
Ci aveva già pensato la casa editrice Intermezzi, con la sua campagna di ricerca di Lettori Anobiiniani, ora però il fenomeno si allarga e comincia ad attecchire anche in altre realtà editoriali, alla Giunti per esempio, che negli ultimi tempi, dopo aver inaugurato Y, la sua nuova collana Young Adult, è ora alla ricerca di giovani lettori e lettrici denominati Y Ambassadors, che avranno il compito di leggere e valutare in anteprima le uscite della collana, e naturalmente parlarne il più possibile, scatenare il passaparola.
Per alcuni versi, certamente, la cosa non ha nulla di strano, è già una prassi normale e ben consolidata quella di inviare libri omaggio per stimolare la discussione e il passaparola; quello che però è assolutamente inedito, almeno fino a qualche emse fa, è che ad essere coinvolti nell’iniziativa non siano più soltanto i giornalisti, ma anche i comuni lettori.
Personalmente questo fenomeno non mi convince del tutto, anzi, potrei quasi dire che mi infastidisce, un fastidio che probabilmente deriva dal carattere di gratuità che ha questa prestazione lavorativa: sì, perché seppur leggere libri in anteprima del genere o dell’autore che più ci piace sia fondamentalmente una cosa che facciamo con piacere, resta essenzialmente un lavoro e come tale va pagato.

E’ stato presentato oggi il Centro per il Libro e la Lettura, il nuovo progetto di cooperazione tra Governo ed editori per cercare di dare ulteriore propulsione al mercato librario italiano che, secondo il rapporto sullo stato dell’editoria nel 2009, presentato all’ultima edizione della Fiera del Libro di Francoforte, pur avendo resistito meglio di altri settori al momento di crisi economica, è ancora caratterizzato da cifre molto basse, soprattutto di quelle riferite ai lettori abituali.
In Italia i lettori abituati a leggere almeno un libro al mese (più di 12 all’anno) sono una quota minima del paese, attestati su un totale di 3 milioni e 900 mila persone, equivalente a circa il 7% della popolazione totale. Certo, un po’ meglio vanno le statistiche riferite ai lettori saltuari (quelli che leggono tra 1 e 11 libri all’anno), attestati sui 24 milioni, circa il 44% degli italiani.
Ma il vero problema, l’aspetto che più spaventa gli addetti ai lavori e che ha dato vita al progetto, di AIE e Governo, del Centro per il Libro e la Lettura per avvicinare i giovani al mondo del libro, sono le statistiche riferite alle fasce di pubblico giovanile, quella che racchiude i lettori dai 6 ai 19 anni, tra i quali le percentuali di non-lettura si impennano fino al 45%.
Continua a leggere: Nuova iniziativa di Aie e Governo: Il Centro per il Libro e la Lettura

Come vi avevo annunciato qualche giorno fa, è da oggi online il sito Isbf.it, acronimo di Internet SlowBookFarm, la nuova libreria online le cui scelte di catalogo si propongono di seguire criteri di qualità e non di vendibilità, facendo prevalere il valore culturale e artistico di un’opera piuttosto che il suo valore commerciale.
Il mistero che avvolgeva l’iniziativa si è dissolto stamane, quando finalmente il sito, finora protetto da password d’accesso, è stato aperto a tutti i visitatori e alla loro valutazione. Ovviamente ci vorrà un po’ di tempo per vedere se il progetto ha le possibilità di crearsi uno spazio parallelo e alternativo alla numerosa concorrenza, per ora possiamo soltanto valutare la funzionalità del sito e il suo aspetto. E allora ecco, dopo il continua, le prime valutazioni di Isbf.
Continua a leggere: Inaugurato Isbf.it: la pagella di Booksblog
Quello che fa di Walter Benjamin una delle figure più importanti della cultura letteraria e filosofica del Novecento è forse quel suo oscillare senza un’unica soluzione tra una visione del mondo fortemente impregnata del migliore materialismo storico di origine marxista e una complessa personalità influenzata dalla messianismo mistico di origine ebraica, a dirla con i nomi di due dei suoi migliori amici, l’oscillazione tra Bertold Brecht e Gershom Scholem.
