Meticcio di Bruno Barba, un saggio sull’opportunità della differenza

Nel saggio edito da Effequ, l’antropologo Bruno Barba spiega come il meticciato sia una costante della storia

Nonostante le voci chiassose che lo negano, il meticcio “è già tra noi: è dentro di noi”. A spiegarcelo, in pagine ricche di esperienze e ricerche, è l’antropologo Bruno Barba, da anni studioso del meticciato culturale e del sincretismo religioso in Brasile. Il suo libro Meticcio, uscito in autunno per i tipi di Effequ, è un saggio nel quale il discorso storico si fonde alle urgenze dell’attualità senza soluzione di continuità.

Le ondate migratorie del 2015 sono state uno dei temi caldi dell’anno: profughi e migranti economici sono stati utilizzati dalla propaganda politica come strumento di coagulazione del consenso, come “nemico” e/o pericolo esterno con il quale compattare le istanze del localismo e delle rivendicazioni identitarie oppure come un’opportunità per dimostrare al mondo la superiorità morale del Welfare State e dell’accoglienza europei.

Bruno Barba mette a nudo questa retorica spiegandoci, molto semplicemente, che il meticciato è nel dna di ognuno di noi, che tutti quanti siamo figli, nipoti e discendenti di migranti, tutti quanti siamo il prodotto di un meticciato costante e ineludibile che continuerà a ripetersi per i nostri figli, nipoti e discendenti.

Già nelle prime pagine del libro, Barba chiarisce che

parlare di “emergenza” (emergenza accoglienza, emergenza immigrati) è, oltre che riduttivo, fuorviante, futilmente allarmistico: occorrerebbe piuttosto parlare di futuro organizzandolo e pianificandone gli effetti. Certo, nel farci credere che questo della migrazione sia un fenomeno imprevisto e imprevedibile, i governi dimostrano insipienza.

Insomma alla politica fa comodo respingere in una prospettiva contingente quelle che sono costanti storiche. Si tratta di carburante per un discorso politico-mediatico che parla alla “pancia” ed è superfluo fare i nomi di chi ne siano, nel nostro Paese come nei nostri “vicini” europei, i principali interpreti.

Barba cita le cifre delle più recenti ondate migratorie, mette in relazione le voci che hanno affrontato il tema con lucidità ed equilibrio, confronta la percezione dell’arrivo dei migranti nelle culture più diverse, ci ricorda che tra il 1840 e il 1940:

cinquantotto milioni di europei sono migrati nelle Americhe, 51 milioni di russi in Siberia, Asia centrale e Manciuria, e 52 milioni indiani in Asia sudorientale, in Australasia o nelle regioni dell’Oceano Indiano.

Il libro di Barba invita ad approcciare razionalmente le notizie con le quali ci confrontiamo quotidianamente:

Sappiamo bene, per esempio, che gli attentati di Parigi di inizio e fine 2015 sono stati compiuti da cittadini francesi, ma la retorica dei nostri giorni ci porta, per forza di cose, a collegare l’evento alle attuali immigrazioni e non a una decennale esclusione di uomini relegati nelle banlieus, a un’integrazione probabilmente fallace, in alcuni casi mai tentata e per il cui fallimento esistono varie ragioni – la prima è che tanti immigrati di terza o quarta generazione sono ancora emarginati, una sottoclasse perennemente esclusa. Noi occidentali, così bravi a stabilire collegamenti razionali, non riusciamo a mettere in relazione il lavoro compiuto nei decenni dall’Occidente con le migrazioni di oggi.

Il timore del migrante, dell’altro, la paura ancestrale per l’arrivo dei “barbari” viene potenziata dal web che diventa, al giorno d’oggi, il principale vettore dell’odio: “L’iperconnesso è un individuo che ha abbandonato la pazienza, l’attenzione, la concentrazione”. Ed è al popolo iperconnesso che la politica si rivolge evocando le ruspe oppure invocando aiuti sì, ma “a casa loro”.

Se si analizzano i dati relativi all’Italia si scopre, in realtà, come il contributo dato dagli immigrati al Welfare nazionale fornisca un saldo costi-benefici di 4 miliardi di euro. La cifra fornita da un report della Fondazione Leone Moressa è, naturalmente, fumo negli occhi per chi pratica la retorica dell’“aiutiamoli a casa loro” per il proprio pubblico di elettori-consumatori.

Nell’ultima parte del suo saggio Barba ci porta in Brasile, esempio di meticciato reale con tutte le sue contraddizioni e diseguaglianze. Ed è proprio il poeta brasiliano Vincius de Moraes con un suo verso a suggerire la via: “La vita è l’arte dell’incontro” e, con buona pace di chi dice il contrario, una “casa loro” non esiste.