Victor Hugo in un nuovo adattamento cinematografico del filosofico L'Homme qui rit

"L'uomo che ride" è stato un fiasco dell'epoca, scritto in esilio e ultimato in sedici mesi, quando fu pubblicato in due tomi nell'aprile del 1869, ben pochi riuscirono a coglierne le potenzialità drammatiche ed escatologiche, e cimentarsi nella versione cinematografica (già tentata a più riprese e consolidata anche da nell'omonimo film italiano del 1966 diretto da Sergio Corbucci e ambientato nell'entourage di Lucrezia Borgia) rappresenta ancora oggi un'avventura altamente rischiosa nel quale ben pochi si sarebbero imbarcati. Uno di questi è Jean-Pierre Améris, regista francese di un certo spessore, che ha rilevato la sfida del metter in scena una delle più oscure opere di Victor Hugo, chiusura dell'edizione 2012 della Mostra di Venezia.

Perché già l'intreccio del libro non è cosa da poco. In una notte di tempesta due orfanelli vengono accolti nella baracca ambulante di Ursus, vagabondo filosofeggiante che vive con un lupo addomesticato girando l'Inghilterra. Si tratta di un ragazzino dal viso sfregiato in un perenne sorriso, di nome Gwynplaine e di una neonata cieca strappata alla neve e chiamata Dea. Quindici anni dopo, le vicende prenderanno un tornante inaspettato e dalle nebbie del passato riemergeranno segreti sull'origine nobiliare del ragazzo, affermato attore e conosciuto uomo dal sorriso beffardo.

"L'homme qui rit" ci fa riconciliare con Gérard Depardieu, perfetto giostraio dalla lunga esperienza di vita, che profonde perle sottratte alla saggezza amara della strada, ci trasporta in un Inghilterra ombrosa dalle immense differenze sociali e straccia brandelli di un'amore impossibile. Tra le sequenze meglio riuscite l'apostrofo vibrante di Gwynplaine ai Lords fissato nella forza della citazione diretta di Hugo:

Rappresento l'umanità così come è stata creata dai suoi maestri. L'uomo è mutilato, quello che mi hanno fatto è stato fatto al genere umano. Gli sono stati deformati il diritto, la giustizia, la verità, la ragione, l'intelligenza, come a me gli occhi, il naso e le orecchie, come nel mio caso gli è stato inserito nel cuore un pozzo di collera e di dolore e sul viso una maschera di gioia.

Un particolare da ricordare, ma che non scongiura l'evidente, seppur leggermente stemperata, stroncatura di Le Monde, che fa appello al genere di libri che difficilmente possono essere trasportati in immagini:

Romanzo allo stesso tempo barocco e politicamente engagé, ineguale e mostruoso, ma ben aperto sull'immaginario, L'Homme qui rit richiede, proprio per queste sue caratteristiche, un adattamento cinematografico degno dell'angoscia e della fascinazione che suscita. La versione di Jean-Pierre Améris, che esita tra le convenzioni narrative del realismo e il gonfio gothic holliwodiano è fin troppo illustrativa e luminosa per convincere.

Via | lemonde.fr/culture