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approfondimenti

Una poesia senza progetto

pubblicato da Sara R. in: poesia approfondimenti curiosità

La festa si prospetta infinita di Lamberto Pignotti

Ci sono 23 dicembre dal grande spessore poetico, uno di quelli è quello di quest’anno, quando ti trovi con piacere davanti ad un’antivigilia che ha il sapore dell’articolo di Alessandro Carrera sulla situazione della poesia contemporanea. Una riflessione che si concentra in particolare su una caratteristica unica: la mancanza di progettualità. Un’assenza che si fa sentire sotto forma di “carenza immaginativa”, intesa come scadimento metaforico-utopico.

Perché senza il progetto si sviluppano ben altre “deficienze” a livello strettamente immaginifico, e avviene ciò che non si sarebbe mai potuto credere, l’esistenza:

  • del poeta senza la poesia “vittima sacrificale” fagocitata da un sistema promozionale, che esalta il personalismo del creatore trascurando la sua stessa creatura
  • della poesia senza il poeta prodotto abnorme e orfano, destinato a progredire fuori dall’occhio vigile del suo “padre contingente”.

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"Il piacere dell'onestà" di Pirandello, nelle parole di Gramsci

pubblicato da Sara R. in: scrittori libri critica approfondimenti

Leo Gullotta in Il piacere dell'onestà di Pirandello
Il piacere che accompagna il ritorno in una delle case dove hai vissuto, soprattutto se gli anni passati tra quelle mura non si misurano semplicemente in termini di tempo, ma di crescita e di esperienza, come avviene solo nell’adolescenza e nella prima giovinezza, è anche quello di ritrovarne la libreria. “Mettere il naso” tra quella carta tante volte sfogliata non impedisce di imbattersi in tesori dimenticati. Un po’ quello che mi è successo per caso stamattina, quando l’occhio è caduto su un libricino rosa salmone. Quasi un opuscoletto talmente striminzito, e dalle pagine leggermente avvizzite, che non ci fai caso. E invece…

…ci ho trovato dentro ben più che il testo della commedia “Il piacere dell’onestà” di Luigi Pirandello: l’articolo scritto a caldo da un critico teatrale d’eccezione come Antonio Gramsci! Un breve scorcio della serata del 25 novembre 1917, che trasmette il piacere di assistere alla prima dello spettacolo messo in scena al Teatro Carigliano di Torino, in una maniera talmente viva da farcelo quasi immaginare, quel Gramsci in poltrona con gli occhi ben spalancati, che si può solo intuire nello sguardo intenso di Leo Gullotta.

[…] Arrivati a questo punto di scomposizione e di dissoluzione psicologica, la commedia ha uno svolto pericoloso, e un po’ confuso. Le reazioni sentimentali hanno il sopravvento: la bricconeria effettiva del marchese Fabio prende un risalto di una evidenza umoristica catastrofica, e la moglie putativa diventa moglie effettiva e appassionata del Baldovino, che non è un briccone o un galantuomo, ma solo un uomo che vuole essere l’uno e l’altro, e sa essere effettivamente galantuomo, lavoratore, perché queste parole non sono che attributi contingenti di un assoluto che solo il pensiero e la volontà creano e alimentano.[…]

Via | quartaparetepress.it

"L'importanza di essere colti", al giorno d'oggi!

pubblicato da Sara R. in: approfondimenti curiosità

A cosa serve essere colti?
“L’importanza di chiamarsi Ernesto”, o “L’importanza di essere Onesto”, in una traduzione che prova a riprendere il gioco di parole del titolo originale inglese della commedia di Oscar Wilde (costruita sull’assonanza che unisce l’aggettivo “earnest” - serio, affidabile ed il nome proprio “Ernest”). Mi ci ero imbattuta per caso durante uno di quei “pellegrinaggi mentali” che seguono spesso delle ricerche, che partono in una direzione per poi arrivare in tutt’altra, e mi è ritornato in mente stamani, sotto una forma ulteriormente modificata che assomigliava piuttosto ad un interrogativo: (Qual’è) L’importanza di essere colti (?).

Perché in fondo resta ancora una delle grandi domande contemporanee, un topos che aderisce ad una necessità del pensiero, quella fondamentale consapevolezza del sapersi reservoir, nel senso di armonico “contenitore” di suggestioni culturali che si fondono e reinterpretano in una mescola nuova e interessantissima, che è ancora e più che mai un “fiore all’occhiello” per molti italiani. E se oltralpe c’è chi ne fa una vera e propria “questione nazionale”, interpellando fior di esperti per tamponare la vergogna seguita all’ironica affermazione di Frédéric Lefebvre, Segretario di Stato al Commercio, il cui libro preferito sarebbe “Zadig et Voltaire” (nota marca d’abbigliamento), per non parlare degli innumerevoli “strafalcioni” del presidente della repubblica francese, ciò non toglie che una riflessione unitaria sull’argomento che coinvolga anche “lo stivale”, sarebbe più che lecita.

