La resistenza del Museo

educare alla bellezza nell’Italia che va

Al mattino guidando in autostrada poco trafficata ho tempo per ascoltare la radio e per rimettere in ordine i pensieri. Ho anche tempo per i ricordi, soprattutto quelli che mi mettono di buon umore.
Il fumo dei camini, un filo di nebbia, mi riportano alla mente le vacanze invernali con i miei figli e le mie tappe preferite: i musei e le loro confortevoli sale da te.
Il sapore che mi torna alla mente è quello di una stanchezza felice, condita con cioccolato caldo e infinite discussioni su cosa comprare dopo: meglio il magnete raffigurante un quadro barocco, che è piaciuto solo a me, o la statuetta del puttino da mezzo chilo che mia figlia metterebbe volentieri sul suo scaffale dei cimeli?
I colori sono quelli scuri e caldi delle tappezzerie e delle grandi tele. Il rumore è lo scricchiolio del parquet, il ronzio da babele che sgocciola dalle audio guide, i sussurri delle madri che cercando di non urlare richiamano all’ordine gli eredi o cercando un po’ di attenzione.
Potrei passare mesi in un museo, provando sempre una sensazione di benessere, l’impressione di essere a casa mia, tra persone, i vivi e i morti, che condividono con me lo stesso piacere del colore, la stessa passione per la forma, il medesimo trasporto per le linee, per i panneggi ma anche, perché no, per la distruzione, la scomposizione e la ricostruzione dell’arte.
Ed è questo senso di quiete, di accoglienza, questa sensazione di abbraccio dentro il tempo, dentro la Storia che sto cercando, disperatamente, di trasmettere ai miei figli.
La lotta è durissima, il compromesso necessario: un Louvre in cambio di due ore ai magazzini Lafayette, un Kunsthistorisches Museum contro la mostra di Star Wars (che devo ammettere è una figata pazzesca), un British Museum contro un villaggio di Babbo Natale, una Pinacoteca di Brera contro un’ora e mezza da Tiger, e così via.

Perché?
Non sarebbe più semplice lasciarli a casa?
Organizzare vacanze separate?
Trovare una baby-sitter?
Fingere di dimenticarli da Starbucks e infilarmi in un museo sola, libera, felice?
Inscenare una lite con mio marito e lasciarli tutti e tre in hotel?

Non nascondo che la tentazione di farlo sia fortissima ma ho scelto la “resistenza”. Ho optato per la faticosa via del baratto - e tutti i genitori lo sanno quanto siano imbroglioni, subdoli e cialtroni i figli quando cerchi di smerciare qualcosa in cambio di qualcos’altro - perché solo così potranno imparare a riconoscere l’odore dei colori ad olio e sviluppare una dipendenza che potrebbe, prima o poi, salvare la loro anima.

Credo, sempre di più, che io debba combattere con le unghie e con i denti, andando avanti con ogni mezzo possibile, perché un giorno tutto questo sarà loro. In queste sale scricchiolanti c’è la nostra Storia, la Storia dei nostri figli che, con tutto il rispetto per quel pazzo feroce di Steve Jobs, non parte dalle invenzioni di Cupertino.
Bisogna resistere e perseverare con le gite scolastiche, con le visite guidate, con le voci meccaniche delle audio guide, con le spumeggianti descrizioni dei ciceroni partenopei o newyorkesi (fate una visita guidata al Teatro San Carlo o un tour in barca sull’Hudson e conoscerete dei veri personaggi, attori consumati più che guide), con i tour in bus, con i chilometri a piedi, armati di una cartina letta sistematicamente al contrario. Alla fine è vero, a volte ti perdi.
Ma perdersi è l’unico modo per ritrovarsi, è dentro il labirinto che la nostra Arte e la nostra Storia possono gettarci un filo per aiutarci a ritrovare la strada, per permetterci di continuare a formare quel gomitolo finissimo e delicato che è la nostra identità di europei e di italiani.
Ed è questa identità che abbiamo il dovere di trasferire ai nostri figli, anche contro la loro volontà, anche contro la loro stanchezza, i capricci e la cantilena che era meglio Disneyland Paris, anche quando con la massima serietà ti guardano e ti accusano: “Alla fine mi porti a vedere sempre maniaci e assassini. Per esempio quella Giuditta, in tutti i musei dove andiamo taglia la testa a qualcuno, è una serial killer!”
La resistenza del museo è complessa, lo so. Costa sacrifici e rinunce, costa piedi gonfi e file interminabili ma è un’assicurazione per il futuro dei nostri pargoletti.
L’assicurazione che sapranno sempre da dove vengono, che sentiranno di essere - citando i Taviani - “i figli dei figli di Michelangelo e Leonardo”, che ricorderanno per sempre come i loro genitori - cito un elegante signore francese incontrato a Parigi - “siano sempre i più bravi, grazie ai licei italiani, a raccontare un quadro”.
E se tutto questo non bastasse a convincervi, pensate che almeno di una cosa potete essere certi: dopo tutti i vostri sforzi non diventeranno forse degli amanti dell’arte ma sicuramente, quando saranno ministri o capi di stato, nessuno sarà tentato di inscatolare statue per il loro benessere psico fisico. Vuoi mettere?

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