Sta di fatto che la statura intellettuale di Benjamin è innegabilmente altissima: autore (o forse, meglio, non-autore, vista l’incompletezza della maggior parte delle sue opere) di opere come L’opera d’arte all’epoca della sua riproducibilità tecnica, I passages di Parigi, nonché dei saggi che compongono la bellissima raccolta Angelus Novus, Benjamin è stato capace di riflessioni sulla modernità decisive per la storia culturale di tutto il Novecento, secolo che ha vissuto solo in parte.
Nato nel 1892, infatti, il filosofo tedesco, dopo una vita di continue peregrinazioni tra Berlino, sua città natale, Parigi, sua città d’adozione, Mosca, l’Italia, le isole della Spagna, la Danimarca (dall’amico Brecht in esilio) e la Palestina, una terra promessa che però mai vedrà, Benjamin si è tolto la vita con una massiccia dose di morfina il 26 settembre del 1940, a Port Bou, sul confine franco-spagnolo, per timore di essere arrestato dai nazisti.
Questo libro, scritto da Tilla Rudel dopo vent’anni di ricerche sulle orme dell’Ebreo errante della filosofia novecentesca, e pubblicato elegantemente dalla Excelsior1881, riassume perfettamente, in poco più di 150 pagine, l’itinerario intellettuale e spirituale di quest’uomo, dalle amicizie alle storie d’amore, dalle intuizioni alle paure. Un libro emozionante.
Tilla Rudel
Walter Benjamin: l’angelo assassinato
Excelsior1881
euro 28,50

Avevo già parlato di RicercaBo, l’iniziativa svoltasi a Bologna dal 20 al 22 novembre, durante la quale alcuni scrittori hanno sottoposto le loro opere inedite al giudizio di critici e autori. Ora è possibile vedere online i video delle letture e i relativi commenti. Si svolge in questo modo: lo scrittore legge un brano significativo del romanzo e successivamente chi, tra il pubblico in sala, vuole intervenire, sale sul palco e fa le sue osservazioni. E’ un modo diverso per parlare di letteratura e per dare spazio alle voci nuove che si apprestano a varcare la soglia della scena letteraria.
E’ anche un pretesto per discutere della narrativa contemporanea, dei linguaggi che adotta, delle storie che sceglie. Giulio Mozzi, ad esempio, commentando uno stralcio dell’opera dell’esordiente Gianluca Minotti, si sofferma sulle possibilità dell’inattualità. Dice che l’autore adotta una comicità inattuale, più vicina a quella di scrittori come John Barth e lontana quindi dal canone odierno del “botta e risposta” e precisa che questo schema può rappresentare una alternativa ai modelli in uso attualmente. Chi è interessato al dibattito sulla scrittura e, in modo più specifico, a un’analisi della narrativa odierna, troverà nell’esperienza di RicercaBo diversi spunti di riflessione.
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In un pezzo del 13 gennaio apparso sul Corriere della sera, Cesare Segre riflette sull’uso che si fa oggi della lingua e in particolare sull’appiattimento dei registri linguistici. Partendo da un documento diffuso dalle Accademie della Crusca e dei Lincei sull’insegnamento dell’italiano nelle scuole, il filologo denuncia l’assenza di differenziazioni, nel parlare, di situazioni e ruoli. Si tende cioè, sempre di più, a utilizzare un modus parlandi unico sia che ci si riferisca a un amico in una circostanza conviviale che a un’altra persona durante un’occasione ufficiale.
Gli esempi di questo atteggiamento si riscontrano (comprensibilmente a mio avviso) tra gli stranieri che, non conoscendo bene l’italiano, fanno fatica a modulare i registri e (senza giustificazioni) in politica, nel cui ambito i veri oratori sono rimasti in pochi, perché la maggior parte cerca di accattivare l’elettorato usando un linguaggio medio-basso. “Le conseguenze - dice Segre - sono disastrose: da una parte si finisce per ridurre qualunque dibattito a uno scontro fra slogan contrapposti, dall’altra si favorisce la trasformazione di contrasti d’opinione in alterchi, nei quali le passioni, o i preconcetti, annullano il confronto delle idee.”