Immagine da: tagbolab.it

Via | lexpress.fr

L'Italia non è un paese per intellettuali: qualche spunto di riflessione da un'intervista di Eco al Guardian

pubblicato da Andrea Coccia in: approfondimenti

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Ieri il giornale inglese Guardian ha pubblicato un’intervista a Umberto Eco, uno degli italiani che ancora può vantare credito all’estero per la sua caratura intellettuale. Tra gli argomenti che l’Umbertone nazionale ha tirato fuori davanti ai giornalisti inglesi ce n’è uno che deve farci riflettere più degli altri e che riguarda la vita intellettuale del nostro paese.

In particolare Eco afferma che l’Italia non è un paese intellettuale, che “sulla metropolitana di Tokio tutti leggono, mentre in Italia non lo fa nessuno” e che in fondo è proprio per questo che Berlusconi ha vinto facilmente la sua battaglia, riuscendo a trasformare il termine “intellettuale” in qualcosa di molto simile a un insulto. Per molti aspetti Eco non si sbaglia, anzi, coglie in pieno la mancanza che sfibra il nostro paese: il disinteresse del pubblico per la cultura.

E’ vero, una volta in Italia c’erano personaggi del calibro di Italo Calvino, Pier Paolo Pasolini, Primo Levi, Federico Zeri, Elio Vittorini, Leonardo Sciascia, Franco Fortini e altri centinaia, noti e meno noti. Ma c’era anche l’abitudine di dar loro ascolto, i loro articoli venivano pubblicati sulle prime pagine dei quotidiani e delle riviste, erano invitati alla televisione. Insomma, la cosiddetta “classe intellettuale” aveva spazio, vale a dire voce, ma soprattutto aveva un pubblico.

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I Canti di Leopardi nella lista dei 100 notable books of 2011 del New York Times

pubblicato da Andrea Coccia in: scrittori approfondimenti

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Scorrendo la lista dei 100 libri più notevoli usciti in America nel 2011, pubblicata un paio di giorni fa dal New York Times non possiamo certo stupirci nel trovare l’ultimo romanzo kennediano di Stephen King o l’attesissimo 1Q84 di Murakami, o ancora il Re Pallido, primo inedito postumo di David Foster Wallace (primo, ci scommettiamo, di una lunga serie).

Quello di cui non possiamo non stupirci, in effetti, è un altro piccolo dettaglio. Al sesto posto della lista dei top libri del 2011 appare infatti un italiano. E non si tratta di Roberto Saviano, fresco fresco di apparizione a Zuccotti Park, e neppure di una ristampa di Italo Calvino, idolatrato negli States da quelle Lezioni Americane censurate dalla morte prematura, né di Baricco, di Eco o di Faletti. Si tratta di Leopardi.

Si, avete capito bene: Giacomo Leopardi, il poeta e l’intellettuale più avanti che l’Italia abbia mai avuto e, nello stesso tempo, lo scrittore meno letto e più scolasticamente odiato da generazioni intere di italiani. Ad apparire nella toplist del NYT è una traduzione dei Canti, ritenuta talmente importante da meritare un cappello del genere: “With this English translation, Leopardi may at last become as important to American literature as Rilke or Baudelaire”.

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Il romanzo è morto, evviva le serie TV!

pubblicato da Andrea Coccia in: approfondimenti

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Da qualche decennio viviamo in uno strano momento della storia della cultura, un periodo che sembra aver fretta di decretare la morte di quasi tutto. La poesia è morta, è morto il romanzo e insieme a lui il vero scrittore, è morta anche la critica, la teoria letteraria, sono morte le riviste, insomma, sembra che sia morta l’intera letteratura.

Soffocati da tanto fervore apocalittico ci siamo scordati la grande regola del mondo, quella che dice che nulla si crea e nulla si distrugge e che oltre a descrivere il funzionamento energetico dell’universo, funziona discretamente anche con il mondo della finzione letteraria. Tutto cambia, dunque, si trasforma, ma non muore.

A ricordarcelo ultimamente ci ha pensato Aldo Grasso con un pezzo molto interessante dedicato alla presunta morte del romanzo. Il giornalista del Corsera lancia una suggestione: il romanzo non è morto, è stato semplicemente sostituito da altre narrazioni, e lo dice pensando alle serie televisive americane degli ultimi anni, da Lost a Breaking Bad, da The Wire fino a Bored to Death o all’attesa riproposizione seriale de Le correzioni di Franzen, tra l’altro a cura di Franzen stesso.

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Qualche appunto su Ezra Pound nell'anniversario della sua nascita

pubblicato da Andrea Coccia in: scrittori approfondimenti

ezra pound, nascita ezra pound, celine, hamsun Tra oggi e dopodomani ricorrono la nascita e la morte di Ezra Pound, il che vuol dire che sto per mettermi in un bel ginepraio. Ma mi ci infilo volentieri. Come Louis Ferdinand Céline, Knut Hamsun e altri, Ezra Pound, «il miglior fabbro» per Thomas Stearns Eliot, sconta postmortem una detenzione ideologica forse ancor più dura della detenzione fisica che subì in vita, una detenzione che ancora oggi impedisce di indagare criticamente il suo pensiero.

