Natale all'inferno nell'amaro Addio di Rimbaud

Ma perché rimpiangere un eterno sole, se siamo impegnati nella scoperta della luce divina, – lontano dalla gente che muore sulle stagioni?


Perché scegliere le parole atroci di Rimbaud, il suo amaro e solitario "Addio", veleno di "Una stagione all'Inferno", per la dolce mattina di Natale? Per gettare l'amo della contraddizione, spargere il vento leggero della modernità, della lacerazione che parla di alberelli sparuti come sopravvissuti e di immonde lotte, e che lascia sullo sfondo, sotto il velo brillante della realtà accuratamente messa in scena, il volto scheletrico di una guida? Non solo per questo, ma anche per dar vita alle immense possibilità viscerali, per stringere forte la mano della volontà e percorrere con il coraggio della disperazione un sentiero di continue interruzioni. Ritornare a Rimbaud per non cedere alla tentazione dell'abituale, per mettere il piede sul baratro e ondeggiare ostinatamente oltre.


Niente cantici: mantenere il passo conquistato. Dura notte! Il sangue disseccato mi fuma sulla faccia, e non ho nulla dietro di me, se non quell’orribile arboscello!... La lotta spirituale è brutale quanto la battaglia d’uomini; ma la visione della giustizia è un piacere a Dio solo riservato.
Comunque è la vigilia. Accogliamo tutti gli influssi di vigore e di effettiva tenerezza. E all’aurora, armati di ardente pazienza, entreremo nelle splendide città.

Perché esistono infernali stagioni che assomigliano al leggero e progressivo luccichio mistico, di una religione rovesciata, nella quale Cristo e Anticristo si mescolano e quasi si confondono, forze di un creato abbandonato dal Demiurgo, nel quale l'alba di Natale assomiglia alle brume rossastre dell'Apocalisse.

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