine da fotografieitalia.it

Fai un’abbuffata di libri per avere una sbornia di cultura! Ce lo dice Fernando Kerkhoff, in un portoghese, che suona un po’ così:
tome um porre de livros que a ressaca é de cultura
E in fondo ci viene proprio voglia di ascoltarlo questo Pensador che dispensa massime sulla cultura e sul successo personale. Viene persino voglia di crederci, a questa frase che riassume il senso di certi momenti di vuoto, nei quali basta un’immersione totale nell’universo libro, per ritrovare tante di quelle direttrici…
… E chissà che non venga fuori anche quella giusta. In fondo lo avevamo già chiarito il nostro sostegno al “potere terapeutico della lettura”, e poi anche solo l’idea di una stanza completamente sommersa di tomi, ha un che di avventuroso.
Trentuno secondi anche se non serve un video per ricordarci che “siamo quello che leggiamo”. Una buona fetta di coloro che “consumano piacevolmente” le ore delle quali dispongono, in abitudini di lettura, sanno bene quanto ci sia di guadagnato in quegli attimi di “sana solitudine”, sottratta alla routine delle altre occupazioni quotidiane, per trasformarsi in fertile materia onirica. Ogni qual volta riesco ad immergermi, anche per il breve spazio di una mezz’ora, nelle pagine profumate d’inchiostro, mi sembra già di aver dato un ottimo senso alla giornata in corso.
Se poi ci si aggiunge che, quegli stessi scorci di caratteri scuri che si sono impressi nella memoria, molto spesso prima di addormentarmi, si trasformano durante il sonno, in pezzi di avventure ai limiti tra il reale e l’improbabile, si concretizza ancora di più la mia intima convinzione dell’utilità terapeutica della lettura. E allora si che “siamo quel che leggiamo”, come annunciava lo slogan della 47 fiera internazionale del libro di Porto Alegre, tenutasi nella seconda metà del mese di novembre, poco importa che si tratti del “Signore degli Anelli” o di “Alice nel Paese delle Meraviglie”.
Video da apatrida

C’è John. E Milano. La loro è una strana relazione creativa che assomiglia molto alla storia di due vecchi amanti. Ma non di quelli che si limitano a dividere un letto estraneo d’albergo (che alla fine finisce anche per sembrargli familiare), piuttosto come coloro che sono “amici dell’anima” e che l’unica cosa che continuano a scambiarsi sono ricordi e storie, mischiati per quanto possibile. Escono dal lavoro la sera tardi, ognuno con la sua borsa carica di delusioni e di stanchezza, con quei fogli riempiti di parole alle quali solo insieme riescono a dare un senso compiuto.
Ma questi amants réguliers non hanno come quartier generale una soffitta con vista sui tetti di Parigi, le loro epifanie avvengono un po’ ovunque, purché sia all’ombra della Madonnina. Perché questi “amanti” intrattengono una relazione tutta particolare, con la città alla quale si sono votati, come al più fedele degli amori. Sono giovani, o forse a un certo punto lo sono un po’ meno, ma bruciano di “passione” per questo pozzo creativo che nutre i loro neuroni con il gelo del mattino e con l’ispirazione, che arriva con i suoi spilli a bucarti la pelle. Come succede a Michele d’Amore, alias John, classe ‘78, “Copywriter da panchina” che ha scelto di raccontare la sua vita come un “reportage di parole”.
[…] Fa così freddo che non riesce a tenere la matita in mano. Fa così freddo che le lacrime si ghiacciano. Ma il cervello gira a pieno regime, la sua dimensione ideale. Una tazza di caffè americano e i sogni di una grande città. I lampioni ancora accesi e le centinaia di print studiate nel week end. L’attitudine a Milano è una cosa che va affinata ogni giorno, come l’arte della guerra. […]
Alla base sono luoghi di studio e di concentrazione, ma in realtà diventano molto di più. Complici l’età, la voglia di scoperta, l’articolazione strutturale del sistema dell’istruzione e molto spesso anche la lontananza da casa. Il risultato è che nelle biblioteche universitarie ci si passa davvero tanto tempo. Sono spazi di socializzazione i fondo che, anche se vincolati al silenzio, offrono angoli per distendersi e per chiacchierare, tra una ricerca e l’altra, ponendosi come veri punti nevralgici degli atenei ai quali fanno riferimento.
È per questo che i giovani autori della testata Flavorwire, hanno deciso di lanciarsi nella singolare sfida di stilare la classifica delle venticinque più belle biblioteche al mondo. Il risultato è in parte prevedibile. Grandi nomi come Yale, Cambridge, Oxford, Sorbona, ma (nonostante qualche eccezione) si pecca - come dire - “di angloamericanocentrismo”, e restiamo un po’ perplessi dalla mancanza di esempi provenienti dal Sud Africa, e Sud America per non parlare dell’Europa dell’Est, e dell’Oriente, come anche dalla scarsità dei siti italiani, francesi e spagnoli citati. Appuntamento a breve con la versione italiana by Booksblog.
Via | flavorwire.com