Pound paga infatti ancora molto care le sue posizioni in difesa del fascismo italiano, nonché la recente appropriazione - indebita - del neofascismo sociale italiano, di CasaPound per intenderci. E’ sempre la stessa storia: quando uno scrittore viene utilizzato come una bandiera che deve soffiare da una parte o dall’altra si finisce sempre col vederlo storpiato e adeguato a questa o a quella ideologia assistendo, va da sé, al sempre brutto spettacolo dell’idiozia.

La dimensione del pensiero politico, economico e morale di Ezra Pound è altamente complessa ed è proprio questa complessità a fare sì che ogni tentativo di semplificazione intellettuale la disinneschi e la uccida. Con queste poche e certamente inadeguate righe mi piacerebbe riavvicinare Pound ai suoi lettori elettivi, vale a dire tutti noi figli della modernità. E per farlo bisogna per forza cercare di liberarlo dalle catene ideologiche di chi non ha alcun interesse a rileggere criticamente la sua opera, ma che ne ha bisogno semplicemente come icona, idolo lontano da mitizzare.

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Cinque consigli a un giovane scrittore da Haruki Murakami

pubblicato da Andrea Coccia in: approfondimenti

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Probabilmente molti di voi avranno già provato, ma se cercate su google la stringa “Scuole di scrittura creativa” vi ritrovate di fronte a una lista di unmilionequattrocentosessantamila risultati, 1.460.000, per dirlo a numeri, che forse fa più impressione. Scuola Omero, Scuola Holden, Giulio Mozzi, Raul Montanari, Gotham Writers, Lanterna Magica, sono questi i nomi che riempiono la prima delle n pagine di risultati (con n tendente all’infinito).

Le scuole di scrittura creativa, insomma, vanno alla grande. Un po’ perché sono il metodo principale che molti scrittori hanno per tirare a campare, un po’ perché al mondo tutti vogliono fare gli scrittori e nessuno ha abbastanza tempo, costanza, ostinazione e ossessioni per diventarlo da solo. Ma se pensate che questa sia una dinamica prettamente contemporanea, prendereste una gran cantonata. Scriveva infatti Leopardi nel pensiero XX, parlando del vizio di ammorbare il prossimo leggendo i propri componimenti:

oggi, che il comporre è di tutti, e che la cosa più difficile è trovare uno che non sia autore, è divenuto [il suddetto vizio] un flagello, una calamità pubblica, e una nuova tribolazione della vita umana.

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5 anni fa hanno ucciso Anna Politkovskaja. Evviva Anna Politkovskaja!

pubblicato da Andrea Coccia in: scrittori approfondimenti

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Il giornalismo è una professione pericolosa, lo si sa. Soprattutto se lo si vuole fare bene, se si è mossi da uno spirito libero, da una onestà intellettuale inattaccabile e da un odio inveterato contro i soprusi e le ingiustizie del potere o di chi ne fa le veci. Anna Politkovskaja, giornalista e scrittrice, questo lo sapeva molto bene. Sapeva di rischiare la vita facendo quello che amava, come sapeva di far rischiare la vita anche ai suoi contatti, in Cecenia come a Mosca.

C’è una frase che Anna scrisse un paio d’anni prima della propria morte che da l’idea delle esatte dimensioni di questa sua consapevolezza:

Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano. Infatti, una persona può perfino essere uccisa semplicemente per avermi dato una informazione. Non sono la sola ad essere in pericolo e ho esempi che lo possono provare

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Banned Books Week: la mappa dei libri sotto accusa e i dieci libri più censurati del 2010

pubblicato da Andrea Coccia in: libri approfondimenti

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Vi ho già accennato qualche giorno fa dell’esistenza, negli States, della settimana dei libri proibiti, la Banned Books Week, una settimana dedicata alla sensibilizzazione del pubblico su un problema tanto assurdo quanto, nostro malgrado, ancora molto reale, quello della censura dei libri di narrativa accusati di attacchi alla morale o ai precetti della Bibbia.

Per rendersi conto di quanto sia grottesco e diffuso il problema vi segnalo due interessanti fonti di informazione. La prima è una bella infografica relativa alla top10 dei libri bannati in USA, pubblicata dall’Huffington Post. Una carrellata di titoli che molti di noi hanno letto e amato, da Brave new world di Aldous Huxley fino alla saga di Twilight, che ci fanno percepire in un attimo la trasversalità e l’assurdità di questa piaga.

L’altra risorse che vi segnalo è la mappa dei libri censurati, una semplice googlemap degli Stati Uniti tappezzata di puntine che segnalano ogni libro “challenged” negli States, vale a dire colpito da una a caso delle fantasiose e incredibili accuse che colpiscono centinaia di volumi ogni anno, da quelle relative al linguaggio a quelle relative ai riferimenti sessuali o religiosi. Insomma, un bel modo, anche questo, di rendersi conto di quanto sia diffusa e trasversale la tendenza moralizzante negli States.