Un ulteriore elemento messo in luce nell’articolo è l’uso indiscriminato del turpiloquio, per cui nei discorsi abbondano termini per riferirsi a organi maschili e femminili; ma, ricorda Segre, “non dimentichiamo che i cosiddetti attributi, se da un lato vengono usati a designare vigore e potenza, dall’altro sono sinonimo di stupidità: una molteplicità di significati che ci porta nell’indifferenziato, là dove la parola non è ancora stata affilata per interpretare il mondo.” Questa serie di riflessioni ha dato vita a un dibattito sintetizzato in un altro pezzo del Corriere della sera, in cui scrittori e critici dicono la loro sull’evoluzione della nostra lingua.
C’è chi, come Silvia Ballestra, solleva i giovani dalla responsabilità del disfacimento dell’espressione orale e sottolinea la perdita di efficacia delle “parolacce” che, venendo usate con molta frequenza, non assolvono più la loro funzione originaria. Vitaliano Trevisan si sofferma sul dialetto e afferma che “nel registro alto perde qualcosa, mentre se è vivo è molto vivo in basso, e ha intatte le sue caratteristiche di inventiva.” Antonio Scurati parla di “una sorta di compulsione bassomimetica che è la manifestazione più evidente del clima di basso impero in cui viviamo.” Un altro aspetto ripreso è l’atteggiamento di chi si rivolge agli immigrati dando del tu, come a sottolineare una superiorità e una mancanza di rispetto. In generale tutti sono concordi nel rilevare un impoverimento dell’italiano, che più che evolvere sembrerebbe destinato a degradare. Voi cosa ne pensate? E’ un’esagerazione e in realtà non vi sembra nel quotidiano di riscontrare tanto abbrutimento o siete d’accordo con Segre?
Via | Corriere della Sera
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La continua e inarrestabile scalata nelle classifiche di vendita degli e-book, coronata ultimamente dal grande successo delle vendite natalizie, inizia a far parlare in maniera sempre più massiccia gli addetti ai lavori del problema pirateria.
Ci risiamo: negli anni ‘80, dopo la diffusione dei videoregistratori, i produttori cinematografici denunciarono il rischio di estinzione del cinema, tra gli anni ‘90 e gli anni zero, dopo l’invenzione degli mp3, toccò ai produttori musicali allarmarsi e preannunciare il fallimento. Niente di strano, allora, se ora, appena iniziati gli anni ‘10, ora che si iniziano a diffondere gli e-book, l’industria editoriale si preoccupa, intravedendo l’estinzione dei propri guadagni stellari e la fine della letteratura.
Ma siamo sicuri che il rischio pirateria esista veramente? O meglio, siamo sicuri che la diffusione, seppur massiccia, di copie contraffatte di libri digitali possa mettere in ginocchio un sistema industriale immenso e ricchissimo come quello dell’editoria libraria? Io, in proposito, mi permetto di sollevare dei dubbi.
Continua a leggere: E-book e pirateria: un ragionamento sulla paura degli editori

Oggi farò uno strappo alla regola e parlerò di un film. La scusante è che si tratta di un film sui libri, tratto da un libro (di cui abbiamo già parlato), in cui i libri sono i veri protagonisti. Voglio parlarne perché è un vero e proprio inno all’oggetto libro. La pellicola in questione è 84 Charing Cross Road e la storia è quella di una corrispondenza durata circa vent’anni tra una scrittrice di New York e un impiegato di una libreria londinese.
Helene (Anne Bancroft) è in cerca di edizioni economiche di autori inglesi, scrive a una libreria in Charing Cross a Londra e le risponde Frank (Anthony Hopkins) , un distinto e discreto signore inglese. Tra i due si instaura pian piano un rapporto epistolare ironico e affettuoso, reso vivace dalle reprimenda scherzose dell’americana incontentabile e sempre pronta ad ammonire il solerte e devoto Frank.
Per tutta la durata del film sembra di sentire il profumo di legno e polvere tipico delle vecchie librerie e ciò che arriva allo spettatore è un amore incondizionato, che sfiora la devozione, per il libro, non soltanto rispetto ai contenuti, ma anche e soprattutto come oggetto. La scrittrice adora i libri a livello tattile, visivo e olfattivo. Bisognerebbe eleggere 84 Charing Cross Road manifesto della battaglia in difesa del libro cartaceo e delle piccole librerie.
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Il trambusto che ha sollevato in Italia l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura a Herta Muller ha avuto un’intensità elevatissima: da alcuni esponenti della critica giornalistica, in primis D’Orrico del Corsera, fino ad un sacco di lettori comuni, alcuni anche lettori di Booksblog, la vittoria della Muller è stata spesso vissuta con fastidio.
Anch’io, nel mio piccolo, ho avuto l’istinto iniziale di chiedermi chi diavolo fosse questa Muller, forse una parente dei produttori di yogurt, eppure studio lettere, scrivo in un blog di libri, produco una rivista di letteratura. Ma proprio per questo motivo mi sono subito imposto di riflettere e di vedere la cosa in modo intelligente. Non so chi sia Herta Muller? Beh, allora vuol dire che dovrò allargare i miei confini culturali, dovrò legegre qualche libro in più.
Ma quello che mi ha fatto definitivamente giudicare positiva la vittoria della Muller è un articolo apparso oggi sul Fatto Quotidiano, intitolato “L’editore del Nobel che gira in furgone e brinda a chinotto”, un articolo che parla di un editore, Roberto Keller, che produce libri in soffitta, che ha pagato poco meno di 1000 euro per i diritti de Il paese delle prugne verdi e che ora, alla luce di questo Nobel, potrà dare un contributo forse importante, sicuramente originale, al panorama editoriale italiano. Se l’avesse vinto Philip Roth questo Nobel, o qualsiasi altro grandissimo autore, tutto questo clamore sarebbe servito a molto di meno.
Foto | Gazzetta di Parma
Cosa c’è “dietro le quinte” di una casa editrice e, per essere più precisi, di ogni singolo libro? La risposta più semplice e diretta è: lavoro, tanto lavoro. Già, ma che tipo è il lavoro editoriale? È innanzitutto puro senso dell’artigianato. A questo proposito, per i prossimi 23, 24 e 25 ottobre, Claudia Tarolo e Marco Zapparoli ovvero gli editori di Marcos Y Marcos, ottima casa editrice indipendente, hanno organizzato un corso di editoria che aiuta (e forma) a capire quante cose accadono intorno a un oggetto che, naturalmente, solo e semplice oggetto non è: il libro.
Perché avete sentito l’esigenza di fare un corso di editoria?
Settimana scorsa, un bravo parrucchiere ci ha confermato che il mestiere l’ha imparato, come si suol dire, sul campo.
Ma all’interno della celebre “maison” per cui ha lavorato a lungo, c’era una vera e propria scuola.
Da dieci anni, per noi è importante – proprio perché siamo impegnati a fondo nel nostro lavoro, e non siamo teorici o storici dell’editoria – mettere a disposizione i nostri “ferri del mestiere” nel modo più efficace e immediato possibile.
Ogni volta che ci immergiamo in questa tre giorni intensiva, mentre raccontiamo come si scopre un libro, come lo si presenta al mondo, come si fa un contratto o si perfeziona un testo, impariamo qualcosa dagli allievi.
E cerchiamo di affinare la didattica, che è estremamente importante.
A chi si rivolge il vostro corso?
A chiunque voglia fare sul serio con i libri: aspiranti editori e redattori, traduttori, correttori di bozze; ma anche bibliotecari, insegnanti, librai.
A ogni corso, sono quasi sempre presenti in veste di allievi tutte le figure del mondo del libro.
E contribuiscono attivamente ai momenti di confronto aperto.
Anche chi è esperto su un tema specifico, in realtà scopre di aver molto da imparare su mille altri punti.
Continua a leggere: Come si fa un libro? Intervista agli editori di Marcos Y Marcos