"Di grammatica non si muore", l'intervista a Massimo Roscia

Critico gastronomico, scrittore e collezionista di periodi ipotetici del terzo tipo. E’ così che si definisce Massimo Roscia, autore del libro “Di grammatica non si muore”, manuale sul buon uso delle questioni grammaticali e dell’ottima conoscenza della lingua e delle sue regole.

Intervistato da Askanews, Roscia è convinto che la grammatica sia una “caramella dolce” da prendere come un gioco piacevole, imparando così a parlare e scrivere bene, evitando di vederla solo come una serie di regole restrittive e di punizioni da penna rossa. Non imparare a memoria, ma imparare a capire quello che è poi utilizziamo praticamente sempre in ogni momento della nostra giornata.

Un capitolo a parte riguarda le parole straniere. Ci sono termini, come rock, cocktail, jazz, bus, che secondo Roscia si sono “perfettamente acclimatate” nel nostro vocabolario e che a nessuno verrebbe mai in mente di tradurre in italiano. Ma secondo l’autore bisogna fare attenzione a non importare troppe parole estere nel nostro uso comune. Cosa che invece ormai è abitudine: vuoi per moda, vuoi per vezzo, vuoi per lavoro, per “sudditanza psicologica”, anche se esistono omologhi italiani si preferisce utilizzare il termine straniero.

“L’italiano è una 150 mila lessemi con tante sfumature che non tocchiamo, usiamole ogni tanto. Non è una battaglia di retroguardia, è amare la propria lingua”. Limitare l’uso dell’inglese quando c’è una parola in italiano e sforziamoci di utilizzarli al meglio. Saper selezionare i foresterismi e utilizzarli nei contesti esatti  altrimenti "diventiamo davvero delle macchiette" alla Nando Mericoni/Alberto Sordi in "Un americano a Roma